27.8.16

Il Bar dei Nottambuli, viaggio nella storia del noir americano (4): Recensione "Vertigine" 1944 - Otto Preminger

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Ancora un grandissimo classico raccontato dal nostro cultore del grande e vecchio cinema hollywoodiano, Fulvio.
Ancora una chicca per appassionati.
Buona lettura

“Non potrò mai dimenticare il weekend in cuì Laura morì. Un sole argenteo bruciava nel cielo come un'enorme lente d'ingrandimento. Fu la più calda domenica dei miei ricordi. Mi sentivo come se fossi l'unico essere vivente a non essere partito da New York. Per l'orribile morte di Laura, ero da solo. Io, Waldo Lydecker, ero il solo che la conosceva veramente.”

Torna il tema dell'ossessione in questo raffinato noir diretto dal grande regista viennese Otto Preminger. Elegante e visivamente raffinato, Laura (questo il titolo originale della pellicola), si avvale sempre degli stratagemmi stilistici del genere come il flashback e la voice over, interpretandoli in chiave originale ed efficace.

I riferimenti alla psicanalisi non mancano anche in questa pellicola del 1944, facendo tesoro della cultura mitteleuropea di Preminger. 

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A metà strada tra sogno e realtà, lo spettatore si trova invischiato in un'atmosfera onirica e torbida, alla ricerca del misterioso omicida di Laura Hunt, giovane e brillante pubblicitaria trovata morta nel suo appartamento. Il volto di Laura è sfigurato da un colpo di fucile e solo il suo ritratto resta come pallida memoria della sua bellezza. Più che sufficiente per l'ispettore di polizia Mark McPherson (interpretato da un convincente Dana Andrews) per cadere vittima del suo fascino. Laura viene così evocata dal regno della morte grazie ai ricordi vivissimi di tutti coloro che l'avevano conosciuta, ammirandone di volta in volta chi l'intelligenza o chi il suo fascino. Il flashback è usato magistralmente per dare voce ai ricordi e alle testimonianze di Waldo Lydecker (Clifton Webb) il brillante critico e giornalista, pigmalione di Laura e suo amico e mentore, di Shelby Carpenter (la futura star del cinema horror Vincent Price) il fatuo playboy e promesso sposo della vittima.
Il duro e cinico detective McPherson è sempre più morbosamente attratto dalla morta, finché l'iniziale fascinazione nutrita per il ritratto di Laura non diventa un vero e proprio innamoramento.
Il colpo di scena del film ci regala la sequenza più emblematica dell'intera pellicola: McPherson è nell'appartamento di Laura, ha allontanato tutti e decide di rimanere per tutta la notte nell'appartamento della vittima.
Si versa del whisky e lo sorseggia rimirando continuamente il quadro di Laura. Alla fine la stanchezza lo assale e si assopisce su di una poltrona.
Quando si risveglierà vedrà davanti a lui Laura in carne e ossa, il suo doppelgänger, stupita e spaventata di trovare uno sconosciuto nel proprio appartamento. Laura Hunt è viva, il cadavere sfigurato è quello di una giovane modella, Diane Redfern, che si era trovata al momento sbagliato nel posto sbagliato.

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L'assassino aveva scambiato nell'oscurità Diane per Laura, la quale aveva lasciato l'appartamento per ritirarsi nella sua casa in campagna all'insaputa di tutti.
In seguito si scoprirà nel giornalista Waldo l'omicida, da sempre innamorato follemente e senza speranza di Laura.

“Farà meglio a farsi vedere, McPherson, o finirà in un reparto psichiatrico. Non penso che abbiano mai avuto un paziente innamorato di un cadavere”.
Waldo Lydecker

L'ossessione e l'innamoramento per una donna morta che si scopre in seguito viva e vegeta verrà ripresa in seguito da Hitchcock nel suo capolavoro La donna che visse due volte, mentre il nome Laura diventerà di nuovo un'ossessione, sempre da morta ma con il cognome di Palmer in Twin Peaks.
McPherson, classica figura del detective saldo e tutto d'un pezzo, finisce per soccombere a quella fascinazione della morte tanto comune ai protagonisti dei racconti gotici o di quelli di Edgar Allan Poe. La morte è parte integrante del fascino della concupita in quanto le dona l'irraggiungibilità, l'idealizzazione. Una donna morta mai conosciuta è perfetta perché frutto completo della mente dell'innamorato ed è eterna incorruttibile perché proprio la morte l'ha trasfigurata.
Il film, che vinse un premio oscar per la fotografia in bianco e nero, si presta quindi a molteplici chiavi di lettura psicanalitiche, vuoi freudiane come La donna del ritratto di Lang, vuoi junghiane, con Laura come vero e proprio archetipo dell'Anima, di quell'eterno e irraggiungibile femminino presente in ognuno di noi

5 commenti:

  1. Rivisto un'altra volta nonostante le lacune di comprensione di qualche punto anche interessante della trama. Grazie.

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  2. In ritardissimo, ma sono riuscito a recuperare anche questa perla e, terminata la visione, devo (ancora una volta) ringraziarti per il "consiglio"!
    Forse è il film che mi è piaciuto di più tra quelli sinora da te recensiti.
    Le piccole crepe nello svolgimento della trama passano in secondo piano rispetto alla splendida fotografia, ottimamente nascoste dietro dialoghi sferzanti, brillanti e ruvidamente ironici (impossibile non sentirsi pizzicati da ogni singola proposizione-sentenza pronunciata da Waldo Lydecker, irresistibilmente brillante, snob, a tratti istrionico).
    Nella tua recensione ti sei soffermato sull’amore “onirico” suscitato dal ritratto di Laura nel’animo del truce detective McPherson, sentimento che lo spettatore vede prevalere (ma fino a quando?) sull’amore più carnale, passionale, certamente egoista, del playboy Carpenter e su quello intellettuale (spirituale?), infine rivelatosi letale, di Waldo.
    Laura racconta i tre modi di amare una donna.
    Come nota finale, non posso esimermi dal celebrare il fascino della bellissima Dana Andrews, sublime e sensuale quando si fa strada tra gli invitati alla sua festa (la sera del suo primo incontro con Carpenter) fasciata da un elegante abito bianco.

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    1. Ciao TMS, mi scuso per il ritardo con cui ti rispondo. Giusto oggi discutevo con Giuseppe di quanto fossero interessanti i tuoi commenti.
      Mi ha colpito la tua analisi sui tre diversi modi di amare una donna. Mi sono concentrato molto sui due personaggi interpretati da Gene Tierney e Dana Andrews e questo tuo commento ha donato ricchezza alla mia recensione. Continua a seguirci in questa rassegna e a lasciarci il tuo preziosissimo contributo.
      A presto con un altro film...

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    2. Grazie Fulvio, a presto!
      Ne approfitto per correggere un mio refuso, del quale mi sono accorto solo ora, rileggendo il mio commento, là dove ho scritto Dana Andrews, quando come si è certamente capito intendevo riferirmi a Gene Eliza Tierney. Purtroppo i nomi Gene e Dana, unitamente alla mia ignoranza cinematografica, mi hanno tratto in inganno!

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