3.8.16

Recensione: "In a lonely place"


Non il solito piccolo film autoprodotto italiano.
Un raffinatissimo thriller psicologico, pazzo ed elegante allo stesso tempo.
Con, in più, il merito di poter essere letto in tante maniere diverse


spoiler dopo l'ultima foto

Tempo fa mi ha contattato una ragazza (che ho scoperto poi essere anche la sceneggiatrice, in tandem col regista, del film) mandandomi privatamente il link per poter vedere il "loro" film, una sorta di thriller psicologico da camera (d'albergo).
Purtroppo, per svariati motivi che non sto qui a dirvi, sono passati mesi e mesi prima che sia riuscito a vederlo.

Eppure ricordo che quando aprii quel link mi dissi subito, scorgendo un paio d'immagini, che quello non pareva essere il "solito" film italiano autorpodotto di genere, quello a pane, salame e passione.
Intravedevo un certo stile, una cura particolare.
Tra l'altro mi stupì la scelta della lingua inglese, apparentemente molto coraggiosa, in realtà soltanto parecchio acuta.
Beh, l'ho visto ieri.
E quel flash che ebbi allora, quell'epidermica sensazione di non avere sott'occhi il solito film autoprodotto, si è rivelata clamorosamente azzeccata.



"In a lonely place" è un thriller psicologico di rara cura e finezza, una di quelle opere in cui senti a pelle l'amore e la dedizione che chi c'ha lavorato c'ha messo dentro.
Visivamente, un gioiello.
Il regista, Davide Montecchi, è uno che adora i lenti movimenti di macchina, l'uso raffinato delle location, l'impatto straniante di un primissimo piano. Non sbaglia praticamente un'inquadratura che sia una, si muove negli spazi, si ferma negli spazi, aggredisce gli attori e poi spesso li lascia là, fermi e tramortiti, in dei perfetti campi medi.
Aiutato poi da una fotografia splendida, sorprendente, con un uso delle luci (credo principalmente naturali) a tratti pazzesco. Montecchi ama la luce che filtra, che riverbera, che riflette.
Ma del resto la sua fissa per la riflessione si nota principalmente nell'uso continuo - talmente continuo da sfiorare l'abuso - degli specchi e delle superfici riflettenti. Montecchi usa talmente tante volte questa tecnica che in più di un caso non riusciamo a capire se quello che stiamo vedendo è la "realtà" o solo la sua parte riflessa.
Ma del resto lo specchio non è solo artificio tecnico ma anche metafora e mezzo per raccontare una delle tematiche principali del film, ovvero la schizofrenia, la presenza dei "doppi", l'impossibilità di definire i personaggi come individui singoli e ben delineati.
Teresa va a fare uno shooting fotografico da un suo amico inquietantissimo, un certo Thomas che vive (?) nell'abbandonato hotel che la sua famiglia possiede da generazioni.
Lo spettatore si chiede più volte come una ragazza carina come lei possa fidarsi di un freak come quello. In un posto come quello poi. Ma i due si conoscono da tempo, sono molto amici. E, forse... vabbeh, non dico niente.


