7.5.13

I Corti de Il Buio in Sala (N°5) : ancora 4 grandi proposte

Visto il divertimento che ho avuto nel fare il precedente post (e anche il buon seguito, non nei numeri quanto nel gradimento) ho pensato subito di farne un altro, anche perchè in realtà quel giorno vidi 7 corti (con l'aggiunta di 1 oggi). Mi sembra stupido mettere i voti, anche perchè qui ci sono tutte eccellenze (vabbeh, I'm dead era solo roba per appassionati). Diciamo che si va dall' 8 al 10 a seconda dei gusti.
Ce n'è uno soprattutto che è una cosa incredibile a mio parere.
Due cose:
1 li trovate tutti sul tubo ma stavolta c'è già il link pronto  (nel titolo ovviamente)
2 mi piacerebbe che leggiate questo post dopo la visione perchè non vorrei spoilerarvi o influenzarvi con le mie impressioni. E' bello che ognuno nei corti ci veda qualcosa di suo, solo dopo ci si confronta. Ve li godrete di più.





Partiamo dal più famoso di tutti, basti dire che l'ho visto al cinema prima di qualche cartone, forse Paranorman. Qui c'è poco da commentare, questa è la Pixar, la fabbrica dei sogni. Dolcezza, magia, delicatezza e originalità, Pixar, appunto. Vi siete mai chiesti da dove arriva la Luna di notte? E come fa a risplendere nel cielo? E come si formano i suoi spicchi, le sue metà? Finalmente scoprirete tutto. Magico.


EL MIMO Y LA MARIPOSA NEGRA (il mimo e la farfalla nera)



Forse dico una cavolata o forse ho avuto una buona intuizione ma questo bellissimo corto mi ricorda in qualche modo la stupenda parabola del giardiniere del Re e della Morte cui cercò di sfuggire (la storia base della "Samarcanda" di Vecchioni). Un Mimo vaga pensieroso. Trova un orologio, forse il tempo che gli rimane in vita. Ma la Morte lo pretende. Può una risata salvarci la vita? Il Mimo tenta di tutto per convincere la Morte a lasciarlo perdere, vuole farla divertire o meravigliare, non si sa se prende tempo o vuole salvarsi del tutto. A un certo punto il suo numero è così buono che gli riesce qualcosa di veramente incredibile. Ma, come appunto nella parabola, proprio quello che abbiamo fatto per salvarci è quello che ci condanna. Non si sfugge alla Morte e al Destino. Stupendo.




Basta vedere i premi vinti per capire il livello...
In realtà questo corto è abbastanza ostico e anche un pochino fastidioso nelle immagini e nei rumori. Un cuore cade in terra, una strana figura lo raccoglie. Piano piano tutti gli "abitanti" di questo strano mondo vogliono quel cuore. La lotta per il suo possesso si fa tremenda. Il significato non è immediato. Credo che quel cuore più che l'Amore simboleggi la Vita. Vita che forse è un bene comune dell'umanità che andrebbe preservato. Per la lotta ad essa, per la guerra ad averne l'esclusiva alla fine tutti soccombono. E si ricomincia...Invito a rivedere la prima scena una volta finito,quell'albero a destra. Ma forse vuol dire altro sto corto, ci devo pensare :)





Ecco,che vi devo dire, per me questo è un capolavoro...
Il tratto dei disegni è qualcosa di così straordinario da restarci secchi. A qualcuno non piacerà, io ho visto raramente di meglio a livello visivo. Cortometraggio a forte connotazione horror, a tratti fa quasi paura. Un paese desolato vive timorato di Dio. Il loro Sacerdote cerca di guidarli a seguire il Signore ma più che altro il timore maggiore non è di Dio ma del suo antagonista, il Demonio. Arriva, annunciato da un cantore, un suo messo, Il Becchino. La gente si rinchiude in casa, per chi è venuto quell'uomo simbolo di Morte? La paura serpeggia, Il Becchino non si muove. Gli abitanti non riescono a capire più cosa sia il Bene e il Male, a chi Dio rivolgersi, iniziano ad impazzire. Il Becchino stava semplicemente aspettando questo del resto.
Corto molto importante, la stilettata alla religione più bigotta è grande.
Io l'ho trovato magnifico.


buona visione




6.5.13

I corti de Il Buio in Sala (N°4): quattro ottime proposte



THE MAKER: formidabile corto in stop motion che nel minuto finale acquista così tanto spessore da renderlo quasi tragico nel suo significato. Si gira una clessidra, una strana creatura, seguendo un manuale di istruzione, inizia a costruire un'altra creatura simile a lui ma femmina. Sembra il classico tema dell'anima sola che costruisce una Lei, la propria anima gemella (penso alla moglie di Frankesntein, a May di Luke McKee ma anche a cose più banali come il video di Silvestri Le Cose in comune). Sembra solo questo, un dolce corto sulla ricerca dell'amore. Ma poi accade qualcosa, la clessidra finisce il suo tempo e il corto rivela la sua natura. L'amore è passeggero, la vita corta ed effimera, c'è sempre poco tempo per godersela. Oppure semplicemente una metafora di come la specie continua ad andare avanti nei millenni. O ancora, avere in mano il senso della vita, le istruzioni per l'esistenza ma non fare in tempo a godersi quanto creato o capito.
Grande colonna sonora ad archi, molto intensa. Corto fulminante.
VOTO 8,5 (considerando la durata)




BLINKY: Se non fosse per il finale troppo affrettato questo sarebbe un corto devastante. In un futuro imprecisato esiste un robot capace di far di tutto, ogni tua richiesta sarà soddisfatta. Si chiama Blinky e può diventare il tuo migliore amico o il più efficace tuttofare di casa desiderabile.

