13.10.16

Recensione "Mine" - Al Cinema (30)

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Un film "americano" ma scritto e diretto da due italiani.
Un grande soggetto iniziale sì, ma una prima parte veramente poco convincente.
Poi accade qualcosa di grandioso.
E Mine diventa un'opera talmente profonda ed intensa da far gridare al miracolo.

spoilerucci qua e là, grandi solo dopo l'ultima foto

Di film che ad un certo punto si innalzano improvvisamente ne ho visti tanti.
In realtà ne ho visti molti di più che improvvisamente affondano.
Eppure raramente ricordo film, come questo Mine, capaci di trasformarsi così radicalmente strada facendo. Da "semplice" film, molto basico e per certi versi pure "sbagliato", mi diventa sotto gli occhi un'opere profondissima. E con questa profondità raccontata in un modo pazzesco, quasi nuovo, geniale.

Chi mi legge sa che molte volte mi capita di parlare dell'anima del film.
E' qualcosa che cerco continuamente in effetti.
Quasi sempre se ne trova una del resto.
Manifesta, nascosta, grande, piccola, decisiva, non decisiva.
Mine è un film che fino a che non rivela la sua anima non vale un granchè, diciamocelo.
Ma quando questa viene fuori, e in maniera talmente bella e lirica che io non ho difficoltà a definire quei minuti meravigliosi, capisci che tutto, ma veramente tutto, era finalizzato a quei momenti.

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Andiamo per gradi però.
Mine è un film di produzione americana girato però, udite udite, da due italiani, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro.
Anzi, più che girato ci tengo a sottolineare che è stato scritto da questi due. 
Il soggetto è interessantissimo.
Un soldato si ritrova a pestare una mina in un deserto (dove doveva compiere una missione).
Se ne accorge in tempo ma, ovviamente, non può muoversi.
Dovrà aspettare giorni qualcuno che lo venga ad aiutare.
Buffo come questo film cominci dove finiva un'altra perla del cinema "italiano", quel At the end of the day di Cosimo Alemà che mi folgorò in sala.
Un piede in una mina per chiudere quello, un piede in una mina per iniziare (e portare avanti fino alla fine) quest'altro.
In realtà prima c'è un lungo prologo che ha almeno due pregi. Il primo è dare un pò di azione e di "guera" allo spettatore che magari ha scelto Mine per questo (non certo io).
L'altro è caratterizzare psicologicamente il nostro protagonista, Mike.
 Mostrare quanto sia "umano", nei limiti del possibile leale e malgrado tutto un buono.
Il suo rifiuto di sparare quello vuol raccontare.
Bellissima la location, suggestive le immagini dall'alto e quelle "nel mirino", discreta tensione, buon inizio.
Il problema più grande di Mine sta, in effetti, poco dopo.
E non è tanto un problema di plot (anche perchè quest'ultimo è tendenzialmente bloccato. A tal proposito ho letto da qualche parte - ma sapete che odio informarmi- che questo film sia in qualche modo legato a Buried, forse nei produttori. Beh, sì, si somigliano moltissimo).
Dicevo che il problema più grande non è tanto nel plot quando nei personaggi.
Ce ne vengono presentati 3 e 2 di loro sono quasi completamente sbagliati.
Ahimè.

