10.11.16

Recensione: "Enclave"

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AL CINEMA (34)

Dopo Sole Alto altro grande cinema dalla Serbia.
Il racconto di Nenad, ragazzo serbo che vive in una piccolissima enclave in Kosovo.
Nenad va a scuola da solo dentro un carrarmato, Nenad non ha amici, Nenad è lo straniero, figlio di un'etnia nemica.
Cinema privo di retorica, scarno, essenziale, scritto alla perfezione.
Peccato però per un errore di sceneggiatura che non riesco a spiegarmi.
Chi può lo cerchi in sala

presenti spoiler


Enclave.
Ovvero quel territorio che si trova dentro ad uno stato senza però farne politicamente parte..
In una enclave, una minuscola lingua di territorio serbo in Kosovo, vive Nenad e la sua famiglia tutta al maschile, il babbo briaco e il nonno morente.
Nenad è l'unico bambino serbo di quella zona, in mezzo a tutti gli altri kosovari-albanesi.
Ovviamente i rapporti son tesissimi, la guerra è ancora fresca.
Nenad deve andare a scuola da solo e per farlo deve essere trasportato da un mezzo blindato delle forze di Pace.

Ormai di serbi non è rimasto nessuno, giusto la sua famiglia e il prete che gli fa da tutore.
Prete che vive in una piccolissima pieve bombardata.
Questa è la storia di un bambino e della sua difficilissima amicizia con i propri coetanei di etnia diversa.
Ma anche la storia di un odio mai finito.

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Dopo Sole Alto il cinema slavo ci regala un'altra piccola perla, sebbene inferiore.
Quello che ho trovato veramente notevolissimo in questo film è la sceneggiatura.
Apparentemente "facile" è invece una scrittura di puntigliosa perfezione, capace di muoversi negli spazi e di incastrare le vicende in modo mirabile.
Senza che te ne accorgi ci troviamo davanti moltissimi personaggi, Nenad e la sua famiglia, il prete, i militari, la maestra, la famiglia albanese del matrimonio, il ragazzino, Baskim, a cui i serbi uccisero il padre, i suoi due amici, la zia e la cugina di Nenad.
E tanti luoghi come la casa di Nenad (con un'atmosfera fortemente dostoevskiana), la pieve del prete, le colline della pastorizia, il checkpoint, il villaggio albanese e, non ultime, tutte le strade che collegano questi posti.
E' proprio questo che ho amato del film. Questo continuo muoversi tra posti diversi, questo continuo spostarsi da un personaggio all'altro per poi capire che in realtà sempre lì stavamo, in pochissimi km quadrati. E guardate che specie in un montaggio alternato e contemporaneo muovere così tante cose in spazi così piccoli è difficilissimo. Un pò la stessa cosa che notai in Ma Loute ad esempio.
Insomma, come saper gestire tante azioni contemporanee che prima o poi muovendosi nello spazio non possono che incrociarsi.
E così quando il carro armato si muove vediamo i pascoli di Baskim, vediamo il villaggio albanese, vediamo la casa del prete e il cimitero. E gli stessi ragazzini correndo qua e là possono essere gli occhi di ogni accadimento.
L'idea di enclave in questa sceneggiatura risulta così perfetta.
Ma questo è puramente un merito di scrittura, non l'unico.

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Perchè come non notare la bellissima scrittura circolare con il tema scolastico iniziale e quello finale? Con quella classe nel prologo dove Nenad studiava da solo perchè serbo e quest'altra nel finale così piena e chiassosa dove, quasi un controsenso, viene invece definito "l'albanese"?
Come contrapporre due luoghi identici e al tempo stesso diversissimi e far capire come alcuni possano essere sempre considerati gli stranieri.
O quella barretta di cioccolato che prima diventa merce, rifiutata, di scambio, poi simbolo di disprezzo (quando viene lasciata a terra dai due bambini albanesi "contro" la bugia di Baskim) e poi di finale pentimento, scusa e riavvicinamento.
O quei jeans larghissimi (del padre) che Nenad è costretto a mettere dopo aver perso i suoi.
Altra piccola pennellata di scrittura che racconta la povertà più di mille discorsi.
O quel poliziotto bastardo che poi si rivelerà essere un serbo ormai "comprato".
O quella campana che diventa prima simbolo di un orgoglio religioso da rimetter su e poi geniale espediente narrativo.
O quella inspiegabile ellisse per cui vediamo Nenad al funerale del nonno. Ellisse che nemmeno il tempo di farci incazzare che poi, scelta grandiosa, viene spiegata poi.
O il suono del cellulare, addirittura in classe -luogo dove non può essere usato- quando per tutto il film, nell'enclave, avevamo vissuto in un mondo senza telefoni.
Fa specie quindi che in una scrittura così perfetta, maniacale, piena di rimandi e piccoli cerchi che si chiudono vedere quello che io considero un errore davvero pacchiano.
Nenad non torna a casa. Nessuno ne fa menzione. Sua zia e sua cugina arrivano ma non chiedono mai di lui, come se non esistesse. Il padre fino a sera, quando viene arrestato, non lo cerca mai. Ma è addirittura incredibile come zia, cugina e prete (ricordiamolo, più di un padre per Nenad) passino tutta la notte in casa senza chiedersi dove sia finito.
In ogni caso Enclave è un film che ti tiene incollato a sè, genuino, sobrio, essenziale.
Anche il suo protagonista, Nenad, è un bambino che sembra non emozionarsi mai, non aver paura, non piangere, non drammatizzare mai.
Un personaggio non retorico come non retorico è il film che ce lo presenta.
Si passa da ottime inquadrature aeree a quelle claustrofobiche e rumorosissime dentro al mezzo blindato.
Si passa dalla morte e dal tentativo di funerale del nonno serbo allo sgargiante e caciarone matrimonio albanese.
Non c'è un solo momento in cui le due etnie sembrano poter avere un punto di contatto. C'è solo indifferenza, forzata coabitazione ed odio.

