1.3.16

Al Cinema (9): recensione "El Club"



L'ennesima conferma di Larrain.
Quattro preti esiliati per punizione in un paesino.
Un suicidio.
Un'inchiesta interna.
Una storia di lupi ed agnelli.

presenti spoiler molto piccoli, più grandi nel finale di rece

La sensazione, fortissima, è che il non ancora 40enne Pablo Larrain sia uno di quei registi da inserire
con tutte le scarpe nella schiera, peraltro nemmeno troppo poco numerosa, dei grandi registi contemporanei.
Cinque film in un decennio ad una cadenza quasi perfetta di uno ogni due anni.
Ne ho visto solo uno dei precedenti, il bellissimo e "importante" Post Mortem ma sono anni che ho riscontri positivissimi anche su "Tony Manero" e "No".
La sensazione, dicevo, è che questo regista non sbagli un colpo e, soprattutto, abbia molto da dire.

E se è vero che i suoi film sono impegnatissimi sia politicamente che socialmente, è anche vero che Larrain riesce (tranne, credo, in No) a parlare di certe tematiche sempre in modo molto originale.
L'uomo ossessionato da John Travolta in Tony Manero, il dattilografo di autopsie in Post Mortem e adesso il gruppetto di preti spretati de El Club.
Tre modi intimi, privati, circoscritti per affrontare invece tematiche umanamente e socialmente gigantesche.


Se il corpo sul tavolo mortuario di Post Mortem, ad esempio, rappresentava in un certo senso una scusa per permettere a Larrain di fare l'autopsia ad un intero paese, anche il El Club le piccole vicende di questi 4 preti sono in realtà l'occasione per uno sguardo ampissimo sul mondo Chiesa.
Talmente ampio che Larrain, forse in maniera anche troppo semplicistica, "attacca" ad ogni prete una storia di Chiesa diversa, così, per poter parlare di tutto, dalla pedofilia alla corruzione, dai segreti militari inconfessabili allo smercio di bambini senza madre.
E' come se i quattro preti di El Club rappresentassero le quattro teste di un'Idra potentissima.
Siamo in un paesino cileno. In una casa vivono 4 uomini ed una donna. La loro vita è fatta di gesti rituali, i pasti, l'orto, l'allenamento del loro levriero, le corse clandestine dello stesso, poco altro.
Scopriamo quasi subito, però, che quella casa in realtà è una comunità di "esilio" per preti a cui, per vari motivi, è stato tolto il sacerdozio. Un giorno ne arriva un altro, un quinto. Non fa nemmeno in tempo ad arrivare che un suo ex chierichetto pluriabusato in passato scopre l'esistenza della casa (nessuno in paese sa chi vive là dentro e gli stessi preti non possono avere contatti con chicchessia).
Si mette ad accusarlo di tutto quello che ha subito. Il prete appena arrivato, non riuscendo a reggere psicologicamente, si spara un colpo in testa.
Arriva un sacerdote psicologo per capire cosa è successo in quel luogo. I quattro preti coprono l'accaduto (se si sapesse che avevano una pistola, ad esempio, li manderebbero via). Tutto il film racconta della convivenza tra questo nuovo giovane, affascinante prete psicologo e i quattro sacerdoti esiliati.
Chi sono realmente? Che cosa è successo?


Larrain costruisce una drammaturgia quasi perfetta. Rischia il film a tesi, dimostrativo, ma in realtà le zone d'ombra e confuse che lo allontanano da questo tipo di operazione sono tante.
Gli stessi quattro preti, ad esempio, per gran parte del film ci sembrano completamente innocui. E anche quello che hanno fatto in passato (viene fuori piano piano da delle specie di "interviste dello psicologo) in alcuni casi non sembra così grave. Uno ha preso bambini di madri che l'avrebbero "buttati" e li ha "dati" ad altre madri che invece non potevano averne, uno ha "soltanto" omesso dei segreti militari, uno non parla, vecchio e quasi catatonico, e l'unico che sembra aver avuto a che fare con la pedofilia ha una storia confusa alle spalle. Insomma, Larrain non ci dà alcuna certezza sul lato "mostruoso" dei quattro. E anche in casa li racconta in maniera molto semplice, nessuna scena ambigua, nessuna sensazione di qualche lato oscuro.
Eppure se questi sono stati esiliati i motivi ci saranno, eccome. E solo vedere come trattano la vicenda del suicidio del nuovo arrivato ci aiuta a capire quanto siano bravi a non dire la verità delle cose.
Poi c'è lei, l'ex suora che li segue, fa loro da mangiare e li aiuta a seguire le regole. Ed è questo forse il personaggio più straordinario e riuscito del film. Una donna apparentemente semplice e "nascosta" che in realtà, a mio parere, muove i fili di tutto. Ecco, come in The Master di P.T.Anderson io ho avuto la sensazione che la vera mente di tutto sia lei. Tra l'altro l'attrice che la interpreta, Antonia Zegers, offre una prova straordinaria, secondo me di gran lunga la migliore del lotto, addirittura superiore al superbo Alfredo Castro (Post Mortem, E' stato il figlio, Desde Allà). l'attore feticcio di Larrain (ma quasi tutti gli attori di El Club sono presenti in tutti i film del regista).


