19.5.18

Recensione: "Dogman"

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L'ultimo Garrone è, ancora una volta, un grande film, forse grandissimo.

In un litorale romano grigio e spento vivono il mite e buono Marcello, toelettatore di cani, e l'ex pugile Simoncino, un omone arrogante che tiene sotto scacco l'intero quartiere.
Una vicenda umana e sociale, il racconto di un debole che arriva al suo punto di rottura.

Fotografia, recitazione e costruzione delle scene da cinema altissimo.
Forse unica piccola pecca una sceneggiatura priva di guizzi.
Ma, insomma, ce ne fossero.

Credo di aver recensito solo 3 film, su 1250, con "cane" nel titolo.
Con una percentuale dello 0,1% sono incredibilmente stati consecutivi, L'isola dei cani e Dogman (tra l'altro il terzo, Dogville, a differenza di questi due coi cani non c'entra nulla).
Ma la cosa più assurda e che preferisco non "leggere" è che tra questi due film, in mezzo a loro, se ne sia andata Miele.
Non ho parole

Nel 1990 un tassidermista nano, Domenico Semeraro, viene ucciso dal suo protetto, un ragazzo che aveva preso a bottega e di cui si era invaghito. Tra i due c'era un rapporto morboso, diventato ancora più morboso e delicato quando Armando Lovaglio -il ragazzo- conobbe Michela, una bella e spigliata ragazza di cui si innamorò.
Al nano quella ragazza non piaceva, era un fastidioso impedimento al suo rapporto con Armando.
Fatto sta che un giorno i due ragazzi uccidono il nano per liberarsene.
Da quel film Matteo Garrone trasse L'Imbalsamatore, vera e propria pietra miliare del noir italiano.
Se volete saperne di più cercatevi l'intervista di Franca Leosini ad Armando Lovaglio in Storie Maledette.

Nel 1998 Marco Mariolini uccise Monica Calò.
Niente di strano, di ragazze uccise dal proprio (ex) compagno siamo ormai invasi.
Ma la storia di Mariolini è una delle più perverse ed inquietanti tra quelle sfociate in femminicidio.
Mariolini era un "anoressofilo", ovvero un uomo che amava solo le ragazze anoressiche. A lui del corpo umano attraevano solo le ossa. Costrinse più di una sua ragazza a scendere sotto i 40 kg. Lo stesso fece con Monica, ragazza che ad un certo punto lo lasciò prima di incontrare il suo tragico destino.
Quello che rende ancora più inquietante la vicenda è che Mariolini l'anno prima dell'omicidio scrisse un romanzo autobiografico, Il Cacciatore di Anoressiche, in cui descriveva esattamente l'omicidio che poi avrebbe compiuto l'anno successivo. Tanto che questo romanzo, caso credo unico, fu usato come prova di premeditazione.
Due anni dopo L'Imbalsamatore ancora un caso di cronaca nera ad ispirare Garrone. Il film è Primo Amore ed io, per motivi personali, non sono mai riuscito a vederlo nè, credo, mai lo farò.
Anche in questo caso se volete approfondire c'è un'incredibile intervista a Mariolini realizzata dalla solita Franca Leosini.



Nel 1988 un minuto e mite toelettatore di cani, Pietro De Negri, uccide un grosso e prepotente ex pugile, Giancarlo Ricci.
Stanco di sopraffazioni e soprusi il De Negri, con uno stratagemma, riuscì a chiudere il Ricci in una delle sue gabbie per cani. Da lì, torture, omicidio e nuove torture post mortem.
Rimase famoso come Il delitto del Canaro. Lo stesso Canaro, il De Negri, raccontò dettagli raccapriccianti delle sue torture. Questi dettagli nell'opinione pubblica sono diventati così "reali" che in molti vi diranno "ho letto del Canaro, mai visto niente di simile, nemmeno nel peggior horror". In realtà se la gente approfondisse, scoprirebbe che il 70% di quei dettagli furono solo frutto dei vaneggiamenti della mente malata del De Negri sotto l'effetto di cocaina. L'autopsia smentì quasi ogni cosa. Resta un delitto efferato, molto efferato, non privo ad esempio di mutilazioni. Ma il mito ha sopravanzato la realtà.
Da questo fatto di cronaca il solito Matteo Garrone ha tratto Dogman, il film di cui parleremo.
Non so se questa trilogia sia stata "ufficializzata" o le sia stato dato un nome.
Fatto sta che io la chiamerò la Trilogia della Nera di Matteo Garrone.


