18.7.19

Recensione: "A tempo pieno"


Un film francese che prende spunto (come un altro bellissimo film, L'Avversario) da una incredibile vicenda francese, quella di Jean-Claude Romand, un uomo che per 18 anni si finse a tutti (anche amici e famiglia) medico e ricercatore senza nemmeno essersi mai laureato.
In realtà, a differenza de L'Avversario, questo A tempo pieno si discosta molto dalla vicenda reale, tanto da doverci far parlare, semmai, di semplice ispirazione.
Film molto bello, essenziale, interessante.
Più che la recensione del film questo vuole essere uno spunto per parlare di questo fenomeno sempre troppo sottovalutato, ovvero di chi per mille motivi diversi decide di vivere una vita di menzogna e successo per non affrontare la vergogna della verità dell'insuccesso o del non farcela.
A tempo pieno ricorda le troppe vicende universitarie, spesso finite in tragedia, di quei ragazzi che sono arrivati alla laurea senza sostenere esami.
Racconta alla fine di tutti noi, chi più chi meno, esseri viventi che a volte devono farsi vedere belli o realizzati ma che, in realtà, si portano dentro un peso enorme di una realtà completamente diversa

presenti spoiler anche riguardo la vicenda Romand e di conseguenza sull'altro film, L'Avversario



Jean-Claude Romand è un uomo francese realmente esistito e ancora vivo.
E' un medico, stimatissimo, ricercatore dell'Oms da svariati anni.
No, non è vero.
Non è per niente vero.
Jean-Claude Romand ha fatto credere a tutti, famiglia, amici, parenti, di esser diventato medico.
Per 18 anni ha condotto una vita completamente falsa e tutti gli hanno creduto.
Non ha mai lavorato un giorno, fu bocciato addirittura al secondo anno di Medicina, eppure arrivò a quasi 40 anni senza che nessuno si accorse di nulla.
Un giorno, impaurito di poter essere scoperto (oltre alla vergogna umana c'erano debiti milionari che aveva accumulato) sterminò tutta la famiglia, moglie, figli e genitori.
Uno scrittore, un grande scrittore, Emmanuel Carrere, rimase impressionato dalla vicenda.
Decise allora di provare a contattare l'omicida. 
Da alcuni colloqui e da uno scambio epistolare venne fuori il romanzo L'Avversario, un'operazione simile a quella che fece Capote con A sangue freddo.
Da quel romanzo fu tratto un film, dallo stesso titolo, con Daniel Auteil (gran bel film).
L'anno prima, però, uscì anche un altro film, quello di cui stiamo parlando, che ufficialmente ha la stessa fonte.
Ecco, dopo averlo visto posso dire che sì, l'ispirazione di "A tempo pieno" può esser stata sicuramente la vicenda Romand, ma che no, secondo me non possiamo considerare questo film come la trasposizione della stessa vicenda.
Di sicuro l'elemento base c'è tutto, ovvero il padre di famiglia che finge una vita che non esiste e nasconde tutto a tutti.
Ma la durata della menzogna (pochi mesi contro 18 anni nella realtà) e il suo epilogo (nessuna strage, nemmeno tentata o sfiorata) portano "A tempo pieno" a livelli siderali di distanza dalla storia reale.
Quindi prendiamolo "solo" come un film a sè stante.


Intanto vorrei farvi sapere che il titolo originale è "L'emploi du temps", ovvero "l'occupazione del tempo", titolo assolutamente magnifico vista la materia del film.
Perchè in queste vite "finte" è proprio questo, forse anche più della menzogna, l'aspetto più tragico, incredibile e interessante, ovvero immaginarsi come queste persone possano impiegare gran parte del loro tempo - quello che chi li conosce pensa sia dedicato al lavoro - a fare assolutamente nulla.

