11.6.16

Frank Viso

Il cinema d'autore, o "elitario", o anche cosiddetto "sommerso", come piace definire all'amico Giuseppe, lo si potrebbe facilmente immaginare come la figura di un enorme albero, le cui ramificazioni corrispondono a molteplici stili che a loro volta prendono forma, generando altrettante sfaccettature di un universo cinematografico in realtà talmente ampio e denso nel quale, anche la semplice perlustrazione, finisce poi per condurre a una ricerca interminabile. Questa asserzione, giusto per far comprendere quanti film e autori, in realtà, restano sconosciuti ed invisibili agli occhi dei più. Quanta materia filmica si nasconde nei circuiti più underground o, ad esempio, nel sottobosco dei festival (specie quelli minori, spesso a tematiche ben definite) e quanto poco, infine, riesce effettivamente ad emergere. Dedito da anni all'esplorazione di questo cinema attraverso una miriade di visioni, potrei segnalare moltissime cose più che degne della carica di "migliori", ma che al contempo possono essere di difficile reperibilità (diretta richiesta a registi e produttori) nonchè fruizione (mancanza di sottotitoli in italiano, sperimentalismi estremi, ecc.). La mia scelta, quindi, anche per facilità nel venire incontro al pubblico di questo blog, alla fine è caduta su film e autori che negli anni sono comunque riusciti a eccellere da questo territorio "sommerso", facendosi un certo nome, ognuno attraverso un'impronta e uno stile ben caratterizzanti. Segnalerò dunque un esordio folgorante, un lascito altrettanto significativo, e i film di altri tre registi a mio avviso essenziali per lo sviluppo di quello che ad oggi viene più comunemente definito come "Contemporary Contemplative Cinema".


L'esordio: Japòn (Carlos Reygadas, 2002)










Difficilmente potremo assistere di nuovo a un debutto nel lungometraggio di tale potenza. Film immenso e spiazzante, l'opera prima del messicano Reygadas (ad oggi quattro film, magnifici, e non un passo falso) è innanzitutto qualcosa che è riuscito a cogliere, come pochi altri hanno saputo fare, la poetica di Andrei Tarkovskij, e della quale le sue opere continueranno a tingersi. Nel cinema metafisico di Reygadas, anche una sola inquadratura, nel suo naturalismo (come l'alba filmata in Stellet Licht) riesce a trascendere dalla semplice visione, dalla pura concezione filmica per avvicinarsi alla spiritualità più profonda. Già il titolo, Japòn, è per stessa ammissione del regista privo di un reale significato nel film; scelto solo per la musicalità della pronuncia, e non poteva essere altrimenti dal momento che non esiste una parola che possa racchiudere l'essenza della vita stessa. Japòn è un lunghissimo viaggio del quale fatichiamo a comprenderne il senso, proprio come l'inesplicabilità dell'esistenza (della quale il film finisce per farci apprezzare, alla fine, le piccole cose, quelle che davvero contano). Proprio come il viaggio del protagonista solitario senza nome, a identificabile figura dello spettatore, senza una reale meta se non l'affannata ricerca "in salita" di un senso in mezzo al nulla, che diviene palcolscenico del visivo. Fino a giungere al capolinea, attraverso quella disperata corsa sul binario della vita, che di colpo si interrompe. 
(un ringraziamento a Dries per il prezioso contributo)

Il lascito: The Turin Horse (Béla Tarr, 2011)















A Torinòi Lò, è l'Apocalisse secondo Tarr; la catastrofe più silenziosa che si sia mai vista sullo schermo, in netta contrapposizione agli enfatici toni con i quali è più comunemente rappresentata. È l'opera, che stando alle dichiarazioni rilasciate, per ora rappresenta il Testamento di Tarr al cinema. La cinepresa del maestro magiaro finisce quindi sottoterra (usando lo stesso termine da lui espresso); metaforicamente seppellita nello stesso buio eterno che calerà sul mondo l'ultimo di sei giorni tutti uguali, scanditi da ripetute azioni quotidiane che progressivamente perdono di significato, avvolgendo gli abitanti in miseria (padre, figlia e un cavallo) di quella fattoria decadente dispersa tra le campagne. Luogo scolpito in un tempo imprecisato dove l'unica certezza è un futuro, tragico ed imminente, dal quale è impossibile fuggire, poichè dappertutto sarà uguale, in nessun altro luogo ci sarà salvezza. L'unica cosa che resta di fronte alla potenza della più totale oscurità, è la consapevole e disperata rassegnazione: con lo sguardo rivolto verso il tavolo, come un'ultima cena, di fronte a due patate bollite e un lume, destinato a spegnersi lentamente.     

