21.7.17

Recensione: "A Dark Song"

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Arriva dall'Irlanda quest'horror, opera prima, che si presenta come un elegante, raffinato e benissimo scritto thriller psicologico.
Un rito lungo mesi per rivedere il proprio figlio scomparso.
Un film sulla sofferenza e sul senso di colpa.
Con un finale di grande umanità

grandi spoiler dopo ultima immagine

"Stiamo parlando della tizia che si rinchiude con un tizio rosso e fanno tutto il rituale per riavere dietro il figlio, vero? Voto bassino, ma non insufficiente"
Mi scrive una ragazza quando le dico che avrei visto questo film.
A parte che forse dovrei scritturarla per scrivermi le trame, ma per il resto no, non ci siamo.
Perchè questo horror irlandese è un signor horror. Raffinato, elegante, quasi colto, intelligente.
Opera prima cavolo, pure scritta dall'esordiente Liam Gavin.
E allora sì, allora abbiamo la conferma che i nuovi autori di horror quasi sempre sanno distaccarsi dai trucchi facili del mestiere, che hanno coraggio, che sanno scrivere, che sanno lavorare con gli ibridi.
La fregatura, semmai, è che poi quelli che vengon fuori, quelli che vanno ai piani di sopra molto spesso poi sono snaturati dalla terribile catena di montaggio dell'horror di sala anni 2000.
Quindi, se potete, cercate sempre queste opere prime e seconde. E' tutto qui il miglior horror recente, tutto qui.

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Gavin prende il sottogenere più abusato di tutti, quello che ha portato a risultati più scadenti negli ultimi anni, quello che molto spesso diventa macchietta di sè stesso, ovvero quello degli esorcismi/riti/evocazioni.
Roba che a citar 4,5 titoli recenti ci trovi dentro le peggio cose.
Ma lo prende comunque in un modo non troppo battuto, per quanto mi riguarda pure originale.
Una madre vuole rivedere suo figlio.
Si affida ad una specie di "sacerdote laico", un irlandese ubriaco che conosce dei potentissimi riti.
E questo rito non è il classico rito del cazzo latinizzante che finisce in una notte, no, ma un percorso assurdo lungo mesi. Rinchiusi in una casa, senza poter uscire mai più, lui e lei.
Ne nasce così un film a unica location e a soli due attori.
Un film metafora di tante cose, della sofferenza, dell'elaborazione del lutto, del percorso che una madre è tenuta a fare per superare un trauma così grande.
Son pochissime le somiglianze eh, ma per certe cose potremmo avvicinare A Dark Song a Babadook. Sempre di perdita da superare parliamo, sempre di demoni da sconfiggere dentro la propria testa. Anche se curiosamente dove in uno, Babadook, il figlio rappresentava l'oggetto della colpa qui diventa quello del senso di colpa.
Buona la regia (solo la prima inquadratura è tanta roba), bravissimi gli attori tra i quali spicca il fantastico protagonista di Sightseers.

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Ed è interessante come la prima parte, un pò alla Magic Magic (di cui però non raggiunge minimamente la stessa densità) possa esser letta come un insieme di cause e concause. Il paranormale, la privazione del sonno, i medicinali, il fungo velenoso, sono tanti gli elementi che, in qualche modo, possono distorcere la mente della nostra protagonista e provocarle, ad esempio, allucinazioni.
Il film soffre un pò si un'eccessiva lunghezza (non è lungo ma un soggetto così doveva portare a qualcosa di ancora più breve) e, diciamocelo, se cercate paura o tensione non è che ne troverete molta.
Però c'è il desiderio di andare avanti, di vedere dove si andrà a finire. E c'è la sensazione di trovarsi davanti ad un horror molto genuino, molto fair, un horror che ha qualcosa da dire e che non cerca minimamente di usare chissà quali effetti speciali.
C'è tanta sofferenza, il percorso da seguire è veramente duro, scene come quelle del sangue bevuto o dell'annegamento ti rimangono dentro.
 Anche se, lo ammetto, un film così dovrebbe trasmettere più empatia con lei.