Un ragazzino lo compra. Piano piano però come tutti i giochi inizia a venirgli a noia, Blinky può far tutto ma non può far amare i genitori del ragazzo. Blinky inizia ad essere dimenticato, offeso, torturato.
Credo che sia difficile esprimere l'emozione nel vedere Blinky sotto la pioggia che inizia a fare il conto alla rovescia da 999.999, è da Wall-e che non provavo una cosa del genere. E i continui "no problem" che dice fino al cortocircuito li ho seguiti in apnea. Corto che analizza un tema delicatissimo che non è quello, come potrebbe apparire a prima vista, dei problemi familiari o dei maltrattamenti. No. E' quello atavico sul bene e il male, sull'esser vergognosamente buoni o tremendamente cattivi. Il finale, azzeccato ma molto cinico e freddo nella sua ferocia ( e leggermente inverosimile) rovina un pò l'atmosfera davvero incredibile creata fino a quel momento. VOTO 8,5




I'M DEAD: Qui invece il finale regala un punto in più... Sì, perchè questo corto horror italiano ben girato e benissimo fotografato (ma mal recitato), fino alla sua 3/4 è una copia quasi vergognosa dello Shadow di Zampaglione. Il bosco, le persone rapite, il tavolo delle torture, il villain, la location, addirittura lo scorpione che sostituisce la rana. Non si capisce davvero dove si vuole andare a parare. E quel IO SON MORTA come titolo e come frase iniziale sembra davvero privo di senso. Poi, meno male, nel finale ci si toglie di dosso Shadow e tutto prende un senso, anche il titolo. Rimangono molti punti oscuri e la sensazione di trovarsi davanti a un corto girato da appassionati che giocano con i clichè dimenticandosi un pò il plot. Ma è buono dai, bravi. VOTO 6,5





I'M HERE: Questo più che altro è un mediometraggio e affatto di nicchia, basti citare il regista, Spike Jonze... Se cercate in letteratura, in musica o nel cinema un'opera che racconti l'amore assoluto, quello che porta al totale annullamento di sè a favore della persona amata, allora I'M HERE è uno dei candidati al primo premio. Che dire? Corto di assordante dolcezza, accompagnato da splendide musiche e da un'atmosfera di una malinconia unica, quasi eccessiva. Jonze, una curiosità, conferma di saper usare la luce del sole come nessuno. La scoperta dell'amore è unita alla scoperta di avere finalmente trovato uno scopo nella propria vita. Il finale con quella carrozzina e quella testa tenuta in braccio è talmente straziante e duro da risultare quasi fastidioso

VOTO 8



(si trovano tutti sul tubo)

1.5.13

Recensione Stuck - The chronicles of David Rea - Le serie tv de Il Buio in Sala



Io ho un problema con le serie tv. Dopo l'esperienza Lost non sono mai più riuscito a vederne altre (prima di
Lost soltanto la formidabile, splendida, Six Feet Under, ma non tutta). Ho fatto uno strappo alla regola, ahimè, solo per il disastro The River, un pò perchè -fortunatamente-era molto breve, un pò perchè l'horror mi attira sempre. Ora, grazie all'ottimo Mymovieslive -che vi consiglio caldamente- trovo questa strana serie, Stuck. Strana perchè pur essendo completamente italiana (produzione, regia, cast e location -Roma-) è girata in inglese. E strana poi perchè non è una vera e propria serie tv ma una web series uscita a puntate sul tubo e andata avanti grazie al gradimento.
Gradimento che merita tutto, è davvero una piccola perla della nostra cinematografia.
Cercherò di esser breve ma è praticamente impossibile.
Le vicende ruotano intorno alla figura di David Rea, un Emotional Trainer, uno insomma che aiuta le persone bloccate (lo Stuck del titolo) ad uscire dall'impasse. Si parla di blocchi perlopiù emotivi, di persone che arrivano a un certo punto della vita e non riescono più ad andare avanti, a decidersi. Persone al bivio delle proprie relazioni incapaci di capire che strada imboccare.
David non è un dottore, tutt'altro. E' un nichilista, un cinico, uno stronzo, un misogino, un manipolatore. Se si presenta un uomo il consiglio (più che un consiglio, quasi un diktat ipnotico) è sempre quello, lascia la tua partner. Se si presenta la partner invece prima se la fa direttamente nel tappeto dello studio, poi si può iniziare ad analizzarla.
Un giorno sul tappeto dello studio ci finisce Emma, una ragazza insoddisfatta, partner di un uomo egocentrico e pieno di sè. Emma non finisce nemmeno di arrivare al terzo orgasmo (mentre il compagno ascolta appena fuori dallo studio) che si innamora di David. Neanche 3 minuti e David la prende a lavorare con sè. Questa è solo la prima delle brevissime 10 puntate dell'intera serie, poco più di dieci minuti l'una.