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Il secondo soldato sfiora il macchiettismo. E non sarebbe tanto questo il problema -che soldati macchietta ne esisteranno sicuro- ma il contesto.
E' una missione di guerra. La tua vita è a rischio. E per ben due motivi, non solo il "nemico", ma anche il campo minato. E lui se ne sta lì a far lo scemo, scherzare, non avere un minimo di professionalità. Sembra tutto fuorchè un soldato specializzato mandato in una missione tanto delicata.
Il suo saltellare indietro fino a succede quel che succede è quasi irritante.
Il secondo personaggio sbagliato è il berbero.
Un personaggio ai limiti del comico che non solo spezza la tensione ma fa quasi sprofondare nel grottesco e nell'involontariamente ridicolo un film che aveva un fortissimo bisogno di verosimiglianza.
In più appare come un personaggio politicamente corretto che serve a parlare della guerra, della sua assurdità e tutto il resto.
Non ce n'era bisogno.
Ma capisco gli sceneggiatori.
Questo personaggio, il suo filosofeggiare, serviva a tutto quello che di magnifico vedremo poi.
Si poteva comunque far meglio, molto meglio.
Arrivo alla fine del primo tempo (sì, ero in un multisala purtroppo) annoiato, un pò incazzato per lo spreco di un soggetto simile e un pizzico deluso.
Ad un certo punto il protagonista viene attaccato da degli sciacalli (sono sciacalli? ah, qui devo segnalare un vistoso errore, i corpi degli sciacalli morti scompaiono da un momento all'altro senza alcun senso).
La sua lotta per la sopravvivenza si mischia nei ricordi ad una rissa avvenuta in un pub anni prima.
La sequenza in montaggio alternato è notevolissima. Me l'appunto sul taccuino, mi sveglio.
La situazione del protagonista bloccato in quella maniera, la figura del berbero (uomo) e poi quella del coyote (animale), i ricordi di vita che piano piano affiorano, tutto ad un certo punto mi ha ricordato Il Gioco di Gerald di Stephen King.
Torna il berbero. Finalmente non fa il buffone ma parla seriamente al soldato (cavolo, ma non poteva essere caratterizzato già da prima così?).
E inizia a raccontare della sua gamba, della famiglia, del loro lavoro con le mine, della figlia perduta.
Benissimo, questo sì, questo sì.
Ci sono sequenze al buio molto suggestive, quasi teatrali per luci ed impostazione, ma efficaci.

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E poi, e poi il film ESPLODE.
E ci porta a 20 minuti enormi, minuti che non hanno da invidiare niente a nessuno.
Minuti che per intensità, profondità e reificazione delle metafore di cui il film tratta sono al confine del capolavoro.
Quel divano che appare nel deserto.
Quella casa che si forma.
Il bambino che si avvicina ai genitori.
E poi un vortice senza fine, una scrittura prodigiosa che mischia così tanti piani (quello reale, quello allucinatorio, quello della storia di lui con lei, quello del rapporto con i suoi genitori, quello dell'amico morto) e in maniera così perfetta e brillante che si fa fatica a credere che da un film fino a quel momento così "normale" potesse sbocciare un fiore così bello.
Quel piede che non si vuole staccare diventa simbolo di quelle situazioni che vuoi per paura, vuoi per trauma, non riusciamo a superare.
Quel piede pesta tutte le mine della vita, tutte quelle cose che ci hanno bloccato, tutte quelle cose che abbiamo avuto paura di superare.
E non sono "soltanto" prove fisiche, cose da fare.
Ma, più che altro, sono mine psicologiche da superare.
L'amore bloccato per una donna.
La morte di una madre.
L'odio per un padre.
click
Mike pesta ognuna di queste mine
click
E intanto il Mike di adesso, quello nel deserto, è sempre là che lotta per la sopravvivenza.
Trova ancora forze nelle parole di una madre e nello scoprire veramente, soltanto adesso, chi è lui veramente, che cosa vuole.
Uccide i nemici.
Ma c'è un nemico più forte da uccidere, il padre.
Questo padre in camicia che cammina nel deserto è un qualcosa che se avessimo trovato in registi più blasonati ne parleremmo per anni.
Il cuore è in gola, Mike che potrebbe/dovrebbe ucciderlo ci pare l'unica soluzione possibile, l'unico modo per "andare avanti", superare un trauma rimasto sempre là, come un gigantesco sasso che fa da diga ad un torrente che non scorre più.
Ed invece no, quello sparo diventerà abbraccio, struggente.
"Per questo sei qui"
dice a Mike
Per questo Mike ha vissuto tutta questa terribile esperienza.
Per capire, per comprendere, per conoscersi, per superare tutto, per rendersi conto.
Il piede va avanti, Mike, nonostante tutto quello che può accadere, è ormai pronto.

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Non succede nulla, un nulla assordante.
E le metafore, ancora, si sprecherebbero.
Con tutti i falsi problemi che ci creiamo, con tutte le paure che ingigantiamo, con tutte quelle cose che ci bloccano e poi in realtà si manifesteranno per quello che erano.
Nulla.
Una lattina con dentro il soldatino.
Ma il capolavoro non è finito.
In un'ultima straordinaria sequenza (rovinata da una colonna sonora appena successiva che ne smorza l'intensità) Mike si avvicina a lei.
E quando quella posizione tenuta nel deserto per 3 giorni diventa la stessa per dirgli sì, lo voglio anch'io, quello che un giorno lei disse senza che lui lo capisse, ecco, m'è scoppiato il cuore.
E quel titolo, "Mine", diventa anche qualcos'altro.
Non più solo un ordigno esplosivo.
Ma anche -in un'altra lingua- un "sei mia".
Del resto sempre di un ordigno si tratta, il più potente di tutti.


