9.3.16

Scritti da Voi (58): MalawyBoy - Il Macellaio di Silent Hill


E' sicuramente il pezzo più lungo mai apparso su questo blog.
Ma se siete appassionati di racconti, specie di quelli del terrore, e soprattutto se siete appassionati di Silent Hill allora troverete qualcosa che fa al caso vostro.
Dal lettore MalawyBoy la storia che vi svelerà la genesi si Pyramid Head


Appena ho potuto sono scappato.
No, non mi sono trasferito: sono letteralmente fuggito da quella dannata città. Se non ci vivi non puoi capire, non puoi nemmeno lontanamente immaginare cosa voglia dire abitare a Silent Hill. Se poi hai la sfortuna di nascerci, come il sottoscritto, il rischio d'impazzire o di sparire in uno dei suoi innumerevoli vicoli, per poi essere completamente rimosso dalla memoria di tutti quelli che ti conoscevano, cresce a dismisura.

Pensate che stia esagerando, non è così? Credetemi, è vero il contrario. Quel luogo è una facciata che cela l'ingresso dell'inferno. Non è come tutte le altre città; magari anche nella vostra c'è quella casa abbandonata che le leggende locali vogliono sia stregata, ma a Silent Hill fai prima a contare i luoghi che non hanno a che fare con vecchie storie di fantasmi o roba del genere. Dico sul serio! Praticamente tutti i luoghi e gli edifici più importanti della città, dal tribunale all'ospedale, dalla scuola materna al carcere, sono stati teatro di qualche storia agghiacciante, leggende metropolitane a cui qui però tutti credono. La cittadina di Silent Hill non è poi così antica, e molti di questi ricordi sono vivi nelle menti degli abitanti più anziani, e fra alcuni di questi puoi trovarci degli autentici testimoni oculari. Il mio bisnonno era uno di loro. E' quasi riuscito a sopravvivere a mio padre, il figlio di suo figlio. Lasciò questo mondo alla veneranda età di 102 anni, un record che credo resterà imbattuto per molto tempo a Silent Hill. Era un uomo dalla memoria straordinaria, ma si sa che nelle persone anziane la memoria a lungo termine è molto più potente che nei giovani, e come i suoi coetanei anche lui non era immune a quella tendenza a raccontare vecchie storie della loro vita che spesso rendono infiniti certi pomeriggi. O indimenticabili. Come quello in cui mi raccontò la storia di un certo macellaio di Silent Hill, vissuto poco tempo dopo la fondazione della città.
La pioggia mi bloccò a casa dei miei nonni, dove lui viveva insieme a suo figlio. Erano entrambi vedovi, e si tenevano compagnia per non restar soli in quel luogo dove la vecchiaia è molto più difficile che in qualsiasi altro. Ci sono demoni a Silent Hill, demoni che scelgono le loro prede e le tormentano fino a quando non l'hanno vinta loro. E se tenere a bada certe cose è già difficile per un giovane uomo, figuriamoci per uno anziano.
Come dicevo, la pioggia mi sorprese a casa loro, e mentre mio nonno preparava qualcosa da mangiare, chiesi a Ector -si chiamava così- di raccontarmi qualche altro sinistro aneddoto sulla nostra città. Forse l'infanzia è l'unica fase della nostra vita in cui si abbia la possibilità di apprezzare qualcosa di Silent Hill: una città tanto sinistra e misteriosa è quanto di più stimolante possa esserci per un ragazzino. Il mio bisnonno era un vero e proprio archivio, erano anni che mi raccontava vecchie storie ambientate nella nostra città, ma mai che me ne avesse raccontata una due volte. Tirò una lunga boccata dal suo sigaro, guardandomi attraverso il fumo che saliva verso la sua testa liscia e lucida come una sfera di cristallo.
<< Ti ho mai raccontato del macellaio? >> mi chiese con la sua voce gracchiante.
<< No >> gli risposi sorridendo, conscio che stavo per ascoltare l'ennesima elettrizzante storia dell'orrore.
<< Che strano, è tra le migliori che possa vantare di conoscere. >>
<< C'è del sangue? >> chiesi con vera e propria bramosia.
<< Ragazzo mio, nelle storie di Silent Hill il sangue non manca mai, purtroppo. >>


Fu per puro caso che Edgar Koontz venne scoperto.
