2.4.15

Arrotini, partite a bocce e altri ricordi di un paese non più mio

"Pesceeeee! Pesce frescooooo! Di mare e di lago. Abbiamo seppie,
vongole, calamari, orate...
Pesceeeee, pesce frescooooo!"
Queste urla ogni venerdì mattina di tutta la mia vita al paese.
Ricordo che da bambini a noi fratelli quelle urla sembravano dire cose diverse, queste:
"Pisciooooooo! Piscio prestooooooo!"
E non capivamo perchè qualcuno se ne dovesse andare in giro con tanto di altoparlante per raccontarci le sue evacuazioni mattutine.
Lo sentivamo arrivare da lontano e già si cominciava a ridere.
Arriva il pisciopresto, dicevamo.
E giù risate.
Lui e l'arrotino erano le uniche "cose" che arrivavano al paese da fuori.
Oltre al circo naturalmente, che a quei tempi attirava talmente tanto che quando arrivava tutta la carovana con i suoi camper, i suoi animali e quel telone immenso che montavano su, a noi bimbi ci sembrava che fosse atterrata un'astronave. Un giorno io, che già da piccolo avevo una passione insana per il cibo (meno male che lo sport ha sempre compensato) feci, dentro al circo, una gara di mangiatori di spaghetti al pomodoro senza mani. Non vinsi, ma avevo 10 anni circa, diciamo che ero un talento nel campo.
Poi anno dopo anno cominciai ad odiarlo il circo, ma questa è un'altra storia, come dice Federico Buffa.

Dicevamo prima, l'arrotino.
"E' arrivato l'Arrrrrrrrrrotino!" urlava.
E a me quella "rrrrrrrrrrr" così lunga, infinita, pareva proprio arrotata. In realtà non sapevo cosa significasse quel verbo, se una consonante potesse definirsi arrotata, ma ecco, per me quello era un uomo che con quella "r" là rappresentava al tempo stesso il suo lavoro e la metafora di esso.
Non l'ho mai visto se ci credete, sempre solo sentito.
Lo immaginavo vecchio, dal viso adunco, lui, il suo motorino (o aveva un'Ape?) e i suoi coltelli.
Ah, poi c'erano anche i turisti l'estate ovviamente, con tutti quei ragazzi de Roma che ce soffiavano le ragazze da sottomano (dinamica che nel film Padroni di Casa viene raccontata perfettamente).
A parte queste "presenze" forestiere -il circo, il pesce, l'arrotatore di coltelli e i turisti l'estate- tutto il resto eravamo noi e il paese, ossia una strada, un incrocio, una chiesa e una croce, come ha scritto qualcuno in una meravigliosa canzone che, come nessun'altra, riesce a raccontare cosa sia veramente un paesino.
Anzi, non una poi, ma sette chiese, record mondiale pro capite, roba che in confronto la densità di popolazione di Honk Kong pare quella di una tundra.
Se almeno si fosse vista l'autostrada ci avrebbe portato via di là, ovunque fosse andata, diceva sempre quel brano.
Ma in realtà voglia di andar via di là nessuno ne aveva.
Che quello era il borgo ideale, uno dei più belli d'Italia.
"Oh, lo sai che la rivista Airone c'ha messo tra i 50 borghi più belli d'Italia?" era la frase che dicevamo noi al resto del mondo con infinito orgoglio.
"Quando?"
"Quest'anno!"
La cosa è andata avanti secoli, tanto che poco tempo fa ancora si diceva "Oh, ma lo sai che la rivista Airone 15 anni fa c'ha messo tra i 50 borghi più belli d'Italia?"
Noi e il nostro piccolo centro medievale, le mura, e poi colline, colline e qualche collina intorno.
Non un metro di pianura, che quella da noi la trovi soltanto nei pavimenti delle case.
Il nostro paese rappresenta(va) L'Umbria, la sua essenza.
L'Umbria delle feste dell'Unità con le gare di carabina, quella delle partite a bocce, quella dei primimaggi con i trattori e i panini con la salsiccia, quella del verde che resiste, quella dei visi rugosi e dei calli alle mani di donne e uomini che hanno sempre lavorato la dura terra, quella del sindaco, del dottore e del prete, quella dei cacciatori, quella dei paesi medievali, quella del dialetto al tempo stesso odioso ed irresistibile, quella degli artigiani che hanno provato a resistere fino alla fine ad abbassare le loro scalcinate saracinesche e che, addirittura, quelle saracinesche ogni tanto provano ad aprirle di nuovo anche adesso.
Ma anche l'Umbria della gente diffidente, della mentalità ristretta, dell'eccessiva chiusura.
Nei paesini il tempo è sempre fermo, immobile.
Ma, e il cinema horror ce l'ha insegnato, è proprio nell'attesa e nel silenzio che si avverte la minaccia e la tensione.
La città è diversa, è movimento, è trambusto, sono luci accese. In tutta quella confusione non provi senso di minaccia, al massimo solo la necessità di fare attenzione.
Nei paesi invece sembra non accadere niente. E niente accade infatti.
Ma, e torniamo al film horror, quando poi il paese fende il colpo lo fende in profondità. Che in quello scenario idilliaco e senza tempo, anche una mosca che pizzica la spalla di una ragazza diventa qualcosa di percepibile. E può diventare la storia di un drago che ha mangiato una principessa.
Il paese ti culla 23 ore e 59 minuti e poi in quel minuto restante t'ammazza.
La città se ne frega di te 23 ore e 59 minuti e poi in quel minuto restante se ne infischia.
Non ci sono luoghi ideali per vivere, non oggettivamente.
Ci sono luoghi migliori e altri meno, alcuni accoglienti ed altri meno, alcuni pieni di cose ed altri meno. Ma il luogo ideale è, come quasi tutto il resto delle cose, soltanto uno sfondo che muta a seconda di come stai te, di come sta la tua testa.
Ci sono luoghi che cambiano vite sì, ma quasi sempre sono le vite a cambiare la percezione del luogo in cui stanno.
Sono tornato al mio paese in un giorno di festa.
L'ho trovato vivo, l'ho trovato coeso, l'ho trovato allegro.
Novello Cenerentola si è ritrovato con abiti nuovi e carrozze.
E tutti ballavano felici in questa piccola festa a misura di paese.
Ma alle sette della sera, ben prima di mezzanotte, il paese Cenerentola tornerà vestito di stracci, il vestito giusto che ogni piccolo paese come questo è giusto che tenga la maggior parte dell'anno.
Perchè sono questi stracci, questa essenzialità, questa semplicità a renderlo in qualche modo unico.
La scarpetta è caduta però.
E io, dopo 36 anni, non sono più lì a provare se il mio piede possa in qualche modo starci ancora dentro.
Forse era il piede sbagliato.
Forse era tempo di non sentire più l'odore del pane alle olive.