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Si arriva così all'ultima parte, quella più squisitamente horror.
Un pò confusa, un pò anarchica, ma in ogni caso sempre abbastanza elegante.
Lo scantinato "infernale" mi ha ricordato moltissimo il gran bel horror turco Baskin.
Mi è piaciuta molto la scelta, abbastanza inaspettata, di far morire lui.
Perchè anche concettualmente eleva il film. Lei ha bisogno di superare quel trauma da sola, ha bisogno di finire il rito solo con le proprie forze. Del resto la vita è così, per quanto gli altri possano aiutarti alla fine devi sempre metterci del tuo.
E la fine a qualcuno sembrerà buonista ma dimostra solo che questo film aveva un messaggio dentro.
Prima il rito doveva servire "per amore", poi "per rivedere il figlio", poi "per vendetta".
Alla fine questa via crucis servirà a qualcos'altro.
Ad una delle cose più grandi che possano esistere.
La capacità di perdonare.


6 commenti:

  1. Questo me lo devo proprio vedere: Irlanda, horror, anarchia, Baskin... C'è tutto quello che mi piace :)
    Se poi anche le musiche si difendono bene siamo a cavallo!
    Bellissima recensione, è davvero bello tornare a leggerti così.

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  2. Stupendo.
    Ho amato il film e amato un sacco quel finale.
    Il film con il tarlo se il rituale funzioni o meno, se porti da qualche parte. Il dubbio sul significato di quel rituale, sui motivi che spingono lei e lui.
    La lentezza, troppi troppi film in cui quest'occultismo vario si risolve in tre secondi e due gocce di sangue, no, un calvario. L'orrore per parte mia alla fine c'è (sono un po' un cagasotto) ma tutta l'attenzione è sul finale.
    Che emozione. Quell'angelo prima incazzoso per essere stato tirato in ballo in quel rituale sacrilego, forzato a "esprimere un desiderio"; poi dopo la richiesta, quel sorriso!!
    Una richiesta che spinge il film ancora più a fondo, che rappresenta un bisogno di tutti.
    Tutto quello che quella donna ha passato, e non è bastato a farle fare quel passo. Comprendere, rendersi conto di che cosa ha bisogno ma non riuscirci, non poterlo fare.

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    1. Meriti un abbraccio al raduno per questo commento

      (arriverò sulla mail)

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  3. Che bello! Non mi aspettavo di amare cosi'un horror,genere da cui fuggo volentieri.Ma questo è diverso,è un cammino verso la vita,una rinascita finalmente dopo la morte.
    Mi ha ricordato un altro film irlandese,calvario,che tu hai commentato proprio qui.
    Il sacrificio di qualcuno,quasi sempre, puo' far riflettere e "salvare",un'altra persona.
    In calvario era il prete,che va praticamente verso una condanna,ma nel frattempo,aiuta diverse persone a ritrovarsi.
    Qui,l'esperto di riti satanici,piu'un ciarlatano,squattrinato direi,uno sconfitto,ci rimette la vita,ma la sua morte,il suo uscire di scena,dice alla protagonista adesso sta a te...
    Un cammino inverso,ma la strada è quella,perdonare, ripartire,ricominciare....come facciamo noi tutti i giorni...

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    1. L'Irlanda questi ultimi anni ci sta regalando perle, ne avrò viste quasi una decina a metterle insieme.
      Che bello il tuo parallelo con Calvario, film così diverso eppure sì, con anima molto molto simile.
      Ma del resto entrambi i film sono, in qualche modo, "religiosi", se poi questa religiosità va vista come trascendenza o semplice presa di coscienza umana è lo stesso.
      Possiamo sempre migliorare, possiamo sempre perdonare, e il finale di questo film ne è simbolo come pochi altri visti in questi anni.

      Grazie Paolo

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