Viveva in un piccolo stabile di due piani ai margini della cittadina che all'epoca, verso la fine dell'800, era ancora molto giovane. Al piano di sopra c'era la casa vera e propria, sotto, la sua macelleria. Non aveva famiglia, nessun animale domestico, viveva completamente solo. Una persona discreta avrebbe raccontato più tardi chi lo conosceva, soprattutto clienti, molto riservata e solitaria. Forse un po' inquietante nell'aspetto, era alto quasi due metri ed aveva una carnagione molto pallida, ma nessuno aveva mai lamentato nulla verso di lui. La sua carne poi era sempre ottima. Di certo c'era da ammirarlo dato che era arrivato in città dal nulla e col nulla in tasca, e nel giro di un paio d'anni aveva aperto una macelleria di sua proprietà. Anche se poi non è andata esattamente così. La macelleria esisteva già da prima che lui arrivasse, era John Smith il vero proprietario. Fu quest'uomo ad assumere l'appena diciannovenne Edgar Koontz come garzone. Il ragazzo mostrò subito una certa affinità con coltelli, ganci e tutti gli altri strumenti di cui si serve un macellaio. Anche se John rimase sempre convinto che mentisse, il giovane "talento" affermava che quella era la prima volta che lavorava tra quarti di manzo e vitelli squartati. Al suo datore di lavoro veniva davvero difficile crederlo data l'abilità che il ragazzo mostrò fin da subito in tutte le mansioni: dall'uccisione dell'animale, fino all'affettaggio sul bancone. A qualche conoscente più stretto, il signor Smith confessò che a volte quel ragazzo lo spaventava, guardarlo mentre dissossava era al quanto inquietante per via di un'espressione che pareva troppo felice, addirittura gioiosa per quello che stava facendo. In altri termini, pareva che il giovane garzone ci godesse nel fare a pezzi gli animali destinati al macello. Qualche sporadica voce raccontava di come, una volta, il signor Smith avesse sorpreso il ragazzo mentre faceva qualcosa di molto, molto strano con un agnello privo di testa e pelle. Nessuno ha mai saputo di cosa si trattasse esattamente.
L'attività commerciale rendeva molto, era l'unica nel suo genere nella città, e passò nelle mani di Edgar Koontz appunto due anni dopo il suo arrivo in città, quando John Smith morì. Il vecchio macellaio era rimasto solo dopo che suo figlio era morto all'età di undici anni. A dire il vero nessuno ha mai saputo se fosse davvero morto, il ragazzino scomparve all'improvviso senza lasciare nessuna traccia. Col passare del tempo altre sparizioni sarebbero avvenute a Silent Hill, così tante e tutte così annichilenti nella loro totale assenza di speranza di ritrovamento, che la popolazione avrebbe finito per accettare tutto in silenzio, passivi come anime condannate ad un purgatorio eterno.
Smith e consorte non ebbero altri figli, anche perché non ne ebbero il tempo. A distanza di un anno dalla sparizione del bambino, la signora Smith morì di crepacuore, lasciando suo marito completamente solo. Fu per questi motivi che il secondo macellaio di Silent Hill (il primo fu suo padre) passò le chiavi della sua attività ad Edgar Koontz, nel quale forse aveva ritrovato quel figlio perso tempo addietro.
Gli anni passarono, Koontz crebbe e portò avanti senza alcun problema la macelleria ora di sua proprietà. A differenza del suo ex datore di lavoro non assunse mai aiutanti, dietro al bancone sempre impeccabile nella sua pulizia, la figura imponente e cadaverica di Edgar si muoveva sola, con quella sua lentezza ipnotica, una lentezza subacquea, come se si muovesse in una bolla piena di liquido amniotico. Fu al terzo anno dopo il suo arrivo che le sparizioni a Silent Hill aumentarono in modo vertiginoso. Fino ad allora s'erano registrate una, o al massimo due sparizioni all'anno, quasi sempre bambini, ma nel 1899 furono in sei a sparire, e non tutti in giovane età.
Tensione e paura si strinsero sulla città come le spire di un serpente, il sospetto si insinuava in tutte le case, a stento le famiglie restavano fuori da questo circolo vizioso di sospetti. Tutti credevano di vedere la ragione delle sparizioni nella casa del proprio vicino, nel suo seminterrato, o nel modo sospetto in cui usciva di casa la sera. Fu un periodo di paura incontrollata, durante il quale si sfiorò più volte il linciaggio di innocenti, sventati solo grazie al tempestivo intervento della polizia o di altri abitanti che riuscivano ancora a conservare la testa sulle spalle. A tenere fuori da tutto questo Edgar Koontz fu il parziale isolamento della sua casa. Nessuno mai sospettò di lui, erano tutti troppo occupati nel cercare il colpevole in qualcuno che fosse più vicino.
La casualità che portò alla scoperta degli orrori della macelleria di Koontz avvenne il primo giorno d'estate del 1908. Era circa mezzogiorno quando Caroline Cobain, una graziosa bimba di otto anni, sgattaiolò fuori dalla macelleria mentre sua madre era in attesa che arrivasse il suo turno. Nessuno si accorse di lei, nemmeno Koontz, troppo occupato a servire le sei clienti presenti nel suo negozio. La piccola iniziò a camminare lungo il margine dell'ombra che il tetto della casa proiettava sulla strada. Immaginando di essere la stella di un circo, Caroline continuò a mettere un piedino davanti all'altro, con le braccia allargate per mantenere l'equilibrio sull'immaginaria corda. Poco dopo l'ombra curvò verso sinistra, e con grande dispiacere della bambina andò a terminare la sua corsa sulla facciata esterna della casa. Caroline stava per voltarsi e ricominciare il suo numero quando qualcosa, un movimento, attirò la sua attenzione verso una tozza costruzione alle spalle della casa. Lei non poteva saperlo, ma quella era la cella frigorifera dove il macellaio teneva la carne in attesa di portarla nel retrobottega per poi disossarla. In quella piccola costruzione non era permesso a nessuno di entrare, ma nemmeno questo la piccola poteva saperlo. Era stato un topo ad attirare la sua attenzione, un grosso topo venuto fuori dalla porta della cella lasciata aperta da qualcuno. Affatto impaurita dalla mole non indifferente del ratto, la piccola Caroline decise di scoprire cosa si nascondesse in quella casetta.