Risultati immagini per stuck david rea

Quello che sorprende di Stuck è l'elevatissima qualità dell'operazione.
La regia è di primordine, molto moderna e mai banale. C'è un gusto per l'inquadratura davvero notevole, nessun virtuosismo, ma capace di regalare una sequenza più bella dell'altra (io sono innamorato di quella sulla spiaggia ad esempio). Anche la fotografia sia degli interni che degli esterni è di qualità ottima.
Gli attori sono strepitosi: Sardonè che interpreta David Rea è una sorpresa assoluta ma non gli sono da meno il simpaticissimo Vincenzo Alfieri (Vince) o le tre ragazze, su tutte la bellissima Ivana Lotito (Emma).
Perfetta anche la colonna sonora che ha una particolarità. Tutte le volte che accompagna una scena abbastanza emozionante (e ce ne sono più d'una malgrado il tono generale da commedia) viene poi stoppata bruscamente al culmine dell'emozione.
Perchè in un certo senso anche la colonna sonora riprende il carattere del protagonista, un bastardo che dei romanticismi e delle emozioni se ne infischia. Ed è qui il punto forte di Stuck,ossia i suoi personaggi e lo script in generale. Lui è strepitoso, bastano i primi 30 secondi del prologo con quella gomma schioccata in faccia alla ragazza per inquadrarlo. David dice sempre pane al pane e vino al vino, gli piace manipolare le persone, se possibile anche rovinargli la vita. Ma tutti ne restano affascinati, sia i personaggi che gli ruotano intorno che noi spettatori. Narcisista all'inverosimile (anche se in una delle tante fulminanti battute risponde a un "fottiti" con un "non sono ancora così narcisista"), sicuro di essere in grado di convincere qualsiasi persona a fare qualsiasi cosa. Non c'è una donna in tutta la serie che non vada a letto con lui o non ci voglia andare. Per lui è puro sesso, per loro no, ci sono sempre diverse motivazioni dietro.
Emma ad esempio è una giovane ragazza che crede nell'amore, Splendido a tal proposito l'accorato e disperato discorso sull'amore femminile che fa ad un paziente di David (che nel frattempo invece pensa solo a farsela...).
Vince è l'avvocato di David. Involontariamente goffo, colleziona due di picche dove David cala assi a non finire. E' un ragazzo dal grandissimo cuore, sa subire e perdonare, aiutare e voler bene. Memorabile la ginocchiata sulle palle che si prende da ubriaco.
Ottimi anche tutti gli altri, Ramona, l'ex moglie del defunto fratello gemello di David, che per vendicarsi dall'essere stata sostituita da Emma allo studio pretende un figlio da David (come pretendere un buon libro da Moccia) e Lisa, bella da far paura, che piano piano viene fuori come personaggio affatto secondario, anzi, l'unica che ha qualche potere su David.




La serie è politicamente scorrettissima, l'amore e i buoni sentimenti calpestati di continuo, il sesso visto come naturale deriva di ogni rapporto, anche appena instaurato. Si ride molto, si resta affascinati, si vuole andare avanti per capire che succederà. Ci si sorprende per dei dialoghi di una brillantezza unica,sospesi tra il comico e il tragico, divertente ed emozionante. Ogni personaggio ha le sue sfaccettature, le sue peculiarità, ed è un miracolo vista la brevissima durata della serie.
La serie non  ha particolari macro-eventi, scorre veloce senza prendersi troppo sul serio. Ma nelle ultime due puntate accade qualcosa. In David forse sta maturando qualcosa (il dialogo nel quale Emma cerca di fargli tirar fuori un ti amo è un gioiello), quel personaggio così tutto di un pezzo ha un passato e un possibile futuro diverso da quello che è.
E l'ultima puntata il colpo di scena arriva, eccome se arriva. Lo spettatore resta confuso per più di un motivo,  la vicenda sembra quasi assurda ma colpisce lo stesso. Il primo ad esser stato bloccato in passato, stuck, fu proprio David. E il modo che decise per venirne fuori è sorprendente.
Stuck è cattivo, irriverente, corrivo, brillante, originale (penso all'Annunciazione), intelligente, dolce ed emozionante. E le tematiche che affronta con un sorriso sulle labbra sono importantissime, perchè niente è più importante del rapporto con le altre persone o con chi si ama. Non è un capolavoro ma un piccolo miracolo di passione e tecnica.
E David Rea un personaggio indimenticabile.

( voto 8 )


30.4.13

Recensione "Nella casa"


Potrei fare il critico fico e dire che sto film di Ozon è un gioiello.
Potrei farlo perchè forse lo è davvero.
Ma non sono un critico fico (al massimo affascinante, ma fico no e nemmeno critico se è per questo) e probabilmente non ho il giusto background culturale per apprezzare al massimo questo film che in alcuni momenti mi è parso andare oltre le possibilità di mia (piena) comprensione. Non che sia un film difficile di per sè, ma è senz'altro un film colto, molto colto.
Tra l'altro il soggetto mi attirava da matti, un mix tra cinema e letteratura fantastico.
Uno studente, attraverso dei temi scritti, racconta al suo professore di lettere la sua morbosa ossessione verso la casa di un suo amico, quella casa grande e bella come quelle di una normale famiglia borghese. Inizialmente l'interesse sembra solo per la casa ma più i temi (e le visite dall'amico) aumentano più il ragazzo sembra entrare in intimità con gli abitanti della stessa, il suo compagno di classe e i suoi genitori.
Il professore, affascinato dalla scrittura del giovane e anch'esso oramai morbosamente attratto da quella famiglia costringe il ragazzo a proseguire, andare sempre più avanti, entrare sempre più spesso nel cuore di quella casa e di quella famiglia.
Il soggetto è strepitoso.


