31.3.13

Recensione: "Compliance"

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Se volete demolirlo niente di più facile, vi presta il fianco tranquillamente. Ma questo è uno di quei pochi casi (perchè di solito considero l'opera cinematografica cosa a sè e valutabile in quanto tale) in cui sarebbe doveroso, direi obbligatorio saper due tre cose prima della visione (o anche poi, è lo stesso, basta saperle). Ebbene, quello che accade in Compliance non solo è vero (brutta parola che non dà mai troppe certezze) ma documentato. E non solo documentato ma ripreso da telecamere a circuito chiuso. Nell'arco di pochi anni si verificarono molti episodi come quello raccontato dal film, uno di questi, forse quello che è andato più in là, il più estremo, è diventato celluloide. E, vi assicuro, non c'è nulla nel film che non sia successo nella realtà, anzi, semmai il regista ha tolto anzichè romanzare. Detto questo, Compliance diventa inattaccabile, almeno sotto il profilo della verosimiglianza.

Tenterò di parlarne senza spoiler anzichè avvertire della presenza di essi.
Un poliziotto chiama in una specie di McDonald. La direttrice risponde. Una delle ragazze al banco un'ora prima ha rubato soldi ad una cliente, dice il poliziotto. La direttrice convoca la ragazza in uno stanzino. Il poliziotto, sempre al telefono, istruisce su cosa fare. Comincia un'inferno psicologico (e non solo) che coinvolgerà chiunque entri in quello stanzino.

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Il film prende da subito, si vede immediatamente che siamo davanti a qualcosa di diverso. Inizialmente mi sembrava di leggere le indimenticabili pagine del Processo kafkiano, quel sentirsi accusato e processato senza saper nulla, quell'atmosfera surreale di profondo disagio psicologico di cui non si riesce a trovare le cause. E' vero, la ragazza, a differenza di Josef K. conosce il motivo per il quale è stata accusata ma sa benissimo di non aver fatto nulla. Il poliziotto (straordinaria la voce in lingua originale) con tono fermo, autoritario ma anche, quando serve, suadente e complice (a un certo punto una sua risata mi ha dato i brividi) istruisce la direttrice e le altre persone che entrano nello stanzino su ciò che bisogna fare per scoprire dove la ragazza abbia messo i soldi. L'autorità, si sa, frega molti, tantissimi di noi davanti ad un ufficiale di polizia -o simili- tendono ad accondiscendere, figuriamoci gli americani, timorati della legge come sono. I dipendenti del fast food entrano in una specie di ipnosi collettiva per cui l'unica cosa che può guidarli è solo e soltanto quella voce. E' il parossismo del rispetto dell'autorità, del comando, della legge. Paragone azzardato ma lo schema Hitler-ufficiali nazisti-vittime ricorda molto quello del poliziotto-dipendente-Becky (il nome della ragazza) per cui gli ordini dall'alto si eseguono perchè ritenuti giusti o perchè dettati da qualcuno che nella scala del potere sta sopra di te.

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Gli attori sono ottimi, specie la direttrice. L'atmosfera è, come detto, surreale, fatichiamo a pensare che ciò che vediamo sia in realtà possibile. Molto interessante il personaggio di Kevin, il solo a provare affetto per la ragazza, l'unico quindi che riesce in qualche modo a non entrare nel vortice della psicosi collettiva e tirarsi fuori. Stupendo l'alternarsi tra le vicende all'interno dello stanzino e le stupide tensioni pochi metri più in là che si vivono in sala, la mancanza di pancetta, il panino senza mayonese etc... . 
I personaggi oscillano continuamente ai nostri occhi, paiono loro stessi vittime ma fanno cose per cui pare impossibile non condannarli. A metà film un (finto) colpo di scena ci fa capire meglio le cose ma cambia nulla, anzi, la tensione e la rabbia se possibile sono ancora più forti. Regia pulitissima, fotografia eccellente, specie nei dettagli del cibo spazzatura del fast food. Molto onesto il regista, pudico, suggerisce più che mostrare. Il climax di quello che succede alla ragazza ad esempio viene solo accennato, i documenti (su Wiki) mi hanno poi confermato quello che mi pareva di aver visto.
Il finale, molto poco cinematografico e tanto cinema veritè, smorza un pò la tensione ma è perfetto perchè suggerisce l'assoluto annebbiamento mentale che l'episodio aveva creato nei suoi protagonisti.
Se non fosse tutto vero sarebbe un filmetto probabilmente.
Ma, cavolo, non lo è.

( voto 7,5 )

11 commenti:

  1. Da come ne parli attira, segnalazione interessante. Buona Pasqua!

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    1. Ma buona Pasqua a te!

      mi devi dire il nome o un nick comodo che chiamarti Visione non è bello

      e se, come Giacomo, Arwen o tutti gli altri che ancora non me lo hanno chiesto vuoi essere in blog roll... chiedi :)

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    2. Chiamami Jena Plinsk... ehm mi son confuso, Frank va bene :)
      Mi hai fatto ricordare che alla blogroll non ti ho ancora aggiunto neppure io, ci aggiorniamo a vicenda ok?
      Grazie oh dae-soo! (anche il tuo è complicatino però ;)

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    3. chiamai dae che fai prima. Pronto per la blogroll, procedo

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  2. Questo film mi aveva fatto irritare tantissimo, perché non riuscivo a capacitarmi di come tutti sembravano non rendersi conto dell'assurdità crescente degli ordini impartiti telefonicamente.
    Soprattutto pensando che si tratta di fatti reali, e che i casi simili sono innumerevoli.

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    1. Sì, ti avevo letto da Einzige (a prop, a questo punto devo leggere la sua rece).

      Credo che il sesso dello spettatore influisca nella fruizione

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    2. Qua c'è la mia:

      http://viaggiandomeno.blogspot.it/2012/11/compliance.html

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  3. Probabilmente hai ragione: un filmetto, se non fosse che l'evento è successo numerose volte, e questo rende il tutto ancor più bizzarro e bizzarramente insopportabile.
    Di nebbia mentale son piene le menti. Di quelle degli italiani, poi, nemmeno voglio pensarci...

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    1. ah ah

      vengo a scriverti di là per un'altra cosa

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  4. non conosco questo film ma da quello che scrivi mi attira da matti!

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

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3 ciao