29.3.18

Cinema e Musica - 4 - Recensione: "Bomb City" - Scritti da voi - 116 - Alex Cavani


E dopo Giorgio Neri torna qua a scrivere anche il nostro giovane musicista Alex Cavani.
Ci tengo a dire che questa recensione qua sotto (identica anche per impaginazione) Alex l'ha già pubblicata altrove, segnatamente nel sito di Shiva Produzioni.
Nelle rubriche esterne di questo blog c'è una sola regola, scrivere qualcosa in "esclusiva", non già pubblicato altrove (ma va bene il contrario, portare poi l'eventuale recensione dove si vuole).
Per una volta, credo l'unica (a meno che qualcuno non mi abbia "fregato") ho disatteso questa regola perchè l'autore, Alex appunto, mi ha privatamente chiesto quanto gli sarebbe piaciuto mettere anche qua la sua recensione. 
Di un film poi che l'ha sconvolto e che considera un capolavoro.
Buona lettura, specialmente a chi ama questo connubio tra cinema e musica, tra cinema e vita reale

Premessa: Questo è un film che fa male, malissimo. Non l’avrei mai pensato una volta iniziata la visione, spinto principalmente dalla convinzione di aver davanti agli occhi un bel film dall’anima punk, come non se ne vedeva da tempo. E invece c’è una frase, pronunciata da uno dei personaggi cardine sul finale della pellicola, che fa più o meno così: “con le lacrime agli occhi e il cuore in gola”; ecco, questo era il mio stato d’animo alla fine di questi 95 minuti di film. Volevo scrivere qualcosa subito dopo averlo visto, ma mi sono reso conto che non avevo davvero la necessaria lucidità per farlo, tanto grandi erano le emozioni che provavo; quindi cercherò di farlo ora, a distanza di un paio di giorni, sperando di riuscire a trasmettere un po’ di quello che questo film ha trasmesso a me. Inutile dire che saranno presenti spoiler medio-grandi, ma cercherò di non esagerare perchè desidero che questa storia vi affascini e vi catturi senza saperne troppo, come ha fatto con me. E no, non parliamo di un semplice “punk movie”, questo è molto, ma molto di più.
P.S. Penso che la lettura di questo articolo sia perfetta se accompagnata dalle canzoni che ho messo qui e lì, tutte legate al film. Vi invito a cercare i testi se volete leggerli.

“How’s it going New York? I chose to speak to you in a square because I think we’re kinda conditioned to listen to people when they’re in the shape of a square. And also, here in Hollywood this is where we give people what they want: Violence, I guess that’s what it seems to come down to. What I wanted to talk to everyone today about, I don’t really want to preach, I just want to more bring up some questions and since I always tend to be a scape-goat I thought we’d talk about Blame.
Right now everyone wants to blame music, they want to blame movies. But we’ve forgotten that we have a dead guy hanging from a tree in our living rooms, and that’s something that we’ve worshipped all our lives. If you think about the crucifix, it’s the greatest mass market piece of merchandise in the history of the world. I’ve always found that to be kind of interesting that we haven’t really sat down and talked about that on the news.
And I also wondered why nobody cares when an adult commits some senseless act of violence. They don’t want to have a reason why. It’s only when a kid does it.
But I think what’s really begun to confuse people now, and why we’re in this state of chaos and PC non-sensical uptightness. It’s white teenagers. That’s the real enigma: Why are they mad? They’re middle class, they’re white, they’re spoiled.
Is it because they know America’s a lie? Is it because we make them feel like they’re never good enough. You know? They’re never good enough for the scholarship, for the car, for the girl. Never good enough to be famous for fifteen minutes.
Are we suprised why they’re mad or why they end up dead. Why the violence? You know.. you made them America, what do you expect”?

“Based on a true story”: quando leggiamo questa frase prima dell’inizio di un film, sappiamo già bene o male dove si andrà a parare, quanto le suddette parole possano essere sfruttate per attrarre più spettatori incuriositi dalla presunta verità messa in scena, salvo poi rivelarsi promesse vane nella maggior parte dei casi.

