26.1.13

Recensione : "Strange Circus" - Horror Underground - 1 -


In questa nuova rubrica ogni sabato recensirò film, specie horror, che non sono tanto conosciuti dal grosso del pubblico. Non mi limiterò all'horror e a tutti i suoi sottogeneri ma ci saranno anche visioni che hanno a che fare col weird, con il grottesco,con il disturbante. Insomma, rubrica per chi ama l'horror o/e i film un pò "fastidiosi". Come ad esempio questo.

Ero convinto che questo film di Sion Sono fosse un horror a tutti gli effetti. 
Apro una parentesi. Sion Sono a quanto so è un regista formidabile con una quantità e qualità di pellicole da far paura. Per me era il suo primo. Chiusa parentesi. 
Pensavo fosse un horror ma più andava avanti la visione più mi rendevo conto di avere a che fare con un film disturbato, disturbante, quasi immorale, a tratti disgustoso ma tremendamente umano e verosimile. Poi il finale strizza un pò l'occhio al cinema di genere ma ci arriva con un lento percorso psicologico che lo riesce a giustificare. Il film è consigliato a tutti quelli che amano pensare e ragionare durante una visione,ricostruire una trama, perdersi tra scambi di ruolo, essere portati in una direzione e poi trovarsi ribaltati in un'altra. Astenersi tutti quelli a cui turbano le violenze domestiche, le depravazioni sessuali, l'amoralità. Sono ci va giù pesante. Il personaggio del padre/padrone/preside è disgustoso, così tanto da godere della tremenda fine che farà.

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 In realtà questo personaggio è solo un fantoccio, un mezzo per tutt'altro fine. Quello che interessa a Sono sono le terribili conseguenze psicologiche che una madre e una figlia possono riportare dall'essere violentate dalla stessa persona, il marito e il padre. Più che altro il trauma più grande non è il sesso o la violenza in sè ma lo scoprire, il sapere, il dover vedere che la stessa è condivisa dalla madre o, in modo disumano, dalla figlia. Interessantissimo il tema. E' più devastante l'incesto subito o stare dentro quella custodia a dover vedere? E' qui che Sono trova il modo di creare quel gioco di scambio di ruolo che regge alla grande fino alla fine. E chi è la vera protagonista del film, la bimba Mitsuko o sua madre Sayuri? Chi è Mitsuko? Chi è Sayuri? E chi è quella scrittrice? Lo spettatore vaga confuso, all'inizio rischia anche di indispettirsi ma poi Sono non lascerà dubbi. Le scene di sesso riempono lo schermo, il sesso d'altronde, inteso non solo come atto ma anche come genere, è tutto il motore del film, gli psicologi ci possono sguazzare. La struttura ricorda leggermente Audition, una lunga introduzione (ma qui molto più piena di cose del film di Miike) e un'esplosione di violenza finale. Davvero disturbanti gli ultimi 10 minuti, quel tronco umano colpisce come un cazzotto. Ma sono più di una le scene veramente disturbanti, forse alcune volte pure troppo, come l'operazione alle gambe e alcune sequenze con il cibo. Solo una veramente gratuita però, quella della riunione tra mutilati.
Ma la mamma è "innocente" o merita quella fine?
Attenzione, la risposta è più difficile di quello che sembra.



Perchè per una madre vedere il proprio marito che violenta la figlia è devastante. E tutto quello che avviene dopo non può esser letto senza il prima. Sembra il film di Mitsuko ma non lo è. E' il film di una madre che ha perso la testa. E' lei la prima vittima, Mitsuko solo quella più innocente. La cornice del circo lo dimostra, questo film racconta il dramma di una donna, non quello di sua figlia. E mentre sul pubblico Mitsuko accecata dall'odio sta lì a guardare ed applaudire sua madre morire il boia, quel boia schifoso, è suo marito.
E' lui l'unico che doveva finire su quella ghigliottina.
Perchè non c'è niente di più aberrante di queste persone.
E una Mitsuko o una Sayuri ci sono dapertutto purtroppo.
Nascoste lì a soffrire.

( voto 8 )

23.1.13

Recensione "Django Unchained"

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Tarantino è probabilmente il miglior regista verticale in circolazione.
Come riesce a scrivere personaggi e a costruire sequenze lui pochissimi altri al mondo.
Il suo "problema", o almeno una delle poche cose che riesco ad imputargli è il non essere un gran maestro di orizzontalità di sceneggiatura, di racconto.
Cosa ci ricordiamo dei suoi film?
Personaggi magnifici, uno meglio caratterizzato dell'altro. Inutile elencare i vari Marcellus, Vega, Butch, i Mr colorati de Le Iene o tutti quelli che si frappongono tra Beatrix e Bill. E qui non siamo da meno, anzi. Credo ad esempio che il Dot. Schultz e il negro-bianco Stephen siano probabilmente i personaggi tarantiniani più grandi di sempre. Certo aiutano loro le interpretazioni impressionanti, in questo caso, di due mostri come Waltz e Jackson (per me l' M.V.P del film) ma si sa, se sei un bravo attore nessuno come il panciuto regista italo-americano può regalarti ruoli così belli. E nessuno ti mette in bocca battute così fulminanti e brillanti. Magari ti dà uno spessore psicologico prossimo allo zero, magari ti disegna in maniera un pò didascalica, magari nel corso della pellicola le evoluzioni si contano sulle dita di una mano, magari tutto, ma i personaggi sono davvero una bomba. Che poi qua Django in realtà evolve (pure troppo nei modi e nel linguaggio a pare mio ma vabbeh) e il personaggio di Waltz è molto più complesso di quello che pare, molto più sfaccettato. E, incredibile per il cinema del Nostro, il medico tedesco mi ha regalato anche una stilla d'emozione in 2,3 sequenze.
E poi che ci ricordiamo?

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Delle sequenze di cinema puro, scritte, costruite e girate da una divinità in materia. Io finchè morte non sopraggiunga ritengo che la best scene del cinema tarantinano rimanga Butch e Marcellus sullo scantinato di Zed ma se ne potrebbero scegliere a decine. Un uso della telecamera e della fotografia grandioso (la prima piantagione dove arrivano ha una profondità di campo pazzesca, non riuscivo a staccare gli occhi da quei braccianti lì in fondo), i già sopracitati dialoghi, una direzione degli attori di eccellenza, un'atmosfera di divertimento, incanto cinematografico ed estetico raro. Qui in Django poi c'è un uso degli sguardi da far paura,il film è un susseguirsi di sguardi meravigliosi,sguardi di sfida, sguardi d'amore, sguardi di complicità, sguardi di sospetto, sguardi di dolore,sguardi di odio, sguardi di indifferenza. Jackson in questo ha fatto un lavoro da pelle d'oca ad esempio.
Ma Tarantino non è un regista orizzontale, non sa o non gli interessa raccontare.

