13.11.19

Recensione: "Parasite"


L'ultimo Bong è, al solito, un grandissimo film, forse addirittura il suo migliore di sempre.
Una famiglia poverissima, quella dei Ki, una ricchissima, quella dei Park.
I primi che, furbescamente, riescono ad andare a lavorare per i secondi (e qui potremmo discutere sul significato di parassita).
Ne nasce un film che non è tanto uno scontro di classi quanto un incontro, in ogni caso qualcosa che regala allo spettatore un affresco di disuguaglianza incredibile.
Ma, come in Joker, i personaggi non sono portatori di messaggi sociali o politici anche se il messaggio che ne viene fuori è quello.
Ma c'è una cosa che appartiene da sempre all'Uomo, la dignità.
Ed ecco che in questo film così camaleontico, tanto divertente prima quanto inquietante poi, anche la puzza di un uomo può diventare protagonista.
Stupendo

Partiamo dal titolo perchè la questione è interessante.
In teoria il parassita è colui che "mangia" sugli altri, che senza far niente sfrutta li sfrutta, chi vive su spalle altrui.
Ora, il bellissimo incipit del film, con quella Wi-Fi persa e poi cercata altrove, è abbastanza pertinente in questo senso.
Anche se li vediamo lavoricchiare sulle scatole da pizza, cercare di sbarcare il lunario.
Insomma, più che di parassiti parlerei semplicemente di estrema povertà.
Poi il film racconterà qualcosa di diverso, delle figure che si allontanano ancora di più da quel termine.
La famiglia Ki lavorerà per quella Park, i loro servizi sono "reali" (solo quello della figlia è ambiguo) e, anzi, sono servizi di discreto o ottimo livello (ottimo l'inglese, ottimo l'autista, discreto o buono la governante).
In questo senso il termine parassita, ovvero qualcuno che senza far nulla approfitta di altri, è assolutamente improprio.
E non sono nemmeno del tutto truffatori visto che un buon truffatore, ovviamente, frega il truffato, non gli rende servigi reali.
Quindi definirei la famiglia Ki come uno strano ibrido, semplicemente dei poveri - estremamente poveri - che con furbizia e manipolazione riescono a trovar lavoro.


Numero due.
Non ho letto alcuna recensione ma di sicuro questo film sarà stato letto come un conflitto di classi.
Ovvio, lo è, ma come già accadde per Joker (personaggio che non aveva alcun valore politico di suo, ma che quel valore l'ha scatenato nel popolo) anche qui ci troviamo davanti a persone che non hanno alcuna acredine col mondo dei ricchi, che non hanno alcuna valenza politica, semplicemente dei poveri che trovano un modo per lavorare dai ricchi.
Direi addirittura che i Ki "amano" i Park.
In questo senso Parasite non racconta nessuna lotta di classe, quella Bong semmai l'ha affrontata in Snowpiercer, quello sì metafora di una battaglia, di ideali, di uguaglianza, di odio tra differenti situazioni sociali.
Direi semmai che racconta un incontro di classi, una loro straordinaria commistione che, inevitabilmente, ne mostra tutte le differenze.
C'è un solo elemento, un solo piccolissimo elemento, che possiamo vedere come simbolo di estremo contrasto e difficoltà tra le due "fazioni" e, non a caso, è l'elemento che porterà all'incredibile cambio di registro del finale, ovvero la puzza del signor Ki.
Ecco, in quella puzza c'è sia lo sdegno dei ricchi contro i poveri che l'orgoglio ferito dei poveri contro i ricchi.
Se i Park sono milionari ai Ki non interessa, non gli dà alcun fastidio, anzi, a loro serve e basta.

Ma l'orgoglio, la dignità, sono "sentimenti" grandi che possono portare un uomo a qualsiasi gesto.
Le prime volte che viene fuori la faccenda della puzza del Signor Ki (anzi, di tutta la famiglia) lo spettatore ride di gusto. Poi, però, soprattutto grazie alla grande interpretazione del solito Song Kang-ho, iniziamo anche noi a provare una certa empatia e pena per quell'uomo.
Strano che io abbia visto questo film appena dopo Under the silver lake, altro film in cui la puzza del protagonista è al centro dell'attenzione (impegni vari mi hanno fatto saltare la recensione, me tocca rivedello ormai...).
E non è un caso che nelle sontuose scene dell'allagamento della città Bong calchi la mano su queste fogne che straripano, su questa acqua sporca dove i poveri annegano le loro speranza e la loro dignità.
Ecco, io direi che è in questa dicotomia profumo-puzza, pulito-sporco, che sta la grandezza del confronto tra le due classi di Parasite, non certo nelle "teste" dei protagonisti, famiglia furbissima che non è portatrice di alcuna rivendicazione sociale o politica.
Semmai questo film è l'ennesimo affresco su un mondo in cui la disuguaglianza è più forte che mai, un mondo dove l'ultimo e il primo stanno a un metro di distanza, dove c'è gente che ha tutto e altra che ha niente.
Quindi sì, il messaggio finale che arriva è assolutamente sociale. 