In ogni caso Teresa se ritrova legata su una sedia, Thomas l'ha sequestrata.
Perchè? come è successo? che vole da lei? che le farà?
Ecco, questo.
Sequestrata e sequestratore, due soli attori e una location pazzesca, terzo personaggio del film.
Thomas è chiaramente disturbato, un pazzo delirante. Racconta di Sagawa (andate a cercarvi chi è, io lo conoscevo bene...), ha uno sguardo da mortacci mia, è insidioso, viscido, pericoloso.
E tutto questo grazie allo straordinario attore che lo interpreta, Luigi Busignani, fisico e faccia alla Arquint di Shadow e una mimesi con la pazzia pazzesca, roba ai livelli dell'attore di The living and the dead per capirsi (molto brava, e pure bella, anche lei, Lucrezia Frenquellucci).
E' probabilmente attratto da lei, innamorato, forse persino la idolatra.
Ma lei non pare la ragazzetta indifesa che è, anche lei è una a cui la testa funziona poco.
Parte un film che ha almeno un difetto, forse solo uno.
Ha l'anima e la forza di un mediometraggio sulle gambe di un lungo.
Montecchi è bravissimo, allunga le scene a dismisura, ripete ossessivamente sequenze e frasi, torna più volte su cose già viste. E sì, l'effetto è straniante e fa pendant con situazione psicologica e personaggi, ma a volte la sensazione che si siano "aggiunti" minuti per arrivare al lungo la si sente...
E il rischio, in due/tre momenti, che il film fatichi ad andare avanti e faccia capolino l'esercizio di stile è ben presente.
Però poi il film riparte benissimo, aggiunge "ciccia" nuova (proprio quando stavamo girando un pò troppo su sè stessi) e da quel momento in poi va dritto come un treno fino alla fine.
La scena turning point è probabilmente quella della vhs, veramente notevolissima (e anche abbastanza dura da sopportare).


Di lì in poi per lo spettatore più accorto il film cambia. E fa un miracolo, ovvero quello di poterti far credere tutto e il contrario di tutto.
Chi sta torturando chi? Chi è il vero cattivo? Lui la odia o la ama? Adora quello che è perchè la sente simile a lui oppure vuole punirla per quella cosa che abbiamo visto?
Il film finisce e qualsiasi ipotesi uno possa tirar fuori ha piccoli elementi per poter essere difesa.
L'ultima scena poi innesca un'altra possibile, sorprendente, lettura, ovvero che tutto fosse stato concordato tra i due, soltanto un gioco al massacro tra due persone perverse e cattive (e quel pugnale proprio nel camerino di lei sembra quasi un elemento a suffragio di questo gioco).
Ci saranno altre grandi sequenze (la bellissima carrellata avanti che finisce nei bicchieri, le fotografie nel buio, il viso di lui in controluce mentre delira) e quel riferimento al minotauro (labirinto, bestia da uccidere per poter fuggire) molto affascinante.
Un film quindi sulla solitudine, sul sentirsi sbagliati e diversi, sulla cattiveria, sul bisogno malato dell'altro, sulla dominazione (e non è un caso la scelta del piccolo essere innocente che viene ucciso nel filmato), sull'onnipotenza.
"Voglio amare solo chi capisce chi sono nel profondo" disse lei in una registrazione.
Lui, forse, chi era lei l'aveva capito.
E, in urlanti "Who are you?", voleva farlo capire, una volta per tutte, anche a lei.


11 commenti:

  1. Bella Caden sembra alquanto interessante ma ahimè introvabile, consigli?

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    1. Ciao Harold!
      Direi che ho notizia abbastanza ufficiale visto che sono in contatto col regista ;)

      il film sta partecipando a dei festival, purtroppo ancora non può uscire quindi. E sta cercando una distribuzione.
      Ma se ci tieni contattami per mail, vediamo che si può fare ;)

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  2. tranqui, aspetterò ;) anche se fremo per queste produzioni italiane!
    se hai informazioni sui festival ai quali partecipa sarebbe bello saperlo, purtroppo in rete non ho trovato assolutamente niente

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    1. Credo che Davide, il regista, stia provando soprattutto all'estero

      ma, davvero, se vuoi vederlo si può fare, se uno è così carino da chiederlo e informarsi così credo che anche davide sia contento se lo vede

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  3. IN A LONELY PLACE non è un film di immediata interpretazione.
    Almeno per me non lo è stato.
    Una prima visione mi ha lasciato interdetto e spaesato, ma incuriosito dalla densità e fascino di contenuti.