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Le sue sceneggiature se ne fregano del plot progressivo, della passione per la storia e per l'evoluzione dei proprio personaggi. Sono una galleria d'arte di quadri con soggetti a volte nemmeno simili uno all'altro. Forse proprio in Django abbiamo la scrittura più complessa ma il tutto alla fine è gonfiato all'inverosimile, una trama da un'ora e mezza allungata di oltre un'ora grazie alla maestria cinematografica di Quentin. Che poi mica deve essere un  difetto per forza eh, se Tarantino prediligesse storia e racconto a tutto il resto non avremmo avuto Pulp Fiction, e non dico così solo per il montaggio.
E poi Tarantino è cinico, troppo cinico. L'incontro tra i Mandingo, l'uomo sbranato dai cani o alcune carneficine mi sembra superino leggermente un certo senso di pietà per l'essere umano. Attenzione, anche in Bastardi in nome di una sorta di "pareggio storico" Tarantino aveva troppo esagerato in violenza e disumanità verso i tedeschi.

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 E questo cinismo a volte è eccessivo se non compensato da una capacità, e Tarantino non ce l'ha, di tirare anche fuori il meglio dai suoi personaggi, far vivere a loro e a noi delle emozioni vere, intense, scusatemi la retorica, positive. Io ad esempio non mi sono mai emozionato per la vicenda di Django e della Brumilde ma magari son problemi miei. Però le frustrate e le umiliazioni le ho sentite sulla schiena. E non facciamo finta che Tarantino non avrebbe voluto coinvolgerci un pò nella storia d'amore, tutta la seconda parte del film si basa solo su questo.
In definitiva il solito grande film spettacolo di un regista da preservare.
Ma che di orizzontale ha solo un pancione sempre più enorme.

( voto 8 )

19.1.13

Recensione "Rec 3- La Genesi"


Valutare Rec 3 è solo una questione di approccio.
Valutarlo come film a sè oppure come terzo capitolo della saga?
Ci ho riflettuto parecchio ed alla fine mi sono convinto che non sarebbe nè giusto nè rispettoso per il "nome" che porta giudicare questa pellicola semplicemente per quello che è.
Anche perchè a dirigerlo non c'è un regista "terzo" ma uno dei due creatori della saga, Paco Plaza.
E allora lo dico, Rec 3 è un film completamente sbagliato.
Sbagliato perchè non aggiunge niente, niente, ai precedenti due capitoli. Mentre il tanto bistrattato (non da me) numero 2 era perfettamente legato al primo e aggiungeva moltissimi particolari per una maggior comprensione della serie questo, se non per un morso di cane, coi Rec sembra aver in comune solo il regista. Intendiamoci, l'ambientazione è magnifica - e la scelta del matrimonio geniale-  e doveroso era uscire finalmente fuori da quello storico appartamento che ormai aveva dato tutto ma il problema è che se se mi avessero detto post visione che questo fosse, ad esempio, un film di Romero ex novo, fuori da qualsiasi saga, ci avrei creduto (con tutto il rispetto per Romero, insomma, fino al Romero di qualche anno fa, gli ultimi suoi non valgono nemmeno questo Rec 3)
Sbagliato, e qui magari c'è da opinare, anche perchè abbandona il mockumentary dopo 20 minuti per passare a una regia classica. C'è da opinare perchè la scelta in teoria ci può stare (molti l'avranno amata credo) ma Rec era Rec per quelle telecamerine, c'è poco da fare. E lo stesso titolo della saga si riferisce senza mezze misure alla tecnica di ripresa.

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Sbagliato forse soprattutto perchè cambia quasi completamente l'atmosfera. Dall'inquietudine nuda, cruda e sporca dei primi due capitoli (con un salto anche nel terrore puro degli ultimi 10 minuti del primo) si passa a una pellicola che più di una volta fa una strizzatina d'occhio all'horror comedy, magari quasi mai fino in fondo (anche se l'armatura e Spongebob direi di sì), ma sempre là sul limite. Anche qui volendo possiamo discutere, Rec 3 sarebbe stato un ottimo, ottimo, horror con venature ironiche ma ormai ho impostato tutto st'ambaradan riferito alla serie e non mi muovo.
Sbagliato, se vogliamo, anche nel titolo perchè qui di Genesi non c'è proprio nulla a meno che per Genesi non consideriamo l'inizio di una saga ma l'accezione che le dà  il prete. Già, anche quei sermoni ferma zombie, boh, vabbeh, mah.
Sbagliato, e qui il difetto è assoluto - saga a parte- perchè ha una sceneggiatura quasi inesistente, molto facilona (200 invitati e restano vivi, sì, insomma...vivi per ultimi, solo i due sposi), brevissima (70 minuti di pellicola, quasi offensiva come cosa) e priva di qualsiasi interesse, incastro o sorpresa (forse soltanto il finale).
Peccato perchè il film è un ottimo zombie movie, ben fatto, ben recitato, con sequenze veramente notevoli come la carneficina con la motosega, il frullato di denti, le scene sotto la pioggia (sposa bagnata, sposa fortunata già) e il finale con lui che la prende in braccio come conviene a due novelli sposi e la sparatoria conclusiva.
Aspetto Balaguero.

( voto 6 )

17.1.13

Recensione: "Polisse"


Quando Iris vede quel feto decide di dargli il suo nome.
Iris, appunto.
Una vita abortita prima di esser tale simbolo di una vita abortita durante la vita stessa.
Una maternità non voluta simbolo di una maternità mai arrivata.
E' l'inizio della fine per Iris.

Una premessa doverosa.
Se vogliamo facciamo finta di no ma è innegabile come il cinema francese in questi ultimi anni sia quanto di meglio si sia visto nel Vecchio Continente e, forse, non solo qui.
I cugini hanno eccelso dapertutto, prodotto i migliori esponenti o alcuni dei migliori di ogni genere.
Penso alle commedie con Quasi Amici, all'horror con Martyrs, al polar o poliziesco con L'Ultima Missione (o l'ancor più bello ma più datato Non dirlo a nessuno), all'animazione con L'Illusionista, al prison movie con Il Profeta, al cinema per i più piccoli (e non solo) con Il Piccolo Nicolas e i suoi genitori, al drammatico con Un sapore di ruggine ed ossa senza considerare delle perle difficilmente classificabili come The Artist, Enter the Void e Kill me please. E mi sono limitato veramente agli ultimi 3,4 anni...
E in più ho voluto saltare coproduzioni con altri paesi altrimenti tra Valzer con Bashir, Il Nastro Bianco e company non finivamo più.
E ora raggiungono l'eccellenza anche con questo semidocumentaristico Polisse, una specie di A.c.a.b francese che al posto dei nostri celerini racconta le vicende della polizia di Parigi addetta alla tutela dei minori.
Film frammentario che ha la forza in almeno due particolarità non così evidentissime.
Sì perchè l'evidenza è quella di una pellicola potente, capace di colpire lo spettatore senza mostrar quasi nulla. La forza è tutta nei dialoghi, quasi irreali nella loro violenza verbale. Parliamo di pedofilia, abusi sui minori, menefreghismo, sfruttamento. Più di una volta si arriva a un senso di disgusto raro, specie nel racconto del padre che spiattella tutto quello che fa alla figlia perchè tanto ha protezioni in alto.