Arrivata davanti alla porta si guardò dietro per essere sicura che nessuno si accorgesse della sua marachella, dopodiché restò un po' in ascolto per capire se ci fossero altri topi lì dentro. All'improvviso una puzza insopportabile le colpì il naso cento volte più forte dei ceffoni di suo padre, e vomitò la colazione consumata quella mattina. Quando i conati si calmarono la piccola iniziò a tremare. Guardava la porta socchiusa dalla quale fuoriusciva quel tanfo orribile, e forse pensò che fosse la tana dell'uomo nero. Iniziò a indietreggiare senza riuscire a staccare gli occhi dallo spiraglio dal quale fuoriuscivano piccole spirali di freddo, poi qualcosa urtò con forza la porta spalancandola.













Un urlo acutissimo di puro terrore infranse l'aria stantia di quel caldo 21 giugno del 1908. Solo allora la signora Cobain si accorse che la sua bambina non era più accanto a lei. Gridando il suo nome si precipitò fuori dalla macelleria. Caroline le veniva incontro correndo e piangendo come una disperata, gli abiti tutti sporchi di polvere. Le si aggrappò alle gambe ed iniziò a farfugliare qualcosa su una casetta piena di topi e sangue, la piccola era terrorizzata come mai aveva visto in vita sua. Due uomini presenti nella macelleria si diressero nella direzione dalla quale era arrivata la piccola e quando voltarono l'angolo videro Edgar Koontz tentare di chiudere la porta di quella che pareva essere la cella frigorifera. Gl'intimarono di fermarsi. Koontz riaprì la porta, entrò e un attimo dopo tornò fuori impugnando un coltello dalle dimensioni ciclopiche. I due si fermarono a metà strada sbalorditi da quello che vedevano. L'arma che il macellaio aveva portato fuori era lunga almeno un metro e mezzo, e la larghezza della lama doveva essere di almeno venti centimetri, forse anche di più. Era talmente pesante che Koontz la trascinava con entrambe le mani, lasciando dietro di se una riga nella polvere che ricopriva la strada, una riga costellata da piccole macchie rosse. Lo sforzo necessario a muovere quell’arnese era palese sui muscoli delle braccia tesi al massimo, solcati da vene doppie come il mignolo di un bambino. Ma la cosa più terrorizzante era l'espressione della sua faccia. Uno dei due uomini se la fece addosso di fronte a quella maschera di follia animalesca, nei suoi occhi il bianco era stato divorato da un rosso sangue, e le pupille erano diventate bianche come quelle di un pesce. Dalla bocca digrignata nello sforzo fuoriusciva bava che gli colava sul collo. Dell'uomo che poco prima stava tagliando carne dietro al bancone non v'era più traccia, a parte gli abiti bianchi chiazzati di rosso.
Da dietro le donne gridavano ai due di scappare, ma loro restavano impalati lì. Quando Koontz fu ad un metro da loro sollevò l'enorme coltello urlando, e con uno sforzo sovrumano spianò l'orizzonte delle loro spalle, tagliando i monti delle teste. I due corpi restarono in piedi per qualche secondo, spruzzando sangue come fontane. Il chiasso intanto aveva attirato lì un gran numero di persone, molte delle quali svennero di fronte all'orrore che si stava consumando in quel luogo. Koontz iniziò a dirigersi verso la folla, scatenando una fuga simile a quella degli Gnu africani di fronte ai coccodrilli. La pattuglia dello sceriffo arrivò quando Koontz era a parecchi metri dall'entrata della sua macelleria. Lo sceriffo mise l'auto di traverso in mezzo alla strada, e senza capire realmente cosa stesse accadendo puntò l'arma contro quell'uomo che si trascinava dietro un coltello grosso quasi quanto egli stesso, imbrattato dappertutto di sangue. Lì per lì non riconobbe il giovane Koontz, il suo viso era trasfigurato in una maschera di insondabile follia, pareva che un pittore squilibrato l'avesse utilizzata come tela dove dar vita ad un astratto dipinto in cui le uniche tonalità di colore appartenevano al rosso e al nero. Gl'intimò di restare fermo dov'era se non voleva che lui e i suoi uomini, altri due agenti della piccola centrale di Silent Hill, aprissero il fuoco. Non era la prima stranezza che si trovava ad affrontare in quella città che, col passare del tempo, di cose normali dimostrava di averne sempre meno. Ma questa era la prima volta che quello che di cattivo c'era in quella città -perché l'aveva sempre saputo che lì il male c'era eccome- si mostrava con tanta sfacciataggine e ferocia, e l'istinto gli diceva che quella mattina nulla si sarebbe potuto risolvere con un normale "fermo o sparo".