Il cinema dei sensi e dell'oscurità: Un lac (Philippe Grandrieux, 2008)











Al sottoscritto mancano ancora all'appello le due ultime opere, anche se oramai è una certezza, come la cinematografia del francese Grandrieux si agiti nell'ombra, alimentandosi dell'oscurità che lo pervade. Cinema imperscrutabile, (in)distinto in uno spazio che si compone di luci soffuse e dettagli fuori fuoco, di urla che esplodono soffocate dai volti e di corpi inquieti che il buio fagocita, di un sonoro ossessivo ed ovattato. Ma è proprio quì la sua innegabile forza: tanto imperscrutabile, quanto potente sotto l'aspetto sensoriale. Anche in Un lac, ci troviamo in un luogo isolato dal resto del mondo, una fitta foresta innevata dove un piccolo nucleo famigliare (soprav)vive con i suoi problemi, le sue paure ed emozioni, quotidianamente, in silenzio. Un lac è cinema invisibile poichè la visione è negata a favore della percezione. È un film di respiri e di sussurri dove tutto risulta ovattato e straniante, come vissuto in uno stato di semicoscienza dove i personaggi appaiono immersi in un mondo distante e surreale. Eppure, nonostante ciò, Grandrieux ha la capacità di affondare nella realtà come non mai; i sentimenti che i protagonisti vivono sono estremamente tangibili. Poco si vede, ma tutto si può percepire e toccare, come le mani di Liv, che immersa nella sua cecità accarezza il volto di Jurgen e abbraccia la figlia, in procinto di abbandonare quelle terre, forse per sempre. 

Il cinema della circolarità: Dealer (Benedek Fliegauf, 2004)











Al momento, senza dubbio il capolavoro dell'ungherese Fliegauf, l'opera più originale di un autore talentuoso ma che purtroppo, nel tempo, non è più riuscito a ripetersi così eccellentemente (specie in rapporto all'unico film da noi passato, il mediocre Womb). Dealernarra dell'ultima giornata di un giovane spacciatore che attraversa le vie di una città spettrale alleviando le sofferenze dei reietti che la popolano, e facendosi al contempo confessore dei loro tormenti. Oltre a tratteggiare egregiamente la figura di un pusher alquanto atipica se confrontata con lo stereotipo di altri film sullo stesso argomento, l'originalità del film, a mio avviso, risiede nel suo incessante incedere elicoidale. Attraverso un ipnotico movimento della cinepresa (che parte immortalando i volti preganti di una setta religiosa), compiuto costantemente in senso orario, con estrema precisione ad ogni sequenza, e che rappresenta l'ineluttabile scorrere del tempo. Un tempo/movimento che è lo stesso del protagonista, un uomo assorto nel dubbio della sua condotta e che è il collante, alle sue esplorazioni da una vita all'altra; da uno stadio di dipendenza, all'altro. E il tutto necessita, fondamentalmente, di quel suono assillante (magistralmente realizzato dallo stesso Fliegauf, assieme a Zoltán Tamási) che accompagna l'ossessivo fluire della camera che restringe sul travaglio dei volti, dei corpi catatonici. Fino a trasformare, nell'incancellabile piano sequenza conclusivo, il campo visivo in un microscopico punto luminoso, accolto nel nero oceano dell'eternità.

Il cinema dell'interiorità: Flandres (Bruno Dumont, 2005)











Oltre ad essere uno degli autori più provocatori del nuovo cinema francese, Bruno Dumont è considerato da molti il diretto apostolo del cinema minimalista di Robert Bresson, seguendone diligentemente la poetica (perlomeno fino al settimo film, Camille Claudel 1915, dal quale già si nota una fase di transizione). A partire dall'abile lavoro di sottrazione della messa in scena, dialoghi ridotti al minimo, fino all'utilizzo di attori non professionisti per raccontare proprio di una società rurale e in qualmodo emarginata. Almeno durante la sua prima fase creativa, è il regista che, con alte probabilità, meglio di chiunque altro ha saputo penetrare nell'animo umano, raccontandone la desolazione. Flandres, per molti non sarà considerata magari la sua opera migliore, ma per il sottoscritto è un film importante, perchè segna in qualmodo l'inizio di un secondo processo rigenerativo che lo condurrà poi, alla summa della sua prima poetica (Hors Satan). Le fiandre, le silenziose terre che costituiscono per tre quarti tutta la filmografia dell'autore, fanno da tappeto essenziale per la rappresentazione di un'"umanità inquieta", in eterno conflitto tra bene e male; tra disperazione e un ritrovato sollievo, quasi spirituale. Giovani, abbandonati ai piaceri della carne tra i prati umidi di rugiada, o morenti tra le aride distese di un deserto. La terra, che sia essa polvere o rugiada, è il collante di due luoghi e due mondi opposti, ma entrambi riuniti nel principale scopo di racchiudere apatie, sofferenze, animi sconsolati, cuori letargici. E da ciascuna di queste terre affiora tutto l'universo dumontiano passato; c'è l'assenza persistente, l'enorme vuoto, esistenziale e paesaggistico, ci sono gli amplessi selvaggi, la violenza dello stupro, perfino il tentativo di un'elevazione (ultra)terrena. E al contempo, emerge la lucida rappresentazione di un futuro già perfettamente delineato nel cinema del francese, e che trova in Barbe (la protagonista femminile) l'esemplare d'origine da cui poter rimodellare imminenti figure che assumono personalità dal potente valore trascendentale, dissolte in spazi sempre più sconfinati, e purificatori.

