15.3.18

Recensione: "Bridgend"

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Un grandissimo film sull'adolescenza.
A Bridgend, piccola paese del Galles, i giovani non fanno altro che uccidersi.
Arriva in paese la dolce Sara.
E, inevitabilmente, anche lei sarà infettata dal morbo di cui sono malati quei giovani.
Film sulle difficoltà del crescere, affettive e ambientali.
Ma, anche, sulla mancanza di coraggio del voler star bene.

presenti spoiler dopo penultima immagine (cavallo)

Ne avevamo già parlato con The Village.
Ovvero di quel bosco simbolo delle nostre paure, quel bosco intricato simbolo di una condizione anch'essa intricata, uno stato d'animo di rami e rovi, di mostri, di oscurità, di privazione della luce e della via d'uscita.
E il bosco diverrà anche qui in Bridgend profonda metafora.
E se la metafora principale resta molto simile a quella di The Village (prigione mentale e paura) è anche vero che ci sono almeno due profonde differenze.
La prima è che se il bosco di paure del gran film di Shyamalan era un pò simbolo di quelle paure che gli altri, anche per difenderci, ci inculcano, qui in Bridgend invece la foresta ha genesi molto più intime, personali ed esistenziali, direi quasi endogene, non esogene.
La seconda è che se nel primo film questa condizione era un pò attribuibile a chiunque, qua ha una connotazione molto più definita, molto più netta.

Perchè il bosco di Bridgend è l'adolescenza.
L'adolescenza, il periodo delle più grandi magie e dei più grandi tormenti, quello dove tutto è amplificato, dai primi amori che, essendo appunto primi, sei sicuro non finiranno mai più, ai primi dolori, o meglio all'età in cui per la prima volta sui dolori riesci a ragionare veramente. E anche questi dolori, questi tormenti, in adolescenza paion tanto più grandi di quelli che sono.
Sei in una fase di passaggio, non più bambino, non ancora adulto, e hai la fragilità della trasformazione, hai la fragilità della mutazione, hai la fragilità del non più questo e il non ancora quest'altro.
E allora riconosci gli altri mutanti, stai con loro, ne resti condizionato. Mai nella nostra vita esiste una fase in cui ti senti più appartenente a un mondo altro che solo quelli come te possono capire. 
Vedi ormai i bambini come qualcosa di passato, superato. 
E vedi gli adulti come una costante e possibile minaccia, come un'entità che non ti può capire.
Non esistono adolescenze solo belle, non possono esistere. Perchè è impossibile diventare da crisalide a farfalla senza la straniante, bellissima e terribile, sensazione che ti stanno crescendo le ali.
Un'adolescenza solo serena è un'adolescenza persa, un'occasione persa, una banalità.

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A Bridgend, brutta cittadina del sud del Galles, gli adolescenti si uccidono.
Uno dopo l'altro.
Si impiccano.
Per indagare sul fatto torna un poliziotto, vecchio abitante del paese.
Porta con sè sua figlia, Sara, anch'essa poco più che adolescente.
Ben presto Sara farà amicizia coi giovani del luogo, un luogo che non offre nulla, se non freddo, bevute e sballo.

Sara arriva proprio il giorno del funerale di un giovane morto impiccato.
E ben presto capirà che non solo quella morte non è vissuta con dolore dai suoi coetanei, ma pare quasi un passaggio obbligato, un traguardo, un andare altrove che, prima o poi, più prima che poi, anche gli altri andranno a visitare.
Ispirato a fatti realmente accaduti e documentati (appare la didascalia alla fine) Bridgend è un grandissimo film su una vicenda terribile, un film che deve portare a profonde analisi e riflessioni.
L'incipit, la prima inquadratura, è bellissima, e sembra quasi una versione leggermente più luminosa di una scena di It comes at night.
Un cane è preso di spalle, davanti a lui il cominciar di un bosco.
Il cane entra nel bosco.
E nel bosco c'è un ragazzo morto impiccato.
Subito capiamo che c'è una profonda correlazione tra quel bosco e i giovani del luogo, subito capiamo che quel luogo è metafora di tutto.
Sara, del resto, proprio lì sarà portata. E assisterà a scene molto strane, come quel bagno tutti nudi in quel laghetto o quelle urla senza fine in memoria dell'amico morto.
C'è da subito la netta sensazione che gli adolescenti di Bridgend non siano un gruppo eterogeneo di adolescenti, ma un'unica testa moltiplicata per tante.
C'è quasi un patto tra loro, c'è un unico modo di intendere la vita.
Quello di considerarla non vita.