18 commenti:

  1. Ciao! premetto col dire che è da un po' che non commento e chiedo perdono:). Però, a mia discolpa, posso dire che preferisco commentare quando mi trovo in disaccordo con te e questo capita piuttosto raramente. Comunque, come avrai capito, questo è uno dei casi ahah

    Beh, io avevo sentito parlare molto bene di questo film quindi sono andato in sala pieno di aspettative. La regia italiana poi
    mi aveva fatto desistere dal considerarlo "la solita americanata piena di cliché sulla figura del soldato". Sono stato subito smentito, purtroppo.
    Per quanto riguarda la prima parte, sono completamente d'accordo con te anzi, aggiungo che alcune scelte registiche, secondo me, sono state completamente sbagliate. Un esempio è la scena telefonatissima dell'amico che perde le gambe. Cioè, questi stanno parlando e ad un certo punto uno inizia a fare lo scemo (completamente a caso), l'altro inizia a guardarsi intorno tutto stranito come se avesse ricevuto chissà quale premonizione divina, la musica cambia, il rallenty e BOOM (ma va? non me lo sarei mai aspettato! che colpo di scena!). Il personaggio del Berbero vabbé, incommentabile! Hanno preso lo strausato cliché del "nero simpa che parla male ma dispensa qua e là nozioni filosofiche" e l'hanno buttato in un contesto che nulla aveva a che fare con quel tipo di personaggio.
    La seconda parte l'ho trovata allo stesso modo banale e piena di situazioni già viste in decine di altri film. Il rapporto conflittuale con il padre (e qui apro una piccola parentesi. Sarà che sono arrivato tardi e mi sono dovuto accontentare dei posti in prima fila, ma quanto erano fastidiosi i movimenti di macchina nella scena del padre che si incazza e picchia madre e figlio? Tutto troppo veloce e tremolante!), la moglie che lo aspetta a casa e che vuole sposare e l'amico che 5 minuti prima di morire parla di quanto è bravo e bello suo figlio, di come non vede l'ora di rivederlo giusto per farti empatizzare con lui.

    Mi fermo qui, anche se avrei altre cose da dire sul perchè questo film non mi sia piaciuto ahah. Non voglio essere però solo distruttivo ma voglio anche sottolineare quelle (poche) cose che mi sono piaciute. Il finale con la lattina e il come la figura del soldato, in questo film, sia mostrata come sacrificabile, alla faccia dei vari "Salvate il soldato Ryan ecc...". Mi spiego, quando il protagonista chiede aiuto ai superiori, prima ancora di poter parlare, gli viene chiesto se avesse completato la missione (come se quella fosse l'unica cosa importante per loro) e quando questo finalmente riesce a chiedere aiuto viene informato che un convoglio passerà lì, per caso, dopo 52? (poi diventate 64) ore. E se proprio non può aspettare che faccia la "manovra-nonricordoilnome"!. Ecco, penso che la realtà sia molto più simile a questa visione.

    Ps. tra tutti le cose che non ho scritto, una che mi ha fatto ridere (non proprio nel senso positivo del termine) è stata il ruolo che gli sceneggiatori hanno attribuito alla figura femminile in questo film. Ovvero: La barista che viene contesa dagli uomini alpha e alla fine viene "vinta" dal più forte. Wow ahahah, siamo tornati indietro di qualche anno mi sa!

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    1. Concordo in pieno.
      Per chi non commenta spesso meglio farlo quando si è in disaccordo, è molto più interessante ;)

      leggo e rispondo per punti

      1 Sì, in effetti da una scrittura italiana alcune derive da "americanata" si potevano evitare. Ma, oh, parliamo sempre di produzione americana quindi in qualcosina incontro gli devi andare...