La prima mezz'ora è un omaggio straordinario alla letteratura.
Qual è la differenza tra realtà e romanzo? E' possibile raccontare la prima? Colti discorsi tra naturalismo (descrivere la realtà così com'è), parodia della stessa o pura invenzione sono al centro dei dialoghi tra lo studente e il professore.
Claude racconta davvero quello che accade in quella casa o il tutto è filtrato dalle sue parole, dal suo punto di vista, dalla letteratura?
All'inizio al professore sembra interessare la verità ma più si va avanti più la vita di quella famiglia diviene invece una specie di romanzo che Claude in qualche modo deve scrivere per lui. Bisogna aggiungere conflitti, dare più spazio ai personaggi, porsi un obbiettivo, creare un finale. In una parola inventare. E lo spettatore da questo punto in poi rimane anch'esso confuso, i confini tra ciò che è vero e ciò che Claude potrebbe essersi inventato non esistono più.
Claude siede in fondo alla classe, è il posto dove lui vede tutti ma nessuno lo vede. E' il ruolo dello scrittore per eccellenza, quello onnisciente ma fuori dalla vicenda. E anche a casa dell'amico Claude è sempre là, ad osservare tutto, ma perlopiù nascosto. Ascolta tutto,vede tutto. O almeno così racconta. Ma piano piano il suo ruolo nel romanzo diventa quello di protagonista della storia, le sue azioni non sono più passive ma tremendamente decisive ed importanti. Nel frattempo la vita del professore va a rotoli, la sua ossessione per il ragazzo e per quello che va scrivendo lo allontanano dalla vita reale.
Il film a mio modo di vedere sarebbe stato fantastico se avesse premuto l'acceleratore su questa atmosfera opprimente, morbosa, pericolosa, sfuggente. Ne sarebbe venuto fuori un noir sui generis senza vittime di altissima fattura o un thriller psicologico molto ansiogeno e serrato. Ozon inizia invece a stemperare la tensione inserendo sequenze irreali -quelle in cui il professore entra in scena "fisicamente" pur non essendoci nella realtà- che se da un lato danno più valore alla dicotomia romanzo-realtà che lo stesso regista sta raccontando, dall'altro rischiano di far cadere tutto il castello. E la stessa cosa capita con alcune scene del giovane protagonista e le due donne accompagnate da musichette da commedia.




Meno sarcasmo, meno gusto per la commedia nera avrebbe giovato, così il rischio di un cortocircuito tra generi è stato troppo alto.
Come nel miglior romanzo aspettavo il guizzo, aspettavo che il racconto crescesse ma invece Ozon non riesce a chiudere la vicenda nel migliore dei modi.
Anche se il dubbio che ci rimane alla fine di chi manipolasse chi è davvero suggestivo.
E quelle parole che i due mettono in bocca a quelle donne sul terrazzo, quella scena, è davvero potente. Ancora una volta viene fuori il potere del racconto, dell'inventiva e la millenaria impossibilità di conoscere la realtà così com'è.
La vita è un romanzo da scrivere.
O, come ci suggerisce il finale con quella specie di sipario che si chiude, una semplice rappresentazione teatrale.

( voto 7 )

29.4.13

Recensione: "L' uomo che verrà"


Martina non parla più ma vede tutto.
Guarda.
Osserva.
Martina vede la macellazione di un maiale, le donne che intrecciano le ceste, due giovani che provano con paura e timidezza a scoprire l'amore in una stalla, la sua numerosissima famiglia che balla e si diverte in cantina.
Martina osserva la vita contadina nella quale sta crescendo, quel mondo quieto e noioso, puzzolente di letame e odorante di marmellata fresca,quel mondo con le uova ancora calde di chioccia e il vino appena creato da quell'uva lì vicino.
Martina non parla più, prima lo faceva però.
Ma vede tutto.
Martina vede che c'è qualcosa che non va, che quel mondo quieto e noioso non è poi così quieto, non ha più la magia della noia del ripetere ogni giorno gesti che vanno avanti da millenni. C'è tensione, persone che arrivano e partono, animi riscaldati senza bere vino.
Martina non parla più perchè un giorno il fratellino gli è morto tra le braccia. Come un pulsante, clic, non parla più da allora.
Ma vede tutto.

Risultati immagini per l'uomo che verrà

Vede la pancia di sua madre gonfiarsi di nuovo, ogni giorno un pochino di più. Quella lì diventerà la sua personale clessidra, il count down che gli riporterà indietro tutto quello che aveva perso.
Martina vede e capisce che c'è qualcosa di brutto nell'aria. Quei posti dove tutta la sua famiglia vive da secoli non sono più soltanto loro. C'è gente che viene, che vuole cose. E gente a cui questo non sta più bene, gente che inizia a nascondersi, non solo per paura adesso ma per difesa. E vendetta.
Martina si immagina dei paracadute che arrivano dal cielo, uomini che verranno, chissà chi saranno.
Martina ha 8 anni soltanto.
E nel bosco vede quelli che considerava i buoni sparare in testa a uno dei cattivi. Perchè Martina non può sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa bisogna fare per sopravvivere e difendersi, a cosa può portare la disperazione. Martina non sa cos'è la guerra e le sue leggi.
Ma il fratellino nasce, Martina è felice, la vita può ripartire.
Ma non ci sarà nemmeno il tempo di cantargli una ninna nanna.
Perchè da lì in poi Martina vedrà cose che non solo un bambino ma nessun essere umano dovrebbe avere la possibilità di vedere.
Vede la madre falciata da una scarica di mitra.
Vede la gente, donne e bambini, portata a forza dentro chiese e cimiteri.
Non vede ma forse sente lontano gli spari di un massacro indegno.
Un massacro eseguito da bestie con il volto umano.



Non vede, e forse non si può nemmeno immaginare, quell'uomo che passa tra i corpi ad infliggere i colpi di grazia. Questa grazia così particolare, così inumana.
Martina forse non vede ma sente però -perchè gliela tirano addosso- la bomba scaraventata nella piccola chiesa dove l'hanno portata insieme agli altri.
Martina è illesa e vede il massacro intorno a lei.
Martina non ha visto e forse non saprà mai di suo padre, che con il cuore ormai lacerato e il cervello impazzito si concede alla morte.
C'è solo una cosa che deve fare, tornare dal suo fratellino.
Lo prende e lo riporta nella loro casa, quella casa ormai di gente deserta, di gente che nemmeno potrà tornare, sacrificata in un eccidio vergognoso.
Martina è finalmente sola con lui, lo tiene in braccio e lo culla.
E' nato nel 1944, quel bimbo è l'uomo che verrà dopo l'orrore, l'uomo che, se passa questi ultimi mesi di guerra, vivrà in pace in un' Italia diversa.
Martina ha chiuso il suo ciclo, ciò che era morto tra le sue braccia ora vive tra le stesse.
E parla Martina.
Canta.
Ninna nanna fratellino.