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L'unico momento visivamente molto forte è la scena dell'aborto, così nuda e cruda da far star male. E turning point non tanto per il film ma per almeno una delle sue protagoniste principali, Iris.
Cos'erano le due particolarità?
La prima è che malgrado sia un film corale dove almeno 10 personaggi interagiscono sempre tra loro le vicende principali vanno tutte a coppia. Tre coppie raccontate con un tatto e una verosimiglianza rare.
I due giovani agenti che forse si amano ma hanno paura a dichiararselo o non possono (lei ha un compagno ed è incinta). Il loro sfiorarsi la mano all'ospedale è una magnifica conclusione della loro ministoria.
La fotografa e l'agente di colore, entrambi completamente insoddisfatti del loro matrimonio creeranno una relazione che dall'odio passerà a un amore profondo e vero. La fotografa tra l'altro è interpretata dalla stessa regista (bellissima donna) e non è un caso visto che la regia è solo fredda cronaca di quello che accade, come una foto.
Le due agenti donna, forse il rapporto meglio caratterizzato e più particolare. Iris che odia gli uomini e Nadine che si sta separando dal marito ma in fondo lo ama ancora. Magnifico il loro scontro finale in commissariato, decisivo alla luce del finale.

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Ma, soprattutto, e forse tra le righe lo si sarà capito, Polisse non è un film su degli agenti e su pedofili ma sull'insoddisfazione umana. Non c'è un solo, un singolo personaggio realizzato, felice, con una vita sociale e sentimentale stabile. Tutti si sono separati, lo stanno facendo o lo faranno. E tutti hanno un mal di vivere, una nevrosi, uno stress che un lavoro come quello, dove si sentono padri che magnificano le parti anatomiche delle proprie figlie, alla fine inevitabilmente ti porta.
E quel finale è disperazione e liberazione allo stesso tempo.
E sono tanti i motivi che hanno portato a quel gesto.
L'ultimo, il più particolare e inquietante è proprio di quel bambino che in montaggio alternato volteggia mentre lei vola giù.
Ed è la scoperta di come in un rapporto aberrante come quello del pedofilo si possa nascondere a volte un qualcosa che fa solo schifo a pronunciarlo in questo contesto ma che comunque per un momento mi ha messo i brividi addosso.
L'amore.

( voto 8 )

10.1.13

Recensione "Il Sospetto"




Il Sospetto è il mio. Quello che probabilmente ho visto il più bel film dell'anno già il 9 Gennaio.
E ringrazio il cielo che una multisala in Toscana l'abbia recuperato in singola data come rassegna d'autore.
E ringrazio il cielo di esser stato da solo al cinema per poter vivere liberamente una delle più intense, emozionanti e massacranti visioni di questi ultimi anni.
Il tema della piccola comunità e dei danni che può arrecare mi ha sempre affascinato.
Mi vengono in mente tre esempi diversissimi tra loro ma che analizzano in modo spietato tutte quelle dinamiche, tutti quei retaggi culturali, tutti quei pregiudizi che aleggiano, purtroppo, in queste comunità ristrette.
Tre film che per motivi diversi ho amato moltissimo poi: Dogville, Calvaire e Il Vento fa il suo giro.
Beh, Il Sospetto è superiore a tutti.
Lucas lavora in un piccolo asilo di un non meglio precisato piccolo paese nordico, danese per la precisione.
Un giorno, per semplice ripicca, una bimba lo "accusa" di averla molestata.
Lucas è innocente.
Sarà un'inferno.

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Raramente ho fatto così fatica nella visione di un film.
Un malessere incredibile -un misto di rabbia, speranza, incredulità, tristezza- mi ha accompagnato fino, e ben oltre, i titoli di coda.
Il problema è che sto film è perfetto, c'è poco da dire.
Come tratteggia questa pellicola i caratteri dei propri personaggi e le relazioni tra di essi è qualcosa di incredibile. Ovvio il merito anche di un cast in stato di grazia con, ovviamente, su tutti un monumentale Mads Mikkelsen ( il One-Eye di quel quasi indecifrabile film che è Valhalla Rising). Ma gli altri non sono da meno, suo figlio, i suoi due migliori amici, la bimba, la direttrice dell'asilo, chapeau a tutti.
La vicenda ricorda moltissimo quella vergognosa pagina di cronaca italiana che è Rignano Flaminio, quei bimbi molto probabilmente aiutati e manipolati dai genitori a sputtanare, incolpare e rovinare le maestre di quell'asilo.
Lucas sarà messo all'indice, tutto il paese non passerà nemmeno per la fase del sospetto ma direttamente a quella della certezza che lui sia un pedofilo. Non solo, dall'accusa di una sola bimba si arriverà a quella di molti altri. Lucas è un uomo buono, puro, semplice. Inizialmente non riesce a reagire tanto assurde e infamanti sono le accuse rivoltegli (sta lì in silenzio, il suo atteggiamento è così passivo che può davvero esser scambiato per colpevolezza), poi la sua dignità di individuo lo porterà a una ribellione (e a due scene di una bellezza disarmante).

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Sceneggiatura fantastica sorretta da dei dialoghi veri come pochi e da delle sequenze di un'intensità pazzesca.
Ma sono i personaggi a fare la differenza.
Lucas, un uomo che da un giorno all'altro si ritrova ingiustamente etichettato come mostro, malato. E' un inferno così vero, tangibile e al contempo così assurdo che arriviamo a un livello di empatia rara nel cinema. La scelta poi di Vinterberg di farci conoscere subito la verità e non lasciare anche noi spettatori nel dubbio (come avveniva ad esempio ne... Il Dubbio) rende ancora più forte la partecipazione per lui.
Klara, la piccola bimba che inconsciamente fa iniziare tutto. Impossibile colpevolizzarla, per lei era poco più che un capriccio di pochi secondi. Saranno gli adulti a manipolarla.Come tutte le bimbe Klara è innocente.
Theo, il migliore amico di Lucas è un personaggio indimenticabile, un uomo che per difendere sua figlia non può non preoccuparsi e temere che tutto sia vero ma che sotto sotto lui sa che quell'amico è una persona perbene. Sarà travolto dal paese e dalla moglie ma il suo dubbio è una delle più belle caratteristiche del film e colonna portante della sceneggiatura.
Marcus, il figlio di Lucas, anche lui tratteggiato in modo così vero e delicato da alzarsi in piedi. Rappresenta la parte più ribelle di Lucas, quella di un ragazzo pronto a far di tutto per difendere il padre. La scena della visita a casa di Theo è straordinaria, così violenta, intensa, disperata. E quello sputo a Klara...