      2 "Cioè, questi stanno parlando e ad un certo punto uno inizia a fare lo scemo (completamente a caso), l'altro inizia a guardarsi intorno tutto stranito come se avesse ricevuto chissà quale premonizione divina, la musica cambia, il rallenty e BOOM (ma va? non me lo sarei mai aspettato! che colpo di scena!)."

      direi che il mio

      "Il suo saltellare indietro fino a succede quel che succede è quasi irritante."

      riassuma abbastanza fedelmente quello che hai scritto ;)

      3 sì, lo ammetto, il berbero tranne in rarissimi istanti l'ho trovato un personaggio completamente sbagliato. E forse ci sono andato più duro di te

      4 Ecco, nella seconda parte siamo ovviamente distantissimi. Ma non tanto in alcuni singoli aspetti eh, tipo il soldato che vuole chiamare il figlio, ma molto più in profondità. A prescindere da scene e scelte io ho trovato mirabile come i due sceneggiatori siano riusciti ad incastrare tanti piani diversi e a montarli in una maniera sia tecnicamente che moralmente quasi lirica. C'è poco da fare, per 20 minuti sono stato sulle nuvole cinematografiche, lo ammetto

      5 Sì, vero, il rapporto tra la base e il soldato credo sia molto verosimile. Ti aiuteremo ma solo in base a quello che possiamo e a come si incastra con tutto il resto. Nessuna missione salvifica ad personam. Quelle telefonate mi hanno ricordato un pò anche Buried, ma del resto quel film è quello che più si avvicina a questo (non a caso Cortes è produttore credo).

      6 ahaha, sì. Però resta il fatto che la scena è verosimile. Un uomo che ne picchia altri che molestano una donna, ci sta, accade sempre. E poi lui è bello e giovane, che possa nascere qualcosa tra loro è conseguente.
      Ma sì, niente di che. Però quella scena unita a quella degli sciacalli per me è stata una grandissima cosa

      ciao!

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  2. Avevo visto il trailer al cinema ma non mi ispirava particolarmente e lo avevo inserito tra i film che avrei saltato, ma adesso, anche se non ho letto la tua rece lo recupererò volentieri, ormai siamo troppo d'accordo con i pareri perchè mi tiri indietro, ti farò sapere ;)

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    1. Non ho visto il trailer, non so cosa faccia vedere

      secondo me la seconda parte, così introspettiva e psicologica ti potrebbe piacere

      per me è un 7.5, frutto della sufficienza del primo tempo e dell'8.5 del secondo ;)

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  3. Bella recensione e film interessante, avrei voluto guardarlo al cinema l'altro ieri ma la fila spaventosa per il biglietto a 2€ me l'ha impedito... spero di recuperarlo presto :)

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    1. Anche io ho sfruttato il cinema 2 day

      ma erano le 3 e mezza di pomeriggio, eravamo in 10 in sala


      grazie Michele e speriamo bene allora ;)

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  4. Premessa: ho visto questo film un paio di settimane fa in anteprima mondiale a Milano, ho avuto la fortuna di essere stato imbucato a questa proiezione con buona parte della troupe (credo soprattutto di post-produzione, quindi montaggio, effetti speciali e audio, e i due registi Fabio & Fabio) e alcuni dei produttori e distributori.
    Per la prima volta ho visto un film in sala con il regista (in questo caso i due) la cosa è molto interessante perché si nota l'emozione ma soprattutto la tensione che accompagna una prova così grande per chi a questo progetto ci ha lavorato e sudato per più di un anno.

    Molto interessante è stata anche qualche informazione che sono riuscito a raccogliere riguardo il lavoro dietro, un lunghissimo periodo in cerca di produttori, ed un ancor più lungo periodo di montaggio durato 9 mesi per soddisfare la produzione.

    Questo mi ha fatto un attimo pensare non solo alle difficoltà di cercare i fondi per realizzare un'opera prima ma anche all'enorme sfida di un regista per lottare e per imporre le proprie idee che più sono innovative più trovano ostacoli in chi il film te lo ha pagato ed in esso cerca prima di tutto un ritorno economico, e difficilmente vuole tentare l'azzardo con un qualcosa di pionieristico.

    Quindi quanto davvero c'è dell'idea originale e dell'influenza dei produttori nei film che vediamo? Difficile dirlo senza un'approfondita discussione con i diretti interessati, però si potrebbe individuare nei soliti clichè che vanno a ad annoiare noi cercatori di idee ma che fanno presa sicura sul grande pubblico che cerca una semplice distrazione.

    In questo film i clichè non mancano come tu hai ben elencato, praticamente li vedo in ogni personaggio, il più fastidioso di tutti per me è proprio il berbero. (che fortuna vuole parla pure un ottimo inglese)
    Però dato che tu li hai già elencati per bene e data tutta la mia premessa iniziale sorvolo su questo.

