13.1.17

Boarding House (10): recensione "Dolce Assassina (Sweet Murder, 1990, Percival Rubens)

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Incredibile.
Zitto zitto Giorgio Neri è arrivato al suo decimo appuntamento facendo di Boarding House la rubrica esterna (non mia) più longeva del blog (insieme ai tesori di Jolly)
Come sempre Giorgio ci parlerà di un film sconosciuto e introvabile, un'altro di quei ghost film che solo lui, con la sua immensa competenza e passione, può conoscere.
E come sempre questa sua rappresenta praticamente l'unica rece presente in rete del film.
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Negli anni d’oro in cui esistevano le tv locali che programmavano con
placida tranquillità i loro film, prima che il digitale terrestre
rivoluzionasse il palinsesto, esisteva la televisione romana Super3.
Resa famosa da una donna che cantava per i più piccoli, in seconda
serata programmava thriller o gialli la cui provenienza era
prettamente televisiva, cioè erano film Tv di fattura semplice e a
volte raffazzonata.
Non è il caso di questo film di Percival Rubens, il cui titolo
originale è Sweet Murder.
Lo considero parte integrante della mia crescita professionale sia
come appassionato di cinema sia come sceneggiatore delle mie idee che
si riversano in corti o lunghi.
Ad esso è legato anche un simpatico fatto: spesso mi informavo sulla
programmazione della rete televisiva e un giorno, leggendo la trama di
questo film, ne fui incuriosito. Quella sera il tasto rec fu spinto
sul videoregistratore. Ma gli ultimi trenta secondi di film
scomparvero per lasciar posto ad un’odiosa televendita. Mi sentii
defraudato. Così il giorno dopo spedii una cortese e-mail a Super3 e
ricevetti una risposta da lì a qualche giorno. Mi si diceva che non
sapevano quando avrebbero riprogrammato il film.
Anni dopo, molti anni dopo, trovai la vhs originale del film in un
mercatino dell’usato gestito da un arabo; in seguito ho scoperto che è
uscito il dvd (distribuito da Dall’Angelo) e l’ho rivisto con molto
piacere. Perciò ne parlo qui.


Ora, non tutti i film televisivi sono belli né sono realizzati con una
cura tale da poter essere considerati almeno una volta all’interno del
marasma delle produzioni filmiche che si succedono in Tv a ritmo
serrato e continuo. Molta roba è davvero penosa.

Dolce assassina, invece, esce direttamente nel 1990 prima ancora che
la televisione, dieci anni dopo, diventasse o troppo violenta (senza
un minimo di contenuto) o troppo politically correct, con una tesi
bell’e pronta da dover spalmare in cento minuti.
Nel caso in questione si sarebbe potuto scadere in entrambi i casi.
La trama di una ragazza solitaria ed abusata sessualmente dal padre
che decide di far fuori la coinquilina perché ha ereditato una fortuna
in sterline (il film è ambientato in Inghilterra e la protagonista è
un’americana), avrebbe potuto dare adito ad un thriller sanguinolento
oppure ad un giallo monocorde. È una trama vecchia come il cucco,
questa dell’uccidere il prossimo per denaro e chi ostacola tale
proposito.
Ma, come sempre in questa rubrica, bisogna fare le dovute differenze.


Innanzitutto, Helene Udy, che interpreta l’assassina Lisa, è bassa.
Sembra una sciocchezza ma con i suoi capelli sporchi e disordinati,
vestita con una salopette da metalmeccanico e l’espressione
infantilmente imbronciata, l’attrice dà vita ad un personaggio che mi
ha ricordato quello dell’attrice di Suspiria (Dario Argento, 1977),
Jessica Harper. Su quel set le scenografie furono costruite molto più
alte della protagonista, in maniera tale da farla sembrare una bambina
che dovesse fronteggiare una schiera di streghe. Una fiaba, insomma.
Qui, il regista Percival Rubens dà la sensazione di fare lo stesso,
non so quanto coscientemente. Ciò che si nota è che gli ambienti
(grazie al contributo della bassa statura dell’attrice) sovrastano
questo personaggio. È una bambina, anche nel modo affettuoso con cui
la tratta la coinquilina che viene ad abitare da lei. Questo aspetto
sarà continuamente ripetuto e messo in evidenza dalle angolazioni
della macchina da presa (dall'alto verso il basso, tranne quando
commette gli omicidi: in questo caso è lei che predomina) oppure dalla
costruzione narrativa delle scene stesse. Prima di citare le due
sequenze del film che confermano ciò che si è detto poco sopra, si
deve fare un passo indietro.