Pur essendo essenzialmente un film di atmosfera e intensità (quella malata, sporca di un certo cinema nordico, Von Trier in testa, ma del resto Vinterberg, il regista di questo strepitoso film, era uno dei Dogma) Il Sospetto regala una serie di sequenze strepitose.
Alla già citata scena del figlio impossibile non aggiungere le due sequenze che raccontano il cambiamento di Lucas, la voglia di dimostrare a tutti che lui non deve vergognarsi di nulla, la sua ribellione. Parlo del supermercato, di quel ritorno lì dentro sanguinante e ancor più della Chiesa, roba da cinema di livelli altissimi.
Lì dentro c'è tutto il paese, è Natale, Lucas sfida il mondo intero ed entra. Lo sguardo che per due volte manda indietro a Theò ha una potenza non descrivibile, io avevo la pelle d'oca. Sono contento che sia stato preso per la locandina. Credo che sia la scena madre del film e uno degli sguardi più intensi e carichi di significato visti recentemente al cinema. E la Chiesa diviene ancora una volta, come nel meraviglioso Ben X, il luogo dove il protagonista principale trova il coraggio di far sapere o cercare di far sapere la verità.
Ma poi Vinterberg completa il suo capolavoro con quelli che a me piace definire 3 finali di uno stesso film.
Poteva essere finale, un finale aperto, Theò che guarda mangiare Lucas a casa sua. Noi sappiamo cosa è successo nella testa di Theò ma non avremmo potuto sapere il poi. Sarebbe stato un finale magnifico, sospeso.

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Poteva essere finale, un finale stavolta positivo, Lucas che prende in braccio Klara. Anche qua l'emozione è forte e il cerchio si sarebbe chiuso così perfettamente da batter le mani.
Sarà invece finale, un finale più amaro ma forse più giusto, quello sparo, quell'immaginazione.
Da vicende così non si tornerà mai più quelli di prima, impossibile.
E i demoni non verranno mai scacciati completamente.
Lucas, il tuo inferno non è finito.
Nè mai finirà.
Ma sono fiamme e sofferenza sotto un cielo almeno ora stellato.

( voto 10 )

9.1.13

Recensione: "Trick 'r Treat - La vendetta di Halloween"

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Beh, ma questo è assolutamente un possibile cult.
Peccato non l'abbia visto la notte del 31 Ottobre, volevo farlo ma poi chissà che mi sarà successo, probabilmente mi sarò messo a vedere una partita di Serie C o cose così.
No perchè credo che vedere Trick 'r treat (Dolcetto o Scherzetto) la notte di Halloween sia veramente divertente, specie per le nuove generazioni che ancora si mettono due maschere e intagliano una zucca.
Sì, questo è il film di Halloween per Antonio Masia (un mio amico la cui opinione diventa spesso quella di tanti).
C'è Halloween in ogni fotogramma, nei personaggi, nell'atmosfera, nel plot, negli snodi narrativi.
E' tutto così hallowenizzato che i geniali sceneggiatori hanno fatto di più, hanno inserito come personaggio Halloween in persona, hanno antropoformizzato una data, dato un corpo ad una tradizione. Cazzo, quel personaggio è assurdo, in realtà non è cattivo, lui vuole solo che le tradizioni si rispettino, dategli un Lion o un Bounty e non vi tocca.
Il film parte come il classico filmetto horror con belle cavalle (per omaggiare il Sergente Outsider), dialoghi imbarazzanti, omicidi standardizzati et cetera ma poi avviene il miracolo.
Questo film ha uno dei plot meno lineari di sempre.
Flashback di 30 anni prima? C'è.
Vicenda "odierna" con salti temporali avanti e indietro? C'è.
Storie incrociate? Ci sono.
Storie parallele? Ci sono.
Una stessa sequenza vista in due tempi diversi e da due punti di vista diversi (ricordate tipo Elephant di Van Sant?) ? C'è.

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La pellicola ha un andamento incredibile, va avanti, indietro, a destra, a sinistra, i personaggi appaiono, scompaiono, poi riappaiono nelle vicende di altri e così via. Alcune ministorie si completano da sole e senza stacchi, altre invece in più riprese e unendosi ad altre,
Vi assicuro, tutti metodi narrativi già visti ma qua vengono mischiati tutti assieme.
Ne poteva venir fuori un pastrocchio incredibile e invece tra un funambolismo e l'altro il film sta in piedi.
E regala sequenze mica male, tipo il flashback dell'autobus fotografato alla grande su variazioni color seppia e con quei ragazzi così inquietanti.
O come la scena 25 anni dopo alla cava, anche qua giusta atmosfera e forse, per la prima e unica volta durante l'intero film, un minimo di inquietudine per lo spettatore.
O come il sabba delle ragazze, scena ai limiti dell'erotico, ragazze bellissime ma che sotto sotto sono ben altro.
Anche questo colpisce de sto filmettino.

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La vicenda sembra reale, in qualche modo verosimile ma poi in 20 minuti esplode l'horror vero e proprio, i mostri. I ragazzi resuscitati, le porcone lupe mannare, l'uomo Halloween, davvero sorprendente. E ottimi gli effetti speciali, bravi.
E Anna Paquin che si allena per True Blood.
Dai, lo voglio premiare, un filmettino per una serata divertente ma con qualcosina in più.
Magari, e la cornice fumettosa del film lo richiama, una specie di Creepshow delle nuove generazioni.
Ma con tutte le storie mischiate tra loro.
Creepshow già.
Pace all'anima sua.
Mi manchi.

( voto 7 )

6.1.13

Video: il cinema come emozione

Questo è un post particolare.
Per la prima volta non sarà una recensione.
E' un video.
Mio fratello (John Locke nei commenti, ormai inesistenti sul blog, è scomparso) ha completato il suo capolavoro.
Ha preso più di 50 dei suoi (e di conseguenza miei) film preferiti e li ha messi in musica su un pezzo dei Wintersleep. Sono i film che lo hanno più emozionato. 55 dvd passati al setaccio per estrarre da ognuno l'anima del film.
55 e passa istanti messi armonicamente in musica, aderendovi il più possibile.
Un lavoro immane durato mesi perchè oltre la difficoltà "meccanica" del tutto ricordare emozioni, film, e riuscire a scegliere è stata dura. Era finito da un pò ma l'ho costretto a vedere Synecdoche prima di renderlo definitivo.
Per me il risultato è straordinario ma sono di parte.
Per chi ama il cinema e l'emozione che dà, eccolo:


Magari divertitevi a riconoscere tutti i film, sono 55. Chi vuole può provare a scrivere la lista nei commenti, poi a forza di copia-incolla si completa.