    Volevo scriverti riguardo la location.
    Come te credo di amare le sfide a livello di sceneggiatura, mi permetto di dire che l'unità di luogo sia un classico di queste sfide.
    (ah tra l'altro mi è venuta solo ora in mente la tua stupenda lista su film ambientati in una stanza, grazie veramente per queste raccolte :) )

    Penso sarai d'accordo con me nel dire che questo film non potrebbe rientrare nell'unità di luogo, un peccato secondo me visto anche la possibilità di sfruttare l'ambiente circostante aperto per creare situazioni ostili o favorevoli, o magari per ricreare attraverso il deserto le situazioni che invece ci vengono proposte tramite flashback.
    I flashback li odio, in questo film sono fastidiosi e a mio parere mal scritti, clichè appunto.

    Però tutto questo è un'opera prima (in realtà no, anche qui ci sta la magagna) e di positivo, sono ancora d'accordo con te, c'è molto di buono, non lo esalterei come hai fatto tu però riconosco che il montaggio rende emozionante il messaggio finale per cui tutto il film è stato costruito.

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    1. 1 dovrebbe essere stata proprio una bella esperienza. A me è capitato almeno 7,8 volte di vedere il film con il regista e sì, è molto diverso, sia come atmosfera che per il dopo film.
      (l'ultima è successa proprio al raduno, ahaha)

      guarda, il giorno dopo la rece ho "parlato" per un'oretta in chat con uno dei due registi. Volevo fare mille domande del film ma invece siamo finiti a parlare d'altro (specie della possibilità di farli venire a Perugia)
      queste tue parole mi danno la conferma che molto probabilmente ci siano dovute essere delle "concessioni" alla produzione e alla nazione che li "ospitava".
      Dai, il primo tempo sembra davvero un film fatto dagli americani peggiori, il secondo invece da chi voleva raccontare qualcosa

      2 il personaggio del berbero era ai confini dell'insopportabile, ahimè. Ma in un paio di momenti, quelli più seri e intensi, funzionava. In italiano l'hanno fatto parlare un pò bingobongo, quindi non so se in lingua originale l'inglese era fluente o no

      3 Riguardo la "sfida" che cerco(hiamo) nei film, l'unità di luogo, lo sfruttare al massimo la location, sono perfettamente d'accordo con te.
      Ma in questo caso, lo avrai letto, non lo sono affatto sui flashback.
      Sarebbe stato impossibile rivelare l'anima di Mine senza flash back. Cioè, lui che pesta le mine del suo passato l'ho trovata una cosa meravgliosa, addirittura "nuova". Certo, tutti flash back visti e rivisti ma usati in una maniera originale e virtuosa per me.
      Mine senza i flash back non sarebbe Mine. E guarda, visto il primo tempo ringrazio il cielo per questa virata ;)

      4 sul discorso dell'unità di luogo è dura. Il film è assolutamente in unità di luogo (perchè ogni cosa che accade accade in un unico luogo) ma, come credo volevi dir te, ha troppi trucchetti per uscire poi da quel luogo e mostrarci altro (tutte cose già successe comunque, l'"adesso" rimane in unità di luogo)

      5 non so cosa intendi riguardo la (non) opera prima, non mi sono informato.
      Però, ecco, non essendoti piaciuta la prima parte (credo per colpa dei personaggi) e nessun flash back, come fai alal fine a dire che c'è molto di buono?

      ahaha, un abbraccio

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    2. ahah hai ragione la parte finale che ho scritto non è motivata, il molto di buono lo vedo nella tensione che si genera in alcuni momenti, ad esempio proprio quello che dici tu sull'amico che cammina in modo cazzone nel campo minato, è proprio l'annuncio che il momento della mina si fa aspettare, e nonostante l'atteggiamento sopra le righe del tipo ho apprezzato la scena perché avendo palesato che sarebbe successo ho provato una forte agitazione per tutta la sua durata (non mi smbrava cortissima, tipo 2 minuti a camminare prima di esplodere)

      Il montaggio alternato sul finale come è piaciuto a te

      Il rapporto con il comando militare, che lo tratta come una risorsa sacrificabile, le visioni nel deserto

      Insomma un po' di roba buona c'è ed essendo un'opera che credo abbia trovato difficoltà nel diventare ciò a cui davvero aspirava mi viene da valutare quel materiale in modo molto positivo.

