3.12.17

Torino Film Festival - Giorno 3 - Recensioni "Dark River" e "Daphne"


E così al Tff mi becco quasi per caso il secondo film di finzione (esordì con un documentario) di Clio Barnard, la regista del bellissimo The Selfish Giant.
E, che dire, una conferma.
Perchè se è vero che, a mio parere, il precedente film era superiore è anche vero che in Dark River si nota una grande linea di continuità sia come livello che come stile che come tematiche.
Una ragazza torna dopo 15 anni alla fattoria di famiglia.
Ad attenderla (anzi, a dir la verità non se l'aspettava) c'è l' "amato" fratello, un ragazzo che, vista la morte del padre, tutti questi anni ha mandato avanti tutto da solo.
Il loro rapporto è difficile, lui non perdona a lei l'essersene andata. 
Ma se lei non tornava c'era un motivo, c'erano ricordi e fantasmi troppo grandi.
Ancora una volta la Barnard si conferma una regista eccezionale, letteralmente eccezionale, nel raccontare i rapporti umani.
Dopo i due bambini di Selfish Giant stavolta abbiamo due fratelli.
Due fratelli che si amano ma hanno messo troppe cose in mezzo a loro per riuscirci davvero. E un rapporto che poteva esser splendido diventa invece quasi terribile, difficilissimo, finanche pericoloso.

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La Barnard intervalla il presente con il passato. Ma non dobbiamo parlare di veri e propri flash back (anche se ce ne sono, pure belli) ma di fantasmi del passato che vivono nel presente. E così saranno innumerevoli le scene in cui Alice rivede il proprio padre accanto a sè. Non c'è luogo, non c'è momento in cui quella presenza l'abbandona. Il trauma che subì da adolescente è troppo forte, non se ne va via. E questo suo blocco è anche il motivo per cui il legame con il fratello non riesce a ripartire (splendido quel suo "come può andar bene se tu non ce la fai nemmeno a entrare in casa?").
Due attori formidabili, delle location notevoli (dovremmo essere nell'Inghilterra del Nord, vicini all'Irlanda) per una storia semplice e drammatica. Una fattoria, le pecore, due fratelli che faticano a parlarsi, impossibile non richiamare l'islandese Rams.
Importantissima la scena in cui lei suggerisce a lui di tagliare il campo. Quel suo difendere ogni specie animale (insetti) e vegetale, quel suo essere tremendamente attaccato a cose diverse da lei, l'ho trovato potente. E non è un caso che nel finale lei gli dia quegli "aghi", simbolo in qualche modo del loro campo (come a dire "non ho tagliato nulla").
Ma di dialoghi riusciti ce ne sono tanti in un film che è quasi un'opera teatrale in aperta campagna. 
Poi lei va su, nella cameretta, in quel piano superiore dove non riusciva più a tornare. E il fantasma, in quel luogo, è ancora più forte. E quel dialogo col fratello, quel "andavo io perchè l'attesa mi uccideva" è probabilmente il momento più forte ed emozionante del film.
Poi ci sarà il fatto di sangue e il comportamento straordinario del fratello, la prova, se ce n'è una, di quanto la ama.
Un film lento, di poche cose, di pochi fatti.
Ma di tanta vita e di tanto dolore.


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Non la mia tazza di thè, lo ammetto.
Probabilmente avrei dato una sufficienza stiracchiata se non fosse arrivato quel finale che, oltre ad offrire le scene migliori, dona al film un senso o, per meglio dire, il completamento di un percorso.
Daphne racconta pochi giorni di vita di una bella trentenne (il titolo è il suo nome), abbastanza acida e scostante, insoddisfatta, una che se ne gira per Londra ricercando estemporanei contatti umani (specie sessuali), una che ha una mamma con cui non fa altro che litigare, che ha un lavoro che non la soddisfa e che non sembra nemmeno avere tanta stima di sè.
Un film che potrebbe ricordare quelli di Baumbach (una lei e una città, New York) o, per certi versi, la prima parte di Most Beautiful Island.
In questo tipo di film possono succedere due cose. O amare il personaggio, e di conseguenza il film, oppure sopportarlo poco (come è successo a me) e, per questo, fare parecchia fatica.
Daphne è molto cinica, a tratti arguta, spesso capace di battute. Ma a me stava antipatica, e nemmeno affascinava, c'è poco da fare.
Ad un certo punto assiste all'aggressione del proprietario di un minimarket. Un fatto che sembra passarle di mente 5 minuti dopo e che invece, e qui ho apprezzato molto il film, porterà a un leggero ma graduale cambiamento di sè.
C'è la sensazione che Daphne vorrebbe essere qualcosa di diverso da quello che è, che quel suo praticare sesso con estranei, quel suo drogarsi, quel suo trattare tutti con sufficienza, non rappresentino del tutto sè stessa, ma siano un pò la corazza che si sia costruita per combattere le proprie insicurezze.

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Ed è per questo che ho trovato nel finale un piccolo momento che è una perla di sceneggiatura.
Lei si scusa con l'immigrato per non avergli tenuto la mano mentre stava morendo.
Lui le dice che no, che gliela stava tenendo.
E lei "davvero? non me ne sono accorta".
In due righe l'anima di un film.
Una ragazza che si odia talmente tanto, che si crede così sbagliata e cinica, da non ricordarsi quando stava tenendo la mano di quell'uomo.
E scoprire invece di averlo fatto è anche lo scoprire una parte di sè che tentava disperatamente di nascondere.
Una corazza che inizia a sgretolarsi.
Forse da domani, per Daphne, comincerà una nuova vita.
E questa nuova vita parte da una mano che stringeva quella di un uomo e dal sorriso ad una madre

6.5


4 commenti:

  1. Ehm... Daphne è inglese, gira per Londra. :)
    A parte questo il film non mi ha detto molto, sarà che le trentenni irrisolte iniziano a stancarmi un po'.

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    1. oddio, ho scritto New York??

      perchè avevo già in mente il parallelo 3 righe sotto con Baumbach ;)

      correggo

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  2. Anche a me Daphne ha detto pochino pochino... E Baumbach è altra cosa. Frances Ha vale già solo per la citazione di Mauvais Sang di Leox Carax.

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    1. no no, ma è solo per far capire ad un eventuale lettore da che parte stiamo, non parlo certo di livello

      ho visto solo Mistress America suo ma conosco tutti i suoi film

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due cose

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3 ciao