24.6.16

Boarding House (6): Recensione "Sacrificio Fatale" (1991 - Michael Tolkin)


Torna Giorgio Neri e la sua rubrica con due piccole novità. 
La prima è che, per la prima volta, "approdiamo" agli anni 90.
La seconda è che se è vero che Giorgio, un'altra volta, ci parla di uno sconosciutissimo cult "maledetto" stavolta il suo politicamente scorretto arriva a vette ancora più alte, nientepopodimeno che a Dio.
Con Mimi Rogers, Bruno Ganz e un giovane Duchovny.
Tra sesso sfrenato, l'improvvisa scoperta di Dio, la morte e il fanatismo religioso.
Buona lettura

Dio: una parola che inquieta od esalta.
In Religiolus, il film documentario del 2008 di Larry Charles e scritto da Bill Maher, quest’ultimo chiede a diverse persone fermamente credenti perché, se il desiderio di ricevere la grazia, il perdono o la vita eterna è così forte e impellente nelle loro anime, non si sbrighino ad arrivare in Paradiso, e l’unico mezzo veloce per farlo è uccidersi.


Durante le nottate passate a rifiutarmi di mettermi a pregare come un ragazzino buono e ben pasciuto per andare a letto con la coscienza pulita pulita e tranquilla tranquilla, registravo i film di Rete 4 che andavano sotto la categoria de I Bellissimi.
Incappai nel film di Michael Tolkin, il cui titolo originale è già di per sé esplicativo: The Rapture (il rapimento, sinonimo della cosiddetta estasi).
Il regista è un famoso sceneggiatore (suo lo script, ad esempio, de I Protagonisti di Robert Altman, 1992) e nel 1994 tornerà a parlare di religione (o della tendenza a seguire un che di spirituale per darsi una svegliata) con New Age - Nuove Tendenze.
Conservo ancora quella vhs come fosse una reliquia.
Difficile trovare quella originale e il dvd non è mai stato realizzato per l’Italia.
Che cosa c’entra uccidersi per Dio e l’estasi raggiungibile attraverso lui medesimo?

Breve trama: Sharon (interpretata da Mimi Rogers) è una donna annoiata e un giorno scopre che Dio sta per giudicare gli esseri umani. E lei ci mette del suo per salvarsi.


Non voglio entrare nei dettagli della trama perché il film merita di essere visto per quello che effettivamente sottende piuttosto per quello che mostra. E cioè che Dio non ha nessun valore e che lui medesimo non ci reputa così importanti quanto il suo cosiddetto figliolo (quel Cristo che avrebbe mandato in Terra per salvare le nostre anime tanto tempo fa). No, Dio, se c’è, se ne sta là e là ci arrivi morto. E quando il personaggio della figlioletta (morta ammazzata dalla nostra protagonista) le chiede se vuole andare in Paradiso, la madre risponde no; quando la bambina le domanda per quanto tempo rimarrà ferma in quel luogo - di cui dirò in seguito - e ostinata nell’idea che Dio offre soltanto sofferenza (è giustamente addolorata per ciò che ha commesso e soprattutto innamorata ancora di più della figlia che ha ucciso), lei risponde:
“Per l’eternità”.
E il film si chiude così.
Secondo il regista, quindi, la nostra vita (perché il punto di vista della protagonista coincide con il nostro da spettatori) è una lunga attesa, immobile e immobilizzante, in quello che la religione cattolico-cristiana definisce come il Purgatorio, o più prosaicamente, il Limbo: il luogo nel quale gli esseri umani ascesi al termine della fine del mondo o morti, che non hanno mai creduto o ci hanno provato, devono dichiarare di credere o meno in Dio e così avere il via libera verso il Paradiso o restare lì, nel Limbo.
Perché l’Inferno non è qualcosa di metafisico ma è fisico, sembra suggerire la fotografia molto calda dei luoghi in cui si svolgono gli amplessi che Sharon, insieme ad un suo amico (Bruno Ganz), si concede ogni volta che stacca dal lavoro monotono e ripetitivo di centralinista. Corpi che si avvinghiano, che si scaldano, che fanno sesso come se fosse l’unico fulcro di una vita vuota, che loro sanno benissimo di avere; di contro alla serenità celeste (il colore delle pareti nella sala mensa in cui Sharon sente per la prima volta parlare del Bambino profeta e dell’esistenza di un Dio che salverà chi crederà in lui; oppure il cielo altrettanto azzurro del deserto in cui condannerà se stessa e la figlioletta) ma che è spaventosamente fredda, agita da un gruppo di uomini e donne che si muovono sotto mentite spoglie, che proclamano la fine del mondo con il sussurro del fedele invece che con il grido del predicatore, che hanno sognato “la perla” e non possono far altro che credere, che sembrano una setta silenziosa e inamovibile con il sorriso delicato. Tale ambiente e la vita nel “peccato” di Sharon sono il contrasto necessario che la devono rendere libera dalla scorza morigerata del ruolo da centralinista e farla precipitare all’estremo opposto per appagarsi di più dell’estasi: la ninfomane, la puttana, la Maddalena che sa che c’è qualcosa che non va ma non lo comprende appieno.