L'enorme coltello, infatti, continuava a solcare il leggero strato di ghiaia che ricopriva la strada, trascinato da un corpo ormai all'estremo delle sue forze. Lo sceriffo riconobbe il macellaio di Silent Hill quando tra loro rimanevano poco più di cinque metri, tanto da permettergli di guardare i suoi occhi e realizzare che dietro di essi non restava più nulla che potesse accumunare quell'essere ad un altro umano. Il giovane Koontz non c'era più, e al suo posto c'era un animale rabbioso e feroce oltre qualsiasi immaginazione, e se c'era una verità assoluta che faceva parte delle sue certezze fin da quando era ragazzino era quella che affermava l'impossibilità di non abbattere un animale il cui cervello, non che denti e artigli, sono in totale balia della rabbia.
Ordinò ai suoi agenti di prepararsi, poi tentò un ultimo avvertimento, ben sapendo che il suo era un gesto dettato dal dovere più che dalla speranza. Koontz anche questa volta ignorò completamente l'ordine di gettare l'arma a terra e di fermasi con le mani dietro la nuca, continuando la sua disarticolata marcia grugnendo come un cinghiale. Poi proprio come aveva fatto poco prima con gli altri due sventurati dietro la macelleria, si fermò all'improvviso, ma questa volta invece di sollevare il coltello per fendere l'aria in orizzontale, portò il braccio dietro la schiena, per lanciare quello che pareva essere un fendente che di certo avrebbe tagliato a metà perfino la pattuglia se avesse avuto il tempo di portarlo a termine. Lo sceriffo gridò fuoco con un attimo di ritardo, tradito dalla repentinità e la forza di quell'essere che fino a quel momento era avanzato piegato a metà per lo sforzo. L'enorme coltello di Koontz si staccò dalla sua mano nel momento stesso in cui le pallottole dello sceriffo venivano percosse dal cane della pistola. L'arma roteò nell'aria divorando gli ultimi metri che dividevano il mostro dagli agenti, trovando il suo bersaglio qualche millesimo di secondo dopo che le pallottole trovassero il loro. Prima che gli trapassasse l'addome spingendolo dentro la sua pattuglia, lo sceriffo vide Koontz sbalzato all'indietro, uno zampillo di sangue sgorgò dal suo petto.



Ector schiacciò quello che restava del suo sigaro nel posacenere, e si adagiò con la schiena alla sedia.
<< E poi? >> chiesi io con gli occhi tanto grandi che credo occupassero quasi tutta la mia superficie facciale. << Cosa c'era nella cella frigorifera Ector? Dimmelo ti prego! >>
<< No >> rispose lui scuotendo la testa ad occhi chiusi. << Quello che si celava lì dentro è troppo anche per un ragazzino in gamba come te. Ma, >> aggiunse vedendomi appassire per la delusione, << ti dirò come finì. Infatti non finì tutto quella mattina. >>
Sorrise quando vide il mio fiore rinvigorire.
<< Ma non dire a tuo padre che ti ho raccontato questa storia, intesi? >>
<< Promesso! >>
<< Lo sceriffo non sopravvisse. Quel coltello era davvero enorme, una cosa mai vista prima. Probabilmente quel pazzo di Koontz se l'era costruito da se, anche se i pochi che ebbero la possibilità di vederlo da vicino hanno sempre sostenuto che avesse un aspetto molto antico, che ci fossero degli strani segni incisi sull'enorme lama. Ma questa, come quella della provenienza di Koontz, è una storia che rimarrà per sempre un mistero. Come ti dicevo, il povero sceriffo fu infilzato come uno spiedino, morì nel giro di pochi minuti. >>
<< E Koontz? >>
Il mio bisnonno mi guardò e capii che era ancora indeciso se raccontarmi tutto fino alla fine. Andai in suo soccorso sfoggiando la faccetta più tenera del mio repertorio, e lui sorrise rassegnato.
<< Quel bastardo sopravvisse. >> Si mosse nervoso sulla sedia mentre pronunciava quelle parole. << Fu colpito ben quattro volte, ma nessuna di quelle pallottole colpì un organo vitale di quel mostro. Mentre uno degli altri due poliziotti cercava invano di aiutare il povero sceriffo, l'altro si avvicinò a Koontz tenendogli la pistola puntata addosso. Quando scoprì che respirava ancora, dalla folla qualcuno urlò di ammazzarlo, di linciare quel mostro lì stesso. In un attimo mezza Silent Hill si diresse verso l'inerme mostro per finirlo, ma il poliziotto sparò un colpo in aria intimando a tutti di restare fermi. Rischiò grosso sai? Se c'è una cosa contro la quale nessun uomo dovrebbe mai e poi mai mettersi ragazzo mio, è una folla inferocita che chiede la testa di qualcuno. Il poliziotto lo sapeva bene, e si affrettò a dire che anche lui lo voleva morto come loro, e che quella sarebbe stata la sua fine. Ma non lì, non quel giorno e non in quel modo tanto misericordioso. Lo avrebbero salvato, lo avrebbero fatto sopravvivere e lo avrebbero guarito, gridò alla folla che pulsava all'unanime come una tigre inferocita che a stento si trattiene da balzare addosso alla sua preda, e una volta fatto ciò gli avrebbero dato quello che si meritava. Nessun processo, nessun avvocato, niente urlò il poliziotto con la voce rotta dalle lacrime perché sapeva bene che per lo sceriffo non c'era speranza. In quel momento decretava che quell'uomo era condannato a morte, ma che non sarebbe stata una semplice impiccagione, ne un plotone di esecuzione a finirlo. Promise alla folla che qualunque morte avrebbero riservato a quel bastardo, sarebbe stata mille volte più dolorosa di quelle da lui inferte.
