27.3.18

Boarding House - 12 - Recensione: "Lo Squartatore" 1985 - Leland Thomas

Bits-&-Pieces-1985-movie-Leland-Thomas-(4)

Dopo mesi e mesi è finalmente tornato Giorgio.
Ma del resto lui e i ritardi sono un tutt'uno.
Se non sapete chi è Giorgio, infatti, leggete qui.
In ogni caso eccolo con un nuovo capitolo di quella che è, a questo punto, la rubrica esterna più longeva del blog.
Giorgio è un luminare di questo tipo di cinema, cinema misconosciuto, cult, disturbante, anarchico e weird.
Buona lettura ;)



Nel 1985 l’horror, prima di tutto, e poi il gore e lo splatter si
erano ben piazzati nella cultura di massa, accalappiando sempre più
fan, sebbene le majors lo tenessero a bada come un figlio deforme da
rinchiudere in qualche scantinato. Nell’anno domini 1980 erano usciti
Antropophagus di Joe D’Amato, Paura Nella Città Dei Morti Viventi di
Lucio Fulci, Shining di Stanley Kubrick, Venerdì 13 di Sean S.
Cunningham, Inferno di Dario Argento - e nel 1981 era uscito Nightmare
di Romano Scavolini...
Nel 1985 erano in programma Re-Animator di Stuart Gordon, Phenomena di
Dario Argento e sopratutto Il Giorno Degli Zombi di George A. Romero,
il capitolo della trilogia sugli zombi più cattivo, violento,
sanguinoso che Romero avesse concepito nel fondare il suo
personalissimo mondo cinematografico.
Quindi, il sangue scorreva a fiumi, insieme ad intestini e cervella.
Un passo indietro: Maniac di William Lustig è del 1980. In altre
recensioni di questa rubrica lo si è citato spesso. È, come si dice,
la summa di tutto quello che possa essere un serial-killer disturbato,
ossessionato dal suo passato sporco (madre puttana e punitiva) e che
si prenda la briga di assumere il punto di vista dell’assassino in
maniera precisa, studiata a tavolino senza retorica e, soprattutto,
senza tirarsi indietro nel mostrarne le peggiori nefandezze.
Nonostante questo, il film aveva una sua ricercatezza e anche un certo
gusto per l’immagine curata nonché un attore come Joe Spinell -
co-autore della sceneggiatura e ideatore del soggetto - che mise tutto
se stesso in questa perfomance davvero eccellente. Nel 2012 è stato
presentato al pubblico il remake tutto in soggettiva di Franck
Khalfoun, prodotto da Alexandre Aja e interpretato da Elijah Wood.
Non passa, quindi, senza lasciar traccia.
Probabilmente già nel (e dal) 1985 ci sono stati miriadi di epigoni e
questo film di Leland Thomas s’inserisce appieno in quella lista
imbrattata di sangue.


Leland Thomas ha scritto e diretto solo questo film. Ha dichiarato che
il prodotto emulsionato sulla pellicola era tremendamente orribile e
lo aveva fatto su commissione perché i produttori, e lui medesimo,
volevano ricavarci bei soldi. Ma questi produttori, paradossalmente,
lo avevano alleggerito delle sequenze più gore.
Grave errore, come la classica zappa sui piedi.
Infatti, il film non lo conosce nessuno ed è arrivato in Italia
soltanto in vhs (per la Skorpion) intitolato Lo Squartatore (il titolo
originale è Bits & Pieces). I distributori italiani erano di bocca
buona e all’epoca bastavano un po’ di sangue e tette succulente per
dare una possibilità commerciale ad un prodotto realizzato alla meno
peggio. Ma che aveva davvero quel quid che lo rendeva assolutamente un
diamante allo stato grezzo.
Grezzo, appunto, è il termine giusto.
È il motivo per cui potranno piacere e mandare in solluchero le scene
che seguono.

Prima scena.
All’inizio del film, uno spogliarellista si esibisce davanti a
numerose donne. In mezzo a queste, la protagonista Rosie e una sua
amica. All’uscita dal locale (il 2001...), si scopre che la
protagonista studia psicologia e deve fare una specie di tesina.
Zac! Prima coltellata: le chiappe dello spogliarellista e Freud si
legano insieme nello studio portato avanti da questa ragazza bionda e
cotonata. Non male come base per una teoria psicanalitica o
sociologica che, per il modo in cui è rappresentata, ha risvolti
particolarmente allarmanti in quanto a credibilità. Ma, per me, è pura
genialità.