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Bridgend ha una fotografia di altissimo livello, dei colori superbi, un'atmosfera densa.
Ci sono alcune scene straordinarie, come quella di quei corpi a pelo d'acqua, che pare un quadro impressionista, come quelle di notte con le pecore, come il montaggio, superbo, dopo la morte di Thomas.
Per molti versi il film sembra ricordare quel gioiello di Magic Magic, anche a causa di una giovane attrice altrettanto brava (una meraviglia, con un sorriso indimenticabile) impegnata in un ruolo molto simile.
Il problema è che se la ragazza che interpretò Juno Temple era in qualche modo "infetta" di suo, aveva problemi esistenziali personali, qui Sara sarà infettata dagli altri.
C'è una scena similissima, ovvero quella sopracitata del bagno.
Sara non si spoglia, non partecipa, come Alicia non si buttò dalla scogliera.
Ma se lì il significato era quello di un tremendo disagio, il non riuscire ad integrarsi, un sentirsi paralizzata, qui c'è semplicemente una ragazza che arriva in un mondo nuovo, diverso, e che si ritrova all'inizio sorpresa e smarrita.
Ben presto però, giusto un giorno o due dopo, Sara (a differenza di Alicia la cui non integrazione era condizione terribile e non superabile) entrerà senza problemi nel mondo di questi giovani, flirtando con due, facendo subito amicizia con un'altra, diventando come loro.
Il padre, sia per le normali preoccupazioni da padre, sia perchè in quel posto i giovani non fanno altro che uccidersi, inizierà ad avere una grande paura e, gioco forza, comincerà ad avere con lei tantissimi scontri.
E questa cosa qua, questa trasformazione del rapporto tra Sara e suo padre, non è solo un'inevitabile conseguenza delle vicende ma, quasi come un cortocircuito, ne è anche la causa.
Mi spiego meglio.
Se quei giovani sono arrivati a quel punto, se l'unico desiderio ormai in vita è quello di lasciarla quella vita è anche, e forse soprattutto, a causa del rapporto col mondo degli adulti, con quello dei loro genitori.
Non è un caso che nella chat della morte, quella dove ricordano chi se ne è andato e parlano di chi potrebbe essere il prossimo, molte volte fanno riferimento ai genitori di uno o dell'altro. E nella scena del dialogo tra il poliziotto e il fidanzato della figlia tutte queste cose vengono fuori. Gli adulti non potranno mai capire, gli adulti non potranno mai aiutarci, anzi, sono loro una delle cause principali di quello che siamo.
Ecco così che, cambiando la prospettiva, Bridgend potrebbe esser visto non solo come un film sull'adolescenza ma anche sul difficilissimo e tremendo ruolo che hanno i genitori in questa fase della vita.
Come se non bastasse la componente di questi non rapporti c'è anche quella ambientale, ovvero quella di un luogo senza attrattive, grigio, monotono, con solo quel bosco e il suo laghetto come diversivo.
Forse non è un caso, non può esserlo, che le scene più gioiose, l'unica giornata di vera e spensierata felicità vissuta dai nostri protagonisti, sia quella al luna park abbandonato e al mare.
A significare come il gioco, il tornar bambini, il tornare a non pensare, e il mare, questo luogo infinito opposto a quello in cui vivono, possono essere due soluzioni, due tra le tante.