( voto 9 )



27.4.13

Buio in Sala Crazy Video (N°2): i rischi dei games online

Dovevo scrivere del meraviglioso L'uomo che verrà, sono 4 giorni che dovrei farlo a dir la verità.
Ma la testa non c'è un granchè, spero di scriverne comunque presto perchè merita.
Quindi, siccome non so che cavolo fare e visto il successo della precedente puntata  vi posto un nuovo video incredibile.
Mi accompagna da 10 anni.
E' un monito.
Va bene giocare, va bene appassionarsi.
Ma c'è un limite a tutto.


26.4.13

Recensione: "Castaway on the moon"




presenti spoiler

Nella vita tutti possono sentirsi dei naufraghi.
Sempre meglio naufraghi che alla deriva comunque, il naufragio è in qualche modo sempre un punto d'arrivo.
O di partenza.
La vita è un mare così periglioso, così insidioso, così difficile, così pieno di occasioni mancate e umiliazioni (vedere la strepitosa scena sul pelo dell'acqua, un riassunto di come tutto, affetti, lavoro e amore sia andato a rotoli) che a volte è una deriva 
                                                   insostenibile da reggere.
Allora Lui decide di farla finita e si getta nel fiume Han.
Ma il piano fallisce, il signor Kim si ritrova in un'isola deserta. Una piccola isola appena sotto il ponte dove si è gettato. Ma sempre un'isola è, se all'orizzonte invece del mare aperto ci sono i palazzi della tua città non cambia nulla, comunque sei solo. 
Su un'isola. 
Questo naufragio è un punto di partenza nuovo per lui.
E poi c'è Lei.

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Stesso cognome, Kim.
Anche a lei la vita fuori fa paura, così paura che vive da 3 anni reclusa in una camera nella quale non accetta nemmeno di ricevere la luce del sole. Perchè anche il Sole è un'insidia, uno sfregio alla nostra intimità.  Lei fa foto alla Luna, quella sì placida, bella e misteriosa.
Il suo naufragio non è come quello di Lui, non è un nuovo punto di partenza, ma uno doloroso di arrivo.
Solo due giorni all'anno la città si ferma, all'arrivo della primavera e dell'autunno, solo due volte sembra deserta, per via di una tradizione coreana. 
In quel caso, solo in quel caso, lei prende la sua macchina
fotografica/telescopio per vedere la città anzichè la luna.
 E per caso vede lui, laggiù, in quell'isola.
E' il suo alieno.
 Lo fotografa e sovrappone le foto di lui a quelle della luna attaccate al muro. 
Perchè solo in Korea sanno scrivere poesie facendo film.
Kim e Kim sono due alieni, due entità che col pianeta Terra c'entrano più nulla.


Lui cerca in tutti i modi di (re)imparare a vivere adattandosi all'isola, lei, spiandolo, inizia a sentire sempre più forte il bisogno di uscire da quella stanza. E' come un elastico, più lui tira la sua vita verso l'isolamento più lei viene attratta dall'uscire.
Impressionanti le metafore che si celano dietro a questa perla coreana. E non solo quelle evidenti dell'uomo naufrago della vita che scappa dai propri "doveri". E non solo quella dell'alieno, del sentirsi diversi da tutto e tutti (il titolo è magnifico).
Ci sono tante piccole cose, su tutte la meravigliosa, divertente e straziante necessità di  lui di mangiare degli spaghetti ai fagioli neri sull'isola, un desiderio incontrollato e incontrollabile, un'ossessione che in qualche modo lo terrà mentalmente in vita. Ha trovato la bustina del condimento (un'isola, ovviamente, che essendo urbana è piena di scarichi). Mancano gli spaghetti. Ed è qui la metafora. Se si è convinti di poter raggiungere un'obbiettivo si fa di tutto per ottenerlo. Probabilmente si diventa ancora più intelligenti. 




Il signor Kim prende il guano degli uccelli, sperando nasconda semi. Crea un orticello, "pianta" il guano. Un giorno cresce una pianta di mais che gli darà farina di mais etc etc... Sta di fatto che quegli spaghetti creati dal nulla rappresentano tutto, un sogno che si avvera o il raggiungimento di qualcosa che si è costruito. E mangiandoli, probabilmente, Kim per la prima volta in vita sua si è sentito veramente felice. 
E noi, come quando Ego assaggiò la ratatouille, restiamo affascinati ed emozionati da tanta bellezza.
Si ride, si piange, ci si emoziona.


Lo si fa per un dito dietro l'obbiettivo della macchina fotografica che aiuta lui a spingere quell'anatra, per la stessa anatra, oggetto inanimato che diventa personaggio in grado di toccarci il cuore, per una corrispondenza strana, lei che gli getta nell'isola biglietti dentro bottiglie e lui che gli risponde con frasi scritte nella sabbia, per una notte in cui (ancora una metafora) si perde tutto quello che si è costruito in una vita, per una corsa disperata, finalmente fuori, finalmente alla luce, finalmente senza casco protettivo per nascondersi verso qualcosa che non si può perdere. La scena è praticamente identica al finale di Truman Show, lei che parte appena vede che lui torna nel mondo reale (lì per scelta, qui per costrizione).

