2.11.16

Boarding House (9): recensione "Haunts" (1977 - Herb Freed)


Questa rubrica curata da Giorgio Neri è davvero unica, per almeno un motivo.
Tutti i film di cui parla, o quasi tutti, non hanno infatti alcuna recensione italiana.
Giorgio è quindi un punto di riferimento nazionale per un certo tipo di cinema.
Questo Haunts è del mio anno, 1977, e sembra davvero interessantissimo.
Una specie di slasher che poi riesce a trasformarsi e diventare un film profondamente psicologico, di immagini, ricordi e suggestioni.
Al solito passione, competenza, un pizzico di cultura e una dedizione verso questo cinema che ama che fa quasi spavento

Ci sono film che basano tutta la loro forza sul finale; poi quelli che si affidano ad un ultimo respiro da mozzare (il finalissimo) e quelli, pochi a dir la verità, la cui “somma degli addendi” messi in scena, pur rivelando qualcosa, non mollano la presa sullo spettatore, lo trucidano con mille piccoli e subdoli dubbi, lo rendono perplesso.

Haunts significa “ritrovi”; il verbo to haunt significa “infestare”.
Forse è già tutto qui il senso di questo film che parte per essere uno slasher, con un maniaco che uccide diverse donne, mettendo in agitazione una cittadina rurale. Ma poi cambia, si evolve e lo spettatore manco se ne accorge.
L’assassino, lo dico subito, è un povero ragazzo disadattato che cerca probabilmente qualche ragazza con cui trastullarsi ma non tira fuori nulla di buono. È un cliché, un elemento banale, qualcosa di così trito e ritrito da dare fastidio, se non fosse che al regista Herb Freed (co-autore della sceneggiatura insieme ad Anne Marisse) non gliene frega assolutamente nulla di questa trama perché è uno specchietto per le allodole.
La storia gira intorno ad Ingrid, una May Britt con golfino da vecchia e atteggiamenti maniacali espressi dall’ansia della pulizia, di mondare ciò che disturba l’equilibrio interiore a cui tiene tanto. Raccoglie le briciole dal tavolo mentre versa da bere allo sceriffo, pulisce una mela con accuratezza, tiene in ordine la casa e si dimostra una donna che sa il fatto suo nel gestire una vita che ha la patina della perfezione (canta nel coro della chiesa) ma che osserva con angoscia il giovane macellaio (Frankie) tagliare un pezzo di carne; o, mentre spreme il latte dalle mammelle di una capra, rapidi flash del suo pensiero si perdono in immagini di corpi abbracciati e una carezza di uomo su una gamba di bambina. Con questa sequenza lo spettatore fa la conoscenza di Ingrid, e può solo intuire che c’è qualcosa che la culla dolcemente in un pensiero piacevole (si struscia sul pelo della capra) ma non è convinto che quel passato sia qualcosa di buono.
Non capirà mai dove voglia andare a parare il film se non negli ultimi minuti.
E neppure in quelli...