      Per la (non) l'opera prima uno dei produttori mi diceva che i registi avevano già diretto un lungometraggio (true love) che non hanno potuto firmare direttamente per qualche incicucio contrattuale che glielo impediva.

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    3. Ahah, ora capisco ;)

      sì, a volte la suspence per una cosa che sai accadrà è più grande di una inaspettata.
      Anzi, direi che spesso lo è
      Io non ho contestato questo (era ottima come scelta) ma l'assoluta arbitrarietà e quasi inverosimiglianza della scena. Insomma, si poteva arrivare allo stesso risultato in modo migliore ;)

      ah, hai capito te, se mi ricapita di parlare con guaglione voglio sentire de sto true love allora

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  5. Mi spiace dirlo, l'ho trovato un film pessimo. Mi spiace perché italiano, mi spiace perché le premesse c'erano, mi spiace perché il girato é visivamente gradevole. Ma manca un reale svolgirsi del film...dalla morte dell'amico in avanti è un ripetersi continuo dei conflitti interni del protagonista, con un guaritore berbero che sembra saperne più di Aristotele, ma non si degna di portare dell'acqua ad una persona immobilizzata sotto il sole del deserto. E si mette pure a fare la predica sui conflitti ad un uomo che ha il 93% di probabilità di morire se molla uno starnuto. Il finale Rambesco con l'attacco dei miliziani aggiunge ridicolo all'assurdo, le immagini da pubblicità odontoiatrica del bello, della bella e dei cattivi rendono persino odioso (o stupido) il protagonista. Insomma, di idee chiatre ne ho viste ben poche in questa pellicola. Mi spiace (ancora), ma siamo molto lontani da 127ore e Jarhead. Se non altro ho imparato che gli sciacalli non hanno molto fiuto per le mine.

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    1. "con un guaritore berbero che sembra saperne più di Aristotele, ma non si degna di portare dell'acqua ad una persona immobilizzata sotto il sole del deserto. E si mette pure a fare la predica sui conflitti ad un uomo che ha il 93% di probabilità di morire se molla uno starnuto."

      sì sì, perfetto, hai assolutamente ragione in questo.

      invece per quanto riguarda il modo in cui vengono trattati i conflitti interiori del protagonista beh, l'avrai letto, io ho trovato quella parte grandiosa

      però tutto quello che scrivi mi pare non sono intelligente ma anche condivisibile da un certo punto di vista, figurati...

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    2. Non discuto, il contesto "hai pestato una mina, stai per morire" è il trampolino perfetto per uno scenario "cosa ho sbagliato nella vita?".
      Non ho gradito come ciò è stato sviluppato. Senza dilungarmi troppo, è stato principalmente il "ripetersi" di queste visioni/demoni a farmi storcere il naso e, purtroppo, annoiare.
      Un plauso cmq, dato che spero sia solo un altro possibile "inizio" e "spunto"per un nuovo cinema italiano.

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    3. Capisco perfettamente...
      In effetti di ripetizioni ce ne sono a iosa.
      Ma io ho amato come sono riusciti a legare in montaggio tutti i vari piani, che non sono solo presente e passato, ma anche onirico e reale e metaforico/fisico

      secondo me la scrittura è stata perfetta lì

      io mi sono annoiato tra il post incipit e la fine primo tempo, lo ammetto ;)

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  6. Pierluigi Tronchetti20 ottobre 2016 01:38