16 commenti:

  1. Ciao Frank, non ho mai scritto sul tuo blog ma lo visito ogni tanto. Prima di trovarti qui da Giuseppe mi aveva parlato (bene) di te M., di Todesarten (prima Solo un insieme di bugie).
    Ho letto solo di Il cavallo di Torino, l'unico che ho visto. Ma approcciando il tuo articolo sapevo già di dover fare i conti con le mie lacune. :)
    Prendo nota.

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    1. Ciao Chiara! Anch'io sono incappato nel tuo blog recentemente, o meglio attirato da un post (cirrovagazioni 9) dove citavi il capolavoro della Akerman (Jeanne Dielman), e così poi ho iniziato a navigarci un pò. Un blog fresco e originale, come dimostra anche il tuo articolo qui del controfestival. Complimenti, cercherò di seguirti più spesso ora, grazie :)

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  2. Un lac lo ho da vedere da tempo. Ora ci aggiungo Dealer, che non conoscevo. Bello il filo che hai scelto per andare fra i titoli.

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    1. Considero "Un lac" il miglior lavoro "narrativo" di Grandrieux, al momento, escludendo le sue cose più sperimentali legate alle videoinstallazioni. Se riesci, di suo recupera anche "La vie nouvelle". Idem per Fliegauf, con "Dealer" vai sul sicuro... Niente di particolare il filo scelto, trovo decisamente più originale la tua, d'impostazione per l'articolo, gran bel lavoro Emmeggì!

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    2. Mi piacciono molto le video installazioni, cercherò pure quelle. Leggendo di dealer mi tornava alla mente il protagonista di naked di leigh. Chissà se c'azzecca. Merci per l'apprezzamento.

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    3. Dovrei rivederlo Naked, ora mi sfugge veramente molto di quel film, a memoria però lo avevo apprezzato.

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    4. Che poi Leigh mi sa che è un altro vuoto del torneo...o no caden? :-)

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    5. Beh, sai come la penso mauro ;)

      Nessun Leigh avrebbe minimamente lottato ai gironi. Quindi, semmai, sarebbe un vuoto del Controfestival ;)

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  3. Il cinema contemplativo non è molto nelle mie corde, perchè serve predisposizione, mente apertissima e non sempre riesco ad averne, però è tra gli stili di cinema che più affascinano in assoluto, non c'è dubbio. Certe opere mi hanno letteralmente folgorato e altre deluso moltissimo, non ci sono per me molte vie di mezzo.

    Di quelli che citi e parli benissimo ho un amore viscerale e grandioso per Il Cavallo Di Torino di Tarr, questo si che potrebbe essere il film del millennio, talmente grande e con un messaggio che demolisce ogni cosa, autentico capolavoro.

    Poi il capolavoro di Fliegauf Dealer, il piano sequenza finale e l'atmosfera che emana il film rimane sotto pelle. Non sono d'accordo con te quando dici che Womb è mediocre, a me piacque molto, ma questo è un'altro discorso. ;)

    Japon invece è un caso a parte, mi colpì molto ma non lo reputo al pari di questi due sopra, forse perchè lo dovrei rivedere e cogliere meglio, anzi sicuramente, di sicuro non lascia indifferenti e Reygadas ha un "manico" incredibile.

    Gli altri di Grandieux (che vidi solo La Vie Nouvelle) e Dumont (che vidi solo Hor Satan) non li ho visti.

    Davvero complimenti per gli scritti Frank, seguo ogni tanto il tuo blog anche se non ci ho mai scritto e devo dire che è molto interessante e affascinante come il cinema che segui, purtroppo quasi tutto non è distribuito normalmente e per me è una zavorra non indifferente in quanto vedo film solo al cinema o in home video.