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In realtà per Sara ce ne sarebbe anche un'altra, ovvero il suo cavallo.
Ma il morbo di cui è stata infettata, quel morbo che se troppo forte in adolescenza diventa letale, ecco, ormai è andato troppo in profondità.
E quando la vediamo fare il gioco della morte col treno, e quando la vediamo urlare insieme agli altri, capiamo che ormai anche lei è loro. E vie d'uscita ce ne sono tante sì, ma fai di tutto per non prenderle.
In realtà un momento di lucidità ci sarebbe. Lui, sporco di cacca perchè ha avuto paura di morire, lei che lo pulisce.
Loro che fanno l'amore e si promettono d'andar via.
Ma è come il luna park, è come il mare, sono momenti di bellezza rubati, momenti di bellezza che la depressione ti lascia vivere perchè tanto sa che poco dopo ti riprenderà con sè.
Sara però c'aveva creduto davvero, alla fine lei era malata da poco tempo, alla fine lei era veramente ancora pronta a salvarsi.
Ma lui no, condannato ormai in una prigione mentale costruita a tavolino.
Magari condizione motivata sì, ma tremendamente forzata.
Stavolta è il turno di Sara ad avere i vestiti preparati sul letto.
Sopravviverà.
Ma in un finale tremendo e bellissimo, quasi apocalittico, molto difficile da interpretare, c'è la netta sensazione, invece, che stiamo assistendo a una conclusione tremenda.
Lui in quel letto che la prende e la porta con sè somiglia da morire all'indimenticabile finale di Big Fish.
E anche qui, purtroppo, credo che quel risvegliarsi, quell'andar via, sia solo metaforico.
Sara è morta, è morto anche lui.
E tutti i nostri giovani, tutti quelli che purtroppo se ne sono andati, sono finalmente tutti insieme, a pelo d'acqua, in mezzo a quel bosco che brucia, in mezzo al loro mondo che ormai sta scomparendo.
Forse, però, Bridgend può diventare un film su un altro aspetto.
Un film sul coraggio di stare bene.
Perchè a volte star bene è frutto di battaglie incedibili, di muri quasi impossibili da scavalcare, di dolori troppo grandi da sconfiggere.
Ma quasi sempre lo star bene è solo e soltanto una nostra scelta.
I ragazzi di Bridgend, probabilmente, sono finiti in un vortice in cui tutto era amplificato.
L'ho scritto, l'adolescenza è così del resto.
Ma non c'era alcun motivo per essere in quella condizione, niente di irreparabile, solo un autoconvincimento collettivo.
Lo star bene è lì, a tre metri da noi.
E in quei tre metri non ci son mura.
Ci sono solo tre passi da fare.
Bisogna solo trovare il coraggio.
Bisogna solo andare a Bristol insieme

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14 commenti:

  1. Credo di averlo tra i preferiti di google da più di due anni, sempre in attesa di riuscire a trovarlo, di avere la giusta ispirazione per vederlo. Direi che ora si può trovare e scala di parecchi numeri la lista di attesa, così poi potrò leggerti. Intanto, grazie per avermelo ricordato :)

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    1. ho messo il link su fb

      ma credo si trovi comunque (boh)

      eh, speriamo bene dai ;)

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  2. Ti leggo con piacere, ma ogni volta che mi cade l'occhio su 'un pò' mi viene voglia di chiudere la pagina.

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    1. ahah, sei uno dei grammar nazi?

      pace, se hai quella tendenza fai bene a chiuderla ;)

      grazie per il resto

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  3. Non riesce ad evitare di far sbadigliare un po' ma è davvero un bel lavoro.

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    1. io sono anche riuscito a non sbadigliare ;)

      ma ti capisco

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  4. Guardando " Bridgen " non ti sono venuti in mente i ragazzi di "never let me go" ?
    La rassegnazione, l'accettazione cosi' della morte senza far niente, anche se qui si uccidono da soli... mi ha fatto provare le stesse sensazioni.
    Ma se non sbaglio in "never let me go" la protagonista, pur accettando la morte, aveva capito l'importanza dell'amore....qui è il buio totale. Sti cazzi.
    Propongo come prossimo film, per tirarci su il morale "un americano a roma " minimo o un film lino Banfi e bombolo!

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    1. bellissimo accostamento Paolo ;)

      risultati molto vicini con genesi completamente identiche

      ma, attenzione, c'è una differenza abissale, ed è quella che dico a fine recensione

      i ragazzi di Bridgend hanno tutto per uscire da quel bosco, hanno tutto per star meglio. Il loro malessere, la loro prigione, ha sì radici ambientali e affettive, ma al 90% è qualcosa che si sono creati da soli

      di soluzioni per non morire in quella maniera ne hanno, ma ormai si son convinti che il loro destino e traguardo è quello

      in non lasciarmi, sempre se ricordo bene, non c'è alcuna via d'uscita o di speranza per quei giovani