Ma grazie ad una sceneggiatura strepitosa le strade che si percorrono per arrivare a quel messaggio sono assolutamente laterali e "inconsapevoli", come con Joker del resto.
In realtà un personaggio parassita c'è, ed è il marito della vecchia governante.
Lui sì nullafacente, lui sì essere che si ciba del lavoro altrui.
Eppure è un personaggio triste, malinconico, che vive una non vita lontano da tutti.
Del resto nel regno animale molto spesso gli organismi parassiti sono così, esseri "fermi" che si limitano a succhiare vita da altri.
E' un personaggio molto "strano", quasi inverosimile (perchè tenerlo lì?), ma che è tantissimo funzionale alla sceneggiatura (il fantasma che vide il bimbo da piccolo, il fantasma che ritorna proprio il giorno della festa organizzata per dimenticarlo, roba quasi da barbone di Mulholland Drive), sceneggiatura che nel secondo tempo si regge TUTTA su quel bunker.
Non solo, è un personaggio simbolo, uno di quelle persone povere e "dimenticate", uno di quelli che se ne stanno nel sottosuolo mentre al piano di sopra si mangia carne Kobe, uno di quelli sconfitti dalla società, una specie di Hikikomori che, a differenza degli Hikikomori canonici (condizione che è una commistione tra sociale e psicologica) è proprio uno "costretto" all'isolamento perchè incapace di far fronte ai creditori.
In realtà questo film scrive personaggi così bene che sarebbe divertente analizzarli tutti (ma non lo farò). E' molto interessante e anche un filo coraggioso che Bong inserisca quasi tutte le componenti più negative nei personaggi più poveri. In realtà lo fa in un modo talmente irresistibile (il primo tempo è divertentissimo per me) che ce li fa amare tutti. Se ci pensate anche in un altro recente grande film orientale, Un Affare di famiglia, quella povera famiglia aveva comportamenti ambigui e sbagliati. Eppure, anche in quel caso, l'amavamo incondizionatamente.
Questo vuol dire saper scrivere personaggi, ovvero renderli sfaccettati, ambigui, complessi.
Dall'altro lato la famiglia Park ha una sola colpa, l'esser sfacciatamente ricca.
Ma è una famiglia come tante altre, con dei problemi, con amori forse finiti, con piccoli segreti ma, in fin dei conti, una bella famiglia, non odiosa.
Credo che il personaggio di lei sia forse il più bello del film (forse anche per la migliore interpretazione di tutte). Una donna semplice, insicura, buona, ingenua come poche, manipolabile al 100%. Esprime una fragilità che non ha nessun altro personaggio (ci avete fatto caso come almeno in apparenza gli altri 6-7 personaggi siano tutti "forti"?).
Lei è la "porta" grazie alla quale i Ki "entrano nei Park", per sconvolgerli per sempre (infatti potrei mettete questo film nella lista di quelli del Visitatore Esterno- Borgman, Visitor Q, Il Sacrificio del Cervo Sacro e compagnia cantante -).
Ma andiamo più nel film.
Parasite è una di quelle pellicole che adoro perchè sanno cambiare registro in maniera straordinaria. Più che una compresenza di generi o, appunto, di registri c'è proprio la lenta dissolvenza di uno per finire nell'altro.
Questo passaggio è calibratissimo, morbido, perfetto, e quel massacro finale impressionante.
Tra l'altro un massacro alla luce del sole, luminosissimo, fatto proprio dallo stesso regista che ebbe il coraggio di realizzare un monster movie - The Host - in cui l'apparizione del mostro era proprio sotto un sole accecante, cosa rarissima in un genere di solito cupo e fosco.
Se devo trovare due problemini al film sono l'eccessiva lunghezza di un paio di scene (quella della cena dei Ki a casa Park su tutte) e sulla "forzatura" con cui viene usato il bunker, sia dal marito della governante che, nel finale, dal Ki capofamiglia (la lettera col Morse oltre che insensata era per me evitabile, anche se porterà a un finale emozionante).
Per il resto film sontuoso.
Credo che la componente più potente di Parasite siano i luoghi.
Tanto che le location, non so nemmeno come dirlo, diventano quasi un aspetto di regia, dinamico, come se fossero loro a muovere scene e inquadrature e non le seconde a descrivere le prime.
La casa dei Ki, quel loro bagno a due piani, la strada in discesa per arrivare da loro, nei sottofondi, contrapposta a quella invece vista in salita per andare dai Park, l'uso straordinario delle due vetrate, una sporca nel seminterrato - dove un uomo ci piscia sopra - l'altra immensa e luminosissima a regalare uno splendido sguardo sul giardino.
Ma l'uso degli spazi è straordinario, sempre, e gli stessi spazi diventano personaggi, il ricco, il povero, il nascosto e repellente (il bunker).
Diluvia e mentre nella casa sull'Olimpo la cosa rappresenta solo un gioco (addirittura fanno dormire il bimbo in una tenda fuori), l'altra si allaga, completa devastazione.
Il contrasto è fortissimo e rende visivamente Parasite davvero notevole.
La prima parte, come dicevo, è divertentissima e le trovate dei Ki per fregare i Park esilaranti. Altre volte avevo trovato l'uso della comicità nei film di Bong un pò troppo trash e dissonante dal resto, qui c'è una sottile ironia che anche noi europei possiamo sposare in pieno.
In realtà il film, anche quando diventerà veramente tragico, non perderà mai questa latente ironia, il che lo porterà ad essere di un grottesco a tratti pure inquietante.
Il punto di svolta è l'arrivo nella pioggia della vecchia governante, una scena noir che inizia a far tremare lo spettatore facendogli perdere quell'atmosfera rassicurante che l'aveva accompagnato.