A proposito, ad un certo punto Padre Vidal (Alfredo Castro, appunto) si definisce "il re della repressione". Che buffo, potremmo affibbiare la definizione al suo personaggio in Desde Allà in maniera perfetta.
Tornando a lei, quel suo sguardo tra il tenero e il demoniaco, quel suo saper gestire tutto, quel suo mentire ancora più radicale degli altri. E la scena nel finale con Alfredo Castro...
Sì, se c'è un Diavolo in questa enclave di chiesa nascosta tra le mura di un paesino, è lei.
E perfetto è anche il personaggio del vagabondo, l'ex chierichetto abusato.
Completamente devastato nella mente, si lancia sempre in lunghissimi monologhi dove alterna minuziose descrizioni degli abusi a frasi e precetti religiosi che gli sono stati incul(c)ati, molto spesso durante gli stessi abusi. Quell'uomo è rimasto a 30 anni prima, imprigionato in un inferno da dove non uscirà più. Ed è incredibile che più volte lo spettatore si troverà addirittura a ridere delle cose che dice, di come racconti in maniera così naturale, forbita e dettagliata gli abusi. Cose terribili come il sentire che lo sperma che doveva ingoiare (scusate) era il seme del Signore diventano quasi momenti comici irresistibili, incredibile. Sembra un istrione, uno che sta prendendo in giro tutti, un comico. In realtà è un uomo finito che si trascina la vita come un pesantissimo fagotto.
Il film è tremendamente affascinante ma ad un certo punto sembra girare troppo su sè stesso. Sempre le solite cose, sempre i soliti interrogatori, nessuna svolta, nessuna evoluzione.
Poi arriva quella notte di impressionante violenza che porta a 25 minuti finali meravigliosi, da vivere quasi in apnea (mi ha ricordato un pò Luton in questo).
E il film svolta del tutto. Ecco che le vere facce vengono fuori, ecco che i lati oscuri emergono.
Un triplo montaggio parallelo di superba enfasi (epperò che brutta, forzata e gratuita la vicenda con i surfisti... Larrain voleva solo togliere di mezzo Padre Vidal mentre gli altri facevano quello che facevano, ma scrive la cosa in maniera raffazzonatissima), il paese di notte, un pestaggio che mi ha ricordato tremendamente quello de La Zona.
Ho una sensazione molto forte.
Ed è quella che questo sia un film ancora più grande di come l'ho vissuto e percepito io.
Del resto la stessa cosa mi accadde proprio con The Master.
In questa piccola vicenda paesana, in questi personaggi, si potrebbe nascondere lo scheletro di un mostro gigantesco. Forse persino un archetipo, un modello, una base, un paradigma sul quale poter declinare mille discorsi sulla chiesa, i suoi segreti, i suoi metodi, i suoi uomini.
El Club, già.
E la sensazione che il titolo non si riferisca soltanto al piccolo club dei quattro preti ma a qualcosa di molto più grande e con molti più iscritti è forte.


In un finale di perfezione assoluta lo psicologo va via.
Lascia ai lupi un agnello sacrificale, una tentazione, un lascito che porterà per forza a qualcosa.
Se i lupi mangeranno l'agnello saranno condannati per sempre.
Se lo lasceranno vivere e lo accudiranno, forse, la via verso la redenzione e il pentimento sarà finalmente intrapresa.
Ma come in una storia che parlava di una rana ed uno scorpione la sensazione è che la propria natura, alla fine, viene sempre fuori.
E un lupo è un lupo.
E non basta una suadente voce femminile, non basta un canto, non bastano parole di amore e pietà per togliergli dal naso l'odore della preda.

