20.1.17

Scritti da Voi (97) - ANTONIO NIOLA - Recensione "Le Conseguenze dell'Amore"

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Torna dopo parecchi mesi l'amico e lettore del blog Antonio Niola.
Ci parla di quello che, probabilmente, è ancora considerato il capolavoro di Sorrentino o, quanto meno, l'unico suo film quasi del tutto esente da critiche.
Per anni avevo pensato di rivederlo e scriverne (lo amo moltissimo), Antonio mi ha tolto il pensiero e l'impiccio ;)

Film del 2004, regia di un ispirato Sorrentino e attore principale un maestoso Servillo.
Di solito non amo iniziare da date e nomi, in questo caso lo faccio perché è così che la voglia di rivederlo mi è venuta.
Infatti il film lo avevo già visto ma senza coscienza, diversi anni fa girando tra i canali mi ritrovai di fronte a questa maschera, inespressiva eppure così profonda, portata in scena da Toni Servillo.
Rimasi istantaneamente incollato al televisore, del film non sapevo nulla: era già iniziato, non ne conoscevo il regista, Servillo mi era nuovo, ne ignoravo il titolo.
Eppure Titta Di Girolamo (il personaggio di Servillo) è sempre rimasto lì, dentro di me, indimenticato ed indimenticabile.
Oggi scorro tra i titoli di on demand e leggo "Sorrentino-Servillo-2004", tre elementi che da soli già catturano la mia attenzione e fanno sorgere il sospetto di qualcosa di già conosciuto.
Poi appare la copertina...appare lui, Il dott. Titta, l'indimenticabile...è proprio il film che da anni fa capolino tra i miei ricordi.
Non c'è dubbio. Devo rivederlo.

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Toni Servillo interpreta il Dott. Titta Di Girolamo, protagonista di questa pellicola.  Comprimario del film è però un luogo, non una persona, ovvero l'albergo nel quale si svolge quasi l'intera vicenda.

Una struttura ricca ed esteticamente "carica" di suppellettili, tele, cornici, un ambiente ricco e confortevole, ma di un lusso superato, anni '80, che ricorda in po' tristemente una nobiltà decaduta che vive di ricordi antichi e glorie del passato.
In questa cornice si muove il nostro Titta: eretto, controllato, discreto ai limiti del disumano.
Si muove esclusivamente di un moto funzionale, lento, inesorabile, controllato.
Schivo e discreto, parla solo se assolutamente necessario, facendolo con seccatura, spesso con toni distaccati e contenuti, così cinici da scoraggiare chiunque abbia avuto l'ardire di iniziare una conversazione.
Titta è un abitudinario che ha fatto delle sue regole e della sua solitudine un dogma per la vita.
Scopriremo che in effetti è esattamente così: i suoi sono schemi difensivi congegnati dalla paura e marmorizzati dal tempo.
Nei corridoi dell'hotel c'è un pannello, una planimetria del piano con delle luci ad indicare eventuali malfunzionamenti.
Il pannello viene mostrato spesso e la regia da la sensazione che Titta gli presti attenzione ogni volta che passa dal corridoio. Ci vedo una metafora sul controllo, sulla necessità di averlo.

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Non mi sembra affatto casuale che più avanti interagirà con quel pannello, trovando il coraggio per cambiare qualcosa, per interferire, per abbandonare la sua consuetudine al mero monitoraggio.
Trovo altrettanto importante e esemplificativo del suo fare iper regolamentato sopratutto la rivelazione del suo uso di droghe pesanti.
Questo omino di mezza età, anonimo ed inespressivo, non si avvicina certo allo stereotipo del tossicodipendente, eppure ogni mercoledì mattina, alle 10:00 in punto, si inietta un'unica dose di eroina...da ventiquattro anni.
La ritengo un'immagine fortissima ed inequivocabile, ci parla di lui forse più di ogni altra cosa.
Addirittura l'uso di droga, comunemente riferito a momenti ricreativi o dissociativi, alla perdita di controllo o alla semplice dipendenza, in questo uomo perde ogni sua abituale collocazione, entrando essa stessa in una routine, in un legame sincretico, significativo e simbolico.
Il fatto che non sia un vero tossicodipendente ma neppure avulso alle droghe, lo colloca in una dimensione media, indefinita, forse rappresentativa della mediocrità nella quale si sente confinato.
Le giornate si susseguono nello stesso modo, sostituendosi l'un l'altra al ritmo dell'orologio, girandola lenta e sicura ma tremendamente vuota di colori.
È forse questa consapevolezza che inizia muovere qualcosa dentro l'uomo, la presa di coscienza del lungo tempo trascorso, sbattutagli in faccia dal suo imminente cinquantesimo compleanno.
Lo scadere del suo mezzo secolo di vita lo obbliga ad affrontarsi, a ricordare il dimenticato, a disotterrare le emozioni, sepolte dalla necessità di proteggere la propria vita.

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Ma questa è una vera vita?
Il pensiero sulla morte di un altro ospite dell'hotel è forse propedeutico ed enunciatore della smottamento interno che avverrà, egli ha paura di morire di vecchiaia, desidera morire in modo "rocambolesco".
Il nostro a distanza di giorni gli dirà, come a rispondere ad un quesito mai chiuso:
"Ci vuole coraggio a morire in modo rocambolesco"
Inizia ad apportare piccole modifiche alla sua routine, a concedersi piccole eccezioni.
Eccezionale quando al suo avvicinarsi al bancone del bar, dopo aver guardato per diversi lenti secondi la ragazza, le dice
"Sa, questa è la cosa più pericolosa che ho fatto negli ultimi vent'anni"
È l'inizio della fine, eppure non è una fine emotivamente violenta, non rappresenta il declino, la perdita di controllo, il travolgere degli eventi.
È invece il risultato di un lungo processo interiore, della accettazione della realtà, della consapevolezza di vivere in una comoda prigione che è purgatorio, dal quale può uscire solo prendendo da se il sentiero che conduce alla discesa negli inferi. 
L'interminabile camminata che fa per incontrare il suo destino, innanzi al suo temibile capo, attraverso tante persone, scendendo lentamente una serie di scale fino a trovarsi finalmente di fronte a lui, è una meravigliosa scelta registica che rappresenta proprio l'attraversamento del purgatorio ed il raggiungimento delle altre anime dannate al cospetto del demonio in persona.
I fatti nel concreto non li riporto perché sono solo strumenti, tramiti esteriori e pratici per rappresentare il travaglio interiore, l'apertura verso se stessi, la consapevolezza e l'accettazione di se stessi e delle proprie azioni.

4 commenti:

  1. il film finisce come "La promessa", di Sean Penn, altro film indimenticabile

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  2. Sinceramente non ho presente il film che citi, forse dovrei vederlo, se li metti sullo stesso piano potrebbe piacermi.
    Certo, se il finale fosse lo stesso potrei rimanerci un po' male

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  3. Visto in quarta superiore, mi aveva davvero colpito - soprattutto per l'uso della regia in un film tutto italiano. Dovrei rivederlo, anche alla luce di ciò che Sorrentino è diventato oggi.

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  4. Sarebbe interessante rivederlo ora e notare le eventuali differenze di sensazione, a meno che tu non abbia 18 anni ed in quarta superiore eri l'anno scorso...eh eh eh...sto scherzando, naturalmente.
    Io l'ho ri-adorato alla seconda visione, spero lo stesso sarà per te.

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