    -DAI BRAVI!!! SPIEGATECI TUTTO VIA!!-. E' con questo pseudo grido di rabbia che, tra l'incredulità della ragazza seduta alla mia destra (molto spaventata), e le risate sommesse dell'amico adagiato alla mia sinistra, ho esternato tutta la mia delusione per le illusorie promesse che la pellicola pavidamente non riusciva a mantenere. E' quasi impossibile provare a descrivere ciò che avviene in me durante( o al massimo al risveglio, il mattino successivo) la visione di un film. Sarebbe come spiegare la biomeccanica del gesto che ci permette di alzarci da una sedia. Troppo naturale e spontaneo per essere vittima sacrificale di parole e delucidazioni, che esulino dal banale, o dall'eccesso di zelo. Senza filtri, né vergogna, confesso che c'è stato un tempo in cui ho anche creduto di non essere "normale". Di avere un qualche sconosciuto problema che, rispetto ai ragazzi della mia età, mi rendesse tanto insolitamente diverso nel modo di percepire e prendere visione delle cose. Non e' stato facile conviverci, soprattutto perché non riuscivo a comprendere cosa in me non andasse; non riuscivo a trovare la ragione del "perché per me un albero, non potesse essere semplicemente un albero". Poi, crescendo, ho accettato l'imprescindibile verità che la bellezza di ognuno di noi e' proprio in quelle differenze. Quelle sfumature , talvolta sottili, talvolta marcate, che ci permettono di non essere cloni gli uni degli altri. E così, non solo mi sono arreso nella ricerca di inutili spiegazioni, ma ho persino smesso di farci caso e ho cominciato a vederlo come un qualcosa di ordinario. Di normale! Come dicevo, spesso, durante la fruizione di una pellicola, avviene improvvisamente, quanto inaspettatamente, quello che io definisco " un cambio di luce", quasi come se qualcuno, a mia insaputa, premesse una qualche sorta di diabolico interruttore. Un cambio di luce: Quel momento cioè, in cui una semplice immagine o una breve frase, mi mostrano qualcos'altro rispetto a ciò che e' proiettato sullo schermo. E' stato così anche per Mine; e' stato così anche dopo che, seppur reo di un logorroico sproloquio durante l'intervallo, nato dall'insoddisfazione relativa alle eccessive similitudini che avevo individuato rispetto a Buried( la telefonata durissima con il comando mi aveva indotto a supporre che, al pari di Buried, la stessa costrizione del protagonista, fosse metafora di un'aspra denuncia sociale), la luce si e' spenta e si e' ripresentato nuovamente " il buio in sala". - Devi fare un passo in avanti!-. Mentre il berbero a malapena riusciva a concludere questa frase, citando il capolavoro di Lars von Trier, Dogville, avveniva in me uno dei sopracitati cambi di luce. Luci e ombre si scambiavano i ruoli per mostrarmi, mio malgrado, un'altra prospettiva. E la' dove prima c'era la sabbia di un deserto, ora non vi era altro se non l'affollata interiorità di un essere umano in perenne conflitto . Le interminabili distese di sabbia, alla stregua di un miraggio, si dissolvevano, la situazione bellica evaporava e la mina, quella fantomatica mina, non solo aveva finalmente trovato la sua collocazione, la sua metafora, ma e' stato come se non ci fosse mai stata.

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    1. Pierluigi Tronchetti20 ottobre 2016 01:39

      Improvvisamente insomma, la consapevolezza che quella Mina non fosse materialmente presente nel sottosuolo, e' diventata certezza e allo stesso tempo visione immaginifica in un'esplosione di profondi significati. Ed e' stato allora che quel cartello, precedentemente portato dal vento, ha smesso le ferruginose fattezze di un avvertimento linguisticamente incomprensibile, per indossare le inconsistenti parvenze della segnaletica che la nostra razionalità ci invia dall'interno, e che noi percepiamo sulla pelle come un tumultuoso susseguirsi di sensazioni di pericolo, al cospetto del quale, ci inginocchiano vinti dagli effetti immobilizzanti di un'emozione chiamata paura. In quel preciso momento, il fotogramma di uno struggente abbraccio, emerso prima che i granelli di sabbia afghana lo sommergessero, ha avuto un senso, così come un senso l'ha avuta quell'esitazione, che in Mike si e' fatta manifesta, quando il timore di irrompere nella sacralità di un matrimonio(per chi ancora ci crede) si e' palesata nell'ottica, filtrata, del suo mirino. Mike infatti, vede nel volto dello sposo il sé stesso possibile; il sé stesso che la paura gli impedisce di essere. Il berbero aveva appena pronunciato quella frase, " devi fare un passo in avanti", e contemporaneamente, da qualche parte nella mia mente, il nastro si riavvolgeva. Scorreva a ritroso , divincolandosi tra frasi e gesti che si mescolavano tra le immagini in tempo reale e quelle ormai già trascorse. Già passate. Quel "Devi fare un passo in avanti", si e' fatto eco , un'eco il cui riverbero mi ha rimandato a Tommy e al suo pronunciare quelle stesse parole. Quelle parole volte ad esortare Mike, finalmente, a convolare a nozze con la sua amata Jenny. Tommy, ai miei occhi ,non era più un semplice commilitone, ma un marito e un padre, orgoglioso del proprio ruolo. Un uomo che si e' fatto carico di tutte le responsabilità e dell'impegno che i frutti di un legame impongono. Perché far sentire la propria voce ad un figlio, fargli sentire che per lui ci sei, anche solo nell'angusto spazio di un momento programmato , oltre che ad essere un grande impegno, e' un'enorme responsabilità. Ma Tommy è consapevole della scelta che ha fatto, e' conscio dell'onere che si e' assunto e in nessun modo intende indietreggiare per deluderlo. Ed e' proprio per questo che procede sicuro, con aria spavalda, verso una mina di cui ha ignorato qualsiasi avvertimento , poiché in realtà sa di non aver alcun motivo per temere un ordigno che solo comminando oltre, e' possibile incontrare e calpestare. Una mina che invece, nell'ottica spaventata del tiratore scelto, lo vedrà vittima dilaniata in quella violenta deflagrazione, allegorico innesco della distorsione che Mike ha di quel suo rappresentare un marito ed un padre, ovvero tutto ciò che nella propria vita, Mike stesso, ha il terrore e la convinzione di non poter essere e proprio per questo, anche in virtù degli "effetti" sull' amico, si sente impossibilitato a fare quel " passo in avanti". Ad un tratto, mentre tutta quella scenografia desertica aveva ormai lasciato il cinematografo della mia "rielaborazione" ,anche il berbero ha abbandonato le caratteristiche fisiognomiche di un essere umano. Si e' fatto voce interiore; guida spirituale e istrionico Caronte, il traghettatore insperato che ognuno di noi, quando e' impossibilitato ad andare avanti, interpella intimamente dentro di sé.