Ma non la vediamo solo partire, la vediamo correre.
Corre lei, corre.
Corre questa ragazza che per 3 anni non ha mai trovato una sola ragione di vita.
Corre disperata perchè se non lo raggiunge è tutto finito, niente ha più senso.
Corre più che può, ma un autobus sarà sempre più veloce di te.
E' finita, il pianto disperato è il pianto di chi in pochi secondi sa di non avere più niente, nessun obbiettivo, nessuna speranza.
Ma la città si ferma solo due volte all'anno, ricordate?
All'inizio della primavera e in quello dell'autunno.
E oggi è quella seconda volta.
L'autobus, da qualche parte, è fermo.
Ricomincia a correre.

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La città si ferma solo due volte in 365 giorni. Poche decine di minuti.
La prima volta, per caso, lo vedesti su quell'isola.
La seconda, stavolta non per caso ma perchè è la cosa più importante che tu abbia mai fatto, lo vedrai in quell'autobus.
"Who are you?" aveva chiesto l'uomo sulla sabbia prima di essere portato via, senza ricevere nessuna risposta.
Adesso lei è lì, può dirgli il suo nome.
E poi te le dirai il tuo.
Fallo dopo, prima finisci di piangere.

( voto 9 )

25.4.13

Recensione " Le streghe di Salem"


Rispetto a La casa del Diavolo in un aspetto Rob Zombie è riuscito pure a migliorare.
Farci vedere il culo di sua moglie Sheri Moon non solo per 15 secondi ma 3,4 minuti buoni, sia nella versione già vista nel precedente film vedo/non vedo sia, stavolta, anche in plein air, completamente libero.
Sì perchè per il resto Lords of Salem è uno scempio cinematografico come raramente ne ho visti negli ultimi anni, una pellicola così vuota nel suo tentativo di pienezza, così fastidiosamente tronfia ma al contempo banale da fare fatica ad arrivare in fondo.
Chi mi legge sa che è quasi impossibile che io demolisca un film, che tento sempre di salvarlo, che -perchè magari dopo questa rece a qualcuno sembrerà così- non mi sono mai sentito urtato in quanto credente.
Ma c'è un limite a tutto.
Questo film è un'esaltazione al satanismo quanto World Invasion lo era al corpo dei Marines.
Ci sono poche tipologie di persone che possono apprezzarlo.
1 I fan accaniti di Zombie che non riescono nemmeno a distinguere un capolavoro come La casa del diavolo da una boiata come questa.
2 tutti quelli, specie le nuove generazioni, cresciute con l'odio verso tutto ciò che concerne la religione. Ah, loro si esalteranno alla grande vedendo papi con visi di fango che si fanno le seghe o madonne rivisitate. Ma non capiscono che esaltarsi per queste cose li mette sullo stesso piano di tutte le nefandezze e discutibili posizioni che vorrebbero combattere riguardo la Chiesa.
3 i satanisti che, seppur IMHO abbiano un quoziente intellettivo più basso dei due precedenti punti, almeno nella loro devianza hanno tutto il diritto di farsi piacere il film.
Che poi, parliamoci chiaro, Lords of Salem mostra la corda proprio sul lato cinematografico, ce ne potremmo anche sbattere del continuo inneggiare a Satana e alla decine di scene penosamente blasfeme messe dentro.


La storia non sa di niente,la trovata del disco che tramanda un certo "potere" è ottima ma per il resto niente di niente. Nel 2013 siamo ancora costretti a vedere tutti gli stereotipi possibili riguardanti le streghe: i canti, i riti, le facce brutte e cattive, i sacrifici, le maledizioni, i roghi per bruciarle, le risate malefiche E il loro Signore, Mr Satan,visto in tutte le maniere, caprone, Yeti (quando entra la prima volta nella stanza numero 5, meno male non la 666), bambino deforme-con una live zoppia- e chi più ne ha più ne metta.
Non c'è una singola sequenza da ricordare, forse la migliore è addirittura il dialogo tra le 3 sorelle e il ricercatore davanti la tazza di thè. E Zombie toppa anche in una componente che in un film del genere avrebbe fatto la differenza, i visi. Le 7 streghe e le 3 sorelle sono inquietanti come il parmigiano invece del pecorino nella carbonara, il ricercatore sembra un allocco, il collega nero di lei pare un personaggio di un cartone animato, tipo Cleveland dei Griffin. L'unica che funziona è lei, Sheri Moon, splendida ragazza e ottima attrice che qui conferma il suo carisma, la sua presenza scenica.


Poi per il resto sputi ai bambini, parti in onore del Diavolo, 6,7 volte la stessa sequenza, noiosissima, delle streghe vecchie e nude che inneggiano a Lui (a proposito, Zombie co le donne nude c'ha la fissa, maialone...), senza dimenticare poi le sequenze più trash, i goffi tentativi di blasfemia scioccante come la fellatio del prete, i papi sopracitati che si sollazzano o tutte le offese che si prende il povero Gesù, pace all'anima sua.
Ragazzi,il film è noioso, banale e malfatto, se non siete nelle 3 categorie sopracitate sono sicuro che la pensate allo stesso modo. E dire che il trailer mi prendeva da morire, credevo che fosse un horror quasi epocale. I detrattori di Von Trier dicono che faccia film patetici, manifesto della sua pazzia, malattia e onnipotenza. Ma a livello cinematografico, anche se lo odi, non puoi non restarne affascinato.
Zombie ha fatto un film che manifesta la sua pazzia, malattia, blasfemia e onnipotenza.
Ma asciuga asciuga non rimane comunque nulla.
E pensare che mi aveva così affascinato con quella famiglia di pazzi, loro sì demoniaci, dei Firefly.

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Nel prossimo film fai quello che vuoi nostro nuovo profeta.
Ma dacci 7 minuti del sedere di tua moglie.
Intendo in immagini, non arrabbiarti.
Per il resto non importa.

