A Chiara è un film meraviglioso.
Un film che ho amato dalla prima all'ultima inquadratura.
Scrittura di rara sensibilità, regia pazzesca, personaggi che ti restano dentro, tematiche fortissime.
E lei, lei, è così grande da non crederci.
Cinema di sguardi, di cose dette e non dette, di persone che sbagliano ma sanno anche amare.
La storia di una 15enne che scopre qualcosa del padre che non sapeva.
La storia di una ragazzina fortissima, ossessionata dalla verità.
Carpignano ha qualcosa nello sguardo e nella scrittura che hanno davvero in pochi.
Carpignano conosce la potenza massima delle cose minime
Scrivo (quasi) sempre mettendo l'emozione davanti a tutto il resto ma a volte capitano film come questi - in cui dal primo fotogramma all'ultimo sei come incantato - e allora le cose si fanno ancora più difficili.
Perchè film come A Chiara li sento talmente miei, talmente "perfetti", che poi parlarne con un minimo di oggettività - io che l'oggettività già ne ho poca di mio - diventa impresa quasi impossibile.
Ho adorato questo film (primo che vedo di Carpignano che, lo dico subito, per me è un mostro) dal suo primo istante all'ultimo.
Ho adorato la regia, ho adorato la scrittura, ho adorato i personaggi, ho adorato i volti, ho adorato il messaggio, ho adorato gli sguardi, ho adorato il manifesto e il non detto.
A Chiara, semplicemente, è un film magnifico.
La cosa più impressionante, in un film di due ore poi, è il non avere nemmeno 5 minuti di stanca, possedere un ritmo narrativo ed emotivo che mai si placa, tenerti con sè, sempre.
L'incipit è formidabile.
Sembra di stare vedendo un film Dogma, sembra di trovarci davanti al Trier di Melancholia (che ok, Dogma non era del tutto ma in alcuni aspetti sì) o, soprattutto, al Vintenberg di Festen.
Siamo ad una festa di compleanno, la macchina da presa si muove senza sosta, nervosa, sporca, apparentemente in modo casuale ma con, invece, una maestria spaventosa. Vediamo volti, sentiamo discorsi, la gente si alza, sta seduta, festeggia, in 20 minuti vorticosi che sono una specie di centrifuga. E Carpignano dimostra già in questa centrifuga di avere qualcosa che non tanti registi hanno, ovvero quella sensibilità massima delle cose minime.
Questi primi 20 minuti sono 20 minuti in cui, continuamente, vediamo lo sguardo di una figlia cercare suo padre, e quegli sguardi, se uno li coglie, sono già la certezza di che razza di scrittura abbiamo, sono quegli aspetti minimi (ma basilari) che vanno intravisti nella santabarbara di urla, musica e volti.
Tanto che questo ho pensato all'inizio, questo sarà un film su un solo aspetto, su una figlia che cerca disperatamente con lo sguardo il padre (poi, per plot, il film andrà altrove).
Poi siamo a tavola, e anche qui la sensibilità di Carpignano è massima nel raccontare, in modo vergognosamente perfetto, questo padre amorevole che però no, non riesce ad alzarsi, non riesce a fare il discorso. E però dice all'altra figlia quanto la ama e i due si abbracciano e piangono mentre il resto del mondo festeggia. Madonna mia.
E poi la gara di ballo che diventa quasi - ancora - gara di sguardi. Abbiamo due personaggi che quasi non si sono mai parlati tra loro, il padre e la magnifica Chiara, e solo con tutti questi sguardi abbiamo un rapporto, abbiamo una storia, è come se conoscessimo tutto quello che c'è tra loro, l'amore, i sospetti, la paura, la gelosia. Chiara cerca sempre il padre perchè, forse, ha capito che c'è qualcosa nella vita del genitore che lei non conosce. Lo cerca perchè è gelosa di lui e perchè qualcosa le sfugge.
E poi la gara di ballo che diventa quasi - ancora - gara di sguardi. Abbiamo due personaggi che quasi non si sono mai parlati tra loro, il padre e la magnifica Chiara, e solo con tutti questi sguardi abbiamo un rapporto, abbiamo una storia, è come se conoscessimo tutto quello che c'è tra loro, l'amore, i sospetti, la paura, la gelosia. Chiara cerca sempre il padre perchè, forse, ha capito che c'è qualcosa nella vita del genitore che lei non conosce. Lo cerca perchè è gelosa di lui e perchè qualcosa le sfugge.
Poi, scoprirà cosa.
E inizierà a capirlo in altre due sequenze pazzesche girate da Carpignano, due scene quasi identiche a metà tra realtà e sogno (tremendamente reali ma inquietantemente oniriche), di cui una in un magnifico piano sequenza.
E inizierà a capirlo in altre due sequenze pazzesche girate da Carpignano, due scene quasi identiche a metà tra realtà e sogno (tremendamente reali ma inquietantemente oniriche), di cui una in un magnifico piano sequenza.
Carpignano sta sempre addosso alla sua splendida protagonista, come fosse l'Aronofsky di madre!, di The Wrestler, de Il Cigno Nero.
La segue, la pedina, la precede, le sta accanto, sempre.
E in quel piano sequenza ci sono 5 minuti di cinema altissimo, c'è l'attrice, c'è la regia, c'è l'atmosfera, c'è la colonna sonora, c'è la storia, sembrano quasi sequenze di un cinema d'orrore colto, coltissimo, e in realtà è solo una telecamera che segue una ragazzina.
E quella ragazzina, perchè prima o poi dovevamo arrivarci, è Swamy Rotolo, una giovane attrice che tira fuori un'interpretazione che mette i brividi, straordinaria, indimenticabile.
Il suo volto è per 90 minuti dei 120 totali davanti alla telecamera, roba che riesce solo ai grandi. Eppure lei è grandiosa, sempre, lo è quando parla, lo è quando tace, lo è quando agisce, lo è quando osserva, lo è quando ride, lo è quando piange, lo è quando spera e quando si dispera.


