    Quell’ambientazione decadente e abbandonata, quella faccia deformata dalla follia, quella ragazza così candida e pura.
    E poi quel quadro del minotauro, e un utilizzo molto particolare della luce, tutto mescolato in maniera incredibilmente efficace per fare emergere una realtà onirica e sospesa.
    Ho dovuto vedere il film una seconda volta per convincermi dell’interpretazione che mi è venuta più naturale. Non credo sia esatta, ma è l’unica “voce tra le tante”, che ho scelto di seguire, come suggerisce Thomas, il tenebroso protagonista.
    Sconsiglio quindi la lettura a chi non ha ancora visto il film di Davide Montecchi.
    ___________________________
    Si parla del doppio, della solitudine e della consapevolezza di noi stessi, dei nostri istinti e del controllo che abbiamo su questi.
    Queste tematiche sono reificate in simboli cardine che ci vengono presentati in continuazione, ossia gli specchi, il minotauro e la luce.
    Si racconta dello scontro tra la nostra parte razionale e irrazionale, la facciata che mostriamo alla società per essere accettati e la solitudine dei nostri spazi d’ombra, e dell’accettazione dell’esistenza di questi aspetti del nostro essere.
    Cè solo un personaggio “reale”, ed è Teresa, questa ragazza che si aggira tra i corridoi e le camere dell’hotel, che non è altro che lo spazio oscuro della nostra anima e della nostra coscienza.
    Teresa è tenuta in ostaggio da Thomas, personaggio simile ad Arquint per fisionomia, e come quest’ultimo utilizzato come simbolo: in questo caso, il custode del nostro lato sopito, istintivo, crudele, che si nasconde solitario dentro di noi: “ogni volta è come se ti vedessi per la prima volta” dice Tomas pensando a Teresa: Thomas è solo, perché la ragazza poche volte si è lasciata andare al suo istinto.
    “Non ricordo” ripetuto all’infinito è perché la ragazza tenta di sopire questo suo lato.

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  4. Il minotauro, che appare in svariate scene introduce il tema del doppio, la nostra parte “umana” e la bestia, l’istinto. L’approfondimento su Sagawa e l’ammirazione di Thomas nei suoi confronti non fa che dar forza a questa tesi: come il mostro di Parigi, il minotauro, nel mito, è “una bestia” che si nutre di carne umana.
    Il minotauro si collega alla tematica del labirinto, l’hotel, il dedalo delle nostre insicurezze, nel quale Teresa ha la sensazione di perdersi, e nel quale Thomas, il custode, suggerisce di trovare la strada corretta “seguendo la voce giusta tra le tante voci che affollano la tua mente”.
    La voce da seguire, è la sua, che risulta chiaro in quello sguaiato e agghiacciante TU CHI SEI?

