20.10.16

Recensione "Neruda"

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SCRITTI DA VOI (85)  - ROCCO
AL CINEMA (31)

Sono andato a vedere Neruda al cinema.
Con Rocco.
Ho pensato che questo film fosse più nelle sue corde che nelle mie. Questo prima di vederlo, il patto era ante visione.
Ed eccole le corde di Rocco.
In fondo metto due cazzate mie pubblicate su fb.
Buona lettura ;)

Riecheggia la parola ampollosa nelle vuote stanze della borghesia asservita. Solletica, alletta, sollazza palati, ma non crea scandalo, non abbatte tiranni, non rovescia le dittature. Larrain comincia così, parlando della vita sporca di ogni artista; di quella merda sempre emendata dai circoli intellettuali; del creatore sempre e comunque santificato, anche oltre le sue opere. Anche dell'artista connivente, che mangia pane dal tavolo del regime che contesta. 

Tuttavia, parla anche e soprattutto del miracolo di un popolo che sulla parola dell'artista, nonostante l'artista, costruisce se stesso e la resistenza al potere oppressivo. L'artista è più pericoloso per il suo peso sociale che per la sua mediocre vita mondana. L'allucinazione collettiva dell'uomo solo contro il potere, il corpo/simulacro inappropriabile del poeta, il fantasma della sua vita romantica.
Il regista cileno tinteggia con tinte fosche un uomo dal carattere mite e dall'ego sfrenato che cerca di essere all'altezza dei sogni del proprio popolo e quasi mai ci riesce, affrescando il senso di una frustrazione della parola sterile, che non turba, non sdegna, ma diventa presto parola d'ordine, cliché. La polizia non insegue il suo Neruda, il potere se ne tiene alla larga, Il suo nome è ormai troppo noto, nessuno vorrebbe accendere il faro su una dittatura sanguinaria, ma il popolo continua ad acclamarlo e citarlo come la lirica voce della resistenza. Se un monotono sentiero conduce lo scrittore di carcere in carcere, lo scacco, il senso di inadeguatezza di una missione quasi escatologica contribuiscono a generare quello che è il labirinto più intricato: l'artista crea le mani che arrivano a stringere il proprio collo.


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Se nessuno vuole un poeta in carcere, è il poeta a fabbricare il suo persecutore. Nell'ombra ora c'è finalmente un altro che brama il suo arresto. L'uno si mette in cerca dell'altro. La vita è l'attesa di questo incontro. L'altro è quindi un ispettore di polizia. Ma è anche e soprattutto personaggio minore,  a cui Neruda-Larrain affida le chiavi della narrazione da una prospettiva di omodiegesi e onniscenza. Egli è tanto un personaggio che agisce sulla scena quanto narratore consapevole degli sviluppi e degli esiti di ciò che narra. Non solo. Al punto di svolta della narrazione, in una sorta di delirio metaletterario, il detective giunge ad acquisire coscienza del suo stesso ruolo di personaggio (Un esperimento che è secondo solo a "Rosencrantz e Guilderstein sono morti" a mia memoria). A questo punto, forse, Larrain arriva all'apice della sua impresa svelandone i tratti tragici. Il detective deve compiere un destino che gli è assegnato dall'opera, ma svolgendo il ruolo del persecutore dell'autore dell'opera. Egli è dentro e fuori la realtà a cui conferisce forma. Il caos che nasce dal cosmo e che brama la sua distruzione. L'istinto di morte di ogni autore, che dissemina il suo universo di segni perché venga raggiunto e ucciso una volta per tutte dai suoi demoni-creature. in fondo, una specie di compensazione, se si considera ogni uscita di scena come un'entrata da qualche altra parte.
Una sola grande lezione quella di Larrain: un autore non può essere mai superiore alla realtà che crea e ai demoni a cui dà vita.


14 commenti:

  1. Bella recensione, mi ha convinto a guardarlo :)

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    1. Grazie Michele, vedrai che non te ne pentirai. Partenza un po' lenta, ma come ha scritto giustamente Giuseppe i venti minuti finali sono al limite della perfezione.

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  2. con i grandi registi fare classifiche è difficile, e i loro film "minori" sono comunque grandissimi.
    Larrain è uno di quelli e "Neruda" non è un film minore.
    sono d'accordo con i perugini.
    traduzione: un film da non perdere

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    1. Un grande film lo è di sicuro. Larrain si cimenta con il più grande poeta cileno che in patria è praticamente un eroe nazionale, già questo dato è sufficiente per misurare l'ambizione dell'opera. Detto questo, secondo me, El Club resta il suo film più riuscito, però è solo una questione di gusto estetico, non certo di contenuto o forma.