E se potete fatelo girare, merita per me.

5.1.13

Recensione "The Master"

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SPOILER PRESENTI

Mi dispiace, mezza delusione. Non vi nascondo le incredibile aspettative che avevo per questo film. Sarà per il regista, quell' Anderson che mi aveva sempre così affascinato (ma, ora che ci ripenso, mai fatto gridare al capolavoro) con Magnolia, Ubriaco d'amore e Il Petroliere, sarà per la presenza di quello che senza appelli considero il più grande attore vivente, Seymour Hoffman ( vero e proprio The Master, ma in recitazione) e di quell'altro straordinario attore che è Phoenix (grazie di essere tornato, grazie), sarà per l'interessante soggetto, sarà per aver visto come un blog che stimo moltissimo (Nuovo Cinema Locatelli) avesse considerato il film come il migliore della passata stagione, ma io ero convinto di trovarmi davanti un capolavoro senza se e senza ma. Invece, malgrado l'elevatissima cura tecnica e la prova mostruosa degli attori mi è rimasto poco o nulla. E meno male gli ultimi 2 minuti, due piccolissimi minuti, perchè altrimenti non sarei andato oltre la sufficienza credo.
I problemi principali sono due. Il primo è la difficoltà a capire cosa in fondo Anderson ci volesse raccontare (anche se quei due minuti forse svelano molto di più di tutto il resto del film), l'altro è l'incapacità, la mia almeno, di sentirsi coinvolti emotivamente o intellettualmente col film. Troppo lungo, ripetitivo, statico. Film probabilmente a tesi ma quello che vuole dimostrare è raccontato in maniera troppo accademica e "scientifica". E il gioco degli esperimenti ripetitivi se all'inizio affascina poi comincia con lo stancare, e non poco.
Prima di soffermarmi su quel finale vorrei dire due cose su quella che è forse dal mio punto di vista la caratteristica più interessante del film.
Chi è The Master?
Credere che sia il personaggio interpretato da Hoffman sarebbe un errore madornale a mio parere.

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The Master è lei, sua moglie (interpretata da un'incredibile Amy Adams, per me superiore anche ai due maschietti). Se si capisce questo il film acquista senz'altro valore. Lancaster Dodd non è altro che un fantoccio al suo sevizio, la figura maschile obbligatoria, specie ai tempi, per dare credibilità a questa specie di "setta" filosofica-scientifica-spirituale qui ribattezzata "La Causa". Troppi i punti in cui si può evincere questo. Lei che detta a lui cosa scrivere (anche se Anderson furbescamente mette una pausa nella scrittura di Hoffman mentre lei continua a parlare), lui che beve di nascosto e lei che gli sussurra che può far qualsiasi cosa basta che non lo sappia (mentre intanto lo masturba, gesto "animale" di cui un eletto non "puro", com'è lui,ogni tanto ha bisogno), lui che quasi non sa di cosa parli il libro o ancora lei che molto più incisivamente di lui riesce ad ipnotizzare Freddie.

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Per non parlare dell'importantissima frase che nel finale Dodd dice a Freddie "tutti abbiamo bisogno di un maestro". Lui per primo, dipendente com'era da sua moglie.
Freddie invece sembra essere avvolto nelle spire del Maestro ma in realtà il suo pensiero è stato e sarà sempre un altro (la scena dei nudi al ballo ce lo esplicita e anche lì lo sguardo consapevole della Adams manifesta la sua superiorità rispetto al marito, scena magnifica,del resto tutto il film gioca sugli sguardi in modo mirabile).
Sembra un film sul rapporto padre-figlio, maestro-discepolo, Dio-fedele, ma in realtà credo che il personaggio di lei sia la vera architrave di tutto.
Ma perchè, mi chiedo, insistono tanto in Freddie tanto da richiamarlo in Inghilterra? Non è possibile che  ognuno degli adepti avesse avuto un trattamento simile. Forse perchè Freddie per Dodd rappresenta la parte animale dell'uomo che tanto vorrebbe ancora essere ma ormai non può più mentre per lei, la vera The Master, il ragazzo è la dimostrazione che qualsiasi pazzia o deviazione possa essere comunque soggiogata dalla o alla Causa.
Ma quei due minuti, quella scena di sesso e quella successiva con lui vicino alla ragazza di sabbia ci dicono molte più cose del resto del film.

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Freddie non aveva bisogno di una figura paterna ma di quella materna, della Donna, dei seni femminili, del sesso. Se il suo trattamento fosse stato portato avanti dalla Adams probabilmente sarebbe riuscito. Non è un caso che nell'unica volta che lei gli parla e gli dice di prefissarsi un obbiettivo nel futuro lui il giorno dopo fugge con la moto per tornare da Doris. Ah, tra l'altro, le sequenze con la moto sono splendide, cariche di tensione e girate splendidamente.
Quei due minuti ci dicono anche che Freddie è molto più "intelligente" di quello che sembra, forse più di tutti gli adepti messi insieme. Quell' "ora rimettilo dentro che è uscito" mentre scimmiotta il suo vecchio maestro è magistrale, racconta tutto. Freddie non ha mai creduto nelle dottrine della Causa, ma solo nell'uomo che gliele sciorinava.
Alla fine per lui, per la sua psiche, aveva più forza ed attrattiva una donna di sabbia che un uomo in carne ed ossa.
In carne ed ossa sì, ma con dei fili che lo manovravano.

( voto 7,5 )

4.1.13

Recensione "La Migliore Offerta"

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ATTENZIONE, SPOILER SIN DA SUBITO, LEGGERE PREVIA VISIONE

Magistrale.
Quando il ricchissimo banditore d'asta e straordinario esperto di antiquariato Virgil Oldman si siede davanti allo spartano tavolino (altro che il lusso cui era abituato) di un piccolo bar di Praga ci crede ancora.
E' soltanto cambiata del tutto l'ottica. Se prima in una storia che sembrava del tutto autentica Mr Oldman cercava di capire se ci fosse qualcosa di falso, magari anche una piccolissima cosa, come un punto di pennello che un falsificatore di quadri aggiunge "in proprio" per mettere una piccola firma personale, un pò della sua anima in un'opera altrimenti di un altro, se prima dicevamo Mr Oldman cercava di capire se quello che pareva vero nascondeva l'inganno, ora che l'inganno è manifesto, ora che il falso d'autore è palese lui ancora spera che ci sia qualcosa di autentico, la cosa più importante, l'amore. Perchè non avendolo mai conosciuto ne sa così poco che le immagini di quella notte di sesso (una giovane con un vecchio poi, possibile fosse solo teatro?)  e una frase detta al punto giusto da lei lo tormentano, gli fanno credere in modo irrazionale in una cosa che non solo non è più ma non è stata mai.
Ma lui è un esperto di quadri e mobili antichi, non di emozioni e sentimenti nuovi.
No, al suo tavolo Mr Oldman non verrà nessun'altro. E quegli orologi, quei meccanismi che ti ronzano intorno non fanno che accrescere un'altra sensazione, sei stato truffato in una maniera perfetta, calibrata, meccanica.
Strepitoso thriller che gioca col vero e il falso, l'autentico e il riprodotto, il naturale e l'artefatto, il sentito e il simulato.