Dogman...
La vicenda del Canaro è solo spunto per una riflessione forse più ampia di Garrone.
Intendiamoci, gli elementi ci sono tutti, sia quelli macroscopici - i 2 protagonisti, il mite canaro e l'arrogante pugile - sia alcune chicche più piccole ma che furono decisive nella vicenda reale - il calcio al cane dato dal pugile, l'umiliazione davanti alla figlia ed altri ancora-.
Quello che più sorprende e che rende questa operazione di un'onestà intellettuale paurosa (niente a che vedere con il coevo film di Stivaletti che sta per uscire...) è, da parte di Garrone, l'aver preso la vicenda del Canaro spogliandola proprio degli elementi che hanno reso immortale e così a lungo tramandata la stessa vicenda, ovvero le sopracitate torture.
Prendere un fatto di cronaca conosciuto da tutti in una maniera e riproporlo modificando proprio le parti che l'hanno reso leggenda è un qualcosa da autore vero e, dirò di più, da uomo vero.
Anzi, Garrone va anche oltre, mostrandoci il delitto come casuale, come puro tentativo di difesa per non essere a sua volta uccisi. Non solo niente torture quindi, ma addirittura niente volontà di omicidio, incredibile.

In uno squallido, grigio e informe litorale romano vive e lavora Marcello, uno di quegli uomini che in una certa letteratura avremmo definito inetto.
Ha un piccolo negozio dove lava, asciuga, accudisce e prepara per mostre i cani.
Questo squallido litorale è una specie di quartierino con i suoi negozi e la sua vita coatta (nel senso etimologico del termine), costretta in quei pochi metri quadri.
Il problema è che in questo grigio e spento microcosmo, dove al massimo ce se magna un'amatriciana insieme e se dicono un par de mortacci, impera Simoncino, un ex pugile grosso quanto la su prepotenza e la su ignoranza.
Anche lui, seppur in una maniera esplosiva e non implosiva come il Marcello, è un inetto, un buono a nulla, un uomo piccolo dal cervello piccolo incapace, se non con la violenza, di una benchè minima riuscita sociale.
Fermi un attimo, andiamo a parlare un attimo di chi interpreta questi due personaggi.
Beh, straordinari.
Marcello Fonte (una specie de Shelley Duvall de Shining fatto omo o -come dice l'amico Vincenzo- un Carlo Delle Piane cocainomane) interpreta il suo omonimo Marcello. E, che dire, siamo davanti ad una di quelle interpretazioni da pura pelle d'oca. Fonte restituisce tutto de sto personaggio, la sua mitezza, la sua dolcezza (le scene con la figlia sono di un affetto talmente primitivo e assoluto che manco paiono del mondo umano, quasi più di quello animale, e la sequenza del ritorno alla villa svaligiata per salvare la cagnolina è al tempo stesso tanto inverosimile quanto struggente), la sua scarsa capacità intellettiva, la sua debolezza, il suo essere facilmente plagiato, la sua incapacità di vedere la vita in modo maturo ed incisivo.
Ma non è da meno Edoardo Pesce, che interpreta un immenso omone di una arretratezza mentale da far spavento, orribile persona capace di parlare soltanto la lingua della violenza, una violenza assoluta, perfetta, che se ne frega delle ragioni e dei contesti. Fa veramente paura Pesce da quanto è bravo, tanto da rendere il suo personaggio una specie di villain come e più incisivo di tanti horror.

