11.6.16

Stefano Santoli

(alcuni titoli, li vedete da soli, rimandano alle recensioni)

Quando il cinema aderisce alla realtà
Negli anni 2000, con l’avvento del digitale si sono estremizzate le due anime del cinema: l’anima-Méliès da un lato - quella visionaria (il digitale rende possibile far vedere l’impossibile – gli antesignani sono “Jurassic Park” e “Terminator 2”) - e l’anima-Lumière dall'altro, quella contemplativa, cui è dedicato questo post.


La sempre maggiore duttilità del mezzo (ormai si può fare un film con uno smartphone) e la liberazione dalla pellicola, costosa e limitata, hanno spalancato nuove frontiere di adesione alla realtà. Questo cinema è fatto spesso di inquadrature prolungate e ritmi dilatati che fanno percepire il naturale scorrere del tempo. Le premesse risalgono indietro di qualche decennio, all’epoca delle nouvelle vagues. L’ungherese Miklós Jancsó ad esempio fu un maestro del piano-sequenza e forse non è un caso se uno dei massimi esponenti del cinema contemplativo degli ultimi anni sia anche lui ungherese. Ogni estimatore di Bela Tàrr ha il suo film preferito; io sono affezionato a “Le armonie di Werckmeister” del 2000.
Il cinema di Tàrr denuncia l’ignavia dell’uomo: di fronte alla straordinarietà della vita e delle cose, gli esseri umani ne hanno paura e la rifiutano, dimostrando la propria meschinità. In questo film si racconta dell’arrivo di un’enorme balena imbalsamata in un paese che, come tutti i luoghi di Tàrr, è collocato fuori dal tempo e dallo spazio. Solo il postino, un sognatore, scruta affascinato nel mistero di quella balena. Il resto del paese impazzirà.


L’adesione alla realtà fa assomigliare i film di finzione a documentari. Succede anche per via della camera a mano che pedina i personaggi - ormai un espediente diffusissimo. I precursori sono stati i fratelli Dardenne. Il loro film del 2002, “Il Figlio”, come ogni loro film ruota intorno a un dilemma morale: è la storia di un falegname che assume come praticante, per formarlo ad una professione e alla vita, il minorenne responsabile della morte del proprio figlio, un ragazzo a lui coetaneo. Gli si legherà come a un figlio adottivo.

Usciamo dall’Europa: in molti paesi, specie in America Latina, vi sono giovani registi che fanno un cinema aderentissimo alla realtà per andare oltre ad essa e affrontare il Mistero. Nei loro film, la metafisica è intrinseca alla realtà fenomenica, e si rivela una necessità dello sguardo, prima ancora che dello spirito. Il capolavoro di Lisandro Alonso “Jauja” (2014) è un film - meno realista dei suoi precedenti - che inizia come “Aguirre” di Herzog, prosegue come “Pic-nic ad Hanging Rock” e termina in odore di “Mulholland Drive”. Protagonista un grandissimo Viggo Mortensen.



Un regista messicano che, a differenza di Cuaron e Iñarritu, difficlmente si farà plagiare da Hollywood è Carlos Reygadas (quello di “Post tenebras lux”). Nel 2007 ha girato “Stellet Licht”. Reygadas non ha paura di confrontarsi con i grandi del cinema: la pietra di paragone qui è “Ordet” di Dreyer, di cui "Stellet Licht" ("Luz silenciosa", in spagnolo), storia di un triangolo amoroso, è quasi un remake. Reygadas mette in scena niente meno che una resurrezione. Il film è ambientato in una comunità di mennoniti, minoranza linguistico-religiosa che parla un dialetto tedesco, di cui alcune isolate comunità vivono sul confine tra Messico e USA.

Faccio solo un cenno al cileno Pablo Larràin, che si sta rivelando il più grande di tutti i latinoamericani di oggi; anche lui è un autore dai tempi dilatati e dall’aderenza fisica al reale. I suoi film, incluso “Il club” del 2015, sono tutti capolavori.

Facciamo un salto in Cina: Jia Zhang-Ke è uno dei più grandi registi contemporanei, e il suo “Al di là delle montagne” (2015), uscito in Italia da poco, ne esprime al meglio i temi e lo stile. Il titolo originale, “Mountains may depart”, allude al cambiamento epocale che sta travolgendo la Cina, e alle devastanti conseguenze del progresso. Il film si svolge in tre tempi (2000, 2015, 2025): è la storia di un ragazzo che perde contatto con la madre e con il suo Paese, e si ritrova a vivere, nel 2025, in un’Australia popolata di cinesi che non sanno più parlare cinese. Ma il film è anche la storia della madre, di quel ragazzo, della sua giovinezza sfumata via, e delle sue illusioni perdute.
 