Da lì il film entrerà in una spirale che avrà conseguenze anche troppo alte rispetto alle premesse ma nella lettura metaforica del film questo massacro ci sta tutto.
Ci sono un paio di scene (la governante scaraventata per le scale, il ragazzo che per poco si strozza con il filo) in cui è difficile vedere il "trucco", perfette.
Purtroppo, come dicevo sopra, da qui in poi le forzature saranno parecchie (anche 8 minuti - diciamo 5 effettivi - per preparare quel ramen hanno poco senso) ma a mio parere il film non vuole mai spacciarsi per completamente realistico, c'è sempre la sensazione che tutto quello che vediamo è anche simbolo.
Poi, anche se in modo rocambolesco, si arriva al massacro, 10 minuti altissimi di cinema degli occhi.
E poi il finale, anche questo a forte rischio verosimiglianza.
Ma ci stiamo dimenticando una cosa, molto importante, la pietra.
Quella pietra arrivata come regalo alla famiglia Ki, quella pietra che, come doveva essere, porterà la famiglia alla fortuna, quella pietra che poi annegherà nella casa, quella pietra che, infine, verrà portata in casa della famiglia Park e con la quale per un pelo il ragazzo non sarà ucciso.
Potremmo azzardare una lettura molto triste della cosa, come se la fortuna che arriva in chi non è abituato ad averla prima o poi si ritorcerà contro di loro, si tornerà sempre allo status quo iniziale.
La pietra diventa simbolo di nuova vita e, come un beffardo contrappasso, di morte.
In realtà Parasite andrebbe analizzato in maniera più accurata, anche perchè parla molto di Vita.
Questa recensione preferisce non farlo, è già abbastanza così.
Ma la mente non può non tornare a quel padre rassegnato che dice che non avere un piano è forse l'unico modo per essere felici, per non avere delusioni, per accontentarsi.
Il figlio sembra disconoscere quell'insegnamento nel finale, sembra avere un piano.
Ma no, non ci riuscirà, il suo è un sogno troppo grande, irrealizzabile.
Nemmeno un'altra pietra potrà salvarlo.