    C’è da dire che Thomas, nonostante venga presentato come una presenza quasi malefica e disturbante, vuole solo il bene per Teresa: durante un “rito” che intraprende per continuare il processo di consapevolezza, cita nomi ancestrali tra cui Yaldabaoth, [un demone, testa di leone e corpo di drago, etimologia di “figlio del caos”- grazie wiki], tra i “sette signori che controllano la tua mente e la tua anima. Se non te ne liberi non avrai mai consapevolezza”. Il suo intento è quindi senza dubbio quella di aiutarla a trovare se stessa.
    Il ruolo di Thomas è infatti quello di sbattere in faccia a Teresa la realtà: “Devi aprire gli occhi.
    Ti sto offrendo la conoscenza, e la conoscenza è potere”. Vuole renderla consapevole della sua vera essenza.
    E quindi gli schiaffi, e il filmato con la sottomissione del coniglio. E la piccola, quasi delicata tortura al seno.
    “TU CHI SEI”?
    In queste scene, la luce è utilizzata come simbolo di conoscenza: in tutte le scene in cui Teresa è legata, e non è ancora arrivata alla consapevolezza, la luce naturale filtra alle sue spalle, come per dire che ancora non vede.
    La scena dove Thomas la accompagna nella stanza buia, sotterranea, simbolo del luogo più nascosto dentro di lei, che viene da entrambi apprezzato per il suo fascino “per chi sarà mai tutta questa bellezza”, rende palese il ruolo della luce. Il flash della macchina fotografica (luce artificiale perché forzata da Thomas a cercare sé stessa) la abbaglia, il suo viso si contrae in un’espressione di terrore, e chiamando Tomas, questo non risponde: sta prendendo consapevolezza, ed è spaventata dal suo lato nascosto.
    La consapevolezza di ciò che realmente siamo è “Come un regalo di natale scartato troppo presto”.
    E poi una scena ci parla del cambiamento di prospettiva di Teresa: un raggio di luce le illumina il viso, reagisce con lo spavento negli occhi, sguardo che si fa velocemente sempre più consapevole, uno sguardo di chi ha il controllo della situazione, e quel definitivo: “MI RICORDO, mi ricordo che mi piaceva, mi piaceva vedere sottomesso quel piccolo animale, mi faceva sentire forte, desiderata. E mi piaceva”.
    Come dire ‘mo sò ccazzi!
    Infine il coltello, che compare in diverse scene del film, riporta alla spada che, nel mito del minotauro, Arianna fornisce a Teseo, per poter uccidere la bestia: con questo, Teresa ferisce Thomas, e fugge.
    Scena finale, Teresa scappa, con in mano la chiave della sua stanza con scritto “minotauro” (il controllo dei suoi istinti data dalla conoscenza del sé) e, aprendo il portone, viene letteralmente inglobata in un fascio di luce accecante.
    Ho dato questo senso al film, ossia la necessità di fare luce negli angoli bui della nostra anima.
    Ma non da soli, il regista esclude la solitudine come una via per la verità e per la consapevolezza:
    “potrò innamorarmi solo di chi mi farà capire chi sono nel profondo”.

    Da un delirio di Thomas:
    “Chiudere potrà i miei occhi
    L’ultima ombra che mi porti il bianco giorno
    e potrà slegare questa anima mia
    Ora al suo affanno ansiosa adulatrice”

    Ce ne fossero di produzioni italiane di tale profondità..
    Spero in una terza visione in sala ;-)


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    1. Davide Montecchi11 agosto 2016 20:58

      Che attenzione ai dettagli Harold, complimenti! Hai perfettamente centrato uno dei temi del film, il conflitto tra la "programmazione sociale" e la parte selvaggia, primitiva e bestiale, che troppo spesso viene nascosta con vergogna, perchè ritenuta non degna di amore.

      E questa parte oscura -nel senso di non conosciuta- può fare cose terribili per dimostrare che esiste, per sentirsi finalmente importante, finalmente amata.

      Come Samara nel fondo del suo pozzo...o come una ragazzina che, dopo avere ucciso tutta la sua famiglia, parla sottovoce con un caprone dalle corna lunghe lunghe...

      C'è poi un ulteriore interpretazione del film, forse la più "vera".

      Thomas, il mostro, sono io.

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  5. Complimenti a te per la perla che hai creato! Era da anni che non vedevo un film due volte di fila. Comunque dai, sono contento, almeno qualcosa l'ho centrato;-)

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    1. Davide Montecchi12 agosto 2016 09:50

      Hai centrato ben più di "qualcosa", anzi ti dico di più: in alcuni punti hai avuto più lucidità di me nel razionalizzare e giustificare alcuni elementi estetici che io ho scelto istintivamenteanche.

      Anche se...ti è sfuggito forse il dettaglio più importante a sostegno di quest'ipotesi.

      Oltre al Minotauro, nascosto tra i muri dell'albergo, c'è anche un altro quadro... ;)

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    2. e dire che ho cercato di farci attenzione ai quadri, ma non ho notato niente di evidente, sarà una mio deficit culturale sicuramente. l'hai voluto tu, ti scrivo in privato

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  6. vabbeh, e io che devo dire?

    niente, complimenti ragazzi

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