25.5.20

Passeggiate, il cinema della poesia - 6 - Recensione: "1001 grammi" - di Roberto Flauto


Sesto appuntamento con Roberto e la sua rubrica.
Titolo mai sentito per quanto mi riguarda quindi, paradossalmente, mi attira di più ;)

La sua presentazione e poi la recensione.

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Quanto pesa esattamente un chilo?
E la vita, invece, quanto pesa?
E qual è il peso che attribuiamo alla tristezza, al dolore, all’amore?
E un minuto di beatitudine quanti secoli possiede?
1001 grammi è la storia di un donna, una scienziata norvegese che va a Parigi per prendere parte a un seminario sull’esatta determinazione del chilogrammo, che si muove tra i macigni impalpabili di una vita sentimentale che va a rotoli e la leggerezza devastante di un sentimento vitale che va a sbocciare.

L’eccesso.
L’errore.
Il fantasma.
La misura. L’unità. Il molteplice.
La distanza. Il canto degli uccelli.
Il bianco. I fiori. Un abbraccio.
Milleuno grammi.
Quindi la domanda è una sola.
Perché un cigno?


Marie ha gli occhi belli e un'auto elettrica.
Lavora all’istituto di Metrologia norvegese.
È una scienziata e quindi ha la poesia dentro.
Il suo fidanzato l’ha lasciata e sta svuotando il loro appartamento, che ora è soltanto di Marie. Ogni tanto torna, quando lei non è in casa, è porta via qualcosa. Lei lo lascia fare. Pensa solo al suo lavoro. Al peso di ogni singolo giorno. Il peso, appunto. L’istituto dove lavora custodisce il Chilogrammo nazionale della Norvegia. Il cuore della scienza, della precisione, del sogno.

Marie cammina tra i laboratori. Alcuni scienziati fanno rimbalzare palline sul pavimento. Lei osserva tutto in silenzio. Esce con suo padre, il perno fondamentale della struttura dove entrambi lavorano, in un piccolissimo e strettissimo corridoio all’aperto, a fumare e a parlare di vita e altre vacuità. C’è un bellissimo primo piano sui loro volti. E c’è tantissimo bianco.
Il bianco dei camici, quello della pulizia, dei laboratori, delle pareti. Il bianco del cielo, il bianco della sua casa: mobili, coperte, quadri, accappatoio, cuscini. Il bianco della luce e del silenzio.
Ma non c’è il bianco del sorriso, non quello di Marie. Ha l’aria malinconica, il cuore attraversato da atomi di nostalgia, scie di assenza. La sua vita perde pezzi, proprio come la sua casa.

A Parigi, a breve, ci sarà una conferenza all’Ufficio internazionale dei Pesi e delle Misure. Sarà Ernst, suo padre, ad andare con il loro prototipo nazionale, ma ben presto toccherà a Marie andare a rappresentare il suo paese in questo genere di eventi. I giri di giostra della vita. Ma poi accade che un giorno, andando da suo padre, lei lo ritrovi disteso nel fienile della sua fattoria colpito da un attacco cardiaco. Il ricovero in ospedale. Altro bianco, altre pareti, altro peso sul cuore.

Toccherà a lei andare in Francia. Ci saranno delegati da ogni nazione, ognuno con il proprio chilogrammo. Marie è emozionata ma decisa. Con il prototipo estratto dalla cassaforte dove viene custodito, inserito nella teca di metallo e poi nella valigetta che non lascerà mai, parte per il viaggio. Che cambierà la sua vita.

C’è un interrogativo fondamentale. All’apparenza può sembrare banale, quasi pretestuoso, ma in realtà racchiude un orizzonte problematico assai complesso, una domanda metafisica, dai rimandi esistenziali e ontologici di vastità estrema.
Esattamente, quanto pesa un chilo?
Si tratta della sostanza della sostanza dell’uomo. L’essere dell’esserci, ma soprattutto il tessere dell’essere. L’unità di misura dell’esistenza dell’ (t)essere umano. Chiedersi quanto pesi esattamente un chilo vuol dire, fenomenologicamente, chiedersi cosa c’è dietro, e dentro, la metafora del reale. È un quesito metatestuale. Il dilemma più antico del mondo.
Chi sono?
Chi siamo?
Sì, amo?
Ecco, quanto pesano mille grammi? Cosa determina un grammo in più? Come si misura la vita e quali variabili incidono sul suo peso? Qual è l’unità di misura dell’amore? E Dio? E l’Io? E il Sé? E se quella volta non avessi fatto quello che ho fatto, se avessi osato, se avessi corso quel rischio, se non fossi quel mostro, se fossi stato capace d’amare, e quel pomeriggio di foglie, quel sogno appena nato, quella notte nel cuore, quella bocca che non ho baciato…