Cosa aspettarsi quindi da un film che si presenta con una locandina cupa e intrigante, ma anche decisamente tamarra, e con la frase incriminata stampata a lettere cubitali prima del titolo?
Ebbene, presto detto: questo film è un capolavoro, l’ennesimo grande parto di un certo cinema indipendente americano, quello di denuncia, e il risultato dell’opera di un regista, Jameson Brooks (che si firma Jamie), al suo primo lungometraggio, che prima di tutto narra una storia di cui si sente protagonista, provenendo proprio da Amarillo, in Texas, paese in cui la storia reale e il film prendono vita e si intrecciano in un legame di vita e ricordi.
1997, Amarillo, TexasBrian Deneke è un giovane punk amante dello skateboard e della musica, che insieme al fratello skinhead Jason e agli amici King, Oles. Rome e la sua ragazza Jade, frequenta e cerca di mantenere in vita un circolo punk organizzando concerti e feste. Brian scrive testi anche per la sua band, i White Slave Traders, beve e fa graffiti, ma odia il fumo e soprattutto contribuisce alla creazione di falsi cartelli stradali che andranno a costituire le installazioni artistiche del “Dynamite Museum” di Stanley Marsh 3.
Cody Cates (chiamato così nel film, il nome reale sarebbe Dustin Camp) invece è un promettente giocatore di football, più giovane di Brian, un ragazzo per bene, animato da valori cristiani (americani s’intende…), con un futuro “normale” già scritto. Vorrebbe essere un leader, ma non ne ha il carisma e così si limita a seguire il suo gruppo, formato da altri giocatori di football, partecipando alle loro azioni e alle feste che lo fanno sentire uno di loro.
Quello che hanno in comune Brian e Cody, oltre all’essere quasi coetanei, è la provenienza sociale, entrambi vengono dalla middle class americana, e l’amore delle rispettive famiglie; un amore diverso però per certi aspetti: iperprotettivo e opportunista quello dei genitori di Cody, che difenderanno il figlio oltre l’evidenza per non intaccare il buon nome della famiglia, libero e allo stesso tempo premuroso quello dei genitori di Brian, persone semplici che lasciano sempre la porta aperta ai figli e alla loro compagnia per offrire un pezzo di pane e una parola buona quando ne hanno bisogno.

Le due compagnie, punks e jocks, si scontrano quotidianamente su ogni aspetto della vita, sullo sfondo di Amarillo, la bomb city del titolo, rinominata così per il fatto di essere una città adibita allo smaltimento di scorie nucleari e per la produzione all'”Amarillo Air Force Base-Strategic Air Command” di armi nucleari e componenti per gli aerei da guerra B-52 Stratofortress al tempo della guerra fredda. I jocks, gli atleti, rappresentano la normalità americana, una componente sociale non solo accettata, ma anche rispettata e venerata dalla comunità, che costituisce la maggioranza delle sottoculture giovanili in questo film (ma la realtà non è molto lontana: per farsi un’idea sul ruolo che il football ricopre all’interno della società americana consiglio il documentario shock “The Hunting Ground”); i punk invece sono un gruppo piccolissimo che si conta sulle dita di una mano, ma fiero e determinato nelle proprie convinzioni.
L’intelligenza del film (e del regista) sta nel non mostrare apertamente una contrapposizione buoni-cattivi tra le due fazioni, anche se la presa di posizione è da subito chiarissima, ma si delinea col tempo sempre meglio. Sia i punk che i jocks commettono delle azioni giuste e altre sbagliate, animati certamente da intenzioni diverse, ma nessun personaggio è presentato e sviluppato come un santo, ognuno ha dei difetti. La differenza emerge nel momento in cui i ragazzi hanno a che fare con le forze dell’ordine e questo è uno dei tanti motivi che causano rabbia allo spettatore: vedere la differenza di trattamento che i poliziotti riservano ai due gruppi e confrontare i motivi per cui questi ultimi vengono ripresi e “puniti” è disarmante.

Brian è il protagonista del film ed effettivamente è un personaggio puro, mosso da buoni propositi, corretto con tutti e con un’idea di vita precisa in mente, che viene approfondito con pochi dettagli, su tutti la musica dei Filth (storico gruppo hc punk californiano), ma tutti determinanti nel farci entrare sempre più in empatia con lui e con il suo modo di essere, dall’amicizia all’amore, sempre con quella luce negli occhi – e proprio Sunshine era il soprannome di Brian, qui però viene chiamato spesso da King con un significativo “Crass” (quanto vorrei essere chiamato io così!) – carica di speranza e soprattutto di vita.
E proprio alla vita di Brian ci sentiamo legati, cantiamo con lui e facciamo skate nella notte pensando a come racimolare più soldi per non mollare una catapecchia fatiscente, simbolo di un sogno lontano dall’American Dream, ma soprattutto simbolo della nostra casa.
Quindi all’avvicinarsi del finale, nell’ultima tragica mezz’ora di film, i nostri nervi iniziano a tendersi perchè presumono l’arrivo di una minaccia, di un qualcosa di negativo, ma mai quello che effettivamente succederà, che farà incontrare tragicamente per la prima e ultima volta le vite di Brian e Cody. E per lo spettatore saranno minuti di sconvolgimento emotivo che termineranno con un’indicibile amarezza e “con le lacrime agli occhi e il cuore in gola”, pesante come un macigno.

