19.10.10

Recensione: "Linha de passe"



Se al mondo esiste un cinema che sa raccontar storie difficili, questo è il cinema sudamericano. Lontano dalla spettacolarità degli "americani" di sopra, dalla varietà di genere europeo e da un certa filosofia orientale, il cinema del Sud America racconta spessissimo la drammaticità della propria condizione, affidandosi nella maggior parte dei casi a piccole storie, simbolo però di un degrado nazionale ormai difficilmente arginabile.
Linha de Passe, dal regista del bellissimo Central do Brasil,Walter Salles, è l'ennesimo piccolo gioiellino a seguire questo filone che un tempo avremmo chiamato neorealista.
Linha de Passe è il Brasile, in tutte le sue più importanti componenti, ognuna di queste letteralmente incarnata in ciascuno dei 4 fratelli protagonisti.
Dario è il Calcio, Dinho la Religione, Denis la Malavita, Reginaldo la Famiglia. Il Brasile appunto. Tutte le storie però hanno un denominatore comune identico, la Miseria, la povertà cui la straordinaria figura della Madre, forse simbolo del Brasile stesso, non riesce a far fronte.

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Dario ha 18 anni e un unico grande desiderio, sfondare nel mondo del calcio. Un provino dopo l'altro però si vede continuamente respingere, malgrado le indubbie grandi capacità. Sarebbe molto più importante per la famiglia che lui trovasse un lavoro, ma proprio nel momento in cui sembra lasciar perdere (simboleggiato dallo scarico aggiustato, primo "lavoro" fatto in vita sua) avrà forse un' ultimissima chance.
Dinho è un ragazzo dalla fede profondissima, impegnato in parrocchia e moralmente integerrimo. Quando perderà il lavoro però le sue convinzioni cominceranno a vacillare.
Denis è un ragazzo padre che cerca di sopravvivere con dei piccoli lavoretti. Dei 4 fratelli è senz'altro il più venale; pochi sogni per lui, soltanto una vita vissuta giorno per giorno e una fuga dalle responsabilità (il figlio). Il mal di vivere gli farà tentare anche la via della piccola malavita ma ben presto si accorgerà che la sua anima, la sua coscienza, non sono portati a questo.
Reginaldo è il più piccolino. Unico "nero" in famiglia (padri diversi) soffre tremendamente la mancanza del padre. Non l'ha mai visto, sa soltanto che è un autista di autobus. Per questo passa le sue intere giornate saltando da un autobus all'altro cercando di trovarlo, di riconoscerlo. E' talmente forte il richiamo e l'influenza paterna, che guidare un'autobus diverrà il sogno (realizzato) del piccolo.
La madre è una straordinaria figura di donna, forte e fragile al contempo.Rimasta sola con 4 figli riesce in qualche modo a tenere la famiglia in piedi attraverso la fatica, il lavoro, l'affetto. A "peggiorar" le cose anche l'attesa di un altro figlio.
La costruzione a intreccio, la grandissima fotografia, le recitazioni perfette (meraviglioso il ragazzino) rendono la pellicola di Salles un altro di quei piccoli film sudamericani misconosciuti (come La Zona, Tropa de elite, il primo Inarritu) arrivati da noi soltanto grazie a riconoscimenti festivalieri, spinti dalle buone critiche.

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La linha de passe, la linea di passaggio è quel limite astratto che prima o poi tutti dobbiamo valicare se vogliamo che la nostra vita cambi. E' la linea della consapevolezza, del sogno realizzato o infranto, dell'esperienza che ti segna, è uno di quei momenti notevoli che in qualche modo, una volta superati, ci rendono più maturi, ci cambiano per sempre. La linha de passe è un rigore per Dario, è la nuova sfida con la Fede di Dinho, è la maturità raggiunta attraverso gli errori di Denis, è l'autobus guidato di Reginaldo, metafora del ricongiungimento paterno. Nessuna vicenda si conclude nel film, tutto è sospeso, i ragazzi hanno appena messo il piede sulla linea, senza superarla. Tutto può ancora succedere, nel bene o nel male. La loro madre sta per partorire. Noi non lo sappiamo, ma domani tutto accadrà, una nuova vita che nasce, 4 vite che, forse, sono destinate a rinascere ancora.

( voto 7,5 )

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