5.5.16

Boarding House (4): recensione "Un'ombra nel buio" ("Forced Entry", 1975, Jim Sotos)


Il pazzo, weird, anticonvenzionale e/ma competentissimo Giorgio ritorna con la sua rubrica di cult sconosciutissimi e maledetti.
Altro post da divorarsi nella lettura, a prescindere poi se si vedrà il film in questione o no.
Violento, politicamente scorretto, pieno di sesso, morte e misoginia.
Parlo del film eh.
Non di Giorgio e nemmeno di me visto che siamo entrambi due gentiluomini che aprono ancora le portiere dell'automobile alle donne e spostano loro la sedia per farle sedere al ristorante.
Giorgio poi le uccide anche, ma dopo aver fatto un'ottima cena

Abbiamo parlato di Shaun Costello nel primo articolo di questa rubrica (riguardante il film Il Bandito Del Clistere). Nella recensione si citava il film Forced Entry (del 1971), suo primo film, sempre pornografico e sempre freddamente violento su un serial-killer reduce dal Vietnam che, preda di fregole sessuali poco soddisfacenti, torturava le donne.
Ma di questo film se ne è parlato molto in giro e si possono trovare esaustive recensioni, nonché interviste video allo stesso regista, che ne sviscerano ogni aspetto.
Però pochi sanno che esiste un remake di questo film, ad opera di un certo Jim Sotos, realizzato nel 1975 e che addirittura annovera l’attrice Nancy Allen nel suo cast (avrà un buon seguito di pubblico l’anno dopo con Carrie di Brian De Palma; qui interpreta una un’autostoppista rimasta vittima del protagonista) e Tanya Roberts (nota per aver interpretato il personaggio di Julie Rogers nella serie televisiva Charlie’s Angels; qui è al suo debutto nel bel mondo del cinema ma rimarrà incastonata in film semi-sconosciuti).
Jim Sotos non lo conosce nessuno: pochi altri film dopo questo e dimenticabili.
Ron Max (che interpreta il serial-killer) ha all’attivo pochissimi film, tutti dimenticabili.
Detto questo sembrerebbe di trovarsi nel fondo del barile di un film da un dollaro.
Non è così ma certamente non siamo dalle parti di un film imprescindibile, se non fosse per un elemento davvero interessante e anche alquanto disturbante.

Andiamo con ordine: di solito metto dentro un po’ di ricordi personali.
Ero a Venezia, durante il periodo del Festival del Cinema (mi avevano scelto per lavorare nel Circuito Off del festival, cioè quello che si occupa di corti e mediometraggi). Arrivo due giorni prima e mi godo la città. Bellissima. In una grande libreria di libri usati, prospiciente un canale melmoso, spulcio e trovo la videocassetta ex-noleggio del film in questione. Edizione Multivision, originale, ben tenuta ma impolverata. Le vhs Multivision sono pregiate perché hanno distribuito film come Martin di Romero, Scanners e La Zona Morta di Cronenberg e tanti altri film horror.
Quindi, mi dico, anche codesto film potrebbe essere interessante (e costa 1 euro).
Al ritorno da Venezia me lo vedo e lo trovo lineare e semplice come dovrebbe essere un film che tratti questo tipo di tematica, ma anche in anticipo sui tempi.

Forced Entry


La trama vede un ragazzotto disturbato e con problemi sessuali che lavora in un’officina meccanica e si diletta ad uccidere belle ragazze. Ossessionato dalla moglie di un uomo d’affari, s’infila nella sua casa e la sevizia fino a quando lei non riesce ad ucciderlo.
Storia semplice e scorrevole, appunto.
Ma la sceneggiatura, ad opera di un certo Henry Scarpelli (unica sua incursione cinematografica), e il pro-filmico prettamente televisivo (una fotografia chiara e quasi patinata, volendo si potrebbe dire piatta: lungi dall’essere chiaroscurale come vorrebbe l’assurdo titolo italiano del film medesimo) contribuiscono a renderlo meritevole di un’analisi in questa rubrica perché, pur essendo un remake di un preciso film, inserisce all’interno elementi di altri film e anticipa quelli di film futuri ben più famosi.
Uno su tutti è Psycho di Alfred Hitchcock (1960): il serial-killer, che lavora in un’officina meccanica, spia una cliente da un buco nel muro che dà sul bagno. Ma, e questo è uno scarto rispetto all’originale, viene scoperto dal di lei compagno e malmenato selvaggiamente. Anche l’interno della casa dell’ultima donna, quella per cui ha preso una cotta, ricorda il film del maestro Hitchcock. Una scala che dà su un piano superiore è spesso inquadrata nella stessa angolazione di quella di Norman Bates e presenta una porticina che dà sulla cantina, nella quale si svolgerà il brutale finale. È possibilissimo che il regista lo tenesse presente nel momento della scelta della casa in cui girare e nello svolgimento degli eventi che dal piano superiore si concludono in cantina: stesso identico “tragitto” che compie il film del Maestro londinese quindici anni prima.
Certo, il valore aggiunto del film di Costello erano gli inserti pornografici (ma non eccitanti) che qui mancano totalmente; addirittura la versione del 1975 prevedeva meno nudi, poi girati e inseriti nel 1980, un anno fatidico e probabilmente il più importante per film di tal genere: esce al cinema il morboso Maniac di William Lustig - oggetto filmico che, scarnificando la storia da ogni orpello (i manichini, la violenza splatter, gli elementi onirici e i dialoghi), è la storia di un uomo ossessionato dalle donne, traumatizzato da una madre che lo picchiava (in un solo momento, peraltro neanche insistito, il serial-killer nel film di Sotos ricorda lo stesso tipo di passato), convinto assertore che le donne siano “puttane” e che “abbiano bisogno di un vero uomo”.
Ma Jim Sotos lo ha fatto prima.