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Il personaggio chiave è quello del pastorello Baskim, nato nell'odio verso i serbi assassini ma comunque, in fondo in fondo, sempre bambino.
Anche se con fare aggressivo accetta ad esempio di giocare con Nenad anche se il rifiuto di quest'ultimo a continuare il nascondino porterà a quello che porterà.
E' molto interessante che in un film che racconta di un post conflitto il personaggio più carico d'odio non sia un adulto, ma un bambino.
E sappiamo sin dall'inizio che se qualcosa muterà, se il film darà un piccolo segnale di speranza, lo affiderà a lui.
E questo segnale avviene, in un flash back bello e doveroso (avevamo bisogno di risposte).
E se porterà ad un finale forse troppo "facile" e buonista ( almeno riguardo il rapporto tra i due bimbi) è anche vero che quel gesto era in qualche modo necessario per non sbilanciare troppo il film e renderlo troppo smaccatamente filo serbo mostrandoci la comunità albanese (poliziotti, famiglia del matrimonio, Baskim) soltanto come portatrice sana d'odio, senza alcuna connotazione positiva.
Perchè sarebbe stato veramente sbagliato schierarsi troppo apertamente da una parte o l'altra. Specie considerando le origini del regista.
Meglio invece pensare ad un film che racconta differenti orgogli.
Da un lato quello serbo, personificato da questa famiglia profondamente dignitosa, integerrima (il padre che non si vende) e incapace di aver paura.
Dall'altro una comunità, quella albanese, che si sente ormai padrona di casa propria, pronta a festeggiare e vivere senza più alcuna paura.
Due orgogli che non potranno mai divenire una cosa sola.
E così, inevitabilmente, sarà città, sarà Belgrado.
Nell'enclave resta solo una campana a terra che, perforata dai proiettili, non suonerà più

4 commenti:

  1. Riguardo l' errore di sceneggiatura, è possibile che il regista abbia esasperato una situazione? Il film non l' ho visto, però insomma datto che si muove in un carro armato il luogo tanto sicuro non dovrebbe essere. Ecco, magari quello che voleva enfatizzare era una cosa simile ai desaparecidos, e con l' indifferenza in casa volesse evidenziare come fosse una cosa abituale. Pura congettura eh, l' ho buttata lì

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    1. Capisco cosa vuoi dire ma purtroppo non è così.
      Il film parla di una famiglia di 3 persone. Il nonno poi morente. Il figlio non torna a casa. E' una zona pericolosa più in teoria che in pratica.
      Sta di fatto che da Belgrado viene la sorella del padre perchè il nonno, come dicevo sopra, sta morendo.
      E già fa strano che arrivata lì trovi solo il padre e non faccia domande su dove sia suo nipote (e cugino di sua figlia). Si fa sera, il padre viene incastrato dalla polizia ma ancora nessuno nomina il bambino. Poi vediamo la zia, la cugina e il prete (che è il tutore di quel bambino, più di un padre) vegliare "traqnuillamente" il morto senza che nessuno parli ancora del bambino non tornato (e non ha altri luoghi, non ha amici, non ha nulla).
      Addirittura arriviamo alla mattina dopo che ancora i 3 non dicono niente. Poi il padre esce dalla notte in prigione e finalmente qualcuno si ricorda de sto povero bimbo...

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    2. Ah si ricordano dopo, allora sì. Appunto è abbastanza strano come errore, dato che dalla descrizione che ne fai sembra molto particolareggiato nel resto.

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    3. Guarda, ho analizzato ogni singolo dettaglio di sceneggiatura, è perfetta.
      Ma sta cosa non si capisce.
      Anche perchè ovviamente la mattina dopo sono disperati. Ma fino alla mattina non solo non si preoccupano ma il bambino non è mai nominato. E capirai che non vederlo tornare nemmeno di notte in una zona così...

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due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

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3 ciao