27.9.15

Lo Spazio (In)Visto, Viaggio nel cinema dimenticato (N°4): Dall'hotel Monterey alla stazione di Bruxelles: i viaggi di Chantal Akerman


Altro imperdibile pezzo del nostro Frank di Visione Sospesa sul viaggio nel cinema più nascosto e inaccessibile.
E' la volta della regista belga Chantal Akerman.
Per cultori veri.
In fondo all'articolo trovate tutti i link alle recensioni complete dei film e, qualora esistesse, anche il link per la visione.
Per ogni chiarimento, richiesta o altro potete contattare Frank nel suo blog o, da adesso, anche nella sua pagina facebook di Visione Sospesa (omonima).

Ci sono vari motivi per approfittare del quarto appuntamento con "Lo Spazio (In)Visto" e stendere così un concentrato, per quanto possibile, sul primo cinema formativo, quello realizzato nei Settanta, dell'avanguardista Chantal Akerman (Bruxelles, classe 1950). Uno è sicuramente l'immediata sintonia provata entrando in contatto con i suoi film; per il sottoscritto (ma non solo), infatti, la cineasta belga resta tra le esponenti antesignane più rappresentative di quel cinema che ad oggi, abbiamo finito per descrivere come minimalista (o contemplativo). Un altro motivo è che nonostante ciò, in rete (perlomeno nei risultati in italiano), esiste ancora una certa scarsità d'informazioni su tale cineasta e i suoi lavori.
Ma l'idea di partenza per il titolo di questo speciale, risale a parecchio tempo fa, e precisamente dopo aver fruito della visione di Les Rendez-vous d'Anna (1978), che lo si può in effetti interpretare come un film sul viaggio, e per certi aspetti autobiografico, dove c'è questa protagonista dalla personalità enigmatica, Anna, una filmmaker che gli impegni per la presentazione del suo ultimo film portano a continui spostamenti per l'Europa (e non solo), durante i quali assistiamo a relazioni e delusioni; a rapporti fugaci ed altri imperturiti (come il rapporto con la madre) che riflettono chiaramente la vita reale della regista stessa. "La geografia del film è rigorosamente composta di treni, stazioni ferroviarie, cinema, abitacoli di automobili e camere d'albergo. E' una geografia di transiti e in questo panorama mobile, strutturato da un viaggio in treno, seguiamo le tracce di un percorso intimo."(1). Transiti, che la Akerman ha compiuto fin dagli albori della sua carriera e che tematicamente hanno costituito gran parte del suo cinema, le cui radici vanno cercate retrocedendo alla fine degli anni Sessanta, per la precisione nel 1968. Di quell'anno è infatti il suo primo cortometraggio, Saute ma ville, e da lì prende il via quello che ad oggi rimane indubbiamente il decennio più interessante.