Di film di finzione che attingono alla realtà l’Italia non è seconda a nessuno: ci sono tanti giovani maestri che fanno un cinema affascinante perfettamente mediano fra realtà e finzione: Pietro Marcello, Roberto Minervini, Gianfranco Rosi, Alberto Fasulo, Daniele Gaglianone e tanti altri (fra i quali l’esordio di Giorgio Diritti, “Il vento fa il suo giro”). L’opera più fascinosa l’ha girata Michelangelo Frammartino, che con “Le quattro volte” (2010) rimanda anche a Franco Piavoli (“Il pianeta azzurro”). La contemplazione della vita (umana, animale, minerale) si fissa in quattro quadri che penetrano superfici ed apparenze e provano a guardare oltre e più a fondo, lanciando infinite suggestioni restando in assoluto silenzio. 
Negli anni 2000 si è rinnovata un po' ovunque la prassi del cinema “diretto”, cioè di quel modo di far cinema plasmando la realtà come fosse un set (risale agli albori del cinema: già lo facevano i Lumière; lo fecero Flaherty negli USA e Vertov nell’URSS). In Francia, nel 2002, Nicholas Philibert ha fatto un emozionante capolavoro con “Essere e avere”, girato nell’arco di un anno nella classe unica di una scuola elementare di un paesino. Cinema fatto con il reale, non è un documentario ma un film vero e proprio, che racconta una storia e rispecchia una visione del mondo, concepita dalla sensibilità del regista, pur non essendo fiction ma frutto dell’incontro dell'autore con un contesto autentico. L’osservazione partecipe si è poi fissata nell'opera, creata in sede di montaggio.


Un autore che ha innovato profondamente la prassi del cinema diretto è Joshua Oppeheimer, il regista di “The Act of Killing” e “The Look of Silence”, che deve molto al cambogiano Rithy Panh. L’intuizione di far recitare agli stessi carnefici di un genocidio i ruoli che svolsero nella realtà ha un precedente nel film di Panh del 2002 “S21, la macchina da morte dei khmer rossi”, incentrato, come buona parte dei suoi film, sul genocidio compiuto dai khmer rossi fra il 1975 e il 1979. I documentari di Panh muovono dal bisogno di interrogare, restituire, conservare la memoria, “l’immagine mancante”: e il film del 2013 così intitolato (in cui per ricostruire i fatti accaduti negli anni del genocidio Panh si affida a piccole statuine intagliate nel legno) rappresenta il vertice della sua riflessione sull’impossibilità di onorare la memoria semplicemente attraverso le poche immagini di repertorio recuperate. L’immagine mancante non è semplicemente un documento che non si trova più: è la memoria stessa, di cui si va ossessivamente alla ricerca. Non la si può che ricostruire con l’immaginazione. 
“Valzer con Bashir” non è lontano.

Chiudo con Werner Herzog. Il suo cinema contiene un paradosso: i suoi film di finzione attingono alla realtà, mentre i suoi documentari sono pseudo-documentari, contenendo invenzioni e ricostruzioni del tutto immaginifiche. Negli anni 2000, il cinema di Herzog si è in parte normalizzato: ma se i (pochi) film di finzione appaiono tutto sommato poco interessanti, i documentari sono - sì, più canonici di un tempo e più fedeli al concetto classico di documentario - ma tutti autentici gioielli. “Grizzly Man” è quello che ha riscosso il successo maggiore; però forse il vertice assoluto l’ha toccato con “Into the abyss”, film del 2011 sulla pena di morte, che si concentra su un caso del Texas. Il regista incontra il condannato che di lì a pochi giorni subirà un’iniezione letale; intervista un altro condannato per lo stesso crimine, i rispettivi parenti, i parenti delle vittime, altri testimoni... Ne scaturisce una polifonia lacerante che, come da titolo, scoperchia abissi vertiginosi.

10 commenti:

  1. Che caso, ho visto pochi giorni grazie al servizio streaming di FilmTV su Vimeo Stellet Licht. Piaciuto molto, mi ha colpito come ogni singolo "evento" venga narrato attraverso più punti di vista possibili. Esterno, interno, soggettiva, profilo, è così via.
    Bellissima la scelta di Essere e avere, che ho visto grazie alla tua dritta.
    Grande Stè, ciao!

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    1. Sto a scrive dal cellulare, interpreta se necessario :)

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    2. Stefano Santoli16 giugno 2016 00:45

      Chiara, la tua notazione sui punti di vista ("esterno, interno, soggettiva, profilo") aggiunge densità al film... ci credi che non avevo notato questo aspetto? Poi arrivi tu e in due parole, mi apri gli occhi su una cosa che era lì, eppure non facile da cogliere...e così significativa e affascinante.
      Posso solo dirti grazie.

      Ps ricordo bene la tua foto con i bimbi che avevo commentato con il film di Philibert, non sapevo che fosse stata una dritta, la mia! Mi fa così piacere.
      Bravissima Chiara.
      E grazie!

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    3. Felice di averti dato uno spunto in più sul film. E sì, Philibert l'ho scoperto proprio così :) grazie a te

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  2. Ciao, ora è troppo tardi, ti dico solo che mi piace leggerti e che porca puttana mi son perso in sala l'ultimo Jia Zhang-Ke e me l'hai fatto ricordare

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    1. Stefano Santoli16 giugno 2016 00:47

      Grazie MG, è bello sapere che piace la propria scrittura! Devo ancora leggere il tuo pezzo, ma lo faccio eh: uno a sera li commento. Ho cominciato dalla Chiara.
      L'ultimo Jia è gigantesco, aspetto con ansia che esca in qualche formato, perché è un anno che l'ho visto (rassegna di Cannes a Roma 2015), e una volta è troppo poco...