Ed è a questo punto che il film attua il primo cambiamento e comincia a diventare crudelmente inesorabile ed esasperatamente, direi serpetinamente, accusatorio.

Nel suo appartamento, numero 101 (un omaggio alla famosa stanza descritta da George Orwell in 1984? Oppure, come in Oriente, rappresenta un Tutto aperto, grazie all’1, ad altri sviluppi? Getto qui una considerazione interessante ma la lascio libera..), Sharon riceve la visita di due uomini che sembrano testimoni di Geova: può salvarsi se crede in Dio, se pulirà la sua anima, se comprenderà che uccidere non è peccato (uccidere il vecchio Sé per quello nuovo, che amerà Dio e da esso si farà salvare: è il primo indizio di ciò che avverrà nel deserto). Così Sharon caccia via l’infedele amante che aveva conosciuto durante il primo amplesso scambista del film - un David Duchovny con capelli lunghi e ateo che non crede né in Dio ma che qualche anno dopo (nel 1993) dirà di credere ad altre forme di vita -  e si abbandona alla placida speranza della “perla”, usa il lavoro da centralinista per predicare l’incontro con Dio e scopre l’esistenza del Bambino-profeta. È un ragazzino di colore che assomma in sé un altro elemento inserito nel novero degli opposti su cui si basa la struttura principale del film: un Gesù nero; Sharon che da disinibita femmina, diventa casta e pura; David Duchovny che da ateo e assassino su commissione (così lui racconta, pentito: altro indizio della sua tendenza inconscia all’ascesa), si taglia i capelli e diventa un credente. 
Ma l'imprevisto è la prova ultima (per Dio, probabilmente).
A causa di un licenziamento che cade come spada di Damocle su un dipendente della società che David Duchovny gestisce come direttore (credere in Dio ti dà un certo successo e un bel po’ di soldi? È l’aspetto più ironico ma non dichiarato del film...), il neo-marito si becca una fucilata in petto e crepa all’istante, lasciando moglie e figlia.

È il secondo cambiamento: non può non essere così quando entra in scena la Morte.


[Precisazione 1.
Due passi della Bibbia determinano i due cambiamenti principali:
il primo riguarda il sogno della perla. Sharon, durante una delle sue scorribande notturne a base di sesso, osserva uno strano tatuaggio sulla schiena di una ragazza: una perla tenuta da una mano. La ragazza le racconta un sogno che noi non conosceremo mai. Mi sono informato e ho scoperto un passo della Bibbia, questo: “Il regno del cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Matteo 13; vv. 45-46). La perla è il regno di Dio. Lo si raggiunge abbandonando tutto ciò che è volgarmente materiale.
Il secondo passo è la chiamata ricevuta da Sharon, dopo la morte di suo marito. In una serie di foto che scendono da un  macchinario che le sta stampando, Sharon osserva suo marito sul ciglio di una collinetta brulla, in mezzo al deserto (potrebbe essere l’equivalente moderno del roveto ardente che non si consuma e appare a Mosè - Esodo 3:1-4:17? Forse, ma anche tale interpretazione la lasciò libera...). Il Bambino-Gesù nero le recita questo passo: “E la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, perché vi sia nutrita durante milleduecentosessanta giorni. E vi fu guerra in cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone; anche il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero e per loro non fu più trovato posto nel cielo” (Giovanni, Apocalisse, capitolo 12). Sharon andrà così nel deserto insieme alla figlia per raggiungere Dio e fare in modo che la figlia rivedi il padre in Paradiso.]