All'epoca, la regista era nota nei circuiti più underground per l'audace sperimentazione formale dei suoi primi lavori (lunghe sequenze a camera fissa, assenza o impercettibilità di movimento, estensioni temporali, astrattismo), specialmente quelli girati a New York, e per la sua capacità di far emergere dall'osservazione prolungata dei suoi "ritratti", tutte quelle tematiche da lei particolarmente sentite, come la sessualità (Je tu il elle); i ricordi e la distanza (le missive con la madre in News from Home ed ora, nel recentissimo No Home Movie, presentato all'ultimo Locarno), i drammi che possono scaturire da una quotidianità viziosa (Jeanne Dielman) nonchè, i già citati viaggi che trovano in Les Rendez-vous d'Anna, la cosiddetta "stazione d'arrivo" per questo suo primo percorso. Detto ciò, volendo anche individuare un'effettiva "stazione di partenza", è opportuno iniziare dalla sua trasferta a New York, nel 1971. Consapevole d'aver trovato nella "Grande Mela" terreno fertile per la propria creatività, la regista comincia a frequentare gli ambienti delle avanguardie newyorkesi, interessandosi ai lavori di artisti quali Andy Wahrol, Jonas Mekas, Stan Brakhage ed essendo sempre più attratta dal loro modo di concepire un cinema che potesse svincolarsi dalla narratività classica e suscitare altrettante emozioni, essenzialmente con la potenza delle immagini.
Nello stesso periodo, Akerman conosce Babette Mangolte, direttore della fotografia per Wavelenght di Michael Snow e inizia così una collaborazione artistica che la porterà a realizzare, l'anno successivo, i due primi film dall'impianto tipicamente sperimentale: La Chambre, cortometraggio di dieci minuti girato all'interno di una stanza, dove la lenta roteazione della cinepresa a 360° immortala sempre gli stessi oggetti per quattro volte (esperimento concepito appositamente per ravvivare l'attenzione dello spettatore verso qualsiasi minima alterazione visiva che può generarsi ad ogni passaggio) e Hotel Monterey, il film che a tutti gli effetti può considerarsi il suo esordio, nonchè un prolungamento del progetto precedente.
 Da qui, il rapporto abitazione-famiglia-viaggio, diverrà la tematica fondamentale in gran parte dell'operato della Akerman. Privo di audio e girato in 16 millimetri all'interno del fatiscente Upper West Side Hotel, un albergo sulla 94a Strada a New York, Hotel Monterey è un film insinuante; una lenta e silenziosa incursione nell'assenza più integrale (sonora, corporea), un'indagine meticolosa sull'invisibile vita dei pernottanti, in prevalenza persone anziane o emarginati dalla società, i cui tratti somatici sembrano mimetizzarsi con l'architettura ambientale. I corpi, sono qui pura presenza evanescente, celati nelle stanze, dietro le porte, nelle cavità più imperscrutabili di quel luogo che Akerman riesce comunque a penetrare, a sondare in profondità grazie ad una costruzione formale ascendente; iniziando col filmare dapprima, la reception e i saloni al pianterreno per poi salire alla zona camere (organo centrale inanimato di un albergo cereo), fino a giungere sul tetto dell'edificio dal quale, con quella panoramica liberatoria, svela una New York rischiarata dalle prime luci del mattino. Il film infatti, si svolge quasi totalmente in notturna (le riprese sono durate più di un'intera notte, circa quindici ore), la stessa cineasta ha dichiarato di voler "emergere dal buio alla luce, dalla notte al giorno, dal basso verso l'alto". Ecco quindi, che nella sua geometria di spazi claustrofobici e prevalentemente oscuri, l'albergo è rappresentato come un limbo, atto ad accogliere temporaneamente tutte quell'esistenze marginali o in prossima via d'estinzione.
L'ossessiva scansione per questi spazi angusti, la si può ritrovare anche nella prima mezz'ora del successivo Je tu il elle (1974), dove la regista si si "autofilma" in completo isolamento all'interno di un appartamento spoglio, quasi fatiscente, restandovi rinchiusa per un periodo che supera il mese, compiendo azioni ripetitive e apparentemente immotivate che riportano istantaneamente alla memoria il cortometraggio d'esordio, e quella tematica sull'alienazione destinata poi ad esplodere, come una bomba ad orologeria, in Jeanne Dielman; quello che si può considerare a tutti gli effetti il suo primo film di finzione (e del quale trovo opportuno inviare direttamente alla lettura della recensione completa sul mio blog - il link lo trovate a fine articolo, assieme a quello degli altri film - anche per logici motivi di spazio).