Haunts

L’approccio sessuale del ragazzotto Frankie è volgare: il suo incitamento all’amica di Ingrid per poterle insegnare a cucinare le interiora degli animali è una proposta indecente di sesso. Quando le propone la possibilità di insegnare ad entrambe, Ingrid scappa disgustata dall’idea di una tripletta sessuale con quel ragazzo mefistofelico. La carne tagliata e un cuore tranciato si mescolano ai frammenti di flashback che si sono visti prima. Questo tipo di montaggio diverrà ossessivo ogni volta che Ingrid si trovi a contatto con qualcosa che glielo ricordi: all’incirca a metà film, una coperta che lei accarezza in soffitta, la trascina nel passato; bambina, è nella camera della madre; poi quest’ultima corre in bagno; un cancello si chiude e un’ombra saluta.
Ossessivamente tornano e ritornano nel film tali flash.
Non vuole essere toccata, Ingrid. Il poliziotto incaricato delle indagini si trova da lei per controllare che le finestre siano chiuse. Sta per prenderle un braccio e accompagnarla come un gentiluomo alla porta ma lei si scosta. Non è insistito tale dettaglio, è un’unica inquadratura e passa quasi inosservata - o perlomeno recepita ma non compresa: Ingrid è androfoba, ha paura degli uomini (Repulsione, 1965, diretto da Roman Polański, è dietro l’angolo...). Ha una psiche come molte altre donne che sostengono che “il Signore dà e il Signore toglie”. In fin dei conti accetta di buon grado il suo destino, aiutata da chi le vuole bene e sembra avere a cuore la sua salute sopra ogni cosa (lo zio Carl).
Poi Ingrid è aggredita mentre torna a casa, e colpisce l’aggressore con un sasso.
A casa lo zio Carl dice ad Ingrid di non parlare di questo alla polizia: non le crederanno. Lei però telefona, soltanto che il poliziotto non le dà molto peso (da quando la cittadina è caduta in preda alla paura, riceve molte telefonate del genere).
Nel frattempo Billy, il vero assassino, lascia un bar dopo che l’amica di Ingrid ha tentato un approccio con lui, invano.
Nel frattempo, il giovane macellaio Frankie litiga con la sua ragazza, la quale nota un ematoma alla faccia, non troppo grande. Litigano e ognuno va per la sua strada.
Di questi quattro elementi brevemente narrati, il fatto che lo zio Carl non dia credito alla nipote non torna proprio. È illogico, strano, perturbante. Soprattutto quando quest’uomo esce di casa, lasciando la donna, ancora turbata, da sola.
Quando Ingrid trova l’amica straziata nel suo pollaio, è un turbinio di ansie e preoccupazioni che si rivelano concrete ai suoi occhi: la capra getta sangue nel secchio colmo di latte e, spaventata, si sporca con esso. Ma è una illusione, eppure la turba così in profondità che deve correre a mondarsi. Infilatasi in doccia, il suo corpo graffiato è oggetto di una aggressione da parte del macellaio, penetrato non si sa bene come nella sua dimora. È bloccata in camera e sta per essere stuprata ma l’arrivo provvidenziale dello zio interrompe l’atto. Il ragazzo va via. La minaccia se dice qualcosa e lei accetta il patto, confessando la sua colpa dinanzi ad un prete ma limitandosi a dire che Dio sa tutto e può tacere a fin di bene sul tacito accordo con il bruto.
Uscita dalla chiesa, un’altra aggressione nel vicino cimitero. L’uomo scappa.
Mentre ormai la polizia è riuscita a sistemare l’assassino per sempre (un inseguimento con conseguente sparatoria), Ingrid, tornando a casa, scopre con orrore che Frankie ha legato e imbavagliato lo zio e si appresta a stuprarla.
Ma lei, difendendosi, lo uccide con una coltellata.
Lo zio la convince a seppellire il corpo nel cortile intorno casa.
Mentre Ingrid si sta facendo la doccia, lo zio la osserva. Ingrid scappa e arriva alla stazione di polizia dove spiega che suo zio la ama, ma non in maniera volgare e immorale, e che a volte le fa paura. Gli astanti sono perplessi, non sanno che fare.
Scavando nel cortile, la polizia trova una capra.
Il poliziotto corre in bagno e scopre Ingrid nella vasca, suicida per mezzo della croce che portava al collo. Tra il vapore acqueo della stanza, lei se ne va via per sempre.

Haunts

Non è finito il film ma è bene fermarsi.