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    2. Pierluigi Tronchetti20 ottobre 2016 01:40

      Perché l'uomo ha bisogno dell'ironica incoscienza del coraggio per andare avanti, per procedere oltre, per disarcionarsi dagli stretti legacci che lo imbrigliano, talune volte, con le belve riesumate dall' anamnesi del proprio passato. Da questo punto in poi ( l'attacco delle belve che si tramuta in un violento pugno subito da bambino), non posso che provare tanta invidia(quella buona) per te, caro Giuseppe. Invidia per essere riuscito a godere pienamente di questa pellicola. Io non ci sono riuscito . Ad un tratto infatti, sono ripiombato in sala, precipitato dal mio stato di catarsi. Abbattuto in volo a causa della contraerei messa in atto, attraverso il continuo e massiccio uso di spiegazioni, dal duo di registi e sceneggiatori nostrani. A mio avviso, sono loro ad aver calpestato maldestramente una mina. Una mina che, accompagnata da quel suo onomatopeico e stucchevole suono, gli ha impedito di avere più coraggio , il coraggio di andare oltre il (pre)giudizio del pubblico. Perché una metafora un' artista non la può spiegare, può solo seminarla e nutrirla di speranza. La speranza che quando sarà matura, chi ne avrà voglia, vorrà coglierla e assaporarla, o perché no, magari farla sua interpretandola. C'è stato un momento, molto prima che quel "DAI BRAVI!!! SPIEGATECI TUTTO VIA!", esplodesse insieme a me, in cui l'illusoria sensazione che per Mine avrei speso fiumi di parole, mi aveva addirittura spaventato. Ma poi c'hanno pensato Fabio & Fabio, i despoti dell'immaginazione, a spiegare ogni cosa, a mettere in scena la poesia e al contempo la nota illustrativa, ben visibile, di fianco. Peccato. Davvero un grande peccato aver barattato un' idea così autoriale, intima e profonda, in nome e' per conto di un compromesso con la superficiale distribuzione per usufruire del maggior numero possibile di multisala. Impressione mia, ovvio.

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    3. Sempre impossibile commentarti...

      Al solito, recensione pazzesca e con almeno due passaggi geniali.

      Spiace che quello che ti abbia affossato sia quello che abbia esaltato me.
      Anche io sono un amante del non detto, figuriamoci del non spiegato.
      Ma in questo caso ho trovato quei momenti di svelamento talmente ben fatti e lirici che m'hanno sopraffatto.
      Grande il riferimento al primo matrimonio (non c'avevo pensato) o quello al cartello, davvero illuminato

      ma tutto, al solito, da premiare, chetelodicoafa

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