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Raramente mi sono trovato così affascinato da una storia, da un personaggio, da un'ambientazione così "colta" , da un mondo, quello dell'arte e dell'antiquariato raccontato in un modo così accattivante, misterioso, a tratti sublime altri lercio. Non so se altri l'abbiano notato ma La Migliore Offerta per un caso davvero curioso è la perfetta crasi di due altri grandissimi film del cinema italiano recente, i due sorrentiniani Le Conseguenze dell'amore e L'amico di famiglia. Del primo prende l'uomo solo, schivo, misterioso che alla scoperta di un sentimento così forte subirà un profondo cambiamento, del secondo l'architrave del plot, inutile ripeterla per chi ha visto entrambi i film. E Oldman in alcune sequenze ricorda l'usuraio di Sorrentino.
Già, Oldman. Personaggio magnifico reso ancora più indimenticabile dall'interpretazione da pelle d'oca di quel mostro di Rush capace di restituire tutta la freddezza, l'arroganza, lo stile ma al contempo la fragilità, il disagio e lo scombussolamento interiore che la scrittura del ruolo richiedeva. Sempre grande Sutherland, molto bella e "complessa" lei, più che sufficiente Sturgess.
Regia molto più classica ad esempio del sopracitato Sorrentino ma capace lo stesso di regalare splendide inquadrature e sequenze da urlo come quella quando Oldman entra nella stanza segreta per scoprire la tragedia che l'ha colpito. Il quadro che cade a terra, l'eco del rumore, le pareti spoglie, magnifico.

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Più che montaggio in parallello c'è una sorta di plot in parallelo con l'automa che piano piano si va costruendo di pari passo della truffa. Gli stessi pezzi che vengono fatti trovare a Oldman non sono altro che una beffarda metafora di quello che gli si sta preparando. Non a caso gli ultimi, i più importanti, sono nella stanzetta di lei, quella dove si completa forse definitivamente il processo di innamoramento e coinvolgimento tra i due. E ripensare a quel "nastro ripetitore" che Sturgess riparava tranquillamente davanti agli occhi di Oldman, pensare che quel nastro sarà poi la fatale voce dell'automa fa venire i brividi. Altro che nano. Anche se poi, ancora più beffardamente, sarà proprio una nana a svelare involontariamente tutto l'inganno ad Oldman. E il dispositivo per controllare i movimenti, anche questo passato mirabilmente nel negozio del ragazzo, non è altro che l'ennesima prova: non solo sei stato truffato ma avevi tutto sotto gli occhi Virgil. E, soprattutto,vedere che le uniche tre persone che hai intorno nella tua vita, in una vita parente stretta della misantropia, gli unici tre, il tuo amico di sempre, il nuovo amico cui confidare i tuoi segreti e la donna che ami, tutti erano d'accordo per rovinarti non può far altro che portarti alla pazzia.
Forse la meritava Mr Oldman, forse no.
Ma c'è di peggio, c'è qualcuno che con le conseguenze dell'amore ci muore.

( voto 8,5 )

29.12.12

Recensione: "ATM - Trappola mortale"




Meno male che non ho più una lira nemmeno per piangere.
Almeno son tranquillo che la terribile esperienza vissuta dai 3 ragazzi di Atm non potrà mai capitarmi o almeno non nell'immediato.
Con questa tranquillità mi sono approcciato a questo particolare Bancomat Invasion convinto di trovarmi davanti una boiata senza precedenti.
E invece, miracolo, mi ritrovo per tutta la prima parte del film un più che discreto thrillerino dalla giusta atmosfera e mediamente originale, non foss'altro per l'ambientazione. Anche i dialoghi iniziali sono leggermente meglio del solito, insomma qualcuno che ha perso 5 minuti a scriverli c'è stato. L'uso degli spazi è ottimo, schematico e banale magari ma ottimo. Quell'assassino fermo lì tra la cabina del bancomat e la macchina intriga quanto basta, alcune riprese dall'altro sono davvero suggestive.
Poi nella seconda parte il disastro.
Premettendo che le interpretazioni dei 3 attori sono davvero al minimo sindacale, specie lei (paurosamente simile a Nicole Kidman in alcune inquadrature) che si ricorda di aver paura solo a comando, ci sono così tanti pastrocchi di sceneggiatura da dubitare della sanità mentale di chi l'ha scritta.

Ci si chiede più volte perchè i tre non scappino di corsa quando lui è dietro la cabina (tra l'altro lui NON corre mai), sembra che il mondo sia diventato un microcosmo per cui oltre la loro macchina non c'è più nulla, o si entra in auto o sei morto..
Ma tralasciando alcune situazioni davvero poco credibili si arriva al finale, una roba mai vista.
SPOILER-SPOILER-SPOILER-SPOILER-SPOILER
Cioè, ci vogliono far credere che il piano del maniaco sia perfetto???
Quelle immagini del circuito chiuso che dovrebbero incastrare il ragazzo sono le uniche? c'è un computer interno che ha fatto un montaggio di parte??
No, si dovrebbe vedere anche i tre che guardano per mezz'ora fuori (strano, un maniaco che guarda e parla con le sue future vittime tutto quel tempo), si dovrebbe vedere lui, PROPRIO LUI, il presunto maniaco (il ragazzo biondo intendo) che esce lasciando le sue vittime da sole per poi tornare FERITO. Si dovrebbe vedere il ragazzo moro che esce DA SOLO e torna addirittura mortalmente ferito, si dovrebbero vedere i due ragazzi  che INSIEME uccidono quel malcapitato (ah, tra parentesi, anche la coincidenza che entrasse uno uguale al maniaco faceva parte del piano??), strano modo di cooperazione tra un assassino e una vittima. E mi fermo qua.