Il direttore del Bipm di Parigi, cordiale e sorridente, accoglie i delegati di tutti i paesi con un discorso che si conclude con una citazione tratta da un’opera di Shakespeare, “Misura per misura”, che cita il libro di Matteo, versetti 1 e 2. Una frase che può essere interpretata anche come espressione della morale, in quanto apre alla distinzione tra le misure ontiche e le misure ontologiche:
«Non giudicare per non essere giudicati, perché con il giudizio con cui giudicate, sarete giudicati, e nella misura con la quale misurate sarete misurati».
Che cosa vuol dire? Cosa c’entra?
Stiamo parlando solo di un chilo, no?
Che faccio, lascio?
Che lascio? Faccio!
Stiamo parlando di noi.
Del peso umano dell’esistenza.
Se ne accorge anche Marie, quando sente parlare quel gruppetto di delegati.
Uno di loro riflette: «se il mio chilo è diverso dal tuo chilo, questo porterà caos e guerra. Un chilo deve essere un chilo ovunque».
L’altro delegato, in risposta a quest’ultimo, conclude con un’osservazione: «L’uomo determina la definizione di peso. Ma è altrettanto importante capire cosa apporta all’uomo».
«Io mi riferisco agli aspetti prettamente scientifici».
«Capisco. Io invece no».

Marie accarezza il suo prototipo di chilogrammo. Pensa a suo padre in ospedale, alla sua casa spogliata dal suo ex, al suo cuore urlante, al sole di Parigi che le accarezza il viso.
Quanto pesa un chilo?
L’uomo determina la definizione dell’unità di misura, e quest’ultima influenza la vita dell’uomo, in un gioco di specchi, finzioni, riflessi, convenzioni, astrazioni, fantasmi, versi, equilibri, in eterno divenire. È la storia più antica: l’umano costruisce il mondo, lo inventa, e poi lo abita.
È un cane che si morde e si bacia la coda.
La vita è una passeggiata sulle scale di Escher.
È un qui e ora e altrove e sempre. Tutto questo, tutto insieme. Come l’Aleph di Borges.
E tutto ciò si trova in mille grammi.
Anzi, in milleuno.
È lì, in quell’eccesso, in quell’imperfezione, in quel fantasma, che si sostanzia e si definisce il senso umano dell’esistenza. In quel tracimare c’è la vita, si fiorisce nell’errore (e si ferisce nell’orrore). Si cresce così, mutamento dopo mutamento, convenzione dopo convenzione, improvvisazione dopo improvvisazione, con l’irruzione di tutti gli spettri, di tutti i sogni, di tutti gli uccelli che cantano.

In questo senso, ma anche in molti altri, il film dura un solo secondo.
Sì, soltanto un fotogramma, quello che precede i titoli di testa.
La dedica iniziale contiene tutto il significato del film.

A Ellen.
Oltre misura.


Marie, a Parigi, conosce Pi. Un uomo simpatico, dai modi gentili, molto dolce. Per la prima volta i suoi occhi sorridono. Sono sempre stati belli, anche quando avevano il buio dentro. Non che sia sparito, adesso. Ma qualcosa di imprevisto sta accadendo, anche se lei ancora non lo sa. Sulla bilancia dei sentimenti si è aggiunto un grammo in più, e il cuore comincia a vacillare.
Che poi, a voler metaforizzare il tutto, questo chilogrammo che Marie si porta dietro non è altro che il suo cuore. Così come il chilo che ognuno dei delegati si porta dietro simboleggia il proprio cuore. Splendida, per colori, luci e significato, la scena di queste persone che camminano in mezzo agli alberi, trasportando ciascuno il proprio prototipo, tenendo in mano un ombrello blu.
Marie, quindi, ha messo il suo cuore in una teca di metallo, lo ha sigillato, rinchiuso, e non sorride più. E poi incontro Pi, il suo cuore trema, inizia a correre, sempre più veloce, senza guardare nemmeno più la strada (lei che con l’auto sbanda e si capovolge), innamorarsi fa male (esce dall’auto sanguinante), e il cuore pulsa con forza, urla, vuole uscire dalla prigione, incrina le barriere (il chilo che resta danneggiato nell’incidente), e dunque non resta che ascoltare le sue ragioni irragionevoli, i suoi vitali deliri, le sue atroci richieste, cercando di saziarne i desideri, di placarne l’angoscia, di seguirne i palpiti (lei che porta il chilo a riparare), ma è una cosa che puoi fare solo con la persona che sa (ac)cogliere le sfumature del tuo cuore, che sa distinguere le varie gradazioni dei tuoi silenzi, dei tuoi sogni indecifrabili, dei tuoi bisogni, dei tuoi demoni (c’è Pi ad accoglierla, e lui la aiuterà ad aggiustare il suo chilo).
Dunque, quanto pesa un cuore che s’innamora?
Pesa tutto il  mondo.
Pesa senza essere un peso.
Misura oltre misura.
È dismisura (perché è altro, è oltre, è coltre, eccessivo, eccesso, elefante).
È usura (perché brucia, consuma, e non finisce mai).
È radura (perché il cuore un po’ schivo diventa un cuore boschivo, e dunque possibile).
È leggerezza di intenti.
Vicinanza di sicurezza.
Un chilosacosaaccadrà.