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Ma, come quasi sempre nel cinema di Garrone, il livello recitativo è straordinario. E pochi come questo regista sanno prendere ragazzi e uomini di strada (penso a Fonte -quasi al debutto- al protagonista di Reality o ai ragazzi di Gomorra) e farli diventare animali da cinema impressionanti.
Sono almeno altri due i punti di forza di questo film.
Il primo è la straordinaria scelta e relativo uso delle location, con questo spettrale "stabilimento" balneare, la piazzetta grigia e informe e la serie di negozi vecchi e laidi.
E' molto particolare la scelta di Garrone di darci questa immagine molto settantina ma ambientare poi il film sicuramente negli anni 2000 (vedi gli euro o internet) anche se espropriati di alcune sue caratteristiche quasi inscindibili come i telefonini.
L'altro punto di forza è in una fotografia magnifica, tutta sulla scala dei grigi e dei colori spenti, una specie di grana post-apocalittica in cui non troviamo mai, in nessun colore, in nessun cielo, in nessun luogo una possibile stilla di vita o vitalità.
In realtà no, in realtà c'è un solo luogo dove divampa il colore, dove la vita sembra avere piccoli attimi di possibile felicità e fuga dagli affanni.
Ed è il mare, quel mare dove Marcello perlustra i fondali insieme alla figlioletta. Una scelta magnifica di Garrone, questa di creare un mondo-altro, un mondo sommerso, l'unico dove poter essere veramente liberi, non minacciati, sereni e in simbiosi con quella figlia così amata. E' come se, appena fuori il mare, appena usciti dal pelo dell'acqua, Marcello torni ogni volta l'uomo inerme, incapace e inetto pronto ad essere mangiato.
Solo immerso è al sicuro, anzi, nella bellissima scena di quella specie di attacco di panico, i problemi di fuori lo raggiungono anche in quel mondo magico là sotto.
Per restare nella metafora del mare è come se appena fuori dall'acqua Marcello diventi un piccolo pesce che può esser solo divorato (e, in questo, assurda la coincidenza che invece il pesce più grande, Simoncino, sia interpretato da un attore che proprio Pesce si chiama).

Sono tante le scene da ricordare.
Quella della discoteca, magnifica, una via di mezzo tra quelle de La Grande Bellezza e di Victoria.
Quella del pestaggio nell'officina delle sculture, con quella marionetta che piange sangue, sangue umano.
Personalmente, da padre, ho trovato un'altra sequenza come una delle più belle. Ed è quando Marcello torna dopo il carcere (anche il canaro ci finì per colpa del pugile) e viene attaccato e offeso da tutti. Marcello non si difende, non guarda nemmeno in faccia gli aggressori, cerca solo di scorgere lo sguardo della figlioletta che se ne sta andando via. L'ho trovata una scena di una delicatezza straordinaria, di una scrittura superiore, una scena che in una sceneggiatura fa un personaggio.
In realtà Garrone non sbaglia un'inquadratura o una costruzione di scena.
Il problema, semmai, è altrove.
Ed è quello di una sceneggiatura leggermente prevedibile, leggermente didascalica come, didascalici, sono quasi tutti i personaggi. C'è poca ambiguità, ad esempio manca del tutto quella che rese grandissimo L'Imbalsamatore. Lo spettatore si ritrova una sequela di causa-effetto che, a volte, è anche un pò affrettata (che lui finisca in carcere senza processo e senza prove ad esempio).
Il film, insomma, non sorprende. Non che lo abbia dovuto fare, parliamo sempre di una vicenda abbastanza lineare e con poche sfumature.
Ma non posso negare che, ad esempio, l'atmosfera di Reality l'ho trovata più interessante di questa.
Arriviamo al finale e, forse, è il momento che si parli un pochino di tematiche.
Credo siano due le principali.
La prima è il racconto di questo mondo dominato dal più forte, dal violento, dal prepotente.
E questo eterno ripetersi di dominante e succubo, plagiatore e plagiato, uomo alpha e uomo omega.
Ed è un discorso che Garrone rende anche sociale, quasi che quel quartiere fosse un popolo dominato da un dittatore malvisto da tutti ma che nessuno riesce a fermare.
Ed è qui che la vendetta del Canaro assume, appunto, anche una valenza sociale, quella del popolo che si libera dall'oppressore, a scapito anche della propria libertà o della propria vita.
Non è un caso che nello splendido, splendido, finale Marcello porti in giro quel corpo per farlo vedere a tutti, per mostrare al popolo il Re caduto (quasi una cosa da Piazzale Loreto), per urlare la liberazione di tutti.
Ed è molto interessante la scelta di Garrone di mostrare Marcello portare di peso Simoncino, apparentemente una cosa inverosimile ma che diventa eccezionale metafora del piccolo che ha sconfitto il grande.