Su tale punto il film ha una certa verve ed è l’elemento disturbante di cui si è detto.I dialoghi tra i vari personaggi sono alquanto banali, ma quando entra in scena la voce narrante che riproduce il pensiero del serial-killer si hanno le migliori scene.
L’inizio è esemplificativo: sulle immagini delle luci della città che scorrono sul parabrezza (come in Taxi Driver di Martin Scorsese, ispiratore di Shaun Costello per Il Bandito Del Clistere: l’eterno ritorno, il circolo vizioso...), la voce del protagonista aggredisce la città piena di spazzatura e di puttane, offende le medesime come opportuniste e presuntuose, per poi rivolgersi ad una di esse e terminare il lungo monologo con il protagonista che deposita il cadavere della prostituta in un parco. Tutto ciò in fuoricampo, senza primi piani, senza inquadrare volti o corpi.
Straordinario ed economico.
Il fallocentrismo di questi deliranti monologhi è sublime. Non si tratta di infarcire la solitudine e la monotonia del lavoro del protagonista con un elemento extra-diegetico che possa far passare il tempo allo spettatore, mentre osserva questo maniaco fare colazione o tornare a casa dal lavoro o accarezzare un coniglietto o commentare gli esasperanti rallenty durante le violenze perpetrate al corpo femminile. Non è così. È la perfetta, secondo me, voce interiore di un uomo ossessionato dal desiderio di essere maschio emacho, di avere un pene grande e duro per belle donne che saranno al suo servizio una volta che lo abbiano provato. In poche parole, mettendo al bando trattati interi di psicologia e psichiatria, è la volontà a copulare che deteriora questo uomo. E l’impossibilità a far ciò è colpa delle donne, di conseguenza punibili con la morte.
Così, il film è infarcito, strutturato, calibrato esclusivamente da questo lungo elenco di offese verbali rivolte alle vittime e dal conseguente scopo di “farglielo sentire”: obbiettivo del maschio moderno fin da quando ha scoperto la complessità sessuale della donna. Eppure, ed ecco che la psiche rientra dalla finestra, la violenza e la costrizione sono le uniche azioni per realizzare tale obbiettivo, queste sì probabilmente dettate dal passato turbolento del maniaco e che ne determinano ogni volta il fallimento e l’assenza del coito: un altro Uroboro, un altro circolo vizioso... Non si scappa dal proprio passato ma, sembra proporre il film, si può marginalizzarlo ed esorcizzarlo attraverso una parte del corpo nel momento in cui la fantasia prenda il sopravvento e si immagini una donna soddisfatta dopo il coito, servizievole, amorevole, ubbidiente ed innamorata. Il protagonista mente a se stesso, in poche parole, perdendosi nell’immaginazione di Sé.
Ma non è impotente fisicamente, lo è mentalmente.
All’atto pratico le magagne vengono a galla e per non ricevere la compassionevole pacca sulla spalla della donna, che tanto faceva arrabbiare Bill Pullman nel film Strade Perdute di David Lynch (1997), bisogna uccidere la propria vergogna intravista negli occhi dell’altra metà del cielo. Perché, nel continuo colloquiare con se stesso, davvero il protagonista crede di riuscire a mettere su qualcosa di buono con le sue vittime. Ne sembra convinto, se si osserva il mondo dal suo punto di vista grazie a quell’inarrestabile flusso di coscienza psicotica che assilla continuamente sia lui che noi spettatori.
Ma l’Uroboro, il serpente che si morde la coda, l’eterno ritorno di ciò che è stato e sarà non lascia scampo a nessun essere umano. Men che meno uno “malato di sesso” (che è relazione primaria, primordiale, basica di tutto ciò che si voglia costruire nella società).


Come detto sopra, non è un capolavoro né è imprescindibile inserirlo all’interno di una lista di film che tratti i serial-killer e le loro turpi azioni omicide.
Non siamo in presenza di un Ed Gein o di un Henry Lee Lucas.
Non siamo dalle parti di film con una certa raffinatezza formale/contenutistica come Maniac o Henry - Pioggia di Sangue (di John McNaughton, 1986).
Eppure, per chi lo incroci sul cammino, una visione dovrebbe meritarla, perlomeno per comprendere come alcune idee finite all’interno di film molto più famosi siano state involontariamente generate in piccoli film senza pretesa o ritegno, buttati in Tv o al cinema come prodotti che potessero ingrassare un mercato che si stava allargando e nutrendo di fatti di cronaca e vicende più reali, che erano ispirazioni per la violenza parossistica dilagante e culminante con il gore, lo slasher e lo splatter degli anni ’80.
Oltretutto, Jim Sotos dimostra di non essere un regista dozzinale: basti vedere la lunga sequenza in cui la donna è sola in casa (e il pubblico sa che vi è all’interno l’assassino), la quale si fa una doccia, si prepara il tè, legge una rivista e scopre un gatto in cantina, così dilungata all’inverosimile che quando l’omicida l’aggredisce quasi coglie di sorpresa. Questa è maestria nel gestire la suspense.
Inoltre, la scena finale realizzata con zoom lenti ad inquadrare dall’esterno una scuola, una chiesa, un mini-market e la casa della donna aggredita, commentati dalle voci che ricordano il fu assassino come persona tranquilla e innocua fino a quando la voce rotta della donna che lo ha ucciso afferma di non riuscire a dimenticare l’accaduto e che per lei la vita è cambiata totalmente, è un tocco ansiogeno di primo livello.
Lascia l’amaro in bocca perché uccidere è sporcarsi le mani del sangue di un’altra persona, per quanto crudele, feroce, volgare e malata possa essere stata.

Uccidere è il primo seme del Male (o della follia)

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