16.10.21

Recensione: "A Chiara"

 

A Chiara è un film meraviglioso.
Un film che ho amato dalla prima all'ultima inquadratura.
Scrittura di rara sensibilità, regia pazzesca, personaggi che ti restano dentro, tematiche fortissime.
E lei, lei, è così grande da non crederci.
Cinema di sguardi, di cose dette e non dette, di persone che sbagliano ma sanno anche amare.
La storia di una 15enne che scopre qualcosa del padre che non sapeva.
La storia di una ragazzina fortissima, ossessionata dalla verità.
Carpignano ha qualcosa nello sguardo e nella scrittura che hanno davvero in pochi.
Carpignano conosce la potenza massima delle cose minime


Scrivo (quasi) sempre mettendo l'emozione davanti a tutto il resto ma a volte capitano film come questi - in cui dal primo fotogramma all'ultimo sei come incantato - e allora le cose si fanno ancora più difficili.
Perchè film come A Chiara li sento talmente miei, talmente "perfetti", che poi parlarne con un minimo di oggettività - io che l'oggettività già ne ho poca di mio - diventa impresa quasi impossibile.
Ho adorato questo film (primo che vedo di Carpignano che, lo dico subito, per me è un mostro) dal suo primo istante all'ultimo. 
Ho adorato la regia, ho adorato la scrittura, ho adorato i personaggi, ho adorato i volti, ho adorato il messaggio, ho adorato gli sguardi, ho adorato il manifesto e il non detto.
A Chiara, semplicemente, è un film magnifico.
La cosa più impressionante, in un film di due ore poi, è il non avere nemmeno 5 minuti di stanca, possedere un ritmo narrativo ed emotivo che mai si placa, tenerti con sè, sempre.

L'incipit è formidabile.
Sembra di stare vedendo un film Dogma, sembra di trovarci davanti al Trier di Melancholia (che ok, Dogma non era del tutto ma in alcuni aspetti sì) o, soprattutto, al Vintenberg di Festen.


Siamo ad una festa di compleanno, la macchina da presa si muove senza sosta, nervosa, sporca, apparentemente in modo casuale ma con, invece, una maestria spaventosa. Vediamo volti, sentiamo discorsi, la gente si alza, sta seduta, festeggia, in 20 minuti vorticosi che sono una specie di centrifuga. E Carpignano dimostra già in questa centrifuga di avere qualcosa che non tanti registi hanno, ovvero quella sensibilità massima delle cose minime.
Questi primi 20 minuti sono 20 minuti in cui, continuamente, vediamo lo sguardo di una figlia cercare suo padre, e quegli sguardi, se uno li coglie, sono già la certezza di che razza di scrittura abbiamo, sono quegli aspetti minimi (ma basilari) che vanno intravisti nella santabarbara di urla, musica e volti.
Tanto che questo ho pensato all'inizio, questo sarà un film su un solo aspetto, su una figlia che cerca disperatamente con lo sguardo il padre (poi, per plot, il film andrà altrove).
Poi siamo a tavola, e anche qui la sensibilità di Carpignano è massima nel raccontare, in modo vergognosamente perfetto, questo padre amorevole che però no, non riesce ad alzarsi, non riesce a fare il discorso. E però dice all'altra figlia quanto la ama e i due si abbracciano e piangono mentre il resto del mondo festeggia. Madonna mia.
E poi la gara di ballo che diventa quasi - ancora - gara di sguardi. Abbiamo due personaggi che quasi non si sono mai parlati tra loro, il padre e la magnifica Chiara, e solo con tutti questi sguardi abbiamo un rapporto, abbiamo una storia, è come se conoscessimo tutto quello che c'è tra loro, l'amore, i sospetti, la paura, la gelosia. Chiara cerca sempre il padre perchè, forse, ha capito che c'è qualcosa nella vita del genitore che lei non conosce. Lo cerca perchè è gelosa di lui e perchè qualcosa le sfugge. 
Poi, scoprirà cosa.
E inizierà a capirlo in altre due sequenze pazzesche girate da Carpignano, due scene quasi identiche a metà tra realtà e sogno (tremendamente reali ma inquietantemente oniriche), di cui una in un magnifico piano sequenza.
Carpignano sta sempre addosso alla sua splendida protagonista, come fosse l'Aronofsky di madre!, di The Wrestler, de Il Cigno Nero.
La segue, la pedina, la precede, le sta accanto, sempre.
E in quel piano sequenza ci sono 5 minuti di cinema altissimo, c'è l'attrice, c'è la regia, c'è l'atmosfera, c'è la colonna sonora, c'è la storia, sembrano quasi sequenze di un cinema d'orrore colto, coltissimo, e in realtà è solo una telecamera che segue una ragazzina.
E quella ragazzina, perchè prima o poi dovevamo arrivarci, è Swamy Rotolo, una giovane attrice che tira fuori un'interpretazione che mette i brividi, straordinaria, indimenticabile.
Il suo volto è per 90 minuti dei 120 totali davanti alla telecamera, roba che riesce solo ai grandi. Eppure lei è grandiosa, sempre, lo è quando parla, lo è quando tace, lo è quando agisce, lo è quando osserva, lo è quando ride, lo è quando piange, lo è quando spera e quando si dispera.

12.10.21

Recensione: "Oxygene" - Su Netflix

 

Probabilmente questo sci-fi claustrofobico (una sola protagonista chiusa in una capsula, una specie di Buried con ambientazione diversa) è il miglior film di quello strano regista, perlopiù cazzone, che è Alexandre Aja (cognome che è via de mezzo tra un'espressione de dolore e na marca de pollo). Oddio, ce sarebbe quel cult horror indimenticabile che è Alta Tensione ma quel magnifico colpo di scena che aveva dentro, diciamocelo, era inaccettabile (dio santo! ma perchè????).
Sicuramente è il film più sobrio e trattenuto di Aja, il più esistenziale, quello più raffinato. Oxygene è la perfetta unione di 3 bellissimi film recenti, Buried (appunto), Il Gioco di Gerald e Moon. Ogni aspetto (scene, inquadrature, passaggi di sceneggiatura, tematiche) che trovate dentro al film di Aja sicuramente la ritroverete in uno di questi altri 3 film.
In ogni caso visione godibilissima, da appassionati del genere ma non solo. Certo niente di indimenticabile ma un film molto intelligente, umile, e capace di toccare argomenti anche delicati. 
E lei, Melanie Laurent (ormai anche regista sopraffina) è sempre un bel vedere.