Ma (e qui siamo molto molto vicini a Reality) quel campo da calcetto è in realtà vuoto, Marcello è ancora in preda alle allucinazioni.
Ed arriva all'alba solo, senza che la sua impresa venga vista e celebrata da nessuno.
Ed è in questa alba che Marcello per la prima volta di tutto il film (e grandissimo Fonte) sembra acquisire consapevolezza, sembra un essere senziente, profondo, che capisce le cose.
E quello che capisce, quello che quell'improvvisa lucidità gli regala, è di trovarsi lì, assassino senza onori, un uomo che ha ormai compiuto un gesto che gli cambierà la vita per sempre.
Ma del resto, e qui andiamo alla seconda tematica, Marcello era arrivato al punto di rottura.
Perchè i punti di rottura prima o poi arrivano sempre. Sono quei momenti in cui lucidamente si capisce che non ce la si fa più, che non può andare avanti così, che lo status quo ci sta uccidendo.
E ci vuole coraggio per arrivare al punto di rottura. E ci vuole coraggio per affrontarlo.
Ed è bellissimo quando questo porta ad uno star meglio, alla vita.
Non è stato così per Marcello, affrontare il suo punto di rottura non lo porterà ad una vita migliore.
O forse sì, forse la privazione della libertà è migliore della privazione della felicità.
Che poi, prima o dopo, da quel carcere si uscirà.
E forse ci sarà ancora un mare dove immergersi con quella figlia che, a quel punto, sarà donna e madre.
Un mare lontano, dove la sabbia è gialla.
Magari le Maldive






18 commenti:

  1. Film notevole. Quello che reputi un punto di debolezza, cioè la sceneggiatura con pochi guizzi, per me invece è un punto di merito: il lasciar affogare i personaggi senza dargli appigli. Location e attori incredibili. Una regia che si fa magistralmente invisibile. Tanti temi, con al centro l'uomo e le sue gabbie: il litorale, il carcere, le proprie debolezze. Unico appunto: gli ultimi 5 minuti che un po'arrancano, la scena del calcetto fantasma si poteva tranquillamente lasciar perdere. Ma vogliamo parlare della scena con la madre di Simone? Quell'abbraccio che si ripete sul finale diventando mortale. Poi la brevissima ellissi all'interno del carcere che riesce in qualche modo a farci sentire tutto un anno di reclusione. La marionetta che piange sangue come dicevi. Ma soprattutto colpisce lo sguardo umano dei cani in gabbia, siamo noi spettatori? Non lo so, ma con quegli occhi lucidi Garrone ci ha regalato qualcosa di magico.

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    1. Più che pochi guizzi mi sono ritrovato un film dove in ogni scena sapevo quello che accadeva nella successiva. Ed è assolutamente legittimo. Solo che io sono uno che ama, oltre la secchezza, anche le trovate, i colpi di genio. Ma sì, forse non è un difetto

      No, io reputo il finale straordinario e quella scena perfetta

      Per due motivi.
      Il primo è perchè, in una sola scena, Garrone riesce a riassumere il punto forse più importante del delitto del Canaro, ovvero quanto lui fosse drogato e quanto di tutte le cose che raccontò fossero semplici allucinazioni

      La seconda perchè sto piccolo omo si aspettava la glorificazione di tutti e vedere tutti quegli amici che prima giocano senza ascoltarlo e poi dopo scopre manco esistono per niente è eccezionale, un passaggio perfetto dall'esser Re a ritrovarsi solo e al freddo

      Bello il paragone tra i due abbracci, complimenti ;)

      io invece la parentesi del carcere l'ho trovata quasi superflua

      E bravissimo a parlare degli sguardi dei cani che io ho colpevolmente dimenticato ;)

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  2. Film piaciutissimo, visto proprio ieri, e recensione non da meno. Concordo con te sul solo difetto, la mancanza di guizzi: la discesa negli inferi della vendetta era annunciata in partenza e giunto al finale, bello ma sospeso, non so, mi sono sentito un po' a bocca asciutta. Poca cosa, però, rispetto al resto. Sorrentino quest'anno è aria fritta (con olio d'oliva, quello buono), ma Garrone è Steinbeck. Ho ripensato spesso a Uomini e topi, anche se di altri animali - no, non dico i cani - si parla.