Non è un caso che il film comincia subito mostrandoci Vincent che dorme ore e ore in macchina. Il fenomeno è al tempo stesso inquietante e, in alcuni casi, quasi struggente.
Pensate a quelle centinaia, se non migliaia, di ragazzi che bocciati ad esami o non convinti della propria facoltà continuano per mesi e anni a fingere di andarci, sostenere esami e, addirittura, (non)laurearsi.
Più volte è successo che il giorno della laurea, quello dove l'annosa menzogna doveva venir fuori, questi ragazzi si siano tolti la vita.
Immaginate il loro strazio, immaginatelo lungo anni, immaginateli dover fingere di andare a lezione, fare esami, parlarne a casa senza che niente di tutto questo sia mai avvenuto.
E' una cosa che conosco molto bene per esperienza (non io direttamente eh).
Certo, come nel caso di Romand anche in questo mio parallelo universitario (credo calzante) ci sono casi e casi, ci sono quelli che non ce la fanno ma hanno paura a dirlo e ci sono quelli che ci marciano, ci sono quelli che vivono un inferno in terra giornaliero e quelli che invece se la godono.
Ma il fenomeno è molto più interessante, preoccupante e grave di quello che si pensi.
Il personaggio del nostro film, in questo senso, sta secondo me a metà.
Fa rabbia, molta rabbia, ma al tempo stesso anche molta pietà e tenerezza.
E' stato licenziato ma si vergogna a dirlo. 
E allora si inventa una specie di promozione, addirittura con un ruolo prestigioso all'Onu (mi pare eh, sto recensendo il film dopo 10 giorni, mio record di ritardo).
In famiglia tutti sono contenti, lui svia le domande più pericolose con "E' ancora presto" e cose così.
E intanto se ne dorme ore in macchina.
Poi, però, capisce che ha bisogno di soldi, sia bisogno reale sia per "dimostrare" che lavora.
E allora si inventa dei farlocchi prestiti finanziari con cui ruba soldi a conoscenti e amici.
Messo alle strette comincerà anche a vendere merce rubata (tramite un professionista della truffa).
Poi i nodi verranno al pettine.



Lo ammetto, sono stato per TUTTO il film aspettando il massacro finale come nella vicenda Romand. Ne ero sicuro, nessun dubbio.
Quindi ammetto un pizzico di delusione quando, invece, Cantet (il regista) prende tutta un'altra strada.
Ho pensato però che questo non doveva essere un motivo per sottostimare il film, perchè, semplicemente, "A tempo pieno" è un'altra cosa rispetto a L'Avversario, punto e basta.
Lo dico subito, gran bel film.
Film essenziale, secco (del resto l'altra opera di Cantet che vidi - La Classe- era impressionante per verosimiglianza e minimalismo), che racconta una vicenda senza renderla mai sensazionale. Questo è uno di quei casi in cui la vicenda reale (Romand) è mille volte più clamorosa della fantasia.
Non si capisce perchè Vincent cominci a fare quel che fa, probabilmente è solo la vergogna del licenziamento (tra l'altro ora non ricordo si è licenziato o è stato licenziato).
Lo vediamo mettersi in coda ad altri manager ed entrare in grandi aziende, dire continuamente a tutti di "avere un appuntamento" quando in realtà la sua agenda è completamente bianca, affacciarsi a riunioni importanti come fosse uno del mestiere.
Intanto in macchina, da solo, impara a memoria difficili discorsi su economie e bilanci, così, sia per fare bella figura sia per risultare credibile sia, come farà poi, per intortare gli amici chiedendo loro soldi.
Noi siamo spettatori onniscienti, gli unici che vediamo e sappiamo tutto.
Cantet avrebbe potuto fare due scelte, far credere anche a noi che tutto quello che Vincent dice o fa fosse reale oppure, come ha fatto, farci sapere da subito la verità e vivere così quello che vivrà lui, ovvero il dover mentire e il dover sottostare a domande sempre più incalzanti.
Credo sia stata fatta la scelta giusta, sticazzi del "colpo di scena", molto meglio vivere empaticamente il personaggio principale (tra l'altro grandissima prova dell'attore Aurelien Recoing).
Quando si conducono queste vite il mostro più grande sono le domande degli altri.
Fatte in buonafede, con affetto, ma agli occhi dei mentitori vere e proprie minacce.
Più volte il film racconta benissimo questa dinamica, tanto da far diventare quelle domande quasi un elemento da thriller.
E' l'accumulo di queste domande e risposte che poi porta di solito i mentitori a esplodere o implodere (suicidio), specie perchè tutto questo avviene con le persone più care che hai, famiglia e amici.
A una magari iniziale euforia da "li sto fregando" subentra un dolorosissimo e insostenibile peso, un senso di colpa verso loro e una terribile vergogna personale.
E a quel punto però senti che dire la verità potrebbe essere ancora più dannoso che proseguire la menzogna, ormai sei in un inferno.