Parliamo della realizzazione del film e di cosa lo rende speciale: Jameson Brooks confeziona un omaggio sincero e diretto a Brian Deneke e alla sua famiglia, schierandosi dalla parte di chi nel ’97 visse i fatti di Amarillo dalla parte lesa, quindi narra le vicende con occhio imparziale, ma col dito puntato verso chi all’epoca si rese colpevole di aver ucciso una vita due volte e ancora oggi resta impunito.
Non si tratta di politica, di ideali anarchici (sebbene presenti) o di musica punk, qui si parla di società, si mette in discussione il sistema giudiziario-penale americano con i suoi perversi meccanismi e la comunità di un paese controverso come il Texas, per ridare giustizia a una famiglia straziata e umiliata dalle leggi che governano la propria libertà.
Brooks mostra chiaramente la contrapposizione tra jocks e punks sia grazie all’estetica fatta di tute da ginnastica e capelli perfettamente pettinati da una parte e chiodi, anfibi, borchie e creste dall’altra, sia grazie alla musica, con una soundtrack eccezionale – Subhumans, Total Chaos, Blatz, Blanks 77 e Young Zillion tra gli altri – che usa punk hardcore e gangsta rap, unendo il tutto con sonorità ambient che mantengono la tensione costante per tutta la durata del film. Ed ecco quindi un altro merito del regista: la capacità di far presagire da subito la tragedia che incomberà sul finale, grazie alla musica e ai silenzi, e soprattutto riprendendo spesso i primi piani degli attori, che sebbene quasi tutti alle prime armi riescono ad essere incredibilmente comunicativi grazie ad un singolo sguardo.
Parlando di musica, un accenno ai già citati Filth, che con il loro “Destroy Everything”, che Brian sfoggia fieramente come simbolo sul proprio chiodo, verranno strumentalizzati a tal punto dalla giuria che valuterà il caso, da ritenerli, assieme al vestiario di Brian, un vero e proprio “strumento di guerra”! Sarebbe da citare Alex DeLarge: “Non ha mai fatto male a nessuno! Ha solo scritto musica”!

Una regia che si muove tra flashback e flashforward, disorientando all’inizio lo spettatore, che troverà la spiegazione di questi salti temporali nel finale; una scelta, questa, coraggiosa ma perfetta per creare coinvolgimento emotivo e mantenere l’attenzione di chi guarda. Dalla violenza nelle strade alla violenza nei tribunali!
In conclusione, ritengo questo un film da vedere assolutamente a prescindere dai gusti cinematografici, coinvolgente anche per chi frequenta abitualmente queste pagine alla ricerca dell’estremo (avrete pane per i vostri denti, credetemi). Per me è stato un viaggio emotivo intenso e inaspettato, sia perchè certe tematiche mi toccano davvero da vicino e mi riportano ad episodi di vita vissuta, sia perchè tutto ciò che ruota intorno alla storia reale e a questo film, dall’estetica agli ideali, dalla musica all’amore, dalla discriminazione alle diverse realtà sociali, mi incuriosisce ed è parte del mio essere. Questa pellicola entra di diritto tra le più belle ed intense che abbia mai visto e spero che ciò che ho scritto riesca a coinvolgere in un qualche modo anche voi che leggerete queste parole e vi spingerà a vedere “Bomb City”. Un film che rispetta ciò che promette.

A Brian Deneke sono state dedicate moltissime canzoni da parte di numerosi gruppi punk e non solo. Tra queste mi piace ricordare “Tears On A Pillow (in Amarillo)” degli Undead e “Fortunes of War” dei Dropkick Murphys.
“One story that really struck me and got me thinking about this, was a few years ago; there was this teenage punk-rocker kid who was run down in a parking lot by a White Jock and his girlfriend in Dad’s cadillac. And this boy died because he looked different. So this thing happens, this guy kills this kid, and is cleary guilty, his guilt is admitted. And guess where this all-american athlete is? He’s in college. The Jury felt that the punk rocker deserved to die because he looked the way he did. And not only was he killed, but then in the trial he was killed again because they critisized his lifestyle. Because he didn’t wear a Tommy-Hilfiger shirt and Khaki pants. And then the killers was even applauded at graduation because he was a football star: The American Dream. Strong. Normal. He never spent a day in prison. 
So who do we Blame? Everybody wants to say, There’s too much violence, there’s too much violence today. Well… Did everyone forget about the civil war, the Bible, or Shakespeare? Violence isn’t brand new.
That’s why I asked the question, put this up on my website that Is Adult entertainment killing out childeren, or is killing our childeren entertaining adults. I think that’s the question that we have to ask ourselves today, and you have to ask yourself every time you watch the hungry camera’s at the crime scene or at the funeral or at the plane crash.
I’m in a square right now. Your looking at me on the screen, I’m looking at myself on the monitor. We sit infront of the TV and we are the TV. We’re a copy staring at a copy and a copy and a copy.
So eventually it’s a Xerox that’s so degenerated we don’t know which came first. And that’s where we are. That’s what I’d like to leave you with”.
qui e sopra: Marilyn Manson, Disinformation Speech, 2000, New York

Sinceramente dedicato alla memoria di Brian Theodore Deneke (1978-1997)







2 commenti:

  1. potreste passarmi il link per vedere bomb city? Lo sto cercando da tempo ma non trovo nulla. Grazie mille in anticipo

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    Risposte
    1. http://horrorestremo.altervista.org/bomb-city-2018-jameson-brooks/

      Qui ci sono anche i sub in italiano :)

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