La folla accettò la proposta, ma ugualmente volarono sassi e sputi verso il corpo sdraiato ai suoi piedi. Poi gli si fece sotto un viso familiare: era il giudice di Silent Hill. Solo a lui spettavano decisioni riguardo il futuro di ladri e assassini, decisioni che andavano prese dopo un regolare processo in cui l'imputato avrebbe avuto la possibilità di difendersi. Il giovane poliziotto guardò il giudice avvicinarsi, temendo che volesse contestare la sua decisione. Sapeva che quello appena detto andava contro i più basilari principi di giustizia, ma nessun giudice avrebbe potuto togliere la testa di Koontz alla gente che quella mattina era stata testimone delle sue disumane gesta. I suoi timori, però, si rivelarono infondati. Il giudice guardò Koontz per qualche istante, dopodiché strinse la mano al poliziotto. Senza dire una singola parola, ufficializzò la sua condanna. >>



Il sigaro era ormai abbandonato nel posacenere, dove esalava i suoi ultimi respiri.
<< Ma davvero sopravvisse con quattro proiettili in corpo? >>
<< Purtroppo si, e col sennò di poi tutta Silent Hill si pentì di aver ascoltato le parole del poliziotto. Koontz fu trasportato all'ospedale di Silent Hill, quello vicino al lago Toloka. I dottori riuscirono a salvarlo, anche se in realtà non fosse messo tanto bene. Quattro pallottole, anche se non ti beccano il cuore o lo stomaco, sono comunque quattro pezzi di piombo. Ma quel bastardo sopravvisse. Restò in coma per molti mesi, durante i quali la polizia indagò sul suo passato senza riuscire a trovare nulla. Al di fuori di Silent Hill Edgar Koontz non esisteva. >>
<< E la cella frigorifera? >>
<< Non provarci furbetto >> mi rispose strizzandomi un occhio. << Mi limiterò a dire che lì dentro trovarono ciò che gli serviva per dare a Koontz la fine che meritava. Quando si risvegliò dal coma non proferì parola, non tentò la fuga. Insomma, non fece nulla di nulla. Si limitò a starsene fermo in quel letto d'ospedale, a fissare il vuoto. La polizia cercò di interrogarlo per capire chi fosse, o le motivazioni che lo avevano spinto a compiere quegli abomini, ma le sue labbra restarono incollate fra loro per tutto il tempo. A dargli la notizia della sua condanna a morte fu lo stesso poliziotto che il giorno del suo arresto lo salvò dal linciaggio. C'erano solo loro due nella stanza, il poliziotto gli parlò stando ai piedi del letto al quale per precauzione Koontz era saldamente legato. Sapeva che quello steso nel letto era un uomo completamente pazzo, la sua mente non funzionava più secondo le normali regole che tutti noi seguiamo, quindi capì che non avrebbe potuto ricavare nessuna soddisfazione riferendogli della condanna, non avrebbe goduto vedendo la sua faccia sbiancare per la paura. Era certo che avrebbe continuato a fissare l'aria come se nulla fosse, e aveva ragione, anche se non del tutto. Quando seppe del suo destino, il poliziotto disse che qualcosa guizzò nei suoi occhi. A chi gli chiese di cosa si trattasse, se paura o semplice curiosità, il poliziotto non seppe rispondere. Poté solo dire che non gli piacque, avrebbe preferito di gran lunga che non desse nessun segnale di vita.
Il caso era molto particolare, aveva scosso la nostra comunità in modo tremendo, tutta Silent Hill sentiva che questa cosa era nostra, era una faccenda da risolvere in casa, tra di noi. Se avessimo voluto dare a quel mostro ciò che meritava avremmo dovuto scavalcare la giustizia ordinaria, commettere un reato a tutti gli effetti, e per questo tutto si sarebbe dovuto svolgere in gran segreto, senza che la notizia superasse i confini della città. Koontz era arrivato dal nulla, e al nulla sarebbe tornato. Convinti di ciò, i cittadini si sentirono liberi di serbargli la fine più orribile che potessero immaginare, e come ho accennato poco fa, fu la stessa cella frigorifera degli orrori a suggerire la condanna. Non c'erano solo ganci e coltelli per disossare lì dentro. >>
<< E che altro c'era? >>
<< Beh ecco... >> Ector era arrivato ad un punto in cui avrebbe dovuto sbilanciarsi un po' e parlare per forza della cella frigorifera. Stava cercando il modo giusto per dirmi quello che doveva, senza rischiare d'impressionarmi ancora di più. Con tutto quello che era già successo non vedevo cos'altro avrebbe potuto aumentare la brutalità della storia che mi stava raccontando, ma aspettai in rispettoso silenzio.