( voto 4 )

23.4.13

Recensione: "Confessions" - Horror Underground - 4 -




Torna la rubrica sui film horror e/o disturbanti poco conosciuti al grande pubblico. Le precedenti puntate sono nel box in alto.

Mancato capolavoro.
E' stata fortissima la tentazione di piazzare (minimo) un bel 9 a questa grandissima pellicola di Nakashima.
Storia affascinante se ce n'è una,confezione magistrale, intreccio che si dipana splendidamente.
Eppure malgrado le terribili vicende trattate -credo che raramente il termine quasi infantile "cattivo" si possa adattare meglio a una pellicola- malgrado tutto quello che succede, è così alto e invadente il livello cinematografico del tutto che lo spettatore rimane più coinvolto e preso dalla bellezza di quello che sta vedendo che dalle vicende narrate e dalle emozioni. L'uso dei ralenti, la voice off presente dall'inizio alla fine, la fotografia, la perfezione stilistica, la cura certosina di come viene svolta la trama, tutto contribuisce a vedere che c'è troppo cinema a manovrare i fili del tutto. Non che altri capolavori come Old Boy o Lady Vendetta sotto questo aspetto latitassero, anzi! (specie il secondo) ma qui si avverte un leggero senso di fastidio, difficile spiegare perchè.
Ma il film è e rimane splendido, a lasciarsi trasportare senza troppi sofismi è un capolavoro senza se e senza ma.
Rimane splendido perchè se l'autorialità è troppo invadente nelle confezione certo non latita anche nei contenuti. Confessions è un film che a perderci tempo ci si possono scrivere pagine su pagine.

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Il senso della vita, il valore della stessa, la cattiveria e l'odio umano, il nichilismo che prende al petto già a 13 anni, la vendetta non fredda ma elaborata, il disagio giovanile, il bullismo, l'importanza degli affetti, il dolore "perfetto" per la perdita della propria figlia, lo spirito di emulazione dei nostri bambini, il senso di colpa scontato per tutta la vita. Forse anche troppe le cose che ci si trovano dentro.
La narrazione è particolarissima sia a livello temporale, perchè la vicenda ha un presente, un passato e un futuro che continuamente si intersecano tra di loro (con un uso dei flash back davvero particolare perchè non sono tutti antecedenti a un singolo e dato fatto ma a più piani del presente della narrazione, ossia quello che può essere un flash back rispetto un certo punto può rivelarsi un flash forward da un altro punto di vista) ma anche, per l'appunto, per i diversi punti di vista, le confessions del titolo, per cui ogni volta un personaggio (con voice off) prende il testimone da un altro e ci racconta quello che succede o è successo.

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Lo spettatore rimane affascinato perchè non è tanto la vicenda a cambiare quanto le motivazioni o le reazioni dei diversi personaggi. Qui si parla dell'omicidio (a metà film si scopre ancora più terribile di quanto sembra) di una bambina di 4 anni da parte di due 13enni (molto simile alla vicenda alla base del bellissimo Boy A) e della subdola, calibrata, terribile vendetta più psicologica che fisica che la madre della bambina attua verso di loro, tra l'altro suoi studenti.
Il mondo degli adolescenti raccontato in Confessions è così sbagliato, perverso e preoccupante che in confronto l'immenso Eden Lake ci andava leggero. Delitti per esaltare sè stessi, delitti pe dimostrare qualcosa, delitti per noia o per fama, delitti perchè tanto non si è condannati, delitti per emulazione. E la cattiveria dei coetanei a quell'età può raggiungere livelli quasi inumani (il foglio degli auguri "cifrato" appeso al muro fa rabbrividire).

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Resta comunque un film di vendetta, di vendetta manovrata e calibrata come quella in Old Boy. E, vuoi per un caso o no, gli ultimi meravigliosi, quasi sublimi 10 minuti ricordano tanto il capolavoro di Park. Anche qui viene premuto un tasto e anche qui premendolo si hanno effetti devastanti, opposti a quelli previsti. E anche qui la pena più grande non sarà la morte ma il senso di colpa da scontare in vita (anche se il Old Boy il "mostro" forse se ne va).
Ma il capolavoro di Confessions, la perla di sceneggiatura che quasi fa gridare al miracolo è quella sveglia che funziona al contrario. E' la prima invenzione di Shuya, il primo tentativo di avvicinarsi alla madre attraverso il suo talento. Rimane lì, ancora funzionante, in quello studio devastato (sogno o no non importa). Shuya la prende e il tempo, come le lancette, comincia ad andare all'indietro fino a quando non raggiunge di nuovo il volto della madre fiero di lui. L'emozione è fortissima. Ma appena raggiunta la felicità il tempo poi va inesorabilmente di nuovo in avanti, la tragedia non si può cancellare. E quando il finale sembrava già cattivo abbastanza arriva la gelida frase di Yuko. No, nessuna rinascita. certe vite possono fermarsi anche a 13 anni. E' solo il corpo ad invecchiare.

( voto 8 )

22.4.13

Recensione "La città ideale"




Lo Cascio è venuto qui a Perugia a presentare questo ottimo esordio dietro la macchina da presa. 
Peccato che io abbia inavvertitamente scelto la seconda proiezione cosicchè non solo mi sono perso più di un'ora di dibattito post prima proiezione ma ho iniziato la mia alle 23.40 (anzichè 22.30) e, ovviamente per noi, finito il film all'una e 20 di notte non c'è stata nessuna discussione...
Però Lo Cascio ci ha presentato il film 10 minuti, giusto per inquadrarlo e "lamentarsi" (giustamente) dell'indecente distribuzione italiana che assegna il numero di copie ancor prima di vedere i film. E' il solito discorso, siamo noi a decretare cosa piace o cosa non piace o sono "loro" a farlo a tavolino per noi?
Il nuovo pubblico, quello cresciuto a pane ed effetti visivi, ha colpa di alimentare solo questo settore oppure è il mondo della distribuzione ad averlo allevato così?
La città ideale è stato distribuito in 20 copie, una cifra ridicola.
E così nella prima scena, quella in cui il protagonista -malato delle energie alternative, niente acqua, luce e gas- mette dei secchi per raccogliere l'acqua piovana mi sono immaginato che quei secchi fossero la ventina di copie del film e l'acqua che dovevano raccogliere i possibili consensi. 
Beh, restando dentro metafora mi auguro un temporale per Lo Cascio. 
Io intanto il mio bicchiere d'acqua ce lo metto.