PRESENTI SPOILER SIA DE STO FILM CHE DEI 3 CITATI MA  TRANQUILLI, AVVERTO QUANDO CI SONO


Diciamoce la verità, Alexandre Aja è un regista un pò pacchianotto, uno di quelli che se na cosa deve falla o esagerata o sobria te risponde: "Scusa Giusè, hai detto o esagerata o molto esagerata?".
Io de suo ho visto poco.
Ho visto quel cultone horror che è Alta Tensione, a mia memoria (15 anni almeno fa) un grande film di genere con un colpo di scena pazzesco MA inaccettabile.
Poi Le colline hanno gli occhi, che nel suo è sempre visione godibilissima.
Poi Riflessi di paura che lo ricordo poco anche se non mi m sembra fosse male.
Poi quella trashata de Piranha 3D, gioia pe gli occhi de noi maschietti e, al contempo, coltellata nel cuore all'arte del cinema.
E poi altre cose qua e là ma sempre co sto minimo comune denominatore che, insomma, ad Aja piace il tanto, il tanto violento, il tanto assurdo, il tanto esagerato, il tanto visivamente forte.
Ecco che allora ce so veramente rimasto stranito nel ritrovamme davanti un film che poteva esse girato da tutti i registi del mondo tranne che da lui, Oxygene.
Un film con - flash back a parte - un'unica attrice, un - flash back a parte - unico luogo e che fa della sobrietà e del togliere il suo mantra.
Ma che bravo Aja che smette un attimo de esse cazzone e gira un film così trattenuto, così intimo, così poco appariscente.
Mi viene da dire che questo sia il suo migliore film. Senz'altro ti restano in testa più altri, vero, ma questo credo sia il suo lavoro più pulito, più ben fatto, quello con meno lati scoperti.
Oxygene, lo dico da subito, è il perfetto frappè tra tre gusti, il gusto Buried, il gusto Moon e il gusto Il Gioco di Gerald.


Non c'è nemmeno un passaggio di sceneggiatura, non c'è nemmeno una scena, non c'è nemmeno una tematica, non c'è nemmeno una situazione che esuli dai 3 film qua sopra.

Oh tu lettore  che sei arrivato a sto punto (grazie!) nella lettura della recensione, ora fa na cosa, va in cucina, taglia du fette de pane, mettece in mezzo un salume bono, magna un panino e aspetta 5 minuti che devo scrive dei punti in comune che ha Oxygene coi 3 film qui sopra. 
E quindi devo fa spoiler per forza e se non hai visto anche solo uno de sti film "sei del gatto" come dicemo qui in Umbria (per dire "sei fregato").

SPOILER, VAI A MANGIARE IL PANINO MENTRE SCRIVO

Allora, dicevamo.
Buried, su tutti.
Lei è dentro na bara, anche se "spaziale".
Come il protagonista del film de Cortes era sotterrato...sotto terra (ma non bastava "sotterrato?"? direte voi. "No", rispondo io, altrimenti non potrei fa la battuta-paragone con l'altro film), dicevo, come in Buried il protagonista era sotterrato sottoterra in Oxigene è sotterrata...nello spazio.
Ma per il resto il film è quasi identico, le inquadrature sono giocoforza quelle, lo spazio è quello. Ma sono quasi identiche anche alcune telefonate (ad esempio il parlare con organismi governativi per poter essere salvati), alcuni sforzi del protagonista per trovare fisicamente come salvarsi, le stesse sensazioni di stare per morire da un momento all'altro, il senso di claustrofobia e tanto altro.
Ci tengo solo a dire che a livello di regia (e di sceneggiatura) Oxygene è comunque molto meno radicale di Buried perchè ha "a disposizione" decine e decine di minuti di flashback, di altri personaggi, di altri luoghi. Insomma, molto più facile da scrivere e girare, con maglie molto più larghe.

6.10.21

Recensione: "Il Buco" (Frammartino - 2021) - BuioDoc 51

 

Nel cinema il buio in sala, nello schermo il buio della grotta.
E allora qualsiasi luce diventa percorso, speranza, luce.
C'è una sequenza, però, che resterà una delle più grandi di questi anni, che non se ne andrà più via.
In questa sequenza ci sono solo uomini che camminano in delle grotte.
La loro luce e la fessura che stanno attraversando diventa sempre più piccola ai nostri occhi man mano che si allontanano.
Non ci sembra possibile, siamo dentro ad una grotta e e stiamo vedendo un campo lungo, anzi, lunghissimo.
Quella luce in alto a destra, quella fessura, si rimpicciolisce ancora.
E ancora.
E ancora.
E ancora
Fino ad essere minuscola.
Fino al buio più completo.
Siamo al grado zero del cinema, al grado zero.
Eppure, chissà perchè, ci sembra l'opposto, ci sembra il punto più alto che quest'arte può raggiungere.
Forse in questi casi il Cinema è come quegli stessi speleologi.
Più va in basso, più è povero, meno elementi presenta, più ci sembra lucente, maestoso, emozionate, indimenticabile.


Calabria.
Un piccolissimo paese.
Uno di quelli da un bar, un prete, un sindaco, un medico e una solitudine cosmica che si fa finta di esorcizzare col senso di comunità.
I paesani sono seduti al bar, stanno guardando una tv messa là fuori.
Quello che vedono è una cosa lontanissima da loro.

Milano.
Un giornalista sale con una piattaforma mobile lungo il Grattacielo Pirelli, costruito l'anno prima e adesso in fase di completamento, manca giusto l'ultimo piano.
Immagini in bianco e nero.
Si sale, si sale sempre di più e la macchina da presa sbircia dentro, oltre le vetrate, in quei nuovi uffici dove, probabilmente, ricche persone parlano di cose da ricchi.
Non è ancora la Milano da bere ma il bicchiere è già in tavola.
Si sale ancora di più, che se si guarda giù pare di essere sulla Luna.
Siamo a quasi 130 metri in altezza.
Milano si mostra bella, ricca, potente, maestosa.
Chissà i contadinotti calabresi in quel piccolo bar che cosa pensano vedendo quelle immagini in tv.
Grattacieli, sfarzo, uomini che costruiscono cose all'insù alte come il cielo.
Qui da loro, in una terra povera ma con quella bellezza grezza e naturale che Milano, per quanto può bere, mai raggiungerà, al massimo si guarda all'ingiù, non all'insù.
Eh, sì, perchè nelle montagne del Pollino s'è da poco scoperta una grotta, una cavità, un buco che per visitarlo non serve una piattaforma che sale, ma corde insicure per scenderla.
Arriva fino a 683 metri di profondità.
Ma ancora non si sa, questo ve lo sto dicendo io.
Ancora non si sa perchè un gruppo di speleologi che arriva proprio da lassù, dal Nord, deve ancora esplorarla tutta e finchè non finisce il film, finchè loro non ce lo diranno, nessuno saprà quanto sia profonda.
In realtà non sono 683 metri sotto al livello mare, chè partiamo comunque da montagne alte già di suo.
Ma sono comunque 683 metri da dover scendere, in condizioni difficilissime, metro per metro, conquistiamone 10, poi altri 10, poi altri 10, forza che ce la facciamo.
Sono 820 metri di differenza col Belvedere del Grattacielo Pirelli.
Ma la differenza più abissale è un'altra, perchè lassù, nel grattacielo dico, ci vai per mostrarti grande, per far vedere al mondo quanto sei bello e potente.
Laggiù, nella grotta, ci vai invece per nasconderti. Nessuno ti vedrà, nessuno sarà lì a glorificarti, nessuno ti ricorderà come simbolo di progresso e ricchezza.
Ma che buffo però, alla fine sono uomini più veri quelli che vanno giù per nascondersi che quelli che vanno su per mostrarsi.


