14.6.11

Recensione: "Rachel sta per sposarsi"


Ci sono registi che senza alcun merito riescono a salire nello scintillante treno dei dollari facili, quel treno che per tutta la vita li farà campare di rendita, treno che ha un solo binario da seguire e loro, sorriso a 32 denti d'ordinanza, seguono volentieri. Ci sono altri registi che invece di Transformers girano uno dopo l'altro Il Silenzio degli Innocenti e Philadelphia ma su quel treno treno non ci son saliti (o non ce li hanno fatti salire), forse se ne sono addirittura fregati e con umiltà e coerenza hanno seguito i propri binari, binari di periferia lontani dalle ville lumiere di turno.

Ritrovo finalmente Jonathan Demme, regista che potè aver tutto ma non ebbe quasi niente, con un piccolo-grande film, Rachel sta per sposarsi, colpevolmente sottovalutato da pubblico e critica. Eppure, se non fosse per un eccesso di "anticinematograficità" che poi vedremo, questa pellicola sarebbe un piccolo gioiello.

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Anne è una tossicodipendente. Esce dalla sua rehab solo pochi giorni per partecipare alla preparazione del matrimonio di sua sorella Rachel e, ovviamente, al matrimonio stesso. Pochi giorni che dovrebbero esser di festa, ma la presenza e il comportamento di Anne cambieranno completamente l'atmosfera.

Rachel getting married (titolo magnifico, perfetto, per fortuna rispettato dai nostri ditributori) è un film scritto alla meraviglia (dalla figlia di Sydney Lumet...), tutto incentrato sulle sottili dinamiche psicologiche che si vengono a creare nel momento che una famiglia tira fuori i propri scheletri dall'armadio. E' un film che racconta una crisi, una crisi familiare , proprio nei giorni in cui al contrario anche le famiglie più disastrate e snaturate riescono solitamente a mascherare i propri problemi.

Rachel sta per sposarsi e questo dovrebbe essere il suo momento, questi dovrebbero essere i suoi giorni più belli ma Anne le rovina la festa, le ruba la scena, si prende il palcoscenico facendo la parte della vittima, della persona che deve esser curata e compatita. Latente c'è anche un'importante nodo di tensione tra la ragazza e la famiglia visto che anni prima Anne ha involontariamente causato la morte del fratellino quando, guidando tossica, fu vittima di un incidente stradale.

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Il film, più che raccontare una storia, analizza ogni singolo rapporto famigliare: quello del padre con le due figlie, in special modo con Anne, pecora nera della famiglia che, come ogni pecora nera, riceve le attenzioni più importanti (più della figlia che sta per sposarsi), perchè un padre in un figlio apparentemente "sbagliato" vede sempre la possibilità di cercar di rimediare a un proprio (e spesso presunto) senso di colpa; oppure quello tra le due sorelle, rapporto teso e tenero allo stesso tempo o ancora quello tra la madre separata ed Anne o tra i due coniugi divorziati.

Demme sta addosso agli attori con la camera a mano e si prende tutto il tempo per raccontare la sua storia, molto lontano dagli script tradizionali. Tutto sembra molto reale e poco cinematografico ma si raggiunge quasi il parossismo quando Demme dilata al massimo (anche un quarto d'ora) 2,3 scene che sarebbero potute durare soltanto pochi minuti (discorsi nella cena di prova, lo spettacolino di musica e cabaret, il ballo del matrimonio). Va talmente contro le regole base del cinema che, forse, rischia di esagerare un pò. Il cast è strepitoso, al fianco dell'ottima Hathaway c'è un gruppo di attori poco o mediamente sconosciuti tra i quali spiccano la DeWitt (Rachel) e Irwin (il padre). La scena madre, meravigliosa, è quella della lavastoviglie in cui un semplice piattino riporta a galla un dolore faticosamente tenuto sommerso. Non è un caso che quella pila di piatti sia stata messa sul tavolo dalla stessa Anne, è come se volesse inconsciamente riaffermare la propria colpevolezza tanto che lo stesso padre che la difende in ogni modo e cerca di "reinserirla" in famiglia, non ce la fa comunque a trattenere l'emozione ed uscir dalla stanza.