“Voglio morire.” dice la bambina a Sharon, quando si trovano nel deserto e l’ascesa al regno di Dio ancora non è avvenuta. Già dopo il funerale del padre, la bambina aveva dichiarato che la morte sembrava essere un mezzo per giungere a Dio.
Ed è così, se una religione dice che dopo la morte c’è la Resurrezione.
Sharon veste i panni di un altro personaggio in questo frangente melodrammatico del film: quello della donna del deserto, quello di Maria, gravida di Gesù che deve fronteggiare il Male, il drago e gli angeli che combattono insieme ad esso.
Ma nessuno si presenta all’appuntamento.
Né Dio né il Drago.
E quando subentra la delusione, entra in scena il triste compito di forzare la mano e aiutare il proprio desiderio di serenità (o beatitudine) a concretizzarsi. Di conseguenza, Sharon si trasforma di nuovo per aiutare la figlia ad aderire perfettamente al desiderio, perché la bambina vuole andare dal padre e sa che per farlo bisogna amare Dio e morire.
Una pallottola la uccide, esplosa da Sharon, che diviene un Abramo al femminile.
Ma senza l’angelo che le blocchi il dito sul grilletto.
La donna confessa l’omicidio-sacrificio al poliziotto che aveva incrociato durante i giorni della sua attesa nel deserto, interpretato da Willy Patton (per inciso: quando arriva questo personaggio loro sono già due settimane che si trovano lì; per un’ordinanza del posto dovrebbero spostarsi in un altro punto, presumibilmente per altre due settimane...mi viene il dubbio se siano rimasti nel deserto quaranta giorni come Cristo quando dovette fronteggiare Satana: potrebbe essere, considerato il preciso simbolismo della struttura filmica...), ed è incarcerata: è una donna delusa, la nostra Sharon.
Nel momento in cui lei non crede più nella benevolenza di un Dio lontano e indifferente, il regista ci regala un inaspettato “decorso della degenza spirituale del film”.
Una tromba, quella del Giudizio Universale, rimbomba per il mondo.
La ragazza che aveva il tatuaggio, rinchiusa con Sharon perché si ostinava a predicare la fine del mondo in un centro commerciale, canta un inno a Dio. Sorge una domanda: si trova nello stesso carcere di Sharon - perché incarcerarla in un distretto in mezzo al deserto e non nella cittadina in cui predicava? Potrebbe essere una forzatura ma non anche no. Il regista sa bene che la protagonista deve re-incontrare ciò che è il suo doppio: la ragazza fedele a Dio e alla sua forza e l’uomo incredulo che può prendere le veci del suo marito morto e divenire un “credulo” (leggasi: fedele): il poliziotto.
Le sbarre del carcere cadono.
La libertà di affrontare il mondo è un viaggio in motocicletta messo in atto dal poliziotto e Sharon sotto un cielo cupo e attraversato dai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse.
Nella nebbia i due ascendono al cielo (un effetto speciale semplice ma perdonabile).
Quindi: l’incontro con la bambina morta.
Il poliziotto afferma di credere in Dio, adesso, e di amarlo. Scompare.
Sharon si ostina a non credere in lui perché le ha dato tanta sofferenza.

Rimarrà lì per l’eternità.