Lassù (oddio che strano dir "lassù" quando lassù fino ad adesso era Milano, quando stiamo parlando di Calabria, profondo sud, e quando parliamo di una grotta) ma lassù, nel Pollino intendo, è terra di pastori.
Ce n'è uno che pare un camaleonte, mimetizzato quasi nelle rocce e nelle colline.
Sta lì, fermo, fischia alle sue mucche a volte ma per il resto osserva, semplicemente.
E vede arrivare, in quella piana immensa sulla montagna, un camioncino militare.
Questo pastore non può aver visto Behemoth, film che arriverà quasi 60 anni dopo di lui e che nemmeno sarà distribuito, ecco, ma se l'avesse visto riconoscerebbe in quel suo sguardo, in quella che per noi è un'inquadratura da infarto, una scena di quel documentario cinese, forse uno dei più belli che l'essere umano ha avuto in dono questi anni.
Un camioncino che sembra quello di un bambino, con quella piana che sembra un enorme tappeto dove quel bambino gioca.
Là nel camioncino ci sono gli speleologi, là dentro ci sono quegli uomini che proveranno a scoprire fin dove arriva il mistero della grotta, fin dove ci è consentito andare giù.
E qua Frammartino comincia una metafora che più che metafora è forse un'analogia, chè a quanto ne so è cosa molto molto più ardita, faticosa e complessa della metafora. La metafora alla fine è sempre lì, immediata, chè nel momento che la capisci già si è esaurita.
E invece Frammartino comincia un'intera ora di vicende parallele, apparentemente slegate una dall'altra, un pastore che muore da una parte, degli speleologi che scendono una grotta dall'altra.
In montaggio alternato vediamo un pò dell'una e un pò dell'altra, ma facciamo fatica a capire.
Poi, però, arriva la scena del dottore e forse l'analogia intessuta con una grazia quasi commovente dal regista comincia a far capolino.


E ci sembra che quel pastore sia la sua stessa terra, che quel pastore sia la stessa grotta.
E non era un caso che gli stretti cunicoli che gli speleologi superano sembrano tanto delle arterie, come se stessero visitando il pastore stesso, come se, scusate se abbasso il livello (o lo alzo?) stessimo vedendo una magnifica, reale, commovente puntata di Siamo fatti così.
Gli speleologi visitano, il dottore visita, il verbo è lo stesso.
La luce dei caschetti è la luce della piccola torcia che usa il dottore per guardare le pupille.
E' come se quel corpo in quel momento, come la sua terra, fosse stata violato.
Ma non c'è un senso di violenza, forse somiglia più a quel momento quando custodiamo un segreto e poi capiamo che quel segreto, segreto non lo sarà più.
E forse quel pastore guardando quella piana ha capito che è arrivato il momento, è arrivato il momento che quegli uomini vadano laggiù, è arrivato il momento di morire.
E credo se ne vada sereno.
Forse non vorrebbe nemmeno essere trovato, tanto quel camaleonte umano riesce a mimetizzarsi nella sterpaglia.

1.10.21

Recensione: "Titane"

 

Titane è un film sul corpo, sul corpo ferito, sul corpo violato, sul corpo modificato, sul corpo mostruoso, sul corpo mutilato, sul corpo mostrato.
Ma è anche un film sull'anima, l'anima ferita, l'anima violata, l'anima modificata, l'anima mostruosa, l'anima mutilata.
C'è una sola differenza rispetto al corpo, l'anima non viene mostrata perchè c'è una ragazza che fu una bambina mai amata e che dentro quel corpo, allora, sembra non possederne una.
Eppure in questo film dalla violenza quasi insostenibile, che porta ogni cosa alle sue più estreme conseguenze, che sembra raccontare di rapporti inumani tra persone inumane, ecco, eppure in questo film piano piano inizia a venir fuori qualcos'altro, inizia a venir fuori un rapporto bellissimo e impossibile tra due persone sole, pazze, malate, ma che possono ancora scoprire qualcosa di bello.
Ma Titane è soprattutto un film sul dolore, un dolore assoluto e senza pause.
Ma che forse, alla fine, troverà un suo senso, troverà un ultimo atto d'amore



"La nave è fulmine, torpedine, miccia
Scintillante bellezza, fosforo e fantasia
Molecole d'acciaio, pistone, rabbia
Guerra lampo e poesia"

C'è un pezzo bellissimo di De Gregori, si chiama "I muscoli del capitano". In tutti i cd che avevo era messa vicina a "Titanic", chissà se le due fossero volutamente legate.
Ieri mentre, quasi scioccato, vedevo Titane, ogni tanto mi veniva in mente questo passaggio del brano, (anche se già l'incipit basterebbe, "guarda i muscoli del capitano, pieni di nafta e di metano") passaggio dove in qualche modo ci son tante cose del film della Ducournau.
C'è il fulmine, la torpedine e la miccia del mezzo di trasporto, che richiama tanto una delle prime sequenze del film, c'è la scintillante bellezza che ricorda ancora le automobili dell'incipit, delle donne e di alcune sequenze del film, c'è la fantasia di un soggetto veramente assurdo, difficilmente concepibile, ci sono le molecole d'acciaio che richiamano tantissimo la placca di titanio della protagonista e, in generale, questo ibrido tra umano e macchina, e c'è la rabbia, la rabbia devastante che pervade il film e la protagonista e infine la poesia, quella poesia difficile da cogliere in un film che di poesia sembra non averne per nulla. Ed è per questo che, quando la percepisci, arriva più potente