8 commenti:

  1. m'hai fatto venire in mente questa:

    Andrèes.
    Quatre cjases in crous
    Se no tu fai ad ora a sçjampâ
    uchì tu devente vecje e tu mour
    Un po’ de prâtz
    dos tre montz
    se no tu sçjampe
    no tu sçjampe pì
    tu devente Andrèes

    (Andreis. Quattro case in croce. Se non fuggi in tempo qui diventi vecchio e muori. Qualche prato, due tre montagne. Se non te ne vai, non te ne vai più. Diventi Andreis)

    f. tavan

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    1. Che bella cosa...

      oh, al 90% l'avevo capita anche senza traduzione. Non capisco il finale però, quel diventi Andreis (visto che lo chiama così fin dall'inizio)

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    2. andreis è il nome del paese in cui è vissuto tavan

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    3. Cazzo, diventa ancora tutto molto più bello.
      Io credevo che questo Andreis fosse una persona a cui chi parlava si rivolgeva (fila esattamente).
      O.k, ora quel finale che non capivo diventa la parte più bella addirittura.
      Grazie

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  2. Maxxxxxxxxxxxxxxxxxximilianoooooooi!!!

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    1. Non riesco a capire che significa.
      Magari la notte porta consiglio

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  3. Mi pare di averlo detto, ma io in città ci sono nato, eppure sono "tornato" ad abitare in un borgo di 300 persone. Ho (ri)trovato la mia dimensione.Ho (ri)trovato quello di cui ho veramente bisogno, l'altro, il selvatico, la bellezza. Sono a Nord, anche se le mie radici sono sparse per l'Italia. Quando penso a queste cose mi viene in mente la canzone degli Almamegretta che diceva così: o 'sciore cchiù felice...
    E' o sciore senza radice...
    Corre come 'o cane senza fune...
    O sciore senza padrune...

    Ciao

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    1. Seconda bellissima citazione nel post.
      Io tutto posso considerarmi tranne che uomo di mondo però so perfettamente quali siano le bellezze della vita nel piccolo borgo e nella campagna, c'ho vissuto tutta la mia vita.
      Qualche contro c'è, è inevitabile.
      Credo che una città come Perugia sia un perfetto compromesso a volte

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due cose

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3 ciao