C'è una scena bellissima nel film, quella della camminata nel bianco assoluto della neve tra Vincent e sua moglie, quasi metafisica.
Lui ad un certo punto non la vede più, poi la ritrova e lei gli dice "credevi di avermi persa?".
Ecco, penso che questa sia un'immagine metafora di questa dimensione mendace e del rischio che genera di farti perdere tutto quello che più ami al mondo.
Il film va avanti senza grandi cambi di ritmo, senza scossoni, senza fatti eclatanti.
Questo suo ritmo costante e dimesso potrebbe allontanare qualcuno ovviamente.
Io, sia perchè l'argomento mi interessa molto sia perchè - lo ammetto - mi aspettavo il climax che avrebbe portato alla tragedia, sono rimasto invece incollato.
Forse la parte più debole e riempitiva è quella col truffatore. Tra l'altro io l'avrei evitata perchè porta Vincent a "fare" quando invece il film è l'apoteosi del "non fare".
Però almeno in un aspetto quel personaggio è molto funzionale perchè in soli 5 minuti si era accorto che Vincent fosse un falso.
Se ci pensate non è banale come cosa, ma va a "raccontare" di come molto spesso solo qualcuno di esterno può notare la bugia, a differenza di amici e parenti che hanno il velo dell'affetto e della fiducia.
Anche il finale, forse, resta un pochino deludente, non tanto nella costruzione (Cantet è regista del reale e del verosimile, se ne frega dei sensazionalismi) ma nelle conseguenze finali.
Insomma, tra un massacro di 5 persone e un quasi "nulla di fatto" trovare una via di mezzo era probabilmente preferibile ma è anche vero che stringi stringi questo finale può essere molto interessante, specie nell'ultima scena, quella del nuovo lavoro dato a Vincent (finale al tempo stesso positivo o negativo, e la faccia di Vincent lo conferma).
Tra l'altro la differenza tra Vincent e Romand (uno nome uno cognome) è notevole, e non solo per i 18 anni contro i pochi mesi di menzogna o per il finale completamente diverso.
Vincent, ad esempio, prova in tutti i modi a non fregare l'amico d'infanzia (minima etica-pietas) ma poi è "costretto" a farlo perchè in caso contrario rischiava di far cadere il suo castello.
Molto bella la scena dove, di notte, lo va a spiare sentendosi tremendamente in colpa.
Ma la sequenza più impressionante, la vera scena madre non solo del film ma di questo terribile fenomeno, è un'altra.
Vincent fa un'accordo economico con qualcuno (ora non ricordo).
Sono fuori da un bellissimo albergo, nel parcheggio.
Poi Vincent lo saluta perchè ha impegni.
L'altro se ne va, Vincent entra in macchina, percorre 20 metri e si ferma per dormire nel parcheggio.
Straordinaria

7.5/8























8 commenti:

  1. non lo conoscevo, mi ha incuriosito. Gran scrittore sì Carrere. "Vite che non sono la mia" è un libro su vita e morte che dovrebbe essere letto (almeno) da tutti gli occidentali :)

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    1. il prossimo che recensirò devi vederlo te più di qualsiasi altro...

      ricordati

      se ricomincerò a leggere Carrere è uno dei primi

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  2. visto a suo tempo al cinema, Cantet non urla, non ci sono effetti speciali, solo la vita vera, che ti fa restare attaccato allo schermo come pochi, fa solo film molto belli.

    e anche Emmanuel Carrere scrivr come si deve, credo di aver letto quasi tutto, il primo, straordinario, "Baffi", da cui hanno tratto un film, protagonista quell'attore-monstre che è Vincent Lindon (che è un attire di CAntet).

    un libro non ho letto, nè lo leggerò mai, quale libro e il perché della non lettura l'ho scritto qui: https://stanlec.blogspot.com/2013/10/perche-non-leggero-limonov-di-emmanuel.html

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    1. sì, ho visto due film di Cantet e mi riconosco perfettamente in quello che scrivi ;)

      no, dai, davvero il film di Lindon era tratto da Carrere? lo vidi prorpio per quel suo soggetto a metà tra saramago e pirandello

      bellissimo sto aneddoto su Limonov

      pensa che sto libro l'ha letto e pure recensito nel suo blog il mio amico Rocco

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  3. Limonov splendido ritratto di uomo e epoche, anche i avevo la stesso pensiero ma la lettura va oltre

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    1. sai che queste vostre due diverse posizioni potrebbero portare a un argomento/post interessantissimo?

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  4. Fatto in Italia, avremmo visto sceneggiate, insulti, grida, rancore sputato e invece ecco un'opera molto legata all'attualità che con rispetto ci descrive il malessere di uno dei tanti di noi, un qualsiasi lavoratore che si ritrova a doversi inventare qualcosa dopo aver perso il lavoro. C'è la famiglia, i figli, gli amici e la dignità. I sotterfugi e le bugie hanno le gambe corte, per fortuna c'è l'opportunità da cogliere e la necessità di rimediare agli errori commessi. Film sincero (nonostante le molte bugie), ottimamente interpretato e con un finale che lascia pensare. Promosso

    VOTO ***+

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    1. che poi, ma vado a memoria eh, un film simile in italia ci dovrebbe essere, un giorno perfetto di ozpetek

      ma vado a casaccio, non l'ho visto

      e poi forse quello richiama più, almeno nel finale, la vera vicenda Romand

      bellissimo commento stefano

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due cose

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3 ciao