Un padre sta guidando l'automobile. Dietro sua figlia non riesce a star ferma. Il padre alza il volume della radio per non sentirla. Lei scalcia forte. Ci sarà un incidente, terribile. Lei sopravvivrà ma con forti danni neurologici.
Sembra un incipit narrativo, quasi solo narrativo.
Eppure Titane è già tutto lì.
E' già tutto in questi due minuti, in questo gelo tra figlia e padre, in questo odio reciproco, in questa mancanza d'affetto talmente grande da esser quasi perfetta.
Non è un caso che la scena ne richiama un'altra identica di un altro horror capolavoro girato da una donna, Babadook.
Stessa scena.
Vediamo se la gente ora comincia a fare 1 + 1 e capire come quei bimbi non sono insopportabili, non sono mostri ma sono soltanto il frutto del non amore, del non affetto, che è devastante sempre, vero, ma mai come nei primi anni di vita.
Ed entrambi i film (mettiamoci dentro anche E ora parliamo di Kevin) raccontano di questa totale mancanza affettiva tra figli e genitori.
 Ripeto, sarà un caso se ha portato a scene identiche?

Passiamo a circa 20 anni dopo.
La giovane bimba è adesso una spogliarellista, bellissimo fisico, viso un pò così che la rende ancora più bella.
Nelle sue tempie quella placca di titanio. Nella sua mente quasi il nulla assoluto.
Alexia non ha mai ricevuto amore ed empatia, Alexia non può saper dare amore ed empatia.
E allora uccide, uccide tutte le volte che non riesce a capire quello che sta vivendo. Uccide senza pensare, come riflesso (in)condizionato.
Non è cattiveria, è il frutto di un'infanzia e di un incidente che, insieme, hanno creato un essere vivente che di umano non ha più nulla.
Spesso si parla di body horror ma pochi film possono essere considerati body horror come Titane.
Titane è un film sul corpo, sul corpo ferito, sul corpo violato, sul corpo modificato, sul corpo mostruoso, sul corpo mutilato, sul corpo mostrato.
Ma è anche un film sull'anima, l'anima ferita, l'anima violata, l'anima modificata, l'anima mostruosa, l'anima mutilata.
C'è una sola differenza rispetto al corpo, l'anima non viene mostrata.
Ma attraverso un percorso inumano di dolore anche lei, l'anima dico, piano piano, comincerà a venir fuori.
I primi 40 minuti del film sono quasi insostenibili a livello visivo, roba da distogliere lo sguardo più volte.
Prima c'è la scena dell'incidente, poi c'è il piano sequenza nel night club, davvero bello, prima suggestione refniana di un film che di Refn prende movimenti, luci e uso gratuito e devastante della violenza (anche l' "arma" che usa lei per uccidere richiama molto Solo Dio perdona).
Poi, dopo il primo terribile omicidio (quegli occhi bianchi di lui...), la prima scena che flirta col pacchiano e col trash del film, quella di sesso tra lei e la Cadillac.
Non sarà la prima in un film che ha dentro sfumature anche ironiche (il massacro nella casa dei giovani, per me rivedibile ma comunque benissimo girata) o grottesche.
E' che questo è un film talmente coraggioso che porta ogni sequenza al proprio limite, qualsiasi sia il mood di quella scena. La Doucournau non usa mai le mezze misure, lei ci fa sentire il dolore sulla pelle, la durezza di un lavandino, la puntura di un ago, la tiratura di un capezzolo. Non accenna mai qualcosa senza poi mostrarla, non suggerisce per poi non dire.
Titane mostra, Titane dice, sempre.

29.9.21

Recensione: "Drive my car"

 

Film lungo, lunghissimo, estenuante, parlatissimo, una fatica. Ma una di quelle fatiche che portano a qualcosa, una di quelle fatiche che non sono la conseguenza di ma il metodo per.
La storia di un regista teatrale imprigionato in una rettitudine morale e in una incapacità di reazione quasi patologica.
Un film probabilmente sul controllo, sulla necessità di avere controllo, sulla necessità di dover guidare la propria macchina perchè si è convinti che soltanto se la si guida da soli possa funzionare. Ma, come nella vita, non è vero, come nella vita a volte serve un autista esterno per farti capire che quella macchina, che quell'anima, può avere anche una guida diversa, e forse salvifica.
Ma Drive my car è anche una grande opera sulla commistione tra vita e teatro, sulla necessità di liberarsi dai ricordi, sulla verità o rappresentazione dei sentimenti, sulla dicotomia tra voce e silenzio e sulla paura di cambiare percorso.
Perchè a volte solo cambiandolo ci si può ritrovare

Primo film che vedo di Hamaguchi, uno di quei registi cult giapponesi che alla fine, vuoi uno vuoi l'atro, qualcuno ne manca sempre all'appello.
In realtà vedo che la sua filmografia è piuttosto esigua e recentissima, mi sento meno in colpa.
Non sapevo niente del film tranne che durava uno sproposito (3 ore) ed è parlatissimo (confermo).
Tolgo subito un dubbio a chi si(mi) chiederà: "Oddio, 3 ore, troppo, ma non è stancante?"
Sì, è stancante, e sì, è troppo.
Ma non solo si arriva alla fine senza morire sulla poltroncina, non solo paradossalmente nel finale arrivano anche più forze di prima ma, e questo vale nel cinema come nella vita, bisogna ricordare che ci son cose che costano fatica, che devono costare fatica, cose in cui la fatica non è la conseguenza del percorso ma una delle componenti principali dello stesso, se non c'è lei allora non vale, allora non serve.


E' un film colto, possiamo dire tranquillamente "troppo" colto, nel senso che è una di quelle opere per cui in base a quanto uno ne conosce bene i riferimenti (Murakami, Cechov) allora può prenderne di più o di meno, come se un film alla fine possa essere paragonato ad una scodella di riso dalla quale ognuno di noi, con cucchiai di grandezza diversa, può attingere in maniera diversa. 
Il cucchiaio che avevo io per Drive my car era un piccolo cucchiaio (Cechov per me è una lettura adolescenziale rimasta fuori dai ricordi) ma per fortuna non piccolissimo vista la mia buona frequentazione con Murakami.
E sì, in ogni frase di Drive my car, in ogni personaggio, in ogni conflitto, in ogni mistero sembra di leggere le pagine di Murakami. Son personaggi profondi e verbosi, sempre che un personaggio possa essere verboso non per quanto parla ma per quanto per costruirlo bisogna parlar di lui. Personaggi che hanno sempre qualcosa nel passato che li attanaglia, a volte cose piccole che Murakami fa diventar macigni, a volte macigni che non possono non esser tali.