 (voto 8)


17 commenti:

  1. Io ci ho visto l'adattamento filmico della storia del grande inquisitore inserita da Dostoevskij nei fratelli karamazov. La funzione di ogni istituzione, compresa quella del club, è quella di forza frenante (katechon). Ma il male assoluto si può frenare e contenere solo con una cieca obbedienza a regole assurde e arbitrarie o spesso commettendo un male minore. Gli uomini hanno un bisogno costante di cedere alle tentazioni. E se cristo tornasse sulla terra sarebbe di nuovo processato e condannato a morte perché dovrebbe sottostare all'ordine delle istituzioni come nella parabola dell'autore russo. Il grande inquisitore riconosce la grandezza del messia e come dice Ivan Karamazov il bacio brucia il suo cuore ma non gli fa cambiare idea. Larrain mette in scena i dubbi interiori di un prete inquisitore che accetta il sacrificio di un innocente affinché non si producano crepe nell'ordinato mondo ecclesiastico. L'agnello che toglie i peccati del mondo, appunto...

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    1. come al solito, che cazzo te devo dì?
      vieni a vedè Room? (a parte gli scherzi te chiamo per quello)

      Non avevo mai pe3nsato che le istituzioni fossero forza frenanti, ovvio che sì. Sempre quelle "regolari" comunque. In caso di istituzioni marce in apparati marci, come una dittatura, a volte potremmo avere l'effetto opposto, ovvero che le stesse istituzioni sono la forza scatenante e distrittruce.
      La tua lettura è perfetta e questa figura dello psicologo paragonata all'inquisitore che sceglie il male minore a costo di non far crollare l'istituzione ancora di più

      sull'agnello che dire, te l'ho rubato

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    2. Tornata da poco. Lo hanno dato in lingua originale, gran bella sorpresa. Per una volta Rocco citi qualcosa che ho letto, anche se è stato il cammino letterario più lungo, difficile, frustrante e "pieno" di sempre. E' un gran riferimento, grazie.
      Giuseppe concordo in particolare sulla figura femminile: che gran personaggio. E che gran film, nel non limitarsi ad una denuncia della superficie.
      La scena dei surfisti sì forse è raffazzonata ma utile al completamente del quadro. Una nota inquietante che per me ci sta.

      Notte :)

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    3. Grazie a te. L'unico ricordo chiaro e distinto di quella lettura difficile e piena è appunto quel piccolo gioiello del racconto dell'inquisitore, che sto film ha contribuito a rievocare. Come per i quattro preti ogni passato torna per essere rimesso in scena e digerito, ma solo per essere dimenticato. La memoria alla fine è un'azione ostile contro se stessi e per se stessi (anche quella letteraria).

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    4. Credo anche noi l'abbiamo visto in lingua.
      Ormai ne vedo così tanti in un modo o nell'altro che nemmeno ricordo più chi era in un modo e chi in un altro.
      Beh sì, i Karamazov sono una delle letture più complete della storia, impressionanti.
      Ah, quella donna è il best character del film secondo me, senza dubbio.
      Ma continuo a credere che le vicende dei surfisti siano forzatissime. Ci stava una vicenda laterale, ma secondo me non l'hanno scritta al meglio.


      Rocco: che te devo dì? niente

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  2. Straconvinta che questo film facesse parte della rassegna del cinema d'essai che si terrà nella mia città. (È incredibile come una cosa del genere sia potuta accadere. Hanno inserito Il figlio di Saul, Desdè allà e non essere cattivo, più altri che purtroppo ho già visto in streaming. E verrà trasmesso anche anomalisa, ed io sono tipo felice come una bambina il giorno di natale.)
    Ritornando al film,sta di fatto che me lo sono immaginata o sognato, infatti mi sbagliavo. El club non fa parte della programmazione,sob :(

    Vediamo se riesco ad inserirlo nelle visioni di marzo.

    N.b. sono a quota 4 film al cinema, una specie di record per me :D

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    1. Ma grande.
      Sto creando un mostro (in senso buono).
      Prima mi dici che grazie al blog hai cominciato a ragionare più sui film, poi che hai ricominciato a scrivere, ora addirittura che sei andata al cinema 4 volte in due mesi (non è male per niente).
      Ma l'apice lo raggiungi qua:

      "che purtroppo ho già visto in streaming"

      beh, ma sta frase o non ha senso o sti 10 giorni è successo qualcosa. Due settimane fa me rompevi da morire co sta cosa dello streaming e ora mi dici PURTROPPO l'hjo visto in streaming?????

      ahaha, no dai, son contento che un pochino cambi abitudini e pensieri

      beh, gran bella rassegna comunque, tre titoli splendidi

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    2. Rachele Tommaso4 marzo 2016 10:44

      Volevo mandarti una mail, dove ti spiegavo la mia "evoluzione cinematografica". L'ho cancellata.
      Ti saresti montato la testa ;)
      Magari un giorno te la riscrivo.