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  3. Assolutamente d'accordo con Rocco. Come ha detto lo stesso Larraìn, più che un film su Neruda è un film "nerudiano", un biopic sui generis, che porta sullo schermo le ossessioni e le paure di una nazione che di lì a poco sarebbe andata incontro alla dittatura. Grandissimo il lavoro del regista e dei suoi collaboratori: si passa dal mèlo alla commedia, dal noir al dramma, dal grottesco al thriller, sempre con elementare facilità. Gli ultimi venti minuti sono davvero strepitosi... ma tutto il film è un gioiello.

    p.s. e ancora non avete visto "Jackie"... :)

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    1. direi quasi borgesiano per la struttura del film e l'amore per il cinema che, come giustamente hai rilevato, è presente in tutte le sue declinazioni. Da noi Jackie non è ancora uscito, ma l'aspettativa ormai è altissima.

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    2. Che belle e profonde analisi. Purtroppo il livello culturale di cui dispongo, unitamente allo stato psicofisico con cui ho approcciato l'opera, mi hanno condotto ad abbassare spudoratamente le palpebre a più riprese. Poi, con "la fuga andina", ogni torpore è svanito, lasciando tutto lo spazio alla meraviglia.

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    3. Grazie Davide. Ammetto che anch'io la prima parte non ero proprio presentissimo, e forse ti dirò che lentezza iniziale è anche un po' eccessiva. "La fuga andina" credo sia l'acme del film c'è poco da dire. Sono completamente d'accordo.

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  4. Di sicuro si può definire Pablo Larrain un regista eclettico per la versatilità dei suoi continui cambi di registro. Ho detestato Tony Manero quando lo vidi e vinse il torino film festival. Come Giuseppe i miei preferiti sono post mortem soprattutto e El club.

    Neruda è un film spiazzante che acquista ritmo incisività col passare dei minuti. Ammetto che la voce off all'inizio soprattutto, quando si stenta a comprenderne il senso è eccessiva, ridondante e appena ti sembra di essertene liberato ritorna come quelle mosche che avevi scacciato con un gesto della mano.
    Oltre a Rosenkrantz e Guilderstein possiamo inserire anche i sei personaggi pirandelliani.
    Infine parlando appunto di registro stilistico io ho trovato delle similitudini (in tutt'altro contesto) con certe modalità narrative di Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson.

    Da ultimo mi è piaciuto tantissimo anche a me il personaggio della drag queen e le scene in cui è coinvolto.
    Emotivamente perfetto.

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    1. Ciao Elena,
      confermo anch'io la preferenza per el club, devo vedere post mortem che Giuseppe mi consiglia da un po' per la verità. Perfetta la tua citazione letteraria si addice perfettamente all'operazione che Larrain fa sullo schermo. Non so se il riferimento a vizio di forma è per il sottofondo "giallistico" che predomina nelle due vicende, o per "gli scacchi" e fallimenti continui che accomunano i due detective, ma in effetti il paragona ci sta eccome.

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    2. 1 i tuoi preferiti sono El Club e Post Mortem

      2 Neruda a acquista incisività col passare dei minuti

      3 "Ammetto che la voce off all'inizio soprattutto, quando si stenta a comprenderne il senso è eccessiva, ridondante e appena ti sembra di essertene liberato ritorna come quelle mosche che avevi scacciato con un gesto della mano."

      4 "Da ultimo mi è piaciuto tantissimo anche a me il personaggio della drag queen e le scene in cui è coinvolto."

      cioè, ma quei punti li ho scritti io o te?

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    3. Rocco, per una sensazione complessiva, come un rumore di fondo, pur, ripeto nella diversità contestuale.
      Sicuramente l'atmosfera noir sgangherata, che gira a vuoto, che sembra sempre che si arrivi un attimo dopo.
      La voce fuori campo che in entrambi a volte illumina a volte oscura (anche se mai ho trovato quella di vizio di forma ridondante o quasi al limite del fastidioso).
      I personaggi tratteggiati in entrambi i casi con una vena surreale oppure quasi delle presenze oniriche.
      E da ultimo il rapporto (che è quasi un nesso causale) tra le "coppie" protagoniste: Neruda-Peluchonneau da una parte Doc Sportello-Bigfoot dall'altra. Un rapporto ambiguo, polivalente, un'alternanza di attrazione/repulsione.

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    4. Giuseppe, sono il tuo doppelganger metablogghico! ;)

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    5. Interessantissimo il paragone Elena...

      Credo di averti capito già prima ma adesso con tutto quello che scrivi devo darti assolutamente ragione ;)


      eh no, dai, molto volte siamo distanti

      ma stavolta sembriamo proprio in simbiosi

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due cose

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3 ciao