Yusuke è un regista e attore teatrale. E' famoso nel suo ambiente, molto conosciuto, anche se non pare navigare nell'oro (questo è il teatro) e gira ancora da 15 anni con una Saab rossa che diventerà personaggio principale del film, come se le ruote fossero gambe, la carrozzeria pelle e gli interni l'anima.

22.9.21

Recensione: "In the Earth" - Rocco's House - 2 -

 

Ormai non so più giudicare Ben Wheatley.
Mi sono piaciuti talmente tanto i primi 3 film suoi che ho visto e m'hanno talmente poco convinto gli altri ch,e per me, resta un mistero.
Quest'ultimo suo film, "In the earth", è forse il suo progetto più ambizioso.
Film che forse pretende di essere profondamente spirituale (fermandosi però all'esser solo spiritico) raccontando la vicenda - abbastanza confusa - di degli scienziati che devono studiare la flora di un'area boschiva (ricorda molto Annientamento).
Solo che in questo bosco c'è una forza ancestrale, una specie di Spirito (che rappresenta la Natura stessa) che..., boh, non l'ho capito.
Film confuso, con spunti straordinari, con almeno due scene psichedeliche magistrali (come A Field in England) che però non riesce a creare quell'atmosfera densa e minacciosa che un soggetto del genere presupponeva.
Finale molto interessante che, per me, può ricordare per certi versi Martyrs

Questa è la vera recensione del film (mi riferisco al post precedente a questo)

Io Wheatley ormai non so più come giudicarlo.
Amai talmente tanto i primi 3 film suoi che vidi (Kill List, A Field in England e Sightseers) che quando pubblicai la lista dei migliori giovani registi mondiali lo misi addirittura in cima, come immagine copertina.
Poi però arrivò High Rise, film tratto da un romanzo difficilissimo da filmare (Il Condominio di Ballard, bellissimo) e che, a mio parere, è opera quasi completamente sbagliata.
Poi sono arrivati altri film che, ammetto, non ho visto ("Free Fire" e "Happy new year, Colin Burstead") ma che TUTTI i miei amici mi hanno detto inferiori ai primi 3 del regista.
Poi è arrivato per Netflix il remake di Hitchcock "Rebecca" e lì, a quanto ho saputo, la vaccata non resta nemmeno più soggettiva, ma è eclatante.
Ecco che invece l'ultimo film, questo "In the Earth", per un paio di immagini viste  e qualche voce che mi era arrivata, mi aveva fatto davvero sperare ad un ritorno ai vecchi fasti.
E invece no, sicuramente è un bel film e altrettanto sicuramente (oddio, almeno credo...) è migliore degli ultimi Wheatley ma no, non raggiunge i livelli dei film con cui mi ero innamorato di lui.


Di sicuro "In the earth" è un film molto ambizioso, forse troppo ambizioso.
Wheatley scrive un'opera che vuole essere profondamente spirituale ma forse si ferma all'essere soltanto spiritista.
Un'opera che racconta la Natura come forza ancestrale con una vera e propria anima, nera perlopiù.
Tutto questo lo fa in una cornice da Covid 19, con questi scienziati confinati in un'area protetta dove far esperimenti (non ho capito cosa...) mentre il resto del mondo (la "Città") sta combattendo un terribile virus. Non so quando Wheatley abbia scritto il film ma si parla esplicitamente di lockdown e, davvero, sembra un instant film.
Ora...
Intanto il film a me per gran parte della sua durata ha ricordato Annientamento (anche lì degli studiosi che devono visitare una zona ostile e studiare flora e fauna), il film di Garland che fu massacrato da una critica che, secondo me, in molti casi non aveva compreso la magnifica portata metaforica dell'opera. Poi però In the earth si discosterà abbastanza da quelle tematiche (anche se non troppo, alla fine si somigliano) per raccontarci questa storia di Spiriti e Natura, tutto nella cornice strabusata ma sempre bellissima del Bosco.
Ne viene fuori un film secondo me tanto confuso, a tratti noioso e che non riesce minimamente a far venir fuori la potenza che un soggetto tanto ambizioso pretendeva.
Intendiamoci, il film è bellissimo da vedere (poi Wheatley è maestro a raccontare gli spazi aperti, i campi, i boschi) e ha tanti tanti elementi interessanti, ma c'è la sensazione di trovarci davanti a troppe idee che fanno fatica a stare insieme.
Il lockdown, gli studiosi nel bosco, lo spirito della natura, l'uomo segregato, i riti, la ricercatrice, tutti gli elementi sono messi insieme abbastanza alla rinfusa, in modo poco convincente.
Non si capisce nemmeno qual è l'obiettivo finale, se quello di raccontare delle forze ataviche che esistono ben prima dell'uomo, quello di narrare l'eterno scontro tra Fede e Ragione (da una parte il pazzo dall'altra la dottoressa) o se quello, invece, di mostrare un percorso molto più umano, una specie di percorso di consapevolezza di ciò che siamo e del senso della vita.
La ricercatrice frastornata nel finale (non ricordo quale delle due, è passata una settimana) pare quasi la ragazza martirizzata di...Martyrs, ovvero un essere umano che ha attraversato un percorso terribile di sofferenza che, però, l'ha portata alla Verità, all'aver scoperto il senso di tutto.
Questo è molto molto interessante ma il fatto è che io quest'aura mistica o comunque densa  non l'ho mai vissuta durante il film, film che, invece, restava sempre abbastanza superficiale e "innocuo".
Avviene una cosa dopo l'altra in modo veramente gratuito (le torture del pazzo, le foto che fa in onore dello Spirito, le ricerche della dottoressa, la Pietra) senza che ci sia mai la sensazione di una scrittura coesa o ispirata.
Per fortuna il film visivamente ha dei momenti straordinari, grazie ad una magnifica fotografia, a dei luoghi bellissimi, alle scene più forti (tipo quelle della ferita) e, soprattutto, grazie alle sequenze psichedeliche "alla A field in England" di cui Wheatley è maestro.
Ecco, secondo me i due momenti migliori del film sono i due montaggi psichedelici velocissimi (roba da più frame al secondo) che ci sono nel finale.
Ed è molto interessante come questi montaggi rappresentino delle specie di "visioni" dei protagonisti, come se in quel susseguirsi velocissimo di immagini, forme e suoni, possa essere racchiuso il "senso della vita" di cui sopra.
Solo che sti momenti restano legati a vicende che non convincono per niente (come quella nebbia che pare esserci solo da un lato ma proibisce loro di andar via o come tutta la questione, debolissima, dei libri e della pietra).