Fino a metà film, la situazione è particolarmente pacata. Anche prima
dei titoli di testa, quando in fuoricampo e dietro la porta di una
cameretta, di notte, si consuma l’abuso sessuale del padre e poi, in
una cucina spoglia e squallida (che sarà il set, opportunamente
cambiato, dell’appartamento in cui Lisa abita, ormai trasferitasi in
Inghilterra), l’omicidio di lui per mezzo di un paio di forbici -
sorge il dubbio se sia stata lei oppure la madre, che si agita nel
sonno - non si hanno guizzi d’inquietudine.
L’arrivo della coinquilina mette allegria nella casa; inoltre, questa
ragazza spigliata conosce un bel tipo e instaura un rapporto d’amore;
poi riceve la visita di una sorta di notaio, Pearson, che le comunica
che ha ereditato due milioni di sterline (la madre l’ha abbandonata
per fuggire con un altro uomo ma una vecchia zia ha lasciato tutto
alla madre medesima e ora la ragazza è l’unica erede). La coinquilina
è gentile: paga tutto l’affitto, cerca un lavoro per Lisa, l’accudisce
vedendola sola e poco fiduciosa in se stessa. Il rapporto tra le due è
ben strutturato e calibrato secondo gli stilemi di un’empatia
femminile che va per cliché ma che, proprio per tale motivo, renderà
il resto scoppiettante. Eppure, subdolamente, alcuni indizi dei fatti
che lo spettatore sa già che dovranno avvenire, iniziano a
manifestarsi: la battuta di Lisa che considera scontati i vezzeggi
romantici del fidanzato dell’amica al primo incontro nella loro casa;
la moneta d’oro che viene rubata da Lisa per pagarsi una cena in un
ristorante francese; il suo entrare in camera come una sonnambula,
prima per dire alla sua amica che le piace e poi con un coltello; il
suo scarabocchiarsi il viso con le matite dei trucchi così da
assomigliare ad un mostro con il volto pieno di cicatrici (la sposa di
Frankenstein?); la scoperta di ua vecchia miniera abbandonata e
isolata durante un pic-nic; infine, il montaggio alternato che vede
Lisa tagliare un pomodoro e l’amica farsi una doccia. tali espedienti
sono tutti elementi brevissimi (magari ingenui) e piazzati bene, anche
e soprattutto per tener desta l’attenzione del pubblico. Comunque,
sempre controbilanciati da situazioni rilassate e romantiche (Lisa
prende la mano della sua amica durante un concerto di musica
classica), che le vede ragazze affiatate e delicate.
Fino a quando Lisa, che si è infilata tra i due piccioncini, non
coglie l’occasione di una loro separazione momentanea (proprio a causa
sua) e il film s’impenna.
Andata a trovare il ragazzo della sua coinquilina, esce dal di lui
bagno nuda integralmente (ma qui la versione vhs italiana è tagliata
(non so il dvd): sul web è reperibile integralmente e in inglese).
Fanno l’amore e lei pianifica l’omicidio della coinquilina. Lui si
rifiuta e minaccia di dire tutto. Lei lo tranquillizza dicendo che era
uno scherzo. Di notte lo accoltella ad un fianco (anche questa scena,
che vede lei sempre nuda accoltellarlo ad un fianco, è tagliata).
Scena molto bella e che si discosta da una fotografia più sporca e
piatta come in altre sequenze di interni, sebbene anche queste siano
meravigliose nel rendere lo squallore di una vita ai margini della
City, isolata in un casermone senza niente intorno: merito del
direttore della fotografia Chris Schutte.
Da questo momento il corso della storia è gestito egregiamente.
Soprattutto, ricordiamolo, per un film Tv.
In un centro commerciale, si procura il materiale necessario per
foderare grosse valigie da viaggio e infilarci dentro i corpi fatti a
pezzi del ragazzo e della sua coinquilina, che è invitata a casa del
suo belloccio e uccisa in bagno con una freddezza e una rapidità che
coglie inaspettati. Una ottima ripresa dall’alto, a piombo, conclude
la sequenza.


Dopodiché, arriva la prima sequenza che specifica ciò che è stato
detto all'inizio: l'infantilità di Lisa. Due ragazzi l’aiutano a
caricare le valigie pesantissime, con i corpi dentro, nell’auto. Lei è
travestita con una parrucca, non la riconosceranno mai, quindi
accetta. La piccola Lisa, perché piccola e remissiva, è una bambina
per cui si prova piacere a darle una mano. Una tipa così non farebbe
mai male ad una mosca e magari è la degna compagna di Norman Bates...
È difficile trovare in un film Tv, che sia a cavallo tra gli anni
Ottanta e Novanta, un personaggio femminile così caratterizzato
fisicamente che commetta azioni del genere (sebbene, tranne che per
l’omicidio citato sopra, il resto sia fuoricampo: non sono riuscito a
trovare sul web altre sequenze che possano confermare il contrario) ma
è anche vero che non ho visto tutti i film Tv che possono aver avuto
una trama simile...
Ma non è finita.

I pezzi di corpo, opportunamente imbustati uno ad uno per non farli
sgocciolare, volano nel pozzo della vecchia miniera.