Marie torna a casa. Va da suo padre, ancora in ospedale. Lui le parla del senso di colpa che prova nei confronti del fratello, che non vede da molti anni, dopo un litigio a causa di un’eredità. Il caso vuole che sia andato a vivere proprio a Parigi. Lei andrà a cercarlo, lo troverà anche, ma lui la ignorerà. Ma ora Marie è lì, tiene la mano di suo padre, lo accarezza. Quella notte lui morirà.
Prima di salutarla, Ernst dice a sua figlia: «è arrivato il momento di mettere la mia vita sulla bilancia, perché è questa l’ultima cosa che deve essere pesata. Vorrei sapere qual è il peso esatto a alla fine, sai che voglio essere cremato. Ho sentito dire che l’anima pesa 21 grammi, però se considero anche tutte le persone che ho toccato nella mia vita, allora penso che sia una stima esagerata».
Sì, l’esagerazione, l’eccesso.
L’invasione, l’eccedere, l’uccidere.
Un grammo in più. Imperfetto stato.
L’unità di misura del peso dell’esistenza.

Nella vecchia fattoria del padre, Marie trova un’agenda, che capisce essere appartenuta al fratello di suo padre. Al suo interno, soltanto una frase, scritta a matita, e nient’altro.
“Il più grande fardello da portare e non avere nulla da portare”.

In una sequenza lieve e delicata, Marie ritira l’urna che contiene le ceneri di suo padre.
Va all’istituto di Metrologia, entra in laboratorio. Vuole esaudire il suo l’ultimo desiderio.
Prepara la bilancia. Con amore, rovescia l’urna sul piatto.
Osserva i numeri correre sul quadrante.
Quale sarà il peso della “vita” di suo padre?
Il quadrante si illumina, i numeri si sono fermati.
Milleuno grammi.
Marie sorride, guarda verso l’alto. Il suo sguardo buca il soffitto, penetra le nuvole, va oltre il cielo.
Il suo sorriso, tenue, lieve, quasi felice, colora tutta la scena.
«Hai visto?», sussurra a suo padre.
Va di nuovo nel piccolo corridoio a fumare, stavolta da sola. Ora viene inquadrato dal basso, non l’avevamo mai visto così. C’è il bianco del sorriso. Il cielo è pieno di stelle.
Ciao, papà

Torna a Parigi. Deve ritirare il suo prototipo, lasciato lì per il confronto con gli altri campioni nazionali. Ma è un altro il peso che ora le sta più a cuore: quello che le sta nel cuore. Pi. L’uomo piccolo dai modi gentili, dallo sguardo dolce. Lo ritrova per caso. Si sorridono, si cercano, si sfiorano. Lui le parla del canto degli uccelli, lei gli parla del silenzio che fa rumore. Gli atomi di nostalgia si frantumano una alla volta. Si osservano, si sognano, si con-fondono.
Allora, quanto pesa la vita, Marie?
Il suo peso è, come direbbe Pietro Marchesani, “pensosa leggerezza”?

Il finale. Gli ultimi minuti.
Quella scena nella vasca.
I colori. Le tende. La schiuma.
Le unità di dismisura.
L’apertura alare dell’amore stordisce l’intero universo.


[...]
Perché un cigno?
Intorno a questa domanda Bateson ha costruito uno dei suoi Metaloghi più suggestivi.
All’inizio non capivo perché mi fosse venuto in mente, a proposito di questo film. Poi ci ho riflettuto un attimo, e mi è stato tutto chiaroscuro.
La faccio breve. Nel testo si cerca di analizzare il significato della locuzione “specie di”. Essa definisce una relazione tra idee. Tra un cigno e una ballerina, per esempio. O tra il prototipo di un chilogrammo e una donna dagli occhi belli.
Le relazioni sono di due tipi: metafora (quando siamo in presenza di “una specie di”). Sacramento (quando la relazione è marcatamente non “una specie di”).
Il pane e il vino sono una “specie di” sangue e carne per i non cattolici (metafora), per i cattolici sono (e quindi non sono una “specie di”) sangue e carne (sacramento) – (un tentativo, nell’ottica di Borges, di far coincidere la mappa con il territorio).
Allora la figura del cigno è una specie di cigno (o un cigno finto – nel senso della finzione di Pessoa) ed anche una “specie di” essere umano, così come il chilo è una specie di cuore (o un cuore finto) ma anche una non-finta convezione, il vero prototipo di una finzione che somiglia veramente al fantasma che rappresenta, perché «il “finto”, il “non-finto” e il “veramente” talvolta si uniscono in un unico significato».

E si aggiunge un grammo alla relazione.
Ecco l’eccesso, la trasformazione, il fantasma.
Dunque un cigno.
Una ballerina.
Un chilogrammo.
Un cuore.

Così.
Oltre misura.

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