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    1. Ciao Revu, grazie per l'intervento!
      Sono d'accordo con quanto scrivi in apertura, riguardo all'approccio a questo cinema. Specialmente la predisposizione è cosa fondamentale, indipendentemente dalle opinioni e le sensazioni che se ne può ricavare in seguito, si affronta almeno il tentativo di scoprirlo.

      Il Cavallo di Torino, si, è senz'altro il film che all'interno di questo "stile" può ambire con più certezza al podio di opera del millennio, definitiva, oltre che per il messaggio apocalittico, ma anche per il nome che si porta dietro. Tarr è un veterano, e resta tra i maggiori contribuenti nella formazione di questo cinema.

      Non è che consideri Womb un brutto film, anzi, l'idea di fondo è comunque originale e nel complesso, anche strutturalmente, lo si fruisce bene. Il termine "mediocre" (forse anche leggermente esagerato, lo riconosco) è riferito inevitabilmente in rapporto agli altri lavori di Fliegauf, che se guardiamo ai trascorsi (periodi Dealer, ma anche prima), personalmente avevano già raggiunto una maturazione non indifferente e che ora, sembra aver perduto (sembra quasi che la sua massima espressione artistica sia finita per svanire nello stesso spazio buio sul quale si conclude il finale di Dealer, come giustamente citi). Considera che io ho visto tutto dell'ungherese (i cortometraggi inoltre sono favolosi), e anche l'ultimo "Liliom Osveny", a conti fatti, non si discosta poi molto dalla strada intrapresa ultimamente, in discesa.

      Ecco, con Reygadas in effetti difficilmente possono esistere vie di mezzo, per me il suo cinema sta agli estremi (in parte, come quello di Dumont, fino a Hors Satan - tra l'altro ti sei visto già la summa di tutto il suo primo percorso, e non è poco) e di conseguenza bisogna restarne totalmente affascinati da subito, altrimenti c'è il rischio di odiarlo.

      Grandruex e molto singolare, Un lac è forse il suo film più abbordabile per certi aspetti (una narratività meno sfuggente), se hai apprezzato La vie nouvelle, questo potresti fruirlo ancor più agevolmente.

      Ti ringrazio ancora per i complimenti al blog. Riguardo al discorso distribuzione, segui semplicemente una tua etica (come Giuseppe d'altronde), e questo è comunque lodevole ;)

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    2. Grazie della risposta esauriente e cordiale.

      Di Fliegauf ho visto solo come ti dicevo Dealer e Womb, quindi non posso fare paragoni con altri, ma credo che ogni film vada valutato per quello che è e non in relazione ad altri, anche se è naturale che poi venga fatta una graduatoria. Womb in confronto a Dealer è due spanne sotto ma sono film molto diversi. Ti invidio che hai visto tutto di questo autore, sono curioso anch'io, anche se mi dispiaccio che un talento del genere si sia perso, o forse abbia già detto tutto quello che poteva fino a Dealer, con quel piano sequenza finale finisce probabilmente una sua fase di carriera e quella nuova, per quello che ne deduco dalle tue parole, non è paragonabile alla vecchia, capita purtroppo, certi autori riemergono e altri non si riprendono più, ripeto è un peccato, perchè quello che ho visto in Dealer è tantissima roba, che certi autori si sognerebbero di fare in un'intera carriera ;)

      D'accordissimo su Reygadas e Dumont.

      Per Grandieux guarda La Vie Nuovelle mi lasciò stordito, lo dovrei rivedere ma non l'ho assimilato come capolavoro, dovrei trovare nuove chiavi di lettura per comprenderlo meglio :)

      Si sulla distribuzione è così, in casi eccezionali sono riuscito a reperire dvd import con sottotitoli inglesi, ma capisco che se cambiassi idea avrei montagne forse insormontabili da scalare! :D

      I complimenti a te e al tuo blog sono meritatissimi, ne ho solo colto l'occasione ;)

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  4. A volte penso di seguire abbastanza il cinema d'autore e "alternativo".
    Poi vado sul sito di Frank e capisco che ho un sacco di roba da recuperare.
    Ma proprio un sacco senza fondo... ;)

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    1. Passa a pescare ogni tanto, Marco, prima che il sacco si svuoti, vista la frequenza di aggiornamenti ultimamente ;)
      Un salutone!

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  5. non conosco ancora Grandrieux, ma gli altri sono hors categorie!

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    1. Un lac è sicuramente il più idoneo per un primo approccio ;)

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