8.5/9

28 commenti:

  1. più che lotta di classe direi una guerra fra poveri... condivido quanto hai scritto. a me è piaciuto ma non mi ha emozionato: bello ma troppo "costruito", l'ho trovato fin troppo teatrale, finto. mi era sembrato più genuino "Snowpiercer": lì la metafora era evidente, esplicita. avercene comunque di film così

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    1. trovo la tua critica molto intelligente Sauro e, anche se l'ho amato, persino condivisibile

      le forzature di sceneggiatura sono tante e troppo grandi, inutile negarlo

      e, come dici, forse non c'è nemmeno la cornice di genere per mascherarle (anche snowpiercer ne aveva tante...)

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  2. Devo dire che non mi ha entusiasmato, ho preferito senza dubbio “un affare di famiglia”. Certo rimane sempre un buon film ma non mi è rimasto niente alla fine.
    (probabilmentè avevo ancora l’ultimo di Scorsese in mente).

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    1. Ah, vedi? non me l'aspettavo

      io forse di un capello preferisco Parasite a Un affare di famiglia ma siamo lì

      eh, Scorsese non visto e boh, ho sensazioni strane, andrò con calma su Netflix penso

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  3. è un film politico anche se nessuno dei personaggi - tanto meno i vessati - ha (o avrà) coscienza politica. e dunque un film che rappresenta la discrepanza di classi ma non la lotta di classe. non l'ho inserito nella mia rece, (una delle poche che scrivo ultimamente) ma leggendo la tua mi è venuto in mente che il sig. Park ha ben chiara la differenza tra gli uni e gli altri (anche se non conosce davvero la miseria che circonda i Ki) quando afferma che l'autista è sempre in bilico sul filo dell'oltrepassare il confine fra lo stare al proprio posto (come è giusto che sia) e il risultare invadente (e quindi varcare la soglia di accettabilità pur facendo il proprio dovere).
    l'odore (la puzza) - quasi un elemento ancestrale - è la pietra angolare del rapporto tra i ricchi e i poveri e le conseguenze tragiche che ne deriveranno.

    ci si vede per il tff?!? :)

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    1. esattamente, hai riassunto benissimo quello che ho scritto ;)

      sì sì, ma è anche vero che, insomma, qualsiasi lavoratore a domicilio dovrebbe non oltrepassare il limite, più che un discorso di classe lo è proprio di ruolo...
      (come dici anche te)

      anche perchè per il Signor Park il Signor Ki non dico sia un benestante ma un autista di lusso, non sa niente della sua povertà

      è proprio la puzza, soltanto lei, l'elemento di contrasto e malessere tra le due classi

      sì sì, sto decidendo quando ma credo seconda parte, diciamo 27-30 circa :)

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    2. ottimo! (io cerco di non ammalarmi a 'sto giro). intanto mi porto avanti e sono alla conferenza stampa di presentazione.
      a presto! :)

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    3. c'era anche Roberto a quanto so :)

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  4. Coincidenze: torno dal cinema, apro FB e mi appare il post della tua recensione allo stesso film che ho appena visto. E' un segno, non posso fare a meno di commentare. D'accordo su tutta la linea. Per il titolo mi chiedo: chi sono, in fondo, i parassiti?

    Notte! :)

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    1. magari eri qui a perugia in sala con me e siamo tornati allo stesso orario ;)

      vero, e la risposta è complessa

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  5. L’acqua corre fulminea, allaga il quartiere povero e la casa dei Ki, sgorga incontenibile dal water e bagna, insudiciandoli, tutti i componenti della famiglia e soprattutto Da-hye che tuttavia cerca le sue sigarette e se ne accende una, incurante. Sicuramente il film non è tutto in questa scena però mi ha colpito molto e la trovo metaforica: è forse l’accettazione di una condizione (la povertà) che non può essere cambiata ma solo sopportata al meglio? Oppure è la rappresentazione scenica delle parole del padre sul non fare piani e sapersi accontentare? Magari è ancora qualcosa d’altro che mi sfugge, in ogni caso per quanto mi riguarda sarà una delle scene di questo 2019.

    Anche secondo me a rimanere impressi più di tutto sono gli spazi e i luoghi. Per farli risaltare al meglio non era solo necessario trovarne due perfettamente degni di essere gli unici in cui si svolge il film, ma anche realizzare una fotografia che usasse le linee, i materiali e luci in modo funzionale alla narrazione. Ho scoperto che il direttore è lo stesso di Burning, Hong Kyung-po, infatti siamo su livelli altissimi.