Nella costruzione simbolica della parte di trama che a Herb Freed interessa, il momento della capra segna la fine del film. E, infatti, la protagonista muore contemporaneamente al ritrovamento del cadavere dell’animale. In Egitto si credeva che alcune donne di facili costumi copulassero con un dio con le sembianze di capra; nella mitologia greca il dio agreste Pan era rappresentato metà uomo e metà capra. Nella Bibbia si fa menzione del “capro espiatorio di Azazel”, lanciato vivo ogni anno nel giorno dell’espiazione (Levitico, XVI, 8-10) per portare via con sé i peccati di Israele e trasferirli all’angelo caduto Azazel, per punizione imprigionato in una caverna sotto un cumulo di pietre. Fin dal medioevo in Europa s’identificava il Diavolo con una capra. L’assioma capra-diavolo è ormai consolidato. La prima scena in cui compare Ingrid è quando munge la capra, logico che con essa compia la sua ultima scena nel corpus filmico. Forse è troppo dare importanza ad un elemento simbolico che probabilmente nelle intenzioni della sceneggiatura non aveva questa gravità di riferimenti di cui sopra, eppure la capra ha generato i primi frammenti di flashback e la mungitura è l’atto sessuale di un pene masturbato fino all’eiaculazione. Non sarà Freud o chi per lui, ma è evidente che per Ingrid debba morire insieme a lei, a maggior ragione se qualcuno nella fossa deve andarci veramente essendo lei una donna sola, senza nessuno a cui dare la colpa: la convinzione che per la donna il macellaio sia il colpevole è una ossessione, esemplificata dalla scena in cui, dopo che il reale omicida è stato scoperto, lei crede di aver trovato una prova in una maglietta e spera che la polizia trovi impronte digitali sui bottoni.
Ossessione e sesso si uniscono in un connubio che contiene lo stesso suono sibilante.
Lo zio arriva mentre i becchini stanno mettendo terra sulla bara.
Il poliziotto gli riferisce che sua nipote è impazzita: dopo la prima aggressione ad opera di Billy e dopo aver scoperto il cadavere dell’amica nel pollaio, qualcosa si è allentato.
Di contro lo zio afferma di non averla mai vista e che, dopo la morte dei genitori, è finita dritta in un orfanotrofio per tredici anni: “Il Signore dà e il Signore toglie”, dice.
Ma quell’ombra che saluta?
Quella bimba che si gira verso qualcuno, mentre è portata via?
Frankie è davvero innocente, visto che Ingrid ha subìto due aggressioni reali?
A quest’ultimo interrogativo ci penserà la nostra logica o fantasia. Oppure il giudizio è sospeso, soprattutto in considerazione del fatto che passa in secondo piano.
Agli altri ci pensano gli ultimi minuti di film. Utilizzando sempre la stessa tipologia di montaggio, lo zio entra in casa, sale al piano superiore e si sofferma prima sulla porta della camera - ricorda un abbraccio, una donna che scappa e una bimba che li vede - e poi entra nel locus amoenus del bagno - ricorda se stesso che si alza piangendo dalla vasca da bagno insanguinata, mentre la bimba è spaventata e sorpresa.

Haunts

Ricostruendo il puzzle, lo zio era l’amante della madre di Ingrid; quest’ultima, bambina, li scopre a letto e la madre, per la vergogna, si suicida nella vasca. La bimba finisce in orfanotrofio e l’ombra che saluta è quella dello zio (intuitivamente, non viene mostrato il volto). Quelle mani che accarezzano la bambina sono presumibilmente quelle dello zio, a cui Ingrid si rivolgerà ogni qual volta il suo desiderio sessuale si farà impellente: un’esigenza da punire e per cui autoflagellarsi (i graffi sul suo corpo), reprimendola.
Infatti, Ingrid muore vergine.
Tali elucubrazioni potrebbero essere esagerate. Dicono in giro che si tratti di un B-movie, sebbene passabile per essere oggetto strano e fuori dagli schemi.
Ma sono elementi di analisi non troppo peregrini.
Oltre ad alcuni passaggi non proprio chiari di cui si è detto - aggiungendo anche, a titolo di esempio, quelle carezze sulla gambetta scoperta della bambina che sa tanto di pedofilia (il dubbio c’è: se lo zio non rivela al poliziotto il vero motivo del trauma della nipote, perché non pensare che anche Ingrid abbia mentito sul fatto che non ha avuto rapporti indecenti con lo stesso, pur affermando fermamente che lei è amata da suo zio e ha bisogno di lui?) o l’omicidio dell’amica di Ingrid (è stato Billy? È stato il macellaio? Che senso ha metterne il cadavere nel pollaio?) o ancora: è indubbio che lo zio l’ami? Uno che arriva in ritardo al suo funerale, che nei flashback scosta la bambina in malo modo mentre si bacia con la madre o l’abbandona in un orfanotrofio? - ciò che appare certo è che questi luoghi mentali, questi “ritrovi” in cui ognuno prima o poi finirà, sono infestati da fantasmi del passato che non potranno mai essere puliti via.
Come dice Ingrid: “Si pensa troppo ai morti e ci si dimentica dei vivi”.
Il fermo-immagine finale è la somma di addendi che non ritornano:
Ingrid compare tra la tenda della doccia e il vapore acqueo; lo zio, sorridente, si dirige verso quella evanescente figura mentre la musica di Pino Donaggio commenta con forza nostalgica un incontro che non è di qui e forse è di là. O forse esiste solo nel cinema.

Ma noi comuni spettatori mortali non siamo invitati.

Partono i titoli di coda.

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