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Na roba indegna, manco i peggiori inquirenti potrebbero dar colpa al ragazzo.
E quel fenomeno che è là fuori col cappuccio non è un genio ma un deficente.
E poi quel finale con lui là dentro a preparare chissà cos'altro, quale ulteriore diabolico piano.
Ma a chi fai paura????
Sei un coglione, puoi diventare un genio solo con uno sceneggiatore di parte e sleale.
E comunque tenetevi i soldi sotto il materasso.
Opure se vedete quell'assassino là fuorio mettetevi a far due chiacchiere e giocare a briscola finchè lui non si rompe le palle di andar via.
E prestatemi 300 euro.
Per uno.

( voto 5 )

27.12.12

Recensione: "Hotel"

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Mi sono approcciato a questo piccolo film austriaco pieno di pregiudizi.
Pregiudizi, in questo caso, positivi visto che alla regia c'è quella piccola hanekina di Jessica Hausner, autrice di quella meraviglia di Lourdes, uno dei film più belli passati per questo blog nella scorsa, e in quel caso pure ricca, stagione.
Beh, Hotel è di 5 anni precedente (anche se tra i due non ci sono altri lavori) e senz'altro di gran lunga inferiore.
Ci troviamo davanti al classico film indecifrabile, piccolo gioiello per chi riesce a viverlo e capirlo fino in fondo oppure tremendo e pesantissimo pippone psicologico per chi non ce la fa o magari non vuole sforzarsi un pochino.
Io mi trovo nel mezzo, riconosco al film notevoli qualità ma una gestione del ritmo (lo ripeto sempre, il ritmo per me non è dato da cosa succede nel plot ma dalla capacità di tenermi vivo nell'attenzione o no) e un'eccessiva difficoltà nella sua comprensione.
Irene è una ragazza che trova un impiego in un Hotel sulle Alpi. Sostituisce una ragazza scomparsa misteriosamente. Tutti gli altri componenti della crew dell'albergo eludono l'argomento. Perchè?
Guardando il film mi sono venute in mente tre pellicole grandiose. Nominarle sembrerà una bestemmia ma vi assicuro che a tratti l'altmosfera che si respira li richiama.
Mi riferisco a Shining per l'ambientazione, l'albergo, che sembra quasi un personaggio a sè e per la sensazione che quelle mura nascondano un passato di sangue e misterioso; a The Kingdom di Lars Von Trier all'incirca per gli stessi motivi ma in maniera ancor più pertinente, e al maledetto Antichrist sempre di Trier per quella foresta, per la sua carica metaforica incredibile, per quella punta mai esplicitata poi del tutto di paranormale che aleggia nell'aria.
Irene è attratta da quei corridoi oscuri, è attratta da quel bosco che circonda l'albergo, è attratta da qualcosa di oscuro. E' sì impaurita ma al contempo non riesce a non camminare verso quell'oscurità. Credo che sia questa la tematica principale, l'uomo che piano piano vuole conoscere la parte più nera di sè stesso, che invece che fuggire sotto la luce del sole viene calamitato nel misterioso mondo delle ombre. La locandina sembra suggerire che sì, è questo che la Hausner voleva esplorare.
Gli altri personaggi così strani, sfuggenti, misteriosi, antipatici sembrano quasi appartenere a una specie di setta che vuol portare Irene in una precisa direzione (anche questo aspetto, dei personaggi e del loro ruolo, il film ricorda tanto The Kinkdom).
Però c'è qualcosa che non convince, il plot sembra star troppo tempo fermo, la decisione finale di Irene di incamminarsi là pare troppo esagerata, improvvisa, rispetto alle sequenze che la precedono. Girare un film così a 32 anni non è facile, le sfumature da dare ai personaggi e agli snodi narrativi troppo difficili per una pellicola che basa quasi tutto sull'aspetto psicologico diegetico e di chi guarda.
Curiosa la similarità con alcune scene di Lourdes come ad esempio le cene comuni o quel ballo da balera che se qui è semplice intermezzo nel film seguente sarà colonna visiva e sonora di un finale di una bellezza unica. E anche qua la protagonista se ne sta ferma sul muro a guardare.
Per gli amanti dei super film d'autore visione consigliata.
Magari anche solo per stroncarlo poi.

( voto 6,5 )

25.12.12

Recensione: "L'Illusionista"

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Certo, credo che non ci sia cosa peggiore che bestemmiare il giorno di Natale ma purtroppo non riesco a trattenermi. La dico subito va per non prendere alla sprovvista l'occasionale lettore.
Chomet è il top dell'animazione mondiale.
Forse dovrei spiegarmi meglio. Non so se Appuntamento a Belleville e questo Illusionista siano opere superiori ai grandi capolavori di Miyazaki o a quelli ad esempio di quel meraviglioso studio di tecnica e sentimenti che è la Pixar, anzi, credo proprio di no, ma personalmente le emozioni che provo guardando le opere dell'animatore francese sono qualcosa di incredibile, nessuno riesce a darmele allo stesso modo. Quei disegni a metà strada tra il realistico e il grottesco, quei volti al tempo stesso duri e dolci, quei personaggi così assurdi, strampalati, teneri e tristi, quelle incredibili atmosfere e ambientazioni così meravigliosamente malinconiche, le musiche appena accennate, i dialoghi che non servono, la sensazione di trovarsi davanti, a differenza dei sopracitati maestri, al cinema "normale" che si traveste di cartone animato.
Forse non si raggiunge la magnificenza visiva o di tematiche de La Città Incantata o de Il Castello Errante di Howl; forse, anzi, certamente, non si ride e al tempo stesso ci si commuove come in Toy Story 3 con i suoi giocattoli che si tengono per mano nella discarica o in Ratatouille con Ego che assaggia quel povero piatto e vede sua madre, forse non si raggiungono vette di poesia così alte come in Wall-E, ma io quando vedo Chomet non capisco più nulla.

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Quel tratto di disegno mi entra dentro la pelle, quella capacità di regalare emozioni con le piccole cose, con piccoli rumori, con piccole storie, con antieroi che hanno nel viso la malinconia e la stanchezza della vita, a me fa rimanere incantato.
L'Illusionista è la piccola storia di un mago, appunto, un illusionista che ha fatto il suo tempo.
Perchè la gente non ride più.
E non applaude più.
E non lo vuole più.
Ormai ci sono i nuovi gruppi rock con le ragazzine che gli sbaveggiano dietro (anche se, e nel film l'effetto è davvero comico, i componenti del gruppo avrebbero gusti un pochino diversi...).
Non resta che fuggire dalla Ville Lumiere che ti ha spento i riflettori e andarsene nella rozza e bevereccia Scozia, ovvero un posto dove il tuo coniglio e il tuo ombrello possono ancora sorprendere.
E lo possono fare così tanto che una povera ragazzina pensa che tu sei un vero mago, non un'illusionista,  e scappa con te.
Impossibile non pensare al grandioso Luci delle ribalta dove il clown Calvero/Chaplin non riesce più a far ridere.
Chomet descrive questi piccoli artisti uccisi dal progresso e dalla depressione in maniera fantastica.