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    1. Io mi sono sentito sempre sopra due binari ma forse era inevitabile (tra l'altro ho letto di tutto sulla vicenda del Canaro)

      però il finale per me è stato talmente bello da cancellare quella piccola sensazione di "scontato" che avevo avuto per metà film

      Eh, non ho visto Sorrentino ;)

      molto interessante il tuo paragone con UOmini e Topi...

      grazie mille Michele

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  3. In generale sono d'accordo sulla valutazione. E' un gran bel film.D'aqccordo sulla sceneggiatura senza guizzi ma come dice più su Verso Orione potrebbe essere una scelta.Nella ricostruzione che del delitto fa Cerami pare che la scintilla che fa di un umiliato e offeso un assassino furono certe allusioni che Ricci faceva di frequente alla figlia che nella realtà era più grande della bambina del film. Poteva essere un particolare da effetto ma Garrone lo lascia e fa bene.
    Diversamente da te io ho notato che la luce livida del film è costante anche nelle scene al mare: grigio il mare, grigio il cielo, grigi i fondali. Solo una volta la luce si fa accesa, quasi accecante. Nella scena del carcere. Tutto è bianco e pulito, le pareti, le lenzuola.Paradossalmente tutto è meno brutto.Perfino le facce dei carcerati. Un'ultima cosa: Bella l'idea di quel microcosmo di brutture e violenze, quasi un anfiteatro in cui la violenza è qualcosa di atavico,ferino, come in una tragedia greca, però l'avere scelto ancora il litorale domizio e Castelvolturno come ne l'Imbalsamatore mi ha dato un po' un senso di déjà vu. Voto 8

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    1. No Carmine, o Cerami ha sbagliato o ricordi male te...

      La bimba del De Negri quando successe il fatto non solo non era più grande di quella del film ma, anzi, 3,4 anni più piccola. Aveva solo 7 anni.
      E ho letto mille cose sul Canaro, anche tutte le dichiarazioni del De negri. E l'unico riferimento che ricordo riguardo alla figlia è quello che un giorno il Ricci gli diede uno schiaffo davanti a lei, umiliazione che poi Garrone ha leggermente trasformato, con quel quartiere che si scaglia verso di lui mentre la figlia va via

      Anche sul mare non sono d'accordo, ricordo colori caldi, molto blu. Ma, al di là della sensazione cromatica, quel significato di mondo-altro credo rimanga

      Sul carcere hai ragione ma, come dicevo sopra, l'ho trovata parentesi affrettata e quasi superflua

      perfettamente d'accordo con tutta l'ultima parte ;)

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    2. Ha sbagliato Cerami. Era l'unica cosa che mi ero riletta prima. Sul colore del mare mi darai ragione quando lo rivedrai. La sensazione di mondo altro la comunca ma credo che sia stata una scelta del direttore della fotografia. Quel fondale è grigissimo e si vedono solo pesciolini scuri. Verosimilmente il posto più vicino a Roma sarebbe Ponza per le immersioni e i fondali di POnza sono bellissimi. La scena del carcere è rapida e superflua ma è la scena più luminosa del film.

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    3. Io ricordo un gran bel blu o comunque la sensazione di un mondo davvero bello, sereno, vitale

      e questa sensazione non la potrò cambiare ma, magari, con i colori mi sono invece sbagliato ;)

      sì sì, riguardo il carcere abbiamo solo parlto di due cose diverse, te come fotografia io come sceneggiatura

      che poi sta parentesi ci fu veramente (il De Negri ci finì e poi una volta uscito voleva i soldi dal Ricci)

      comunque se per cifra e angolazione di sguardo la vicenda del Canaro e quella di Dogman sono profondamente diverso secndo me stanno esagerando nei commenti, nelle recensioni (e lo stesso Garrone) a dire che le due cose sono poco correlate

      no, Garrone ha un altro sguardo ma il 70% degli eventi (e anche dei personaggi) sono quasi identici al fatto di cronaca

      non c'entra niente con te eh, ho approfittato per dirlo

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  4. Recensione bellissima ,come al solito fai luce . Il film mi è piaciuto molto.

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  5. adesso mi viene in mente che tutte le volte che appare Sofia, la figlia di Marcello, la telecamera sia felice e canti, come in quella bellissima scena di Mommy

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  6. Ma come si chiama la canzone di sottofondo nella discoteca?
    Grazie!

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    1. No amico, non me ricordo ;)

      ma appena esce la soundtrack oppure trovo notizie oppure magari il film esce in rete magari lo scopro e torno qua

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    2. Bicep - Glue

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  7. La prima si intitola "Glue", mentre la seconda non ricordo..."Love..." qualcosa. Ho letto dai titoli di coda, ma non ricordo più...anche a me piacerebbe riascoltarla...se qualcuno ha news più precise...

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due cose

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3 ciao