    Quasi inevitabile il ricordo di Un Affare di Famiglia e peraltro anche qui, secondo me, è presente l’equilibrio nella psicologia dei personaggi al punto che sembrano assolutamente reali. Lo stesso equilibrio che si trova nei generi di cui è intriso il film e nel modo in cui si passa dall’uno all’altro, come dicevi giustamente.

    Non dico nulla sulla dicotomia poveri-ricchi, la lotta tra poveri e il significato quasi archetipico dato alla puzza per come da essa nasca il risentimento del padre Ki, su tutto questo hai già scritto tutto tu.

    Non avevo pensato a quella bellissima riflessione secondo cui la fortuna può ritorcersi contro, è plausibilissima e riscontrabile nel mondo. Ho la sensazione su quella pietra potrebbero essere scritto un saggio ma preferisco lasciare queste cose a chi è capace e lasciarmi trasportare dal ricordo di uno dei migliori film dell’anno.

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    1. perfettamente d'accordo su come la scena dell'allagamento in casa sia forse la più bella (l'ho "intrascritto" anche io), non so se la più significativa ma, come dici, può essere

      sai che anche io ho scoperto proprio ieri che il direttore della fotografia è lo stesso di Burning? secondo me in quel film il suo lavoro si vedeva anche meglio che qua

      forse la differenza tra i due film è che mentre in quello di Koreeda le azioni "sbagliate" dei protagonisti sono nascoste dalla loro amorevolezza, in questo invece Bong non solo le esalta ma nel primo tempo costruisce tutta la sceneggiatura nel descriverle al dettaglio

      vero, la puzza, come ha scritto anche Elena qua sopra, è elemento ancestrale e archetipo, preesiste ai personaggi e alla loro condizione

      è come la "vera natura" di qualcuno, quella che alla fine non puoi mai nascondere

      su tutto quello che potremmo scrivere riguardo la pietra mettiamoci una pietra sopra

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  6. totalmente d'accordo:)

    https://markx7.blogspot.com/2019/11/parasite-bong-joon-ho.html

    e quello di Scorsese è un film immenso

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    1. perfetto direi ;)

      su Scorsese sto "non leggendo" (nel senso che intravedo) di tutto, dal capolavoro al film insopportabile, ahah

      vabbeh, se ci capito dirò la mia

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  7. (Parte 1) Come sempre recensione impeccabile. Precisa, puntuale e sempre emozionante. Come il film del resto, che, nel creare un vero e proprio climax di generi (nel senso che muta progressivamente dalla commedia al dramma), stupisce ad ogni scena. E rispetto agli altri (già grandi) film di Bong Jong-Ho, questo l’ho trovato più controllato, ordinato e coerente nella sua evoluzione narrativa. Forse, dunque, questo è il motivo per cui potrei considerarlo, come te, il suo migliore.
    Come dici anche tu, non si parla di scontro di classi sociali (come avveniva in Snowpiercer), ma piuttosto di incontro tra esseri umani, vincolati (e mossi) da aspetti materiali a loro volta profondamente umani. Se in Snowpiercer, inoltre, vi era un’idea di spazialità intesa in senso orizzontale, in quel susseguirsi di vagoni del treno, che bisognava percorrere unidirezionalmente per progredire lentamente fino alla “testa”, in questo caso la spazialità è resa in senso verticale, in quei mille piani collegati da scale che separano le diverse famiglie. Ma se, appunto, in Snowpiercer la progressione era unidirezionale, qui si sale e si scende continuamente. In un fluire continuo di altezze, dove la scalata sembra un gioco di dominio e di conquista di un territorio, ma dove, però, è un attimo cadere e ritornare al punto di partenza.

