28.6.17

Recensione: "Orecchie"

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Una deliziosa, quasi perfetta, opera seconda italiana.
Divertentissimo, tragicomico ma anche tanto profondo.
Una piccola perla comica ed esistenziale.
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spoiler dopo ultima immagine

Si comincia con un formato 1 : 1, ristretto, in cui vediamo un giovane ultratrentenne, supplente di Storia e Filosofia (ma supplente, lo vedremo, della vita in genere) apprendere dalla ragazza appena uscita di casa, tramite post-it, che è morto un suo grande amico, Luigi.
Comincia così Orecchie, una tragicommedia italiana in bianco e nero veramente deliziosa, divertentissima a tratti, mai banale, per certi versi pure profonda.
Aronadio, all'opera seconda, gira un film che sembra quasi un fumetto, una scenetta dopo l'altra, un personaggio dopo l'altro, tante piccole sequenze che raccontano la tremenda giornata, assurda, surreale, di un giovane svegliatosi con un tremendo mal d'orecchi.
Si parte con un formato ristretto come detto, formato che piano piano, che quasi non te ne accorgi, ti porterà alla fine a quello classico "a tutto schermo".
Praticamente la scelta che fece Dolan nel meraviglioso Mommy.
Ma se nel film del talento canadese l'allargamento era improvviso e destinato poco dopo a crollare (a manifestare l'improvvisa, rabbiosa e, ahimè, effimera felicità del ragazzo) nel film di Aronadio è lento, costante, quasi invisibile ma duraturo, a raccontare, in questo caso, la lenta ma costante presa di consapevolezza del nostro protagonista.

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Perchè di questo parla Orecchie alla fine, di una presa di coscienza, di sè e del mondo, di un uscire dal guscio, del trovare coraggio, di sapersi muovere nel rumore del mondo.
Aronadio dimostra di divertirsi con la tecnica. Se non bastasse il sopracitato discorso sui formati basterebbe vedere l'incredibile e funambolico gioco di campi e controcampi del dialogo tra il protagonista, le suore e la dirimpettaia.
Raramente ho visto campi e controcampi con altri soggetti in mezzo tra A e B.
Ma quello che sorprende più di tutto nella prima parte è una vena comica quasi irresistibile.
La donna dell'accettazione del pronto soccorso.
Il bancomat.
La strepitosa sequenza col rapper (la paperona vince), scena che mi ha ricordato la celeberrima sequenza di Boogie Nights, loro e il fattone (e anche qui i rumori di fondo sono importantissimi).
Si ride, tanto.
E, se possibile, il climax del divertimento sale ancora con le due sequenze mediche, quella dall'otorino e quella successiva dal, mi pare, gastroenterologo che, per quanto mi riguarda, raggiunge livelli poche volte battuti in questi anni nella commedia italiana.
Se fermassimo il film qua ci troveremmo davanti un gioiello comico senza alcun difetto, alcun tempo morto.

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E analizzando ci verrebbero in mente tematiche come l'inferno burocratico (accettazione, il bancomat che non va, le difficoltà coi medici) oppure il confronto tra un ragazzo senza palle e un mondo invece pieno di sè (il rapper e il primo medico sono esempi egotici incredibili. E la trovata di "lei è il migliore" pazzesca).
Un uomo nel suo percorso kafkiano nei labirinti del mondo o il suo confronto con esseri più forti di lui?
Eppure più il film va avanti più la piega esistenzialista sembra prendere ancora più piede. 
Si ride un pò meno, ci sono scene meno riuscite (su tutte l'amico scopatore) e, per chi come me di film di questo tipo ne ha visti parecchi, c'è la sensazione che si potrebbe veramente andare a parare ovunque, anche in derive di crisi d'identità pirandelliane ("lo vedi quel sorriso? non è felice") o esperienze post mortem (chi è quel Luigi? e se fosse lui stesso?).
La scena al fast food, ottima nell'incipit col commesso, è poi tirata troppo per le lunghe a mio parere.
Ma funzionano anche il personaggio della madre e del fidanzato performer.
A tal proposito notevole la scena del suo spettacolo, divertente ma anche malinconica e caustica.
Il rumore alle orecchie non passa, le disavventure continuano.
Stiamo per capire.
Arrivano gli incontri più profondi, quelli con la Degli Esposti, la Vukotic e Papaleo.
(a tal proposito applausi alla recitazione di tutti, il protagonista Daniele Parisi in primis, una specie di, per tempi, flemma e malinconia, nuovo Mastandrea. Ma mi ha ricordato anche il concorrente di Amadeus nella parodia di Tortora).
Quel fischio alle orecchie potrebbe essere inadeguatezza o semplice "rumore dei pensieri".
Ma ad un certo punto il protagonista capisce.

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Lui ha paura.
E quella paura sa cos'è.
Avere un bambino.
E lui che corre per andare da lei, che la trova a casa, che le dice finalmente che sì, che vuole averlo, ci regalano 3 minuti di straordinaria commozione e verità.
Alla fine, anche se con percorsi completamente diversi, Orecchie sembra un pò quello che fu "Mine", una metafora sul "fare il passo".
E ripensiamo all'otorino che gli parlava di bambini, alla paperona, al gastroenterologo che lo fece credere incinto, all'amico che gli parlava di famiglia, al sorriso di lei che non era vero, a tanti piccoli momenti in cui, in maniera subliminale, avremmo potuto capire.
Avrei voluto che il film finisse qua, sarebbe stato un finale meraviglioso.
E invece, purtroppo, ci sarà lo spiegone in Chiesa, troppo lungo, ripetitivo, forzato.
Ma poco cambia, dentro Orecchie ci siamo tutti noi, specie questa generazione impossibile tra i 30 e i 40.
E se questo sibilo che sentiamo sia paura di fare i passi, difficoltà di stare al mondo o il sentirsi tremendamente diversi poco cambia.
L'importante è andare dal medico giusto.
Noi stessi.


6 commenti:

  1. Ne ho già sentito parlare, se capita quindi lo vedrò ;)

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    1. Io l'ho visto con un amico in un cinema all'aperto, sono stato fortunato ;)

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  2. Quando è uscito lo sapevo che era da vedere. Non ci sono riuscita, è rimasto in sala pochi giorni.
    Spero torni.

    Ciao Giusè!

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    1. Qua era un solo giorno, sono 90 film in 90 sere in un cinema all'aperto.

      ringrazio il mio amico Fede che mi ci ha portato

      ciao!

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  3. Grandissima recensione, film totalmente imperfetto eppure bellissimo. Film precario quanto poetico. Grazie come sempre a te, Giuseppe, per continuare a dare risalto a questi piccoli enormi gioielli imperdibili. La tua é un'opera importantissima.

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    1. imperfetto e precario sono aggettivi perfetti...

      grazie a te, mi fai arrossire

      un abbraccio mattè

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due cose

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3 ciao