Come quest'ultimo infatti, Je tu il elle tende a svincolarsi dal tema del viaggio qui preso in esame, essendo in qualmodo più simile a Saute ma ville, apparendone quasi un'estensione, al contrario de La Chambre, che è visto piuttosto come l'anticamera per Hotel Monterey. Il nesso con il prosieguo del percorso che c'interessa, però, è rappresentato dalle lettere che la Akerman scrive, come accennato poc'anzi, nella prima mezz'ora del film, e che saranno il fondamento per l'ultimo docu-film tra quelli realizzati durante la sua permanenza a New York, e senza dubbio, il più autobiografico del periodo: News from Home (Notizie da casa).
Gli scatti della metropoli, composti nell'estate del 1976 sempre con il sostegno di Babette Mangolte, fanno infatti da sfondo alla voce fuori campo della regista mentre legge le lettere che la madre le inviò dal Belgio, tra il '71 e il '73. Scritti dai quali emergono molte cose sulla vita famigliare delle due, e che svelano inoltre un crescente, quasi ossessivo, stato d'apprensione da parte della madre. Non è da escludere dunque, che questo impaziente desiderio di riabbracciare la figlia il prima possibile, possa aver contribuito a un probabile ritorno anticipato di Akerman in Belgio. Presupposizioni, ma che acquistano concretezza se consideriamo fondamentalmente News from Home come un'opera di perfette congiunzioni. Di fronte alle immagini del successivo Les Rendez-vous d'Anna, ad esempio, si ha la conferma che quanto transita davanti ai nostri occhi è la vita stessa della cineasta belga e la si ha, proprio nel momento in cui assistiamo all'incontro tra Anna e sua madre; dal cui colloquio, emergono le stesse informazioni di cui siamo venuti a conoscenza attraverso le lettere inviate realmente dalla madre di Akerman durante la sua permanenza negli Stati Uniti.




News from Home, dunque, resta a tutti gli effetti un trait d'union fondamentale per il suo collocarsi, sia come ponte di esodo per il conclusivo viaggio formale/personale della regista, sia come binario di collegamento ideale per i lavori successivi nonchè, metafora del viaggio in termini stretti; dalla "Grande Mela" al ritorno in terra natia (il Belgio); dall'albergo sulla 94a Strada alla stazione di Bruxelles, appunto. "Quell'emergere dalla notte al giorno, dal basso verso l'alto" che sorgeva dalle fondamenta di Hotel Monterey, acquista ulteriore efficacia, ampliandosi ed espandendosi oltre i confini periferici; la metropoli si risveglia, i suoi abitanti si apprestano ad invaderne progressivamente le strade, gli spazi, ma la cinepresa di Akerman non entra mai nelle abitazioni, nei locali affollati, si limita a seguire il flusso urbano dall'esterno, con impeccabile discrezione. Tutto il film, finisce per risolversi nell'esterno, e ci si trova improvvisamente sospesi su quel binario che, svincolandosi tra gli ultimi edifici di periferia, ci conduce verso l'oceano. E trasale infine una certa commozione, nell'osservare per quell'ultima decina di minuti, una Manhattan avvolta nella foschia e circondata dai gabbiani che si allontana gradualmente al nostro sguardo, scomparendo poi, all'orizzonte. Un saluto toccante, che la cineasta porge a quella terra che le ha offerto l'opportunità di crescere e formarsi artisticamente. Ora, è giunto il tempo di far ritorno a casa, prossima fermata: Belgio; stazione di Bruxelles.

Bon voyage!

(1) "Atlante delle emozioni. In viaggio tra arte, archittettura e cinema" di Giuliana Bruno

Saute ma Ville





Hotel Monterey 






Je tu il elle





Jeanne Dielman




News from Home




Les Rendez-vous d'Anna




No Home Movie









4 commenti:

  1. Per ora sono riuscita a vedere Saute ma Ville. Immediato, privativo come la vita. Grazie a entrambi per questa "visione" che non conoscevo e ancora non posso dire di conoscere e forse conoscerò poco anche dopo :/

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    1. Grazie, fa piacere che l'articolo sia stato di tuo interesse e ti abbia spinto a gettare uno sguardo, seppur rapido e temporaneo, sui lavori di questa artista. Grazie anche per il seguito al blog :)

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  2. Bellissime riflessioni sui lavori più importanti della Akerman. Che dire, oramai questo Spazio (In)Visto è diventato un appuntamento imperdibile! ;) Tra l'altro Frank, sbaglio o è un periodo che sei in fissa con la Akerman? Non che sia una fissa di cui vergognarsi, anzi!

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    1. Imperdibili anche i commenti di Paxy ;)
      L'articolo comunque era programmato da tempo, poi, dopo la visione a Locarno mi sono deciso a chiudere, se vogliamo, definitivamente il cerchio su questi primi lavori della Akerman. Ho approfittato quindi anche di (ri)pubblicare su FB le singole recensioni scritte all'epoca sul blog.

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due cose

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3 ciao