Michele Grassadonia è un architetto palermitano trapiantato a Siena (informazione molto importante alla luce del finale). Per farla breve una notte trova un corpo riverso sulla strada. Lo soccorre, chiama la polizia ma una serie di casualità sfavorevoli lo porta ad essere l'indiziato.

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Si è parlato molto di Kafka per questo film. In realtà l'immenso scrittore ceco scappa fuori troppo spesso quando un film affronta certe tematiche come il disagio interiore, la surrealtà, il non riuscire a difendersi, il tormento, il sentirsi imprigionato in qualcosa di indefinito, la burocrazia etc... etc... .
Io ci ho visto tanto anche dei racconti di Gogol, questa atmosfera tra il tragico e il comico, queste povere persone a cui accadono piccoli e strani avvenimenti, questa "società" sfuggevole e pericolosa.
L'intreccio è semplice, un pasticciaccio brutto dal quale Michele non riesce ad uscire.
Prima di trovare l'uomo il protagonista ha investito qualcosa, o qualcuno. Il pensiero lo tormenta, sa che la sua salvezza può trovarla solo in quel ricordo (perchè giustificherebbe uno dei due danni alla carrozzeria, quello decisivo).
Michele non vuole usare mezzucci per difendersi, nessuna tattica, crede che l'unico modo per salvarsi sia semplicemente dire la verità, anche se questa sembra così strana, confusa e piena di arzigogoli.
Il film è un dialogo dopo l'altro, un tentativo di tutti di capire cosa è successo quella notte.
Il Caso è stato senz'altro decisivo, tutto -e qui quella letteratura tragicomica a cui accennavo- sembra aver giocato contro Michele. Da 8 anni non guidava, prende la macchina proprio quella sera. Da almeno 10 giorni non pioveva (lo si nota dai foglietti iniziali), quella notte il temporale. E poi investire quel qualcosa o qualcuno prima di trovare un corpo. La macchina è ammaccata, tutto fa sembrare sia stato lui. Fortuna che un collega (a proposito, Michele è odiato da tutti per le sue manie ecologiche) a un certo punto gli dice "col solito culo che c'hai...".




Lo Cascio (al solito bravissimo come attore) riesce nell'impresa di confezionare un'opera prima che ha un proprio stile. E' forse proprio nella ricerca dell'originalità e della commistione di generi che ogni tanto incappa in qualche scivolone. Ad esempio l'indagine è abbastanza blanda, troppo per fare di questo un thriller o un noir serrato. E il ricorso ai sogni (di solito le sequenza oniriche sono sempre segno di autorialità) davvero gratuito a volte. Lo spettatore tende a credere che quelle sequenze porteranno alla fine al ricordo di cosa è successo quella notte mentre invece l'illuminazione ci sarà sì, ma con una botta in testa e un dipinto, altro che sogni. E il tentativo d inserire una Lei (magnifica ragazza) nel plot si rivela alla fine per nulla significativo (rapporto un pò simile a La migliore offerta). Peccato perchè singolarmente i due personaggi, il protagonista e lei, avevano una propria caratterizzazione davvero forte e non mancano intuizioni in tal senso (ad esempio gli studi della ragazza sulla cattura...).
Ma il film funziona alla grande, alcuni dialoghi sono veramente ben scritti, gli attori, quasi tutti del sottobosco italiano, sono ottimi e la regia, come dicevo, dimostra di avere gusto e stile. Tanti i primissimi piani, alcuni magnifici.
La qualità più grande del film, però, è che è pur trattandosi di vicenda molto verosimile e, in parte, anche tendente alla critica sociale, non c'è mai un senso di verosimiglianza totale, sembra tutto assurdo e grottesco. L'ufficiale giudiziario in carne che dialoga affannosamente per le scale ma poi non entra in casa, il dialogo con l'avvocato col cinese a far la spia, l'interrogatorio finto con la madre, lo stalliere con le ceneri del cavallo, fanno sì che Lo Cascio, anche se si dice il contrario, si discosta molto da certo cinema verità, pur prendendolo sicuramente ad esempio.


Poi nel finale il personaggio della madre (la vera madre di Lo Cascio) è così straordinario che illumina il film di luce propria. E l'avvocato palermitano si candida come miglior personaggio della pellicola ( e Burruano, credo zio di Lo Cascio, come miglior attore).
Ala fine Michele per salvarsi deve tornare alle proprie radici, alla chiassosa Palermo contrapposta alla placida ma oramai nemica Siena.
E' un omaggio alle proprie radici davvero potente per il regista.
E c'è, anche, qualche velata critica, specie in quel "i modi per convincerli li troviamo".
E in un finale molto inaspettato quel sorriso può voler dire tante cose.
Una parvenza di tranquillità ritrovata, un improvviso capire come va il mondo, un sorriso carico di tensione per quello che dovrà avvenire con i "metodi" palermitani, il ritrovarsi in mezzo alla propria gente e riconoscersi.
O semplicemente un sorriso per quei funzionari che si tirano le cartelle.
Questo è il Sud.
E ride Lo Cascio.
Bravo Luigi.

( voto 7,5 )