C'è anche tutta la possibile lettura riguardo i sintomi da droga (come in A field in England ci furono i funghi) ma anche questa resta più che altro una suggestione.
E' come se il film abbia voluto essere un'opera probabilmente sul Male ma non abbia mai avuto l'atmosfera per esserlo (ad esempio un altro film bello ma che io non ho amato come l'hanno amato in tanti, Hagazussa, quel potere l'aveva). Non è facile raccontare nel cinema cose così grandi come il Male, specie poi non il male terreno, bensì quello più grande dell'uomo, quello sovrumano. Per capirsi un film che viene erroneamente definito come "horror comico", La Casa (non lo è per niente, semmai nel secondo capitolo lo è a tratti) quell'atmosfera che cercava "In the earth" ce l'aveva, eccome.
Voglio però rimarcare una cosa che ho trovato bellissima.
Nella prima sequenza allucinata, quella con i faretti tipo strobo e la voce ovunque presente grazie alle casse ho visto un grandissimo omaggio al Cinema.
Perchè in realtà quella sequenza così psichedelica non è frutto di post produzione o non è "fuori" dal film.
Ma tutto quell'effetto disturbante che vediamo è dovuto a faretti e casse, faretti e casse che sono completamente dentro la diegesi del film.
Ecco, forse la sequenza più bella è quella dove, magari senza volerlo, oltre all'effetto vedevamo anche il trucco.
Come fossimo stati in regia

17.9.21

Recensione: "In the earth" - Rocco's House - 2 - NO!, SCUSATE! VOLEVO SCRIVE LA RECENSIONE MA POI HO COMINCIATO A DESCRIVE LA SERATA SURREALE A CASA DE ROCCO E HO PENSATO CHE FOSSE SUFFICIENTE QUELLA. E ALLORA LA VERA RECENSIONE LA SCRIVO DOMANI

 


Ho acceso il pc per recensì l'ultimo film di Wheatley, In the earth.
Poi però volevo scrive du righe su tutto quello che è successo a casa de Rocco nella serata.
E me so accorto che come recensione basta e avanza quella.
Il film domani, sticazzi

Siamo io, il mi fratello e Rocco.
A casa de Rocco.
Secondo me i più intelligenti de voi, avendo letto come nome della rubrica Rocco's House, l'avevano capito.
Prima magnamo.
Stasera ho deciso de fa i wrap, che adoro.
Praticamente piadine ripiene chiuse meglio delle piadine.
Le fo con salsiccie, gorgonzola e zucchine alla peppe, ovvero saltate in padella con pan grattato e pecorino (ve le consiglio).
Memore dell'altra volta quando sull'amatriciana misi UN PEZZETTINO DE PEPERONCINO DE ROCCO e quel solo pezzettino aveva ucciso mezzo chilo de pasta (tanto da dovè boccheggià durante la cena e da riceve un sms de Rosso all'una de notte su problemi di bruciori mentre faceva..., ok, ) dico, memore de quel ricordo assurdo decido, nella padella con le zucchine, de mette UN QUARTO DE PEZZETTINO del peperoncino de Rocco, per capisse una cosa meno de un'unghia de mignolo.
Niente da fare, quel microgrammo ha invaso le zucchine. Non a livello de rovinacce la cena (a detta degli "ospiti" eccellente, tanto da fa il bis) ma c'è andato vicino.
Prossima volta ho deciso che quando userà il peperoncino de Rocco, ossia il neonominato Devil's Pepper, farò una cosa, ovvero prende la bustina (tipo droga) dove Rocco li tiene e la faccio passà sopra la padella senza manco aprì la bustina. Credo che basterà questo planar sopra, questo sguardo che il peperoncino darà al cibo, per dare la piccantezza giusta.
Comunque ce siamo salvati.
Col cazzo.
Perchè d'ora in poi succederanno talmente tante cose che ce sembrerà de esse dentro The vast of night (bellissimo).
Allora, mentre chiacchieramo post cena mettemo in tv Fantozzi contro tutti. Tutti e 3 lo idolatramo Fantozzi ma Rocco quel film lo sa talmente a memoria che ce anticipa ogni battuta.
Il film finisce e noi tra wrap e Fantozzi semo sempre più gasati.
Avevo deciso de vedè In the earth, l'ultimo film de Wheatley, e allora lo avevo portato in hard disk.
Rocco attacca l'hard disk alla sua tv da 100 pollici (capito Nencioni? i sindacalisti in realtà son capitalisti) e niente, pronti per vedè il film.
Sono le 21.03
Solo che dentro sto hard disk non trovamo il film. In realtà compaiono piano piano migliaia de file (io mai messi, lì dentro ce sono solo film e video che nessuno deve vedè, infatti avevo il terrore), file "generali" che non so che cazzo erano.
Dopo un quarto d'ora desistiamo.
Allora, siccome eravamo 3 geni, abbiamo la prima grande idea, mettemo il film dentro il pc de Rocco e poi lo attaccamo alla tv.
Quindi famo sta cosa ma ci accorgiamo (e io sta cosa la sapevo anche perchè l'har disk l'avevo prestato a un paio di amici) che la prima volta che quell'hard disk viene trasferito su un pc nuovo sta MEZZ'ORA a trasferì cose.
Sono già passati 45 minuti.
Nel frattempo, nell'attesa dico, in televisione troviamo concentrata tutta la peggio merda mai vista nella storia della tv.
Roba che la meglio cosa era le Tartarughe Ninja (la peggio sicuro il film con Seagal, roba da diventà serial killer).
Comunque alla fine tutto a posto, l'hard disk ha trasferito i dati.
Non resta che attaccarlo alla tv.
Basta un cavo hd, quella cosa che credo sia presente in qualsiasi casa del mondo, anche quelle dei più poveri.
Ma non a casa de Rocco.
Anzi, Rocco ce propina il cavo quello dei pc fissi, non me ricordo come se chiama, pensando che fosse quello HD.
Niente, dopo un'ora de madonne scopriamo che niente film.
Ma c'è Netflix, c'è Prime, ci sono mille canali nella tv de Rocco.
Sì, ma per la prima volta in SEI ANNI a casa de Rocco da 10 minuti era saltata la connessione internet. Una roba talmente grave che credo abbiano risolto da poco, dopo un giorno.
In quel momento, ne sono sicuro, eravamo L'UNICA CASA in Italia senza nè rete nè cavi HD. Ormai decidiamo che salta tutto, vedremo le Tartarughe Ninja.
Poi colpo de genio de Rocco
"Ma la chiavetta no??? mettemo il film in chiavetta e l'attacco al televisore"
E' uno dei momenti più belli dei miei ultimi anni, esultamo.
Rocco va a prende la chiavetta.
La mette sul pc e trasferisce il film.
Ma, poi, dice 
"Non ce credo, non c'entra"
"Ma che cazzo dici, è UN film, come fa a non entracce? leva qualcosa no?"
"No no, è vota, ma non c'entra lo stesso"
Ormai è passata un'ora e 10.
Poi Rocco dice "Ho un'altra chiavetta! In macchina!"
Tutto diventa ancora più surreale.
Rocco esce de casa e torna co sta chiavetta.
La infila.
Tempo 20 secondi vedo che non parla, me giro verso di lui, vedo che ha gli occhi tra un misto de risata e disperazione
"Cazzo succede Rò??"
"Non c'entra manco su questa, è 0.500"
"Ma come cazzo fa una chiavetta a esse 0.500??? Ma chi cazzo la compra???"
"Io"