    I poveri che vediamo non sono quelli che normalmente ci vengono mostrati dalla società. Quelli alla luce del sole, quelli a cui il mondo è abituato a dare pietà. Perché la realtà rappresentata come detto non si ferma ad un unico spazio. Ma esplora i piani verticali. E così quei poveri non saranno in strada a chiedere l’elemosina. Ma saranno sotto quella stessa strada. Sotto quello stesso ricco edificio.
    Ogni personaggio ha il suo spazio, il suo terreno, la sua confort-zone. E, come ogni spazio, esistono dei confini e dei limiti che lo individuano. Innanzitutto quelli fisici, delle mura, che determinano la proprietà. Sono i limiti che possono essere oppressivi, perché stringenti e ridotti, ma che, magari, per la loro localizzazione, sono proprio quelli che danno sicurezza (come nel caso del marito della vecchia governante o, nel finale, dello stesso Kim Ki-taek). O possono essere dei limiti che non si trovano normalmente nella classica planimetria (come quel bunker sotterraneo di cui la famiglia Park non è conoscenza). Ma ci sono anche limiti (spaziali in senso lato) più astratti, quelli morali e sociali, quelli per cui consideriamo accettabile o meno un particolare comportamento, in relazione al ruolo della persona coinvolta. Ed ecco così che l’autista della famiglia Park viene licenziato, per delle mutandine trovate nell’auto (“persino sul mio sedile” – di nuovo l’idea di spazio, associata alla proprietà). O quando Ki-woo alla prima lezione d’inglese prende la mano Da-Hye e supera concettualmente lo spazio, il limite morale che gli è consentito.
    Ognuno interpreta un ruolo, occupa uno spazio, fisico o sociale che sia, vincolato da limiti ben precisi. E quando quei limiti vengono superati, bisogna cambiare luogo (piano, se riprendiamo l’idea iniziale di spazialità in senso verticale) e scegliere così se accedere a luoghi più alti o rifugiarsi in luoghi più bassi (come per Kim Ki-taek stesso nel finale, dopo l’accoltellamento del Signor Park).

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    1. (Parte 2) Quest’idea di legame viscerale per il luogo e lo spazio (soprattutto nel caso del marito della vecchia governante, ancorato al suo bunker e percepito dal piccolo Da-song come un fantasma) mi ha richiamato alla mente il meraviglioso “A Ghost Story”, dove in quel caso era un vero fantasma a conservare una connessione così intensa e forte con l’ambiente. E così come, in quest’ultimo caso citato, il fantasma “partecipava” alla vita reale con dei segnali, in Parasite l’uomo del bunker usa segnali di luce proprio per comunicare.
      C’è un’altra componente viscerale, istintiva, spesso inconscia che permea tutto il film: quell’odore persistente che si reitera man mano che si procede nella visione e che poi condurrà al sanguinoso finale. Tutti i personaggi arriveranno all’incontro e al confronto in spazi comuni, vincolati, come si è detto, da specifici limiti, ingannando e furbescamente mascherandosi. Ma, in fin dei conti, si riveleranno proprio attraverso un aspetto così tanto concreto, quale è l’odore, da fondare nel mondo animale le leggi di preda e predatore.
      Ad annullare, però, quell’apparente divario presente nelle esalazioni dei personaggi, vi sarà la tecnologia, incapace in questo senso di tenere traccia degli odori. Telefoni, video, immagini, sms: punti chiave nelle diverse svolte narrative del film (soprattutto per la comunicazione tra i diversi personaggi). Ma essenziali anche per vanificare ed appiattire i limiti e le distanze tra le diverse famiglie. Tutto è in rete, tutto è connesso, in un immediato non-luogo digitale dove il tempo procede per nanosecondi (persino nel bunker ci viene detto che il telefono prende benissimo) e dove esistono solo utenti connessi. Diventa così centrale la scena di quel video rivelatorio (della messinscena dei nuovi “dipendenti” della famiglia Park) pronto per essere mandato e condiviso, e che diventa dunque potente (e letale) arma di ricatto. Un video che fa da ponte tra le 3 famiglie, così tanto diverse, ma in quel momento così tanto interconnesse.
      Ma spesso la tecnologia non fornirà ponti verso i luoghi circostanti. E bisognerà rifugiarsi in altri tipi di comunicazione. In segnali. Interpretabili. Decifrabili. Lenti e laboriosi. Come un codice morse luminoso. Sempre che ci sia qualcuno ancora che vi presti attenzione.
      Per questo ho trovato geniale ed emblematico il personaggio del piccolo Da-song: così semplice, innocente, ma perspicace nel cogliere i segnali e le evidenze di ciò che accade attorno a lui. È il primo che si accorge di quel famigerato odore, ritrovandolo inoltre in tutti i membri della famiglia “ospite”. È lui che vede il fantasma. Ma soprattutto è l’unico che, a quanto capiamo, si accorge dei segnali morse luminosi. È paradossalmente quello più vicino a quei poveri che lo circondano, forse perché non ancora contaminato da una società che, come si diceva, impone limiti. Da-song, infatti, rifiuta i limiti. Finge e gioca ad essere artista. Per ingannare i suoi illusi ed ingenui ricchi genitori, proprio come fa quella povera famiglia “ospite”. Per questo motivo, il piccolo Da-song mi ha richiamato il significato e il valore del piccolo Danny in Shining e della sua luccicanza.