      Un pezzo del messaggio te lo meriti però:)
      "Un blog di un appassionato di cinema. E che sta passione vuole darla agli altri."
      Con me ci stai riuscendo:)

      Comunque,ho trovato un compromesso:
      Vedrò un film a settimana.
      Il problema, però, è che solo in questo mese di marzo ce ne sono 6 che voglio vedere.
      Mi sa che è arrivato il momento di provare la sala in solitaria.

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    3. Fuori dagli scherzi (per una volta) devo dire che sta cosa è molto bella e sì, mi fa molto piacere.
      Più di qualsiasi complimento o commento sapere che qualcuno attraverso un blog (se poi il mio pure meglio) cambia (si presume in meglio) il suo approccio col cinema (inteso sia in senso lato che sala) è una gran cosa.
      Non quanto mettere tre parentesi in una frase ma una gran cosa lo stesso.

      Nemmeno mi ricordavo di quella frase, non so manco dove l'hai trovata. Ma, ovviamente, mi ci riconosco molto.

      Uno a settimana, 52 l'anno, fregheresti pure me.
      Anche se quest'anno, per adesso, sono sopra media, 10 in due mesi (il primo poi il 20 gennaio l'ho visto).

      Sì, è arrivato quel momento, la creatura sarà finalmente completa ;)

      ahah

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    4. Rachele Tommaso4 marzo 2016 11:01

      Ahahhaha
      Giusè, è la frase che si trova sotto il buio in sala quando lo cerchi su google.
      Vabbè, non ho intenzione di superare il maestro,lungi da me ;)

      Mi mette ansia andare al cinema da sola, ahahahah
      Ovviamente sarai il primo a cui lo dirò:)

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    5. Ah, se vede che era una frase che dovevo mette come mini presentazione per qualche apparato, boh...

      In realtà i ragazzi che vanno al cinema da soli sono più di quanto sembri.
      Certo, non al multisala.
      Al multisala ogni tanto scoccia pure a me.
      Ma nei cinemini è prassi comune, uno ci va per il film, non per fare un'uscita in cui il film sì. o.k, ma sticazzi.
      Poi prima o poi delle amicizie "cinefile" (sai quanto mi dà l'orticaria la parola) le troverai.
      Magari rimorchi pure

      ahaha, famme sapè

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  3. lo aspetto, Pablo Larraín non mi ha mai deluso

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    1. Men che meno lo farà qui, vedrai ;)

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  4. Avendo visto tutti i film di Larrain ti posso dire che il preambolo iniziale che fai sul regista è azzeccatissimo, come se li avessi visti tutti anche tu. Per me Post Mortem rimane il suo film più bello, poi a scala Tony Manero e il meno riuscito per me No, come già ti scrissi nella recensione di Desde Allà se ti ricordi.

    Sicuramente questo non lo perderò, perchè Larrain è imperdibile per quello che già mi ha fatto vedere e perchè qui, come giustamente dici, probabilmente ritorna a tematiche a lui più vicine dopo la parantesi più politica di No. E perchè ovviamente la tua recensione e il voto invogliano tantissimo ;) Spero di farti sapere in futuro cosa penso su quest'ennesima pellicola di un autore troppo sottovalutato.

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    1. AH, vedi, mi confermi che No è un pò diverso dagli altri, meno intimo, più esplicitamente politico. Per questo l'ho evitato. Tony Manero arriverà, per forza

      questo è uscito al cinema e doppiato, quindi al 99% arriverà anche in home video. E, come dicevo ad Ismaele, difficilmente ti deluderà, specie per uno che conosce il regista in modo così completo come te ;)

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    2. Infatti non mi ha deluso ;) pellicola potentissima che svisceri perfettamente, sia in pregi (tantissimi) che in difetti (pochissimi). Aggiungo una cosa che nella recensione non menzioni: le musiche e la fotografia; la prima è stordente e inquietante, la seconda con filtri sgranati, penombre e in certi casi buoi oscuro rende quella lividezza e quel torpore che la storia emana da tutti i pori. Opera gigante di un autore gigante.

      Voto: 8,5

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    3. Carissimo, il mio non menzionare le musiche purtroppo è un difetto fisso... Incredibile come per quanto mi coinvolgano poi non ne parli mai. Invece è più strano che non parli della fotografia, aspetto che adoro.
      Ma almeno ne hai potuto parlare così bene te, non avrei saputo dir meglio ;)

      e ora sarebbe da andare a vedere Neruda...

      al solito, grazie!

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