Piccolo excursus. Chi volesse passare
direttamente alla recensione vada oltre la linea di separazione.
Per entrare nella ristrettissima scuderia
di Oh Dae-Soo bisogna presentare le caratteristiche sottoelencate.
1 Avere qualcosa nel viso, negli occhi,
nei tratti somatici, che mi emoziona a prescindere.
2 Essere grandi attori.
3 Avere fatto la gavetta o comunque avere
offerto interpretazioni meravigliose in piccoli film.
4 Stare più lontano possibile dal cinema
fracassone e mainstream, fare scelte coraggiose e di qualità.
Annunciamo l'arrivo nel club di Michael Fassbender,
già mezzo colpo di fulmine in Fish tank, conferma in Eden Lake e amore
definitivo in questo Shame.
Sam Rockwell e Philipp Seymour Hoffmann lo
accoglieranno nel migliore dei modi, ne sono sicuro. Ricordiamo che il club non
potrà avere più di 5 membri.
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(piccoli spoiler presenti)
Non nascondo un pizzico di delusione...
Shame sarebbe potuto essere un film
straordinario ma forse non c'è riuscito proprio per questo motivo, l'aver
tentato di essere un film straordinario.
Brandon è un sex addicted, un sesso
dipendente. L'arrivo in casa sua della sorella Sissy, una ragazza molto fragile
e incapace di badare a se stessa, costringerà Brandon a uscire dalla sua
(malata) routine.

Il pregio più grande di Shame è la
straordinaria cura nella caratterizzazione psicologica del suo personaggio
principale. Credo che mai nel cinema si sia affrontata e resa così protagonista
una "malattia" così particolare, l'assoluto bisogno di sesso (anche
"privato", ovviamente) . Brandon non riesce a controllarsi, il bisogno
di soddisfare le sue fantasie, reali o virtuali che siano, è incontrollabile.
Il suo è un sesso rapido, sfuggente, improvvisato, occasionale, senza
nessun'altra implicazione. Non è un caso che l'unica volta in cui c'era
qualcosa di "programmato" e il rischio di raggiungere un
coinvolgimento più serio (mi riferisco alla storia con la collega di colore)
Brandon abbia fatto cilecca. Il suo è un sesso usa e getta, semplice bisogno
fisiologico.
Sua sorella, all'opposto, è alla disperata
ricerca dell'amore, per lei anche una sola notte di fuoco porta ad un
incredibile coinvolgimento. In modo forse inconsapevole e (quasi) tragico
riusciranno in qualche modo ad aiutarsi l'un l'altra.
Il problema di Shame è la ridondanza.
E' ridondante nel mostrare i nudi, quasi
sempre integrali (anche di Fassbender e della Mulligan). E' vero che la tematica
affrontata dal film doveva giocoforza passare per un eccesso, ma credo che si
sia passato il limite inutilmente.
E' ridondante nelle singole scene,
assurdamente dilatate al massimo.

Emblematica la sequenza in cui la Mulligan
canta New York New York per intero, 5 minuti di primissimo piano. Se non fosse
per gli straordinari 30 secondi di piano di ascolto di Fassbender (che attore
ragazzi....) ci troveremmo davanti a un esercizio di stile davvero esagerato
(bastava poco meno, forse un minuto, per renderla una grandissima scena). Stessa
cosa per la sequenza del ristorante o per quella del dialogo sul divano tra i due
fratelli, entrambe sequenze che da ottime (specialmente la seconda, gara di
bravura tra Fassbender e la Mulligan) per un pelo, ma un pelo decisivo, rischiano
di diventare quasi noiose.
Ed è ridondante la ripetitività con la
quale si susseguono le stesse scene. Solo quelle di sesso sono almeno 7 (3 con
prostitute, la ragazza in tailleur, la collega, il "colpo di scena",
l'allegro trio), senza contare le 3,4 di masturbazione. C'è rischio che il film
diventi un pochino monotono e perda troppo del suo tempo nel mostrare sesso
tralasciando snodi narrativi che potevano essere più importanti.
Attenzione, parliamo comunque di scene
girate alla grande, la regia è pazzesca. La carrellata laterale su Brandon in
corsa nella notte ad esempio è strepitosa. Ed è potentissima la colonna sonora.
A livello di sceneggiatura ho trovato
magnifica la scena della metropolitana in cui sembra accaduta una specifica
tragedia (anticipata ad inizio film dalla Mulligan, troppo vicina al bordo della
banchina) mentre la tragedia è sì avvenuta, ma in un'altra maniera, anche
questa con un proprio rimando (il dialogo tra Sissy e il datore di lavoro di
Brandon), segno davvero di una scrittura notevolissima.
E nel prefinale, in quel Brandon in
lacrime per terra, ecco che il titolo, Shame, acquista un'altra possibile
interpretazione alle due che ci aveva già offerto la pellicola.
Brandon si vergogna della sua malattia?
O si vergogna della sua vera natura
(quella del colpo di scena sopracitato) così che tutto il sesso che ricerca, e quasi si
costringe a soddisfare, non è altro che un tentativo di nascondere a se stesso
la verità?
Oppure, e il finale ce lo ricorda, Brandon
potrebbe solamente vergognarsi della sua vita, una vita in cui non è riuscito a
costruire niente sentimentalmente, in cui ogni rapporto interpersonale,
compreso quello con la sorella, non ha saputo gestirlo, una vita che, oltre
un buon stipendio e una bella casa, rischia di non lasciargli nulla.
Cinema d'autore che, probabilmente,
avrebbe solo bisogno di una piccola asciugatura.
( voto 7,5 )

