Seconda scena.
La mattina seguente la nostra Rosie e la madre dialogano divertite a
proposito dello strip-club e sulle sensazioni che esso ha regalato
alla ragazza: lei parla di angeli bellissimi. La madre ride di gioia
su questa “pruderie” che non conosce affatto.
Zac! Seconda coltellata: in questa epoca moderna la signora di cui
sopra sarebbe stata considerata un’antesignana della milf e, forse, un
precursore di quel genere falsificato nella pornografia che è la
categoria mom&daugther. Viene il sospetto che se il film avesse avuto
successo molta di quella carne sarebbe stata usata nei porno a venire.


Terza scena.
La sporcizia della cucina nella piccola casa in cui vive lo
squartatore (una bella faccia, in parte butterata come quella di Joe
Spinell, a nome di S. E. Zygmont: questo di Leland Thomas è l’unico
film a cui ha partecipato) corrisponde al pezzo di cibo che fissa con
orrore - “l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla
forchetta” (cit.) - e che introduce il flashback, motore primo della
carriera criminale di questo uomo.
Da bambino, al piccolo Arthur capita di nascondersi nella camera della
madre. Lei vi arriva con uno spasimante e, dopo averlo beccato, lo
insulta (“vorrei che tu fossi morto”); poi lo prendono in giro
mettendogli una parrucca e il rossetto: è il rituale che
caratterizzerà la tortura e l’omicidio delle ragazze, come ogni
serial-killer che si rispetti.
Ma ecco che arriva la coltellata, zac!
Seconda parte del flashback: la madre rientra mezza sfatta e
zoppicante (troppo sesso?), il piccolo Arthur è ora un ragazzo
maggiorenne. Sta mangiando un panino ma smette quando vede la madre
ridotta in uno stato pietoso. Lei ha ancora le forze per prenderlo in
giro; afferra un salame e lo importuna dicendogli che non saprebbe
cosa farci e che quando lei è via lui si masturba. Insomma, è un
impotente, un deficiente, uno smidollato che non sa usare il pene. Lui
l’accoltella chiamandola: “Brutta puttana!”.
In poco meno di cinque minuti Leland Thomas ha messo insieme un
microcosmo di elementi che hanno come comun denominatore il sesso: il
cibo (il salame in special modo), la masturbazione, la messa al bando
della pratica come atto antisociale e perverso, il complesso edipico
attuato attraverso la penetrazione della madre per mezzo di un’arma
(il coltello: simbolo fallico) e, di conseguenza, l’eccitazione per la
tortura con armi dello stesso genere, il rimosso che deve essere
placato con il sangue e con la piacevolezza di fare a pezzi i corpi
come se fossero, appunto, salami da affettare e da punire, dopo aver
goduto della loro nudità inerme e dominata. Strabiliante (anche se
involontario, credo); inoltre, il flashback è girato bene, con un
forte grandangolare che accentua la situazione straniante e
l’atteggiamento degenere del protagonista.

Quarta scena: ciò che si definisce “la scena cult per cui vale la pena
che questo film esista, tale da far supporre che sia stato generato
soltanto per regalare una simile perla”.
Dopo l’interrogatorio di Rosie (all’inizio del film, la prima vittima
è l’amica che l’aveva accompagnata nel localino), durante il quale si
è sentita offesa dal tenente incaricato delle indagini - lui insinua
che abbia una “strana vita sessuale” nell’essere andata in uno
strip-club -, quest’uomo inopportunamente maschilista cerca di farsi
perdonare e, dal suo ufficio, chiama la giovane Rosie e le propone di
andare in spiaggia per rilassarsi.
Zac! la coltellata: andare in spiaggia mentre un serial-killer fa
quello che gli pare.


Seguono scene romantiche di loro che passeggiano sulla riva,
rigorosamente in costume; si baciano; poi vanno a casa di lui; piscina
con idromassaggio, drinks, caminetto accesso, giusto un attimo di
commozione al pensiero dell’amica uccisa, poi sesso.
In montaggio alternato il serial-killer uccide un’amica di Rosie,
avendo seguito quest’ultima per farla fuori in quanto crede che lo
abbia riconosciuto quella notte.
Non so bene se ci sia una sottile critica alle forze dell’ordine nella
persona del tenente, ma tale tesi si potrebbe confermare dal fatto che
nel finale il poliziotto, tentando di salvare in extremis la vita
della povera Rosie, ci rimette la pelle. Come dire: un inetto sembra
per tutto il film e come un eroe da quattro soldi muore nel suo stesso
sangue.
Mi piace pensarla così perché mi piace questo strano prodotto filmico.

Tutte queste coltellate mi hanno reso esangue.