Ma non è un male, sembra suggerirci il regista.
Per quanto il sacrificio di se stessi possa essere il viatico verso la salvezza interiore (o il benessere di un’anima persa) e l’amore verso un entità soprannaturale possa riempire la vita priva di amore terreno, restare nella via di mezzo è l’unica soluzione.
“In medio stat virtus” (la virtù sta nel mezzo) era una sentenza della scolastica medievale, che derivava da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, ed esprimeva l’ideale greco della misura, della moderazione, dell’equilibrio.
Nel mezzo non esiste la delega a Dio delle nostre responsabilità, ed è un bene: con tale atto si arriverebbe all’accettazione della messa a morte della vita come unica via per giungere a lui, in quanto paradossalmente l’omicidio sembra essere giustificato mentre è vietato il suicidio; troppo semplice raggiungere Dio così, oltretutto determinerebbe uno spopolamento che non fa buon gioco alle divinità. Chi le appoggerebbe se la cerchia di fedeli diventasse più ristretta di numero? La religione è espansione...
Ma se finisce la vita, e si è deciso di non farsi sedurre dall’assenza di risposte da parte di un Dio freddo come un luogo di lavoro, il nostro destino è l’immobilità, l’inazione. Perciò si deve fare in modo di avere anche quella parte non prettamente carnale che limiterebbe le nostre esperienze: se ha come nome “metafisica” o “amore”  o “trascendenza” non importa, è il nostro cervello che spinge affinché si possano superare i limiti che ancorano ad un corpo gravato dalla gravità: immergersi nella vita carnale, pensando di amare oltre la carne stessa, è anch’esso un bene. I mezzi sono due: l’Amore e la Fantasia (ma, soprattutto, il sodalizio o la sinergia tra di essi). Cioè, l’Arte.


Ricordiamoci che Sharon era una semplice centralinista e quando si è dedicata ad immaginare altri mondi ha creato la sua “opera d’arte” che credeva coincidente con quella di Dio; l’Amore l’ha aiutata a a mettere in piedi una Fantasia e a porre le basi per quello che sarebbe stato l’atto artistico necessario per costruirsi una vita migliore.
Ma c’è uno scarto. L’opera d’arte, magari anche il film stesso, è opera dell’essere umano.
L’altare, il sacrificio, la macchina da presa e l’ispirazione cinematografica sono umane.
Sono proprietà dell’uomo, di lui e basta.
Non di Dio.
Perché, a prescindere dalle implicazioni politico-economiche che per il momento si lasciano da parte, ciò che è Dio è semplicemente la mancata elaborazione di un lutto e la perniciosa consapevolezza che quello che sono i morti prima o poi noi saremo.

[Precisazione 2.
Nel Cantico dei Cantici 2:1 si legge: “Io sono la rosa di Sharon, il giglio delle valli”. A pronunciare queste parole era lo sposo, che è la figura di Cristo. Pertanto “rosa di Sharon” e “giglio delle valli” sono considerati nomi di Gesù. Ma che significa “rosa di Sharon”? Sharon è una valle molto fertile situata tra Giaffa e il monte Carmelo nell’Alta Galilea, e i fiori di questa valle sono rinomati per bellezza, fragranza, dimensioni: l’idea che c’è dietro è comunque quella di un fiore prezioso, pregiato, la cui provenienza lo fa distinguere a vista d’occhio da fiori della stessa specie che però non provengono da Sharon. La rosa di Sharon è unica, come Gesù si dice debba essere l’unico mediatore fra Dio e l’uomo. Preziosa è la rosa di Sharon, prezioso è il sangue di Cristo; rinomata la rosa di Sharon per il suo profumo intenso, rinomato è Gesù per le sue parole di vita eterna. Novello Cristo, adulto e femminile (ancora il doppio-opposto), la protagonista del film soccombe al suo destino fin dal nome, per l’eccesso che la contraddistingue. Per la mancanza di una via di mezzo, che non è quella di Damasco.]

Quindi, tornando all’inizio di questa recensione, ci si può chiedere: vale la pena pregare a mani giunte qualcuno che non risponde mai quando in Tv passano film bellissimi?

Ai poster(i) l’ardua sentenza.

2 commenti:

  1. Questo sembra davvero interessante, ma per vederlo? I bellissimi di rete 4 mi sa che ci sono ancora :D

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    1. Se lo programmano sui Bellissimi, bisognerà star dietro alle guide Tv (ma non è fattibile, diciamoci la verità); potresti provare a scaricarlo mettendo il titolo originale (comprare il dvd americano mi pare assurdo; magari prova a scaricarlo o visionarlo in streaming con il titolo italiano, ma all'epoca tentai e non ebbi risultati); sul web vendono la vhs italiana (prezzo abbastanza alto)...se riuscirò a riversarlo su un dvd, probabilmente passerò il file...

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