Niente, ormai il film è andato, siamo nervosi ma anche divertiti. Internet non va, non ci sono i cavi, la tecnologia non funziona, ogni tanto scostiamo le tende per vedere se fori sono atterrati.
Gli alieni dico.
Poi Rocco fa un deja vu incredibile, anzi, un deja sentù.
"Ho ancora un'altra chiavetta!!!"
Va in camera e torna, davvero, co n'altra chiavetta.
Ovviamente non abbiamo speranze ma ormai ce dà gusto avere ancora più elementi per ricordare sta serata.
Rocco la mette e dice:

"E' 5 giga cazzo! c'entra!!!"

Per un pelo poi, file è tipo 4.70.
Rocco comincia a scaricare il film.
In ogni caso tutti noi siam convinti che poi tanto la tv non leggerà la chiavetta.
Arriva il momento tanto atteso, Rocco infila la chiavetta.
Andamo sulle impostazioni, mettemo l'uscita e il film C'E' !!
Ormai siamo talmente tanto contenti che di qualsiasi livello sarà il film resterà una conquista incredibile.
Sì, ma poi appena il protagonista parla ce accorgemo che non ce sono i sottotitoli, che non li prende.
Io faccio per andar via, pronto a combattere gli alieni fori.
Poi Tommaso dice che c'è un'altra soluzione, nominare il file dei sub come quello del film.
Ce provamo.
Il film parte e ci sono i sottotitotoli.
Dopo un'ora e 35 potemo vedè un film che in qualsiasi altra casa avremmo già finito.
Poi del film ne parlerò.
Ma, alla fine, sticazzi del film


13.9.21

Festival del Cinema di Venezia 2021 - Giornate finali


Ed ecco l'ultimo, interessantissimo, pezzo da Venezia.
Un sacco di film (compreso il Leone d'oro, i D'innocenzo, il "mio" Plà e Mainetti), 3 voci a raccontarli (son rimasti solo i maschietti).
E anche per quest'anno, con grandissima fatica, ma ce l'abbiamo fatta :)


LORENZO BRINCI

L'EVENEMENT di Audrey Diwan



L’evenement, ambientato nella Francia del 1963, racconta di Anne (interpretata da una sorprendente Anamaria Vartolomei) una studentessa dal futuro radioso. Una gravidanza indesiderata mina la possibilità di concludere il percorso di studi con successo.
La ragazza non si sente ancora pronta per un passo così importante e rinunciare alla sua indipendenza col rischio di ritrovarsi ad odiare uno dei doni più belli che la vita può offrire,
così sceglie la via dell’aborto. Poiché all’epoca era una pratica illegale e comportava la condanna anche per i complici di quello che era considerato un vero e proprio crimine, viene ostacolata e ripudiata da amiche, medici e famiglia. Una società che sembra tanto distante nel tempo quanto vicina nelle dinamiche. Seppure l’aborto sia ormai legale, in Francia come in Italia, è inutile ignorare il bigottismo che aleggia nella società in cui viviamo e che colpisce anche i medici obiettori di coscienza. 
L’opera ha il pregio di coinvolgere lo spettatore, senza mai scadere nella retorica, anche grazie ad una regia che si serve di primi e primissimi piani e della camera a mano per le sequenze più concitate. Inoltre grazie al ritratto di figure maschili che ostacolano la protagonista o sono prive di empatia nei suoi confronti, riesce a provocare un forte senso di colpa nel pubblico maschile. Emerge chiaramente che una gravidanza indesiderata non riguarda esclusivamente la donna in attesa, ma anzi le persone che la circondano (ed in senso lato la società) hanno l’obbligo morale di comprenderla ed aiutarla a prendere la scelta che ritiene più opportuna in totale libertà.


AMERICA LATINA di Damiano e Fabio D'Innocenzo


Il protagonista di America Latina è Massimo Sisti (interpretato da uno strabiliante Elio Germano), il titolare di uno studio dentistico che porta il suo nome. 

All’apparenza la sua vita sembra perfetta: un lavoro di tutto rispetto, una grande villa e una famiglia che lo ama.

Ben presto, però, emergono tutte le sfumature di quella che capiamo essere una persona sensibile, fragile ed insicura. Nella quotidianità cerca di nascondere tutti quelli che nella società odierna sono considerati difetti ma, alla lunga, tenere a bada tutte le emozioni più insite può essere molto difficile. È evidente che Massimo sia vittima del ruolo che è costretto ad interpretare e che soffra le pressioni che ne derivano. 

I D’Innocenzo scandagliano in modo sottile l’anima fragile di un uomo comune, servendosi di simbolismi e metafore. I registi realizzano un’opera ambigua e surreale affidando allo spettatore l’importantissimo compito di riempire l’opera con la propria sensibilità. 

La messa in scena è sublime. La regia regala delle sequenze indimenticabili che culminano in un epilogo da pelle d’oca, riuscendo nel miracolo di risultare funzionale al racconto e al contempo estremamente ambiziosa. 

La fotografia di Paolo Carnera è talmente colorata e d’impatto da risultare surreale, dunque perfettamente in linea con il racconto. La scenografia di Roberto De Angelis ed i costumi di Massimo Cantini Parrini sono scelti e curati nei minimi dettagli. La tensione crescente alimenta un ritmo incalzante scandito dal respiro del protagonista (che si fa man mano più affannoso), dalla colonna sonora (realizzata dai Verdena) e dal montaggio di Walter Fasano decisivo nei momenti topici. Le interpretazioni sono tutte molto riuscite, si percepisce che le attrici e gli attori abbiano dovuto scavare nei propri meandri più nascosti per raggiungere questo livello. Impossibile non soffermarsi su Elio Germano che riesce a trasmettere l’ampissima gamma di emozioni e sfumature del suo personaggio. 