Infatti, non ho parlato delle scene di omicidio perché sono quelle che
più si avvicinano al cannibalismo del prodotto primèvo, cioè Maniac.
Nonostante ciò, hanno un elemento che le differenzia: la madre
interagisce, per mezzo di un busto di manichino femminile e di una
voce fuoricampo, con il protagonista, istigandolo a vendicarsi di
quelle donne che peraltro rappresentano lei stessa. Un tortuoso giro
di spire psicologiche da far rizzare i capelli; a ciò si aggiunge il
fatto che, mentre nel film di Lustig il protagonista praticava lo
scalpo alle vittime, qui accade il contrario: alle vittime è posta la
parrucca che rese il protagonista-bambino oggetto di derisione - sono
i corpi ad essere smembrati.
Devo specificare anche che la stagione in cui è ambientato il film Lo
Squartatore è l’estate, quello di Lustig è l’inverno, precisamente il
Natale. Oltretutto, il vestiario del protagonista è diverso:
ovviamente Spinell è imbardato in una tenuta pesante, che lo rende
ancora più grosso, un bomberino e un cappello calcato in testa;
Zygmont, magrolino e topesco, è vestito con un pantalone nero, camicia
bianca e un cravattino: sembra in tutto e per tutto un mezzemaniche
che lavora in ufficio. Tale caratterizzazione dà un discreto vantaggio
al film di Thomas, perché rende al contempo il protagonista ridicolo
ed inquietante, subdolo nel suo sembrare un uomo da poco e, perciò,
minaccioso. Per alcune intuizioni tortuose della memoria, mi ha
ricordato il protagonista del film di Herschell Gordon Lewis, Blood
Feast (1963).
Dunque, Lo Squartatore è Maniac al contrario: caldo/freddo, grande/piccolo etc.
C’è della intenzionalità in questo, non è banale.


In tutta questa storia malsana si ha un ultimo tocco di classe.
I genitori di Rosie, quando l’assassino scopre dove abita e va a
prenderla, schiattano: il padre colpito mortalmente alla testa mentre
ascolta la musica gesticolando come un direttore d’orchestra; la
madre, nuda dentro la vasca (si ha la soddisfazione di coloro che
hanno pensato di lei ciò di cui sopra...), affogata in essa. Suppongo
che Leland, oltre a rendere più drammatico il film con tale sequenza,
abbia volutamente fatto rivivere al protagonista il piacere più
soddisfacente: uccidere un’altra madre, reale e non finta.

È doveroso ricordare la scenografia della “sala-tortura”: armi da
taglio di vario genere appese ovunque, candele, catene, tendaggi tra
il rosso e l’arancione, immagini di volti femminili sfregiati e un
tavolaccio perennemente sporco di sangue al centro: il “tavolo da
lavoro”. Dà l’idea di abbandono, decomposizione, squallore e malattia.

La musica non è eccezionale, se non fosse per il motivetto del
carillon che commenta le sequenze in cui Arthur regredisce a bambino,
schiavo della madre: mi ha ricordato quel na na na na che di solito
fanno i ragazzini quando deridono un loro compagno sfigato...

2 commenti:

  1. Quella vecchia vhs della Skorpion per un breve periodo è stata anche nelle mie mani e ricordo che prima di restituirla al proprietario la conservai con una cura e un affetto maniacale!
    Penso che proprio uno o due anni dopo in casa mia archiviammo il videoregistratore perché ormai le cassette non si compravano più... Ma io ricordo le videocassette (e sì, anche le audiocassette, soprattutto le audiocassette) con amore e un po' mi mancano.
    Mi è piaciuta moltissimo questa recensione, mi ci ritrovo completamente e in linea di massima ricordo che questo film, la prima volta che lo vidi, mi divertì moltissimo, lo guardai subito una seconda volta e invitai anche degli amici (che ovviamente si annoiarono a morte).
    Dopo un po' di anni non so perché ma anche riguardando certe scene e immagini presenti qui nella recensione, questa pellicola mi ricorda molto, come estetica e anche un po' nella psicologia del protagonista, Schramm di Buttgereit, che comunque arriva nel '93.
    Chissà se in un qualche modo c'è stata un'ispirazione da parte di Leland Thomas?

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  2. Sicuramente qualche germe di questo film è entrato nei registi che si sono cimentati su storie di serial-killer; vuoi o non vuoi, una storia che tratti questo tema deve scriversi in una o due maniere. Leland Thomas - e i registi che hanno fatto da soli, nell'underground - ha goduto di una certa libertà, ha sfiorato il ridicolo - come tutti i geni - ed è stato accolto qui, nella nostra casa con il dovuto rispetto, il più bello. Cosa resterà degli anni Ottanta? (diceva Raf): questo film e molto ma molto altro...seguici su questa rubrica, caro amico, e conoscerai altri ospiti...

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