Poi la ragazza s’impegna ad imparare a falsificare la firma della fu
coinquilina. Si presenta dall’avvocato che gestisce la pratica: va
tutto bene. Però questo le comunica che dovrà incontrarsi con il
notaio per avere una verifica fisica dell’identità.
Ahia, si mette male.
Decide di ucciderlo. Come? Direttamente nella vecchia miniera. Però, a
metà strada, all’uomo qualcosa non gli torna e lei si vede costretta
anzitempo ad accoltellarlo. Succede l’imprevisto: l’uomo non è morto e
si barrica dentro l’auto, quando lei arriva vicino al pozzo. Con una
spranga di ferro Lisa riesce ad averla vinta. Ma non lo uccide con il
coltello (oggetto feticcio per tutto il film: simbolo fallico per
eccellenza, lei che giustamente odia gli uomini per il suo passato ma
anche perché volgari, stupidi, vuoti e manipolabili a piacere) e
infila un lungo pezzo di carta attorcigliato nel serbatoio.
L’auto salta in aria: addio notaio Pearson...
Non è finita.
I soldi attirano più mosche del miele, ovvio.
Si presenta a casa di Lisa anche l’ex compagno della madre della fu
coinquilina. La prima volta riesce a cacciarlo. La seconda, lui
penetra di soppiatto in casa e scopre la sua vera identità ma decide
di stare al gioco e fare metà e metà.
Questa entrata improvvisa sembrerebbe una forzatura, un modo per
allungare il brodo, ma il losco individuo è un ex-detective e aiuterà
Lisa nella conferma della sua falsa identità, anche senza il fu
Pearson. C’è qualcosa di più, oltretutto: il rapporto che si instaura
tra i due sembra essere quello di padre e figlia. Tale intuizione
rivela come il nodo fondamentale del film sia il rapporto di Lisa con
il trauma infantile. Non potendo punire il padre, dapprima usa il
sesso per sedurre il ragazzo della coinquilina. Non riuscendoci (non è
affatto una donna per cui un uomo farebbe di tutto...), lo uccide.
L’omicidio di Pearson è una deviazione, un ostacolo: il suo assassinio
è un gesto utilitaristico, dettato dalla paura di vedere in fumo il
suo desiderio di un’altra vita; parimenti l’omicidio dell’amica. Lisa
è dominata dagli eventi, non è padrona di essi. Il Padre la possiede
ancora come schiava. Non sta agendo con una coscienza tale da poter
gestire le situazioni in maniera matura, per quanto appaia precisa,
metodica e convinta nel raggiungimento dell’obiettivo. Esiste in lei
un tormento, che tenta di reprimere.
Si paleserà nel finale.

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Quando ammazza quella sorta di volgare ed infido buzzurro, doppio di
suo padre, Lisa si libera del fardello più pesante che ha dentro di
sé: è consapevole che dovrà uccidere in una sola persona sola tutti
coloro che ha incontrato sul suo tragitto, soprattutto il
Padre-padrone, l’Orco terribile. Non mostra il suo corpo nudo per
ingannarlo, ma lo fa distendere e gli si mette sopra, a cavalcioni;
poi lo rilassa con parole dolci: “Adesso ti insegnerò come si
vola...”, dice. Ha capito finalmente che il gioco deve condurlo lei,
non lasciare spazio al maschio irruento e fintamente dominatore. Ha
compreso di essere Donna, non più la bambina piagnucolante e
infantile, imbronciata e dispettosa. Ma donna nel senso più pieno del
termine: indipendente, combattiva, sicura della sua forza d’animo,
causa prima e ultima di se stessa e delle sue azioni, per quanto
criminali siano.
Agganciata a questo sensuale omicidio, o dolce, c’è una sequenza
simile a quella dei due ragazzi che l’hanno aiutata con le valigie,
dopo i primi due delitti: sostando ad un fast-food, due poliziotti
(uno di loro l’aveva precedentemente fermata ma non la riconosce)
l’aiutano con una gomma a terra, di cui non si era accorta. Di nuovo
la galanteria del maschio a servizio di una donna piccina - è bene
sempre metterlo in rilievo perché tale pregiudizio è la salvezza della
protagonista -  che finge di essere innocente e bisognosa di cure e
coccole come, appunto, una ragazzina.

Ma “se tu guardi l’Abisso, l’Abisso guarda te” si deve essere detto il
regista Percival Rubens. Così, cambiando la prospettiva, è inevitabile
trovarsi nel fondo nero, nel regno dell’Ombra e della Morte e al posto
dell’Abisso.
E quale immagine migliore per descrivere l’Abisso di un pozzo senza fondo?
Cercando di raggiungere un pezzo di corpo (dell’ex-detective, doppio
del padre: è impossibile uccidere il proprio passato per quanto si
voglia seppellirlo in profondità) incastrato oltre l’orlo, e gettarlo
nel fondo, Lisa - ossessionata dalle voci di tutte le persone che ha
ucciso e si trovano sparpagliate là sotto - perde l’equilibrio e cade
giù.
Nell’Abisso. Per sempre.

Quei trenta secondi che mancavano alla mia registrazione sono stupendi:
un’inquadratura al rallenty di lei che urla disperata, annaspando con
le braccia, mentre dietro si allontana inesorabilmente l’apertura del
pozzo.

Stacco.

Le note malinconiche di pianoforte composte da Russell Stirling hanno
il sapore amaro dell’inesorabilità della Fine e accompagnano i titoli
di coda.

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