<< Era una camera delle torture, >> disse alla fine Ector con sforzo << e il giudice scelse proprio tra gli attrezzi di Koontz quello che gli avrebbe dato la morte. La scelta cadde sulla piramide. >>
<< La piramide? E cos'era?! >>
<< Era una piramide alta circa un metro, a base rettangolare. Come gran parte degli oggetti di tortura funzionava in modo diabolicamente semplice: la piramide si apriva come un sarcofago, e la parte bassa delle sue pareti interne era ricoperta da piccoli chiodi, la cui lunghezza non era affatto casuale. La piramide infatti si applicava sulle spalle del condannato, per chiuderci dentro la testa. I chiodi erano lunghi quel tanto che bastava per forare la pelle senza andare troppo in profondità, a meno che il condannato non iniziasse a scuotere la testa violentemente, cosa che comunque accadeva sempre dopo poco tempo. Dopo avergli chiuso la piramide sulla testa il condannato veniva abbandonato in cella, a morire di fame e sete mentre il peso della piramide gli piegava il collo e i chiodi gli straziavano la pelle del viso e della nuca. Dei piccoli fori applicati sulla parte superiore impedivano che il condannato trovasse sollievo in una morte per asfissia che sarebbe sopraggiunta troppo velocemente. >>
Ricordo che il palato mi si era seccato mentre ascoltavo quelle parole. Prima di allora nessuno mi aveva mai parlato degli strumenti di tortura, il massimo al quale potevo giungere con la mia fantasia erano le frustate durante gl'interrogatori dei prigionieri di guerra. Ma quello che sentii sulla piramide mi atterrì. Tuttavia esortai Ector a finire il suo racconto.
<< Koontz venne portato nella piazza davanti al tribunale di Silent Hill, dove per l'occasione fu costruito un vero e proprio patibolo. All'epoca la pena di morte non era nemmeno in vigore nel nostro stato, quindi anche se avessimo scelto una "semplice" impiccagione, avrebbe dovuto esser fatta in gran segreto. I due poliziotti che la mattina dell'arresto erano insieme allo sceriffo portarono il condannato dinanzi alla folla. Gli furono fatti indossare gli stessi abiti di quel giorno, la sua uniforme da macellaio formata da una semplice maglietta bianca, un grembiule e pantaloni, anch'essi bianchi, e tutto ancora lercio del sangue versato quella mattina. A guardarlo in faccia pareva di rivedere il vecchio Koontz, quel ragazzo dal colorito quasi anemico, con quello sguardo imperturbabile e un po' inquietante, ma tutto sommato normale. A distanza di molti mesi però il ricordo di quegli orrori era ancora vivo nella mente di Silent Hill, nessuno si sarebbe sognato di risparmiarlo solo perché ora di quel mostro non se ne vedeva traccia.


Era mezzogiorno esatto quando il giudice sentenziò la condanna a morte di Edgar Koontz per utilizzo della piramide. Il boia era il maggiore dei tre figli dello sceriffo, pretese lui stesso di farlo, e nessuno ovviamente glielo rifiutò benché avesse solo diciannove anni. Koontz restò in silenzio per tutto il tempo, le mani e le caviglie saldamente legate da grosse e corte catene. La piramide fu portata sul patibolo, dove scatenò un'enorme ovazione da parte di tutti i presenti. Bestemmie e sputi non si contarono fino a quando il boia non si avvicinò al condannato. Solo allora la collina tornò ad essere silente, per godere fino alla fine ogni minimo istante di quell'evento. Molti credevano che con la morte di Koontz sarebbero finite quelle misteriose sparizioni che ogni anno angosciavano la cittadina. Ma o non ricordavano, o forse non volevano ricordare che i misteri a Silent Hill avevano preceduto di molto, molto tempo l'arrivo di Edgar Koontz.