Insomma, se tutto funziona così bene ed i reparti eccellono in questo modo vuol dire che i direttori d’orchestra dietro la macchina da presa, comunemente noti come registi, sono grandi.

Questo è un’opera libera, che sorvola e trascende gli schemi dei generi per superarli. Ciò non denota mancata conoscenza delle regole, ma al contrario grande consapevolezza e padronanza del mezzo.

Un’esperienza unica, che come tale va vissuta.  La visione in sala è imprescindibile.

Astenetevi dal giudizio estemporaneo e lasciate crescere il film dentro di voi, perché vi assicuro che non termina con i titoli di coda.


TOMMASO FERRERO

KAPITAN VOLKONOGOV BEZHAL (CAPTAIN VOLKONOGOV ESCAPED) di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov (Russia)


1984, A Christmas Carol e l’umorismo serio di Konchalovskij in un solo grande e assurdo film. In una versione altamente estetizzata e leggermente fantastica della Russia sovietica prende piede un lungo inseguimento. Il capitano Volkonogov, addetto ai trattamenti speciali per ottenere le confessioni dai sospettati di tradimento contro la patria, ha un’epifania. Quello che sta facendo è solo un atto coatto di tortura in nome di un ordine pubblico mantenuto con il terrore. E allora la questione è semplice: decide di scappare. Ma la sua fuga si trasforma ben presto in altro. Dovrà farsi perdonare dalle famiglie dei condannati se vorrà andare in paradiso. 

Ogni anno al festival si presenta un bel film russo. Fra quelli che ho visto, questo è sicuramente il più bello. Senza alcuna paura si mostra il lato violento del potere, ma anche il suo lato attrattivo e più ammaliante, in un percorso alla di ricerca del perdono di chi non avrebbe motivo alcuno di perdonare. Ne nasce un bellissimo sistema di tipi umani, con cui il capitano dovrà scontrarsi per ottenere un perdono che sente di non meritare. Un film orchestrato magistralmente, con due o tre scene di un livello cinematografico altissimo che lo potrebbero elevare a livello di cult. Il film non ha cali di rimo e, anzi, scorre che è una meraviglia.

Spero in una distribuzione in sala, sarebbe un film che rivedrei volentieri per poterne assaporare nuovamente il senso elegiaco e il profumo colorato che viene dato alla città sovietica, che diviene un organismo vivo, pulsante che assume nuove connotazioni mano a mano che conosciamo i suoi abitanti. Già dalla prima scena si può leggere una grande critica al potere, mentre i funzionari statali in divisa giocano a pallavolo in una stanza barocca, sfiorando e colpendo più volte un bellissimo lampadario in cristallo. Un lavoro accuratissimo a partire dai costumi e dalla scenografia, che reinventano l’immaginario della Russia sovietica, potenziandone, anche con una sceneggiatura e una regia di gran livello, le dicotomie e le grandi ombre.


FREAKS OUT di Gabriele Mainetti (Italia)


Finalmente. Io dico finalmente perché Freaks Out è un miracolo italiano, è un nuovo tassello per l’industria cinematografica nazionale, è un messaggio a produttori, autori e al mondo che anche noi possiamo fare qualcosa di bello, nostro ma con un respiro internazionale. Un film che possa andare in sala e muoversi insieme agli interpreti internazionali, ai loro effetti speciali. Che in sala possa richiamare i giovani e dimostrare che il cinema non è morto e resta a galla solo grazie ai film della Marvel. Freaks Out è un film semplice, la trama ha anche qualche buco ma, dopotutto, chissene frega. 

Un gruppo di fenomeni da baraccone si muove per la Roma dei primi anni ‘40, dove la guerra imperversa e i rastrellamenti nazisti stanno seminando il terrore nelle comunità ebree e nei quartieri popolari. I nostri vogliono scappare in America, ma proprio il loro capo Israel, un mago eclettico ma protettivo nei confronti dei suoi amici, viene preso e messo su un treno per la Germania. Il gruppo si divide fra chi vuole salvare Israel e fra chi vuole raggiungere il circo tedesco stanziato al centro di Roma, così da trovare una nuova casa. Non sanno che però il proprietario di tale circo li sta cercando per aiutare il Reich a vincere la guerra… 

Freaks Out è bello da vedere. Come il precedente di Mainetti è una rilettura italiana di un film di supereroi, ma ha un respiro unico, profondo, i personaggi sono intelligenti e ben calibrati. Io credo che questo film batta in bellezza e intelligenza almeno la metà dei film della casa americana dei supereroi, creando un nuovo standard italiano di film. Scenografie di ottima maestranza, costumi e iconografie da cinema pop, ma con una bellissima rilettura da favola dei partigiani, che mi ricordano una versione mista fra Miyazaki e Calvino. Non viene meno, comunque,  la presenza di una guerra crudele e violenta e una rappresentazione comunque reale di uno dei periodi più bui della storia umana. Resta il fatto che ci siano grandi interpreti (il gestore del circo è veramente spaziale), bellissime scelte registiche e una colonna sonora di grandissima qualità. Il film crea un universo tutto suo, in cui perdersi è un piacere. Non mancano difetti, e sicuramente chi si aspetta un film profondo e di grande riflessione resterà deluso. Questo è un blockbuster, ma che blockbuster.

Il film va visto, va supportato, va dimostrato che l’investimento incredibile portato in sala da dei produttori italiani può essere ripagato. Io mi sono commosso nel capire che effettivamente si può fare qualcosa del genere nel nostro paese, dove l’industria cinematografica relega la sala solo ai film d’autore di alcuni eletti o a pellicole internazionali. Qui c’è una favola partigiana, un film di supereroi, un film per il pubblico, ma un film nostro, un grande atto d’amore per il cinema. Andate a vederlo. Parlatene. E’ giusto che il coraggio venga ricompensato. 


PILGRIMAI (PILGRIMS) di Laurynas Bareisa (Lituania)


La mia recensione sarà falsata purtroppo, avendo io dormito per i primi 40 minuti di film a spizzichi e bocconi. C’è da dire che l’inizio non favorisce la visione, essendo un film dai ritmi inesistenti. Un ragazzo viaggia con l’ex di suo fratello per visitare in pellegrinaggio i luoghi chiavi del rapimento e poi dell’omicidio del suddetto fratello. E’ un viaggio lento e sentito, in cui i due riscoprono gli ultimi tragici momenti del loro amato.