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Non solo l'illusionista ma anche il clown prossimo al suicidio o il ventriloquo costretto dalla fame a vendere il suo alter ego pupazzo. C'è qualcosa nel tratto dei volti di questi personaggi che è umanamente incredibile.
Si ride poco qua, non ci sono tanti inserti profondamente comici come nelle Triplettes de Belleville, la malinconia è caratteristica comune di tutti, tutti sembrano appartenere a qualcosa che non è più.
Interessantissimo il personaggio della ragazzina, povera e umile sì, ma teneramente vezzosa quando scopre di poter esser donna.
E poi quel meraviglioso finale.
Lui che va via e lascia a lei quel cartello.

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"I maghi non esistono"
Un groppo in gola, questo ho provato.
I maghi non esistono ragazzina, io stesso ero solo un povero vecchio che conosceva 3,4 trucchi e li ripeteva all'infinito da anni. Ma ora non sono più nulla, posso a malapena stupire un bambino in treno.
I maghi non esistono ragazzina o forse esistevano soltanto una volta quando l'uomo, come il bambino, aveva ancora la capacità di stupirsi e inquietarsi davanti a un treno apparso su un telone o a un coniglio uscito da un cappello.
I maghi non esistono ragazzina ma la magia sì.
E tu l'hai appena scoperta.
Ti aspetta là fuori.
Si chiama amore.
Vedrai, ti farà apparire delle farfalle nello stomaco.

( voto 8,5 )

24.12.12

Recensione "Vita di Pi"

Prefazione.
Lo so, il blog sembra morto.
Ma non lo è.
Il problema sono io e la mia incapacità di scrivere che ho da mesi per vari problemi ma mai, mai, mai, ho pensato di abbandonare del tutto il blog. Ogni giorno mi dico "domani ricomincio alla grande, un film al giorno addirittura, domani ricomincio".
Ma sto domani non c'è mai.
Però, e non lo dico ai pochi lettori che saranno rimasti ma a me stesso, questo domani un domani sarà.
E non solo ricomincerò alla grande ma visiterò tutti gli amici che mi sono stati vicini e ho dimenticato.
Non può piovere per sempre.
Perchè, in effetti, io sono passato alla grandine.
Ma non può grandinare per sempre.
Echecazzo.
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numerosi spoiler

Quando l'adulto Pi ha finito di raccontare, quando instilla nel suo interlocutore (e in noi) il dubbio di quale sia il vero racconto, se quello delle meraviglie naturali, di tigri e isole magiche, di iene assassine e balene fluorescenti oppure quello di uomini malvagi, di crudeltà e morte, quando Pi finisce di raccontare e chiede al ragazzo: "Tu a quale racconto credi?", quando capiamo che tutto l'impressionante film di Lee non è altro che il voler credere o no nell'esistenza di qualche Dio, abbiamo due reazioni.
La prima è banale, pensiamo che questo non è un film di Ang Lee ma di Shyamalan. Che poi i protagonisti sono anche indiani, questo è un film di Shyamalan sotto falso nome.
La seconda, più profonda, è che questo è un film con un suo perchè. Può non piacere, può risultare monotono, banalotto, costruito in maniera troppo asimmetrica con quei raccontini e il raccontone, può sembrare tutto quello che volete ma non potete far altro che dire "Ecco, ecco cosa significava tutto".
"E' così anche per Dio" dice Pi.
E sono mille le cose che poteva voler dire, magari ci torneremo.
Perchè questo film può esser preso anche da un altro punto di vista, quello di una straordinaria pellicola d'avventura di una bellezza visiva a tratti struggente. Odio gli effetti speciali, lo sapete. Ma quando questi non servono ad altro se non a restituire, amplificandola, tutta la bellezza che la Natura ci regala allora anche io sto là, strabuzzo gli occhi e godo.




Godo a vedere la nave che affonda e lui che nuota in mezzo a zebre e scimmie, godo a vedere tigri che saltano su una scialuppa ad azzannare una iena, godo a vedere un mare illuminato al neon di meduse e una balena che ti salta vicino, godo a vedere un branco di pesci che diventa stormo perchè invece che nuotare volano addosso a te, godo nel vedere un mare fotografato di rosa al tramonto con quella piccola scialuppa ferma lì in mezzo, godo per quell'isola di nodose e morbide radici e quell'esercito di suricati, quasi una folla devota in preghiera di qualche Dio.
Gia, Dio, poi ci torniamo.
E, specie in questo periodo, invidio un ragazzo che sa lottare contro la morte in una situazione così impossibile.
E' cinema, si sa, ma persone così attaccate alla vita da resistere in questo modo ce ne sono e Pi è il simbolo di tutti loro.
E mi piace che il film non sia una storiella per bimbi disneyana secondo cui tutte le creature sono buone e dolci. No, la Natura è meravigliosa ma anche crudele, menefreghista, cinica. La tigre non si volta, la tigre è "cattiva" ma ha anche conosciuto la tregua, la pace, la solidarietà di quell'altra bestia indecifrabile che è l'uomo. Si sono odiati, hanno voluto uccidersi, si sono leccati le ferite, si sono aiutati, hanno aspettato di morire insieme, si sono ignorati. Ma la tigre non si volta perchè la sua casa è la giungla e le sue leggi quelle là dentro.




Inutile e pericoloso cercare di analizzare l'infinita potenza metaforica del film.
Inutile perchè la metafora in qualche modo viene anche esplicitata da Pi nel finale in un modo così geniale che dispiace non averla colta durante il racconto "umano".
Pericoloso perchè parlandone rischio di allungare ancora di più sto mio minestrone già troppo abbondante.
Torniamo a Dio.
"E' così anche per Dio" disse Pi, abbreviativo di Piscine Molitor.
Che voleva dire?
Che credere a Dio significa credere alle meraviglie della natura?
Che credere a Dio significa credere a qualcosa che sembra impossibile ma forse non lo è?
Che credere a Dio può rendere più bella e colorata una vita in cui, comunque, l'inizio e la fine terrena sono segnate?
Che tu puoi credere a quello che vuoi ma se credi in Dio non hai bisogno di prove, bastano i segni e i racconti.
Quale è la vera storia? Ho cambiato idea più volte. E ancora non lo so. Anche perchè ancora non lo so se lassù c'è qualcuno.
Quando lo sento, quando so che c'è, se in quei momenti mi raccontano di un ragazzo e una tigre sopravvissuti a 10 mesi in mezzo all'oceano, se mi raccontano di quei pesci volanti, di quella balena, di quei suricati e di una scimmia che indica all'Uomo dove sta suo figlio io ci credo.
Anche perchè forse credere a un cuoco assassino e cannibale è troppo più brutto e meno magico.
Ma, ahimè, molto più probabile.

( voto 8 )