28.9.17

Recensione: "Glory - Non c'è tempo per gli onesti" (Bulgaria - 2016)

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Un film straordinario che, come nessuno, porta i dedali kafkiani sullo schermo.
Un pover'uomo diventa eroe nazionale per la sua onestà e la sua correttezza.
Il Ministero, un Ministero terribile e corrotto, lo erge ad esempio per farci bella figura.
In realtà lo deride, lo ripugna.
Ma a quell'uomo interessa solo e soltanto che gli restituiscano il proprio orologio.
Visione imprescindibile

giganteschi spoiler dopo ultima foto (dell'orologio)

C'è una segreteria telefonica.
Quella dell'ora esatta, qualcosa che qualsiasi under 30 non può nemmeno sapere cos'è.

"Sono le 8, 29 minuti, 30 secondi"
"Sono le 8, 29 minuti, 40 secondi"
"Sono le 8, 29 minuti, 50 secondi"
"Sono le 8 e 30 minuti"

In quell'attimo esatto un uomo di mezza età, capelli radi e unti, barba folta e incolta, sincronizza il proprio orologio, un orologio a lancette ovviamente, che un uomo di quel tipo lo capisci subito che solo un orologio a lancette può avere.
La casa è spoglia, un tavolino, qualche suppellettile, tanta solitudine.
Pare una di quelle case che raccontava il buon Dostoevskji, ah che bellezza.
L'uomo esce e va al lavoro.

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Lo seguiamo di spalle in quest'inquadratura divenuta ormai simbolo del cinema verità, di quello che tenta la mimesi con la vita, di quello che prova a raccontarla per così com'è e non così come pare a chi la scrive.
La telecamera dietro le spalle, o davanti al viso, addosso, addosso, che così si cattura la vita.
L'uomo ha una chiave inglese enorme e ogni tanto la sbatte sulle rotaie. Quando sente un rumore che non gli piace avvita i bulloni. Nient'altro da fare.
Trova una banconota da 50, poi una da 100, là, in mezzo alle erbacce delle rotaie. Se le mette in tasca quasi in maniera colpevole e timida.
Poi, poco più avanti, ci sono milioni e milioni.
L'uomo chiama la Polizia, un uomo dallo stipendio ridicolo e che da mesi non lo riceve trova milioni e milioni, non ne prende mezzo e chiama la polizia.
Diventa un eroe e uno che il Ministero dei Trasporti, essendo un suo lavoratore, vuole ergere ad Esempio.
Lo intervistano sul luogo.
L'uomo ha giganteschi deficit cognitivi.
Una balbuzie devastante.
Meglio ancora, pensano ai poteri alti, meglio ancora, farà ancora più effetto, dicono mentre ridono a crepapelle di lui.

Questo il grande incipit, silenzioso, povero ed essenziale di un grandissimo film, il primo film bulgaro, credo, visto in vita mia.
Concedetemi la battuta di dire che se questa è la cinematografia di quelle zone, capperi, è una delle migliori al mondo.
Una note tecnica.
Vi ho descritto l'incipit come "silenzioso". E vabbeh direte, sticazzi.
In realtà no. In realtà anche da queste piccole cose capisci la differenza tra un certo cinema e un altro. Il cinema malfatto, standard o ridondante avrebbe messo in bocca al nostro protagonista una decina di frasi in quest'incipit, del tipo "ah, devo avvitare questo bullone", "ma cosa c'è qui? soldi... Speriamo non mi veda nessuno...".
Come quando negli horror vedete uno che commenta ogni azione che fa. 
No, noi i nostri gesti in solitudine li compiamo quasi sempre in silenzio, non abbiamo un pubblico, non abbiamo qualcuno che ci sta ascoltando.
Il silenzio è sempre meglio del superfluo e del didascalico al cinema.
E non solo al cinema.

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Lynchiano
Tarantiniano
Hitchcockiano
Kafkiano
Prendetemi 100 recensioni (magari non di blockbusters) e ditemi in quante troverete almeno uno, se non più di uno, di questi aggettivi.
Chissà quante volte ne ho abusato anche io. 
Intendiamoci, va bene eh, che sti aggettivi servono ad evitare tanti giri di parole, a farti capire in che mondo siamo in due secondi.
Ma, ecco, ve lo giuro che mai come in Glory l'aggettivo kafkiano calzi a pennello.
In realtà ho nominato prima Dostoevskji. E sì, c'è anche tanto di lui, le ambientazioni, i toni, la sensazione che anche se si sta parlando di piccole storie in realtà si stia volando molto in alto. Il Dostoesvskji poi degli ultimi, dei poveri, degli emarginati.
E perchè non metterci anche Gogol, con quelle piccole pennellate surreali e sarcastiche?
Però, ecco, mai nessuno ricorda sto film come il genio di Praga.
Glory è il racconto di un uomo che, suo malgrado, si ritrova in un labirinto senza fine, in una spirale, in una lotta contro un nemico visibile ma al tempo stesso quasi inconoscibile.
E, come in Kafka, questo nemico ha le fattezze delle burocrazia e dei suoi dedali, dei Ministeri e dei suoi esponenti irraggiungibili.
Il giorno della premiazione come Eroe nazionale a Tsanko viene tolto il suo amato orologio perchè, il premio, è proprio un altro orologio, digitale.
Ma per Tsanko quell'orologio significava tutto, glielo aveva regalato suo padre, era l'oggetto più importante della sua vita.
Ma niente, al Ministero non lo ritrovano, non lo cercano neanche.