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  3. Grandissimo scritto, descrivi e percorri bene uno stilo cinematografico che adoro anch'io, l'aderenza alla realtà sa dare sensazioni e trasmette cose uniche.

    Su tutti Le Quattro Volte di Frammartino è una gemma da conservare ai posteri, film bellissimo che riuscì a conoscere grazie a Heraserhead e al suo Blog oltre il fondo, questo quello che ne scrissi a post visione:

    "Pitagora: “In noi ci sono quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra.”

    In un paesino della Calabria, arroccato sulle montagne, un pastore malato trascorre le giornate facendo pascolare il suo gregge di capre, bevendo alla sera prima di coricarsi un infuso "magico" con la speranza che la sua tosse persistente possa finire. Il giorno che si dimentica di bere muore, e in concomitanza una delle sue capre mette alla luce un capretto, il quale durante il suo primo pascolo si perde e durante l'inverno rimane rifugiato sotto un abete. Alle soglie della primavera, lo stesso abete viene rimosso, levigato e portato in paese per la rituale festa della cuccagna, al termine di essa l'albero viene tagliato a pezzi e trasformato in carbone in una carbonaia.

    Le “quattro volte” del titolo richiamano la frase attribuita a Pitagora, la vita che continua negli elementi della natura: umana, animale, vegetale e minerale. Una natura che ciclicamente continua ininterrottamente con l'evolversi degli eventi, scritta nell'ordine naturale delle cose: "polvere siamo e polvere ritorneremo".

    In un'epoca di cambiamenti continui, nell'era del consumismo sfrenato, della globalizzazione in un cui tutto e tutti siamo uniti a doppio filo, con la creazione di imponenti centri commerciali, luoghi di aggregazione, di una rete di dati unificata come internet, questa pellicola di Michelangelo Frammartino alla sua seconda opera, vuole aprire uno squarcio di mondo dimenticato, che non c'è quasi più, angoli del nostro mondo in cui gli abitanti restano ancorati alle loro tradizioni secolari, di cui non potranno e non vorranno mai farne a meno. Quei vecchi stili di vita appartenenti ai nostri nonni in cui l'esigenza impellente e l'unico pensiero era quello di trovare sostentamento nel modo più naturale possibile, senza sovrastrutture, orpelli e surplus di cui la società d'oggi è stracolma.

    L'occhio su un mondo in cui la natura è la padrona indiscussa della pellicola, una natura a 360° ritratta nella sua mastodontica bellezza e naturalezza, con l'azzeramento completo dei dialoghi, ma facendo parlare l'aria, il vento, il gregge, i cani, il cielo, gli alberi che trasmettono più di milioni di parole e monologhi. I Campi lunghissimi, le panoramiche e i piani sequenza da tagliare il fiato sono i modi con i quali il regista rappresenta la natura e questo mondo arcaico. Con un linguaggio tra il documentario e lo sperimentale, il cinema parla con quest'opera al tempo stesso poetica e filosofica, metafisica e antropologica, un vero e puro "racconto per immagini", che ha diverse chiavi di lettura tutte interessanti e non banali.

    Sorprende quest'opera che non è riconducibile a niente altro, ho sentito accostamenti a Vittorio De Seta, Ermanno Olmi, addirittura a Bèla Tarr, tutti autori che ancora non conosco e che non posso paragonare, ma quello che posso dire è che la pellicola incanta e ammalia, sicuramente non è per tutti, è un'opera di nicchia."

    Voto: 8/8,5

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    1. Stefano Santoli16 giugno 2016 00:50

      Ciao Revu, bello il tuo scritto, insieme vivido e lucido, complimenti per come scrivi.
      Mi fa molto piacere imbattermi in chi ama l'aderenza del cinema al reale; altrove mi pare di aver letto che non ami altrettanto il cinema contemplativo. Io anche ho usato questo aggettivo (un paio di volte mi pare) nel mio pezzo. In effetti si tratta di terreni vicini, molto spesso coincidenti! E Le quattro volte: se non è contemplativo questo, quale film lo è?...

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  4. mi manca l'ultima Larrain (curioso che l'ultimo film di Pablo Trapero, due Pablo, si chiami "el clan", club, clan, c'è da confondersi)
    e quel film di Herzog, gli altri che citi sono davvero grandissimi

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    1. Stefano Santoli16 giugno 2016 00:53

      Grazie mille, Ismaele.
      Non ho visto El Clan, sono molto curioso.
      Larrain è un mostro; forse il più grande delle generazioni nate dagli anni '70 in poi. Lui e Jia. Domenica ho visto Neruda e c'è da strapparsi le vesti. Non conosco i tuoi gusti (perciò non so se quello che sto per scrivere possa accattivare il tuo interesse): però ti dico che è una specie di incontro tra Borges e Tarantino.
      Gli altri di Larrain li hai visti?

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