Alla fine accade tutto molto velocemente. La piramide fu applicata come ti ho spiegato prima, ma dalla bocca di Koontz non uscì nemmeno un flebile lamento. Pareva fosse diventato un vegetale. La folla esplose in un urlo di gioia che ancora posso sentire se ci ripenso. Agghiacciante ragazzo mio, mi gelò il sangue nelle vene. >>
<< Tu c'eri Ector?! >>
<< Come avrei potuto perdermi uno spettacolo del genere? Avevo più o meno la tua età, e il monito di mio padre a restare in casa non poté nulla contro la mia curiosità. Osservai tutto dal tetto della casa di un mio amico che abitava di fronte al tribunale. Ricordo ancora la sagoma imponente di Koontz sul patibolo, era così pallido che se i suoi abiti non fossero stati lordi di sangue avresti fatto fatica a distinguerli dalla pelle. Era un vero gigante, e quando la piramide fu chiusa sulle sue spalle non fece una piega. Quel coso era dannatamente pesante, eppure per lui pareva pesare come un normalissimo cappello. Ho impresso a fuoco sulla retina dei miei occhi l'immagine di quel corpo bianco sormontato da quella piccola montagna di ferro nero. La parte bassa anteriore e quella posteriore avevano dei prolungamenti, arrivavano all'altezza del petto e delle scapole: nel momento in cui il condannato avesse iniziato a piegare il capo sotto il peso della piramide, questi due prolungamenti avrebbero premuto sul suo corpo aumentando l'agonia. L'attrezzo più malefico che abbia mai visto in vita mia ragazzo. >>
<< Dopo quanto tempo morì Koontz? >>
<< Il macellaio resistette la bellezza di un mese. Fu rinchiuso in una cella sotto il tribunale, e lasciato lì a marcire. Un altro uomo sarebbe morto nel giro di una o due settimane, qualcun'altro anche prima. Lui invece si sedette per terra, schiena al muro, e non si mosse più. L'unico segno di vita era il quasi impercettibile sali e scendi del suo torace. >>
<< E quando poi è morto, che ne avete fatto? >>
Ector si guardò le mani, come se all'improvviso lì ci fosse qualcosa di molto più importante che terminare quella storia.
<< Allora? >> chiesi io con la mia insaziabile curiosità.
<< Qui forse inizia la parte più inquietante di tutta questa storia >> disse guardandosi ancora le mani. << In effetti sui registri Edgar Koontz risulta deceduto un mese esatto dopo la sua condanna. La versione "ufficiale" riporta arresto cardiaco, non potevano di certo scriverci giustiziato e per di più con tortura. Ma anche se avessero scritto questo i registri non avrebbero detto il vero. >>
<< Che vuoi dire? >>
<< Voglio dire che il macellaio scomparve. >>
Lasciò che il mio stupore crescesse fino all'infinito ed oltre, e poi riprese.
<< In realtà la mattina del trentesimo giorno Koontz era ancora seduto nello stesso punto, e respirava ancora. L'unica differenza era un evidente deterioramento del suo fisico, e i rivoli di sangue che scivolavano sul suo petto da sotto la piramide. Ad un certo punto si era strappato la maglietta di dosso. Ma era comunque vivo. Pareva che quel bastardo fosse immortale! Come ho detto la cella era sotterranea, si trovava lungo un corridoio di pietra insieme ad altre che all'epoca erano vuote. All'inizio del corridoio c'era sempre una guardia che stava lì per assicurarsi che il condannato non tentasse in qualche modo la fuga. Aveva mostrato delle doti sovrumane, quindi le autorità vollero andare sul sicuro. Per trenta giorni le guardie si susseguirono nei vari turni, e tutte lasciavano il posto alla prossima scrivendo sul rapporto personale che il detenuto non aveva dato alcun problema.
Fino a quella notte. La guardia di turno fu svegliata da uno stridore in piena notte. L'assordante rumore proveniva dal corridoio, ma non riusciva a vedere nulla perché le lampadine che di solito illuminavano il posto erano tutte misteriosamente spente. Provo e riprovò ad azionare l'interruttore, ma non accadde nulla. A quel punto impugnò la pistola, e recuperò la torcia che teneva in uno dei cassetti della scrivania. Quando riuscì ad illuminare il buio davanti a sè vide qualcosa di assurdo: la spoglia parete grigiastra del corridoio aveva lasciato il posto ad una rete metallica interamente ricoperta di ruggine e un liquido che pareva sangue. Oltre la rete solo buio pesto, dentro il quale avvertiva qualcosa muoversi, strisciare. Fece scorrere la torcia e si rese conto che anche il pavimento era stato sostituito da quella macabra rete metallica, e la scrivania dove fino a poco prima era poggiato a dormire era una decrepita copia fatta di legno marcio, pieno di schegge e macchie di vario colore. Intanto lo stridore continuava, pareva si allontanasse per fortuna. La guardia puntò la torcia verso il fondo del corridoio. Quello che vide gli sbiancò interamente i capelli. Il prigioniero era uscito dalla sua cella, le cui sbarre era state distorte come fossero state di pongo. Con ancora la piramide in testa si dirigeva verso il fondo del corridoio, con la schiena visibilmente distorta dal suo peso. Aveva il suo enorme coltello con se', ed era quello che produceva lo stridore. Come la mattina del suo arresto se lo tirava dietro, trascinandolo su quella rete che aveva preso il posto di tutte le pareti, del pavimento e del soffitto. Tutto marcio, tutto ricoperto di ruggine, quel luogo si era trasformato in qualcosa di abominevole, di malato, la guardia avrebbe detto che gli parve di trovarsi dentro una ferita infetta. Incapace di fare o anche solo di pensare a qualsiasi cosa, la guardia continuò a guardare Koontz dirigersi verso il fondo del corridoio, e capì perché. Sulla parete infondo, anch'essa formata dalla rete metallica, s'era aperto un grosso passaggio circolare, lì dove prima la parete non lasciava via d'uscita. Tutto l'ambiente era sospeso in una tenebra impenetrabile alla luce, se non per un metro o poco più, ed era proprio verso quella tenebra che Koontz si stava dirigendo. Quando fu sulla soglia del passaggio, la guardia vide braccia sbucare dal buio, disse che erano così tante che non riusciva nemmeno a contarle. Agguantarono Koontz dalle gambe, dalle braccia, dal busto, dappertutto, e lo trascinarono nel buio con loro.