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Parte così un film che racconta tante storie e tante dicotomie.
La storia di Tsanko, del suo orologio e dei millemila tentativi di riaverlo. E quelle segreterie telefoniche musicali, e quegli elenchi dove cercar numeri, e quei corridoi dove non sapere quale sia la porta giusta. Per Tsanko, novello K., è impossibile arrivare al Castello.
E in questo senso la balbuzie può essere vista come metafora, quella dell'impossibilità di farsi capire, quella del non poter raggiungere cose pari al non poter finire frasi. Una balbuzie che è simbolo di inferiorità, di handicap, di difficoltà, di ennesimi labirinti.
Un altro aspetto predominante è quello sociale e politico. Questa sfida quasi surreale tra il piccolo uomo e l'apparato statale, tra l'ultimo dei lavoratori e il Ministro dei Trasporti.
C'è da urlare di rabbia a vedere i soprusi, l'indifferenza e la corruzione di quel Ministero, a vedere come Tsanko venga usato come loro pedina quando in realtà, per loro, è uno zozzo zoticone di cui ridere e schifarsi.
La scena delle loro risate nel rivedere l'intervista è agghiacciante, come del resto è agghiacciante il breve dialogo col Ministro, un tappetto che ha bisogno di una pedana di legno per sembrare più alto.
Per fortuna viene messo nel film un giornalista che cerca di far venir fuori tutto (che bella quell'intervista in cui a Tsanko sta a cuore sempre e solo riavere il suo orologio), ma in quella vicenda, come non mai, vediamo le assolute disparità in gara.
E anche questa volta Tsanko, suo malgrado, sarà la vittima principale.
Ma a conferma di una scrittura formidabile del film succede che il personaggio più bello, quello più complesso e quello più interessante non sia il protagonista ma l'antagonista, l'addetta alle pubbliche relazioni del ministero, la bellissima e terribile Julia.
Una donna che sta cercando di avere un bambino (credo con una specie di fecondazione assistita) ma che antepone a questo qualsiasi problema di lavoro. Le sue telefonate continue mentre il medico sta per dirle cose di un'importanza vitale sono terribili.
Piena di sè, inumana, cinica, arrivista, manipolatrice, incapace di oggettivare il mondo fuori di sè (quando si lamenta col marito delle telefonate che riceve).
Una che sta per vivere la cosa più bella e importante che può vivere una donna ma lo fa in una maniera sconsiderata, indifferente, banalizzante.
Julia sta al bambino che sta per avere come il Ministero sta a Tsanko.

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Nel finale però, ed è magnifico come il film lo racconti, c'è un cambiamento.
Julia va dal medico che le mostra gli embrioni.
Per la prima volta quella donna inumana si rende conto di quello che ha davanti, della grandezza di quello che sta per fare.
Torna al lavoro ed è impacciatissima, sorridente, inciampa e scherza.
Ha gli occhi lucidi.
Vede una notizia sul giornale, impazzisce.
E' una donna diversa, una donna a cui hanno iniettato umanità.
Cerca l'orologio ovunque, si rende conto di tutto quello che ha fatto.
Lo troverà.
Glory ha il suo finale apparecchiato, un happy end collettivo.
Il marito ha finalmente trovato una donna e una moglie al suo fianco, Julia ha finalmente scoperto di avere un cuore, la coppia avrà un bambino, Tsanko il suo orologio.
E invece no, e invece sarà esattamente l'opposto.
In due minuti finali a mio parere "sbagliati" il film diventerà nerissimo.
Sbagliati per due motivi.
Il primo è che quell'uomo, per quanto subisse, non sembrava una persona capace di un gesto simile. Tra l'altro la vendetta sembra superiore alla colpa.
Ma più che altro questo finale in qualche modo depotenzia la piccola e più bella storia del film, quella dell'orologio.
A Tsanko non interessa più, nemmeno lo guarda, tutto quello che per lui era stato simbolo di vita e di morte adesso sembra non contare più.
O.k, quello che ha subito è terribile, o.k, quella donna si merita di tutto. Ma non lo so, non lo so, non me l'aspettavo.
L'ho trovato un finale agghiacciante, molto bello, ma incoerente.
Un uomo, anche durante i titoli di coda, fischietta nell'auto.
E' felice, diventerà padre.
E invece non ci sarà più nè una donna nè un figlio.
Perchè in questo film perdono tutti.
Qualcuno la vita stessa.
Gli altri, invece, saranno solo e soltanto anime morte.

8.5




9 commenti:

  1. Senza dubbio uno dei film più interessanti degli ultimi mesi. A giudicare dagli zero commenti l'abbiamo visto io e te!

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    1. No, di almeno altre 3 persone so ;)

      e stesso giudizio

      però è bello che abbia solo un commentino, fa pendant col film sto minimalismo

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    2. Magari se non riceve distribuzione in tempi accettabili, si potrebbe rimediare col guardaroba :)

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    3. Beh, noi l'abbiamo visto tutti al cinema ;)

      ma sì, è un caso tipo Virgin Mountain alla fine

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    4. In effetti ci sono molte affinità tra Fusi e Tsanko.

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    5. sì, tante

      ma poi vedo al volo la trama dell'italiano Easy e me pare quasi il remake italiano di Virgin Mountain

      ma non l'ho visto, a naso

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    6. Non l'ho visto nemmeno io, a me guardando il trailer di Easy è venuto in mente anche Simon Konianski, che anche lì bisognava portare la bara del nonno in Ucraina...

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    7. mai sentito ;)

      no, il trailer non l'ho visto, solo letto due righe di trama e visto il phisique du role del protagonista ;)

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    8. Boh, han fatto tanta di quella pubblicità a questo Easy, che non ho voglia per nulla di vederlo :D

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

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3 ciao