      sembra una piccola differenza ma è gigantesca, dove in un caso i giovani sono causa del loro male nell'altro sono solo tremende vittime

      per rispetto ai ragazzi di non lasciarmi, quindi, io non porterei il paragone fino alla fine

      ahah, sì, già scelto il prossimo e l'ho scelto proprio con la motivazione che hai dato te

      diciamo che, a pelle, credo che sia un film molto weird, divertente, grottesco ma forse anche un pò rivoltante ;)

      speriamo mi piaccia e possa proporlo

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    2. E' vero, annotazione sacrosanta, tra l'altro facendo una ricerca in rete, sembra proprio che il motivo di questa serie di suicidi, tenendo conto che questi ragazzi avevano problemi comuni a tutti gli adolescenti, fosse la noia, il non sapere come passare il tempo libero...è devastante...

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    3. c'è sempre un motivo per vivere, anche in condizioni duemila volte peggio delle loro

      c'è sempre un motivo per farcela o per provare a stare bene

      quello che li ha fregati è il gruppo, le idee condivise

      non c'è più personalità individuale, ma ipnosi collettiva, come alcune religioni, sette o situazioni politiche

      ognuno di quei ragazzi in un amen potrebbe migliorare la propria vita, o comunque portarne avanti una mediocre, senza uccidersi

      e invece quel morbo collettivo li ha presi

      il cervello è la cosa più pericolosa del nostro mondo

      e gli autoconvincimenti delle macchine di non vita pazzesche

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  5. Ma che bellezza. A livello estetico mi ha appagato in modo incredibile, alcune scene le ho riviste più volte... i toni freddissimi della fotografia con il bellissimo contrasto di alcune scene, calde e vibranti. E la colonna sonora, quell'elettronica con i bassi che ti entrano sotto pelle, perfetta.

    Non so quanta libertà il regista si sia preso nel narrare i fatti, ma è una storia intensa e crudele... I ragazzi avrebbero tanti modi per stare bene e nonostante la noia e la desolazione del paesino hanno il dono dell'amicizia e della complicità, risorsa preziosa a quell'età, ma declinata disgraziatamente. Terribile vedere come non esista possibilità di ripensamento, è un patto senza via d'uscita, perché nessuno vuole uscirne...chiamalo bisogno di conformità, noia, rassegnazione, rabbia verso il mondo adulto, rimane comunque un insieme di tutto ciò che contraddistingue ogni singola adolescenza di questo mondo, nulla di più. Assurdo.

    P.S. Hai fatto una riflessione molto bella sull'adolescenza alla fine dell'introduzione.

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    1. purtroppo le scene calde e vibranti son poche ahimè...

      ma è proprio perchè son poche che ne vediamo più il contrasto che dici. Ed è molto importante in fase di sceneggiatura che siano state inserite queste scene perchè questo film non parlava (e non doveva farlo) di una spirale senza via d'uscita ma, come dico nel finale della recensione, di un qualcosa dal quale si può uscire in un amen

      sai quante adolescenze, quante vite si son perse (non solo adolescenti) per una piccola mancanza di coraggio o al voler star bene, o all'essere sè stessi o al riuscire ad uscire dal "gruppo"?

      ma del resto l'hai spiegato benissimo te. Ed è terribile sapere (anche se fai finta di no) che la felecità e la serenità è lì a un passo ma per quel patto sprofondi sempre più

      in questo senso l'adolescenza è l'età più pericolosa, quella dove l' "io" è più debole, il "noi" o il "loro" (nel caso di adolescenze di solitudine e non accettazione) sono più forti

      grazie mille :)

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  6. Proprio perché sono solo 2 quelle scene diventano così belle.Ti giuro che avrei potuto rimuovere i dialoghi e avrei comunque amato il film solo guardando colori, dettagli e sfumature.
    Un gran film sulla crudeltà dell'adolescenza. Grazie a te che mi aiuti a scoprire certi gioielli.

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    1. sì sì, diciamo la stessa cosa, il fatto che son solo due le rende più potenti

      ma che ci siano è importantissimo non solo per la bellezza o completezza del film, ma anche proprio per la "visione" dello stesso, il messaggio

      non era tutto nero, poteva non esserlo

      ma figurati, grazie a voi che li vedete

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