La guardia perse i sensi. La mattina dopo l'uomo fu trovato lì ancora svenuto, e con i capelli completamente bianchi. Di Koontz non fu trovata traccia, così come del suo coltello, misteriosamente sparito dal deposito della polizia. La guardia scansò per poco il manicomio, provò a convincere tutti gli altri che quello che aveva visto era vero, ma alla fine fu costretto ad affermare che probabilmente il buio e la paura per l'evasione del prigioniero gli avevano tirato un brutto scherzo. In fondo non cambiava nulla per lui, aveva solo da guadagnare evitando l'internamento. L'unica cosa della sua versione dei fatti che combaciava con la realtà era lo stato delle sbarre della cella.
Morale della favola: Koontz era scappato, non si sapeva né come, né dove. Quando la notizia fu divulgata il panico tornò a stritolare gli animi di Silent Hill. Per mesi nessuno uscì più di casa dopo il tramonto, la casa e la cella frigorifera di Koontz erano già state date alle fiamme dopo che la polizia terminò le indagini in seguito al suo arresto. Lo spettro di Koontz aleggia sulla nostra città da allora, e le sparizioni, purtroppo, non sono mai cessate. >>
Ector si alzò per prendere del succo d'arancia. Ne versò un po' per entrambi, poi accese un altro sigaro. Io non avevo sete, continuavo a girare il bicchiere sul tavolo.
<< Tu ci credi a quella guardia? >> gli chiesi dopo un po'.
Lui tirò dal suo sigaro socchiudendo gli occhi. << Non ho dubbi che tu ci creda >> mi rispose.
Ero un ragazzino, cos'altro avrei potuto fare?
<< Non so se quella sera quell'uomo vide davvero quello che sosteneva d'aver visto, o se oltre alla torcia nel cassetto ci tenesse pure del buon vecchio Jack. I turni erano lunghi e dannatamente noiosi. Ma ti dirò questo, e ti prego di ascoltarmi con attenzione figliuolo: appena puoi scappa da questa città. Lo so che probabilmente ti sto spaventando più ora con queste parole di quanto non abbia fatto con il racconto, ma devo farlo. Questa città è cattiva, e su questo non c'è alcun dubbio. Non è un buon posto per viverci, ma se ci resti troppo a lungo poi non riesci più ad andartene. E' come se col passare degli anni i suoi tentacoli neri strisciassero sotto la tua pelle per agganciare i tuoi muscoli, ed annebbiare la tua mente. Non fare lo stesso sbaglio di tuo nonno e tuo padre, scappa appena ne avrai la possibilità. Mi hai capito? >>
Feci cenno di si con la testa, molto lentamente.
<< Spero di si per te figlio mio. Lo spero davvero. >>

Non gli mentii, avevo capito davvero. Ora vivo a migliaia di chilometri di distanza da quella dannata città. Faccio lo sceneggiatore cinematografico, sapete? Film dell'orrore, ovviamente. D'altronde cos'altro avrei potuto fare con un'infanzia vissuta in quel luogo, ed un bisnonno che invece di raccontarmi la storia di cappuccetto rosso mi raccontava aneddoti terribili sulla nostra cittadina? Prendo spunto proprio da quelle storie per i miei film, ne ho sfornati già un paio che hanno fatto il pienone. In questo periodo sto lavorando alla sceneggiatura per il mio terzo film. Ormai sono conosciuto nell'ambiente, e non devo più elemosinare una collaborazione con registi e attori. Il mio ultimo sforzo parla di un essere infernale, apparentemente un uomo dalla carnagione molto pallida, che se ne va in giro con indosso un camice bianco da macellaio, tirandosi dietro un coltello a dir poco enorme. Ma la particolarità maggiore è la grossa piramide di ferro che ha al posto della testa, un vecchio strumento di tortura che rende ancora più colossale la sua già imponente figura. E' una sorta di guardiano, si aggira in una dimensione parallela alla nostra, una dimensione infernale, dove tutto si ricopre di un manto di marciume, pazzia e malattia, dove il buio regna incontrastato, e dove tra le urla dei dannati e altri sinistri rumori, ciò che più devi temere è lo stridore di qualcosa di tremendamente pesante che viene trascinato lentamente. Se senti questo rumore ti conviene scappare il più lontano possibile, perché vuol dire che Piramid Head è nei paraggi.

2 commenti:

due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

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3 ciao