Film che tanti faranno come proprio e tanti, al contrario, scanseranno con forza perchè nessuno di noi, anche chi apparentemente vive una vita perfetta, non può non ritrovarsi in tematiche del genere. C'è chi preferisce affrontarle, analizzarle e prenderle di petto e chi ne è terrorizzato e spera con tutto l'animo di tenerle nascoste per sempre.


(voto 7,5)

11 commenti:

  1. Concordo con il voto, ne troppo alto ne troppo basso, e con l'opinione rispetto a Demme.
    Dello stesso regista, ti posso consigliare lo straordinario documentario The agronomist, a proposito dell'altrettanto straordinaria vita dell'attivista Jean Dominique, uno dei simboli dell'Haiti che lotta per la democrazia.

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  2. ce l'ho da un po' ma ancora non l'ho visto. buondì.

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  3. Scusatemi ma per due giorni non ho avuto un minuto per venire al pc.
    James: mi hanno parlato benissimo di The Agronomist, me lo ricorderò.

    ciku: buondì, anche oggi.

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  4. Bello! Solido, ben scritto, dal taglio indipendente... Mi era piaciuto molto. Per quanto mi riguarda è anche l'unico film decente della Hathaway. :D

    Pensa che Philadelphia non l'ho mai visto!

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  5. Beh, Philadelphia io lo vidi solo ai tempi, almeno 2,3 volte credo. Ero piccolo, lo considerai bellissimo, ma mi piacerebbe rivederlo ora. In quel periodo fece un enorme successo anche perchè erano gli anni in cui la minaccia e il terrore dell' Aids erano più forti.

    Rachel è davvero ottimo.

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  6. bello è bello, nè. però credo che i movimenti di camera siano un po' eccessivi.

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  7. Ciku, sai che invece io sono un amante sfegatato delle riprese a mano?

    In questo caso non si può nemmeno parlare di eccessivi movimenti, è proprio la tecnica che è quella. In teoria per movimenti di camera si intendono carrellate, panoramiche etc... (non zoomate).

    Non sto dicendo che la tua definizione sia sbagliata, anzi, è giustissima, solo che con quella tecnica non si può fare altrimenti.

    Contento che ti sia piaciuto!

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  8. Visto un paio di giorni fa.
    Un bel film, girato e recitato molto bene. La storia, i personaggi, i loro drammi, le inquietudini, le difficili relazioni vengono raccontati con sobrietà, efficacia e tutto questo risulta credibile e vero.
    Lo stile, quasi un documentario su uno strano matrimonio multietnico, e' interessante e particolare, ma e' proprio il contesto del matrimonio tra illuminate e moderne famiglie della borghesia americana che mi ha reso la visione particolarmente pesante.
    Mi spiego meglio, e questa parte e' assolutamente soggettiva: odio le feste di matrimonio, odio i filmini matrimoniali, odio i balli, le canzoncine ed i coretti.
    Almeno, caso unico nella storia, in questo matrimonio non erano state invitate le seguenti categorie di persone che in genere rappresentano il 99% dei partecipanti: vecchi rincoglioniti, bambini molesti, parenti acidi.
    Tutti qui erano belli, sorridenti, giovani o giovanili, intelligenti, ben disposti gli uni con gli altri, aperti alle differenti culture (ma che cazzo di matrimonio era?), sopra le righe, brillanti nelle conversazioni e nelle battute (che trovavo insopportabili ma tipicamente Americane), spigliati, capaci di cantare e/o suonare.
    Se ripenso ai matrimoni a cui ho partecipato mi viene da piangere.

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    Risposte
    1. Ah ah, analisi impressionante :)

      Vabbeh, che pensi di essere in minoranza?

      Io credo che molti di noi odino ste cose.
      E che le ama mi fa paura.

      Che ne dici del matrimonio di Melancholia invece?

      Ormai ti considero l'esperto di matrimoni :)

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    2. eh eh... di quel matrimonio ricordo che la bella sposa ha fatto letteralmente di tutto per soddisfare almeno uno degli ospiti :-)
      Melancholia e' un film straordinario comunque e forse (e so che qui rischio l'espulsione) l'unico di Lars von Trier che ho visto (a parte i telefilm di The Kingdom molti anni fa)... se riesco lascio un commento sotto alla tua recensione uno di questi giorni.

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    3. Ne hai visto uno e lo reputi straordinario, espulsione???

      sei l'unico che esalta Von Trier quindi al 100%, meglio di così!

      Sì, ci ha giocato due buche a golf...

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due cose

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3 ciao