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    2. (Parte 3) Bellissimo il confronto che fai con Joker. A quello che hai già detto, aggiungo due elementi fisici che, secondo me, ben legano i due film: il valore dello spazio (e delle scale, in particolare) e il rapporto luce/buio. In Joker, come abbiamo già avuto modo di dire e approfondire, si passa da un salire le scale con difficoltà e fatica (come Arthur) allo scenderle ballando con enfasi (come Joker). Qua in Parasite, continuamente, si sale e si scende, da piani alti a piani bassi. Se in Joker, cioè, si dà più valore all’atto stesso dello spostarsi da un luogo all’altro (pensiamo al modo di camminare e muoversi di Arthur), in Parasite si privilegia la condizione statica dello stesso luogo.
      E poi c’è la questione luce/buio, che in Joker è strettamente connessa all’evoluzione del suo personaggio. È presente infatti un vero e proprio climax dal buio di Arthur (fisico ed emotivo), della sua vita, del suo rimanere sempre nell’ombra, dove nessuno lo vede e lo considera, alla luce, dello spettacolo, della notorietà, dove tutti finalmente si accorgono di lui. Qui in Parasite, invece, la luce è parte integrante dell’ambiente: quel sole che si vede nel giardino, o che filtra dalle gigantesche finestre della casa ricca, che illumina tutti (pensiamo al “luminoso”, ma violento finale, che tra l’altro a me ha ricordato moltissimo l’orrore alla luce del sole di It Follows). Così come la luce luminosa artificiale nel linguaggio morse. E contrapposto a questo, il buio del seminterrato, delle scale, di quei luoghi, dove al più la luce passa solo da una piccola finestra. Ed è il buio dove si nascondono gli scarafaggi, i dimenticati, coloro di cui non si accorge, se non appunto per l’odore.

      Interessantissimo poi il discorso che fai anche sulla pietra. Un dono portafortuna all’inizio (per la famiglia che lo riceve), ma che poco per volta si tramuterà in una fortuna per altri, per un’altra famiglia. Perché quella pietra è come un iceberg: la fortuna apparente, che si vede all’esterno, cela, in realtà, nella profondità del mare anche un grande sfortuna. Come una ricchissima e grandissima casa, sotto cui si nasconde uno sporco seminterrato.
      Ci viene detto che quella pietra è “da collezione”. Chissà quante altre case avrà visto. E chissà quante altre volte sarà collezionata in futuro. Sarà donata. Porterà fortuna a qualcuno. Sfortuna ad altri. Passerà dalla terra, al cielo. Da un ricco ad un povero. Ma racchiuderà in sé tutta la storia di quelle persone che l’hanno toccata (o sono stati toccati da essa). Sarà una pietra simile a quella di 2001 Odissea nello spazio: supera le epoche e diventa simbolo dell'evoluzione dell'uomo.
      L’uomo cambierà, le classi sociali forse pure. Non ci saranno più i poveri così come li conosciamo ora. La loro casa non sarà forse più in basso. Perché quei bunker scavati nel sottosuolo che ora ci fanno paura, forse diventeranno il lusso dei ricchi, per sopravvivere a degli attacchi missilistici lanciati da chissà quale Paese. E anche perché in fondo, la più grande legge naturale che regola tutto l’universo, la forza di gravità, porta inesorabilmente tutto e tutti a cadere, verso il basso. Come la pioggia. Che si accumula lì, in fondo. O come un corpo, che, quando viene colpito, crolla in terra. E potrà poi essere seppellito nella profondità del sottosuolo. Ed essere mangiato da vermi e scarafaggi. Nel buio.

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    3. standing ovation!

      ormai quando commenti ho deciso di limitarmi a leggere, tanto che posso dire? ahah

      un giorno scoprirò che tante delle cose che scrivi le rubi in giro altrimenti sei inquietante...

      grande

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  8. Per me siamo in zona capolavoro.
    Non sarà del tutto credibile, non importa. Questa fissa con il realismo a tutti i costi rischia di distruggere la fantasia e la creatività, che questo Parasite ha da vendere. È stato come guardare un (bel) film di Argento, sai che non ha necessariamente senso logico, ma senso lirico. E a proposito di ricordarmi altro cinema, ci ho visto un pizzico di Colossal ma rovesciato. Là c'era l'indifferenza per ciò che è fuori dagli USA, qui questa Corea dove tutti hanno il mito dell'estero, la madre Park che vuole un perfetto inglese dalla figlia, il padre che lavora in America, l'architetto emigrato in Europa e...i tedeschi nella casa di lusso coreana. Spesso il cinema coreano parla di stranieri, come i giapponesi di The Wailing o Mademoiselle, ma i grossi problemi alla fine sono tutti locali, e non sembrano poi così distanti: la situazione sociale, per esempio, con questa prevaricazione tra poveri, e le sue vittime predilette, i giovani. La carneficina finale colpisce tutti, ma soprattutto gli indifesi, come il piccolo Park, che si intuisce perirà con la crisi epilettica. Ancora peggio va ai giovani Ki, talentuosi, ambiziosi, costretti a trovare lavoro per i genitori, e sconfitti. Il ragazzo
    riceverà un trauma cranico, le cui nebbie niente riesce ad attraversare per mesi: le accuse (cameo obbligatorio della Polizia Fantozziana, presente in ogni film coreano), il processo, la sorella morta dissanguata. Ma la povertà sì, quella dei calzini sporchi appesi lì dalla prima inquadratura, dall'odore che tanto odiavano i Park, a ricordargli che alla fine nulla è cambiato. Intanto ha perso la ragazza (mi piace che non ci venga mai spiegato se la sfruttasse per mera convenienza o provasse sentimenti sinceri), il lavoro, il futuro. Può solo sperare di andare a prendere suo padre -ancora, finale "positivo" o negativo? È un ritrovo dei legami umani o la constatazione che solo i soldi fanno girare il mondo? Decida lo spettatore-, un giorno, forse.
    Premio per la migliore sequenza del film, l'intera macrosequenza di 20-30 minuti dall'arrivo della ex governante alla fuga nella periferia allagata. Raramente ho provato una tale tensione ed empatia al cinema, una sorta di apnea ininterrotta, senza un singolo momento morto. L'unico paragone che mi viene in mente è l'intrusione nella casa dei due amanti di Cesar, il protagonista di Bed Times. Come Balaguero, Bong fa la magia e trasforma chi gioca sporco nella vittima, solo che il coreano lo fa con molti più personaggi e non lascia andare la suspance un secondo. Poi c'è la fuga sotto la pioggia, con cui subentra la disperazione, per una casa allagata, per le acque nere che li insozzano, per una roccia verde affondata, come la loro sorte. Non lo so, mi ha stregato. Se farai la classifica dei migliori film del decennio lo vedrai presto spuntare... ;)
    Enrico

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    1. ti rispondo appena torno da torino ;)

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    2. eccoci dopo 15 giorni :)

      il discorso del realismo è molto interessante ma impossibile fare una regola comune

      alcuni film hanno assolutamente bisogno di essere più realistici possibile, altri meno, altri per niente
      Però non è un aspetto da sottovalutare, alcuni film sono assolutamente rovinati da scene non realistiche

      in questo caso si può storcere il naso (forse anche io l'ho fatto, non ricordo) ma si può anche godere del film fregandosene e, anzi, vedere alcune esagerazioni come simbolo di un messaggio

      in Snowpiercer, paradossalmente, avevamo un film di genere fantascientifico, quindi quasi propenso alle esagerazioni, eppure mi diedero più fastidio lì che qui

      sì sì, più che "rovesciato" rispetto a Colossal, semmai è semplicemente visto dall'altra parte, ma in entrambi i casi l'Occidente sta sopra ;)

      il film, come dici, è abbastanza spietato nel parlare della società e del destino dei giovani. Non a caso il sogno finale del ragazzo è, appunto, solo un sogno, un "piano che non si deve avere"

      io non lo vedo come finale positivo, semmai come simbolo di una chimera, di un'utopia praticamente impossibile ma non del tutto

      un pò come il finale di Snowpiercer, spietato ma con quel 5% di speranza (penso anche a quello di The Road)

      sì sì, la scena che finisce con l'allagamento è un capolavoro da rivedere 50 volte, quasi per tutti credo sia il top

      pensa, ho rivisto bed time da poco e sì, anche quella scena (molto diversa da quella di Bong ma comunque molto thriller e basata su una "intrusione") è bellissima

      ahah, forse t'è piaciuto più che a me ma stiamo parlando di livelli eccelsi per entrambi ;)

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  9. a breve dovrei vederlo anche io xD

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