21.6.16

Recensione: "L'Arte della Felicità"



Una perla dell'animazione italiana rimasta senza alcun senso quasi del tutto inosservata.
Napoli, piove sempre a dirotto, è sempre notte.
Un tassista che fu musicista non esce mai dal suo taxi, chiuso com'è in una misantropia e depressione dalla quale non riesce più ad uscire.
Il suo amato fratello se ne è andato in Nepal, pensa te.
Ma se Sergio non esce dal taxi ci sono i clienti, la vita di fuori, che entra dentro.
Magari avverrà qualcosa alla fine di questo viaggio al termine della notte.

Strano che un cartone italiano trionfatore all'European Film Award (rassegna che, secondo me, a
qualità batte gli Oscar americani, e non di poco) sia passato così inosservato da noi.
Ma si sa, il "facciamoci male" da queste parti è un must.
Eppure sta piccola perla "napoletana" avrebbe avuto tutte le carte in regola per meritare una distribuzione degna di nota. Magari sarebbe diventato anche un piccolo cult, che ne so. E invece niente, il grande pubblico quasi nemmeno se n'è accorto.

Probabilmente quello che l'ha penalizzato è il suo volare troppo alto.
Troppo colto, troppo filosofico, troppo esistenziale.
E, attenzione, in parte la penso anche io in questo modo se è vero che,  qualora dovessi individuare dei difetti in questo lungometraggio d'animazione, potrei rintracciarli proprio in un'eccessiva sentenziosità, in una troppo marcata esplicitazione di massime di vita che lo rendono, a brevissimi tratti, un fastidioso trattatino "new age".
Ecco, giusto quello, perchè, per il resto, il film di Alessandro Rak è un piccolo patrimonio italiano dell'animazione che andrebbe visto e riscoperto.



Siamo a Napoli, una Napoli cupa, laida, notturna e piovosa.
Niente sole, niente guaglioni che giocano a palla in piazza, niente madri che li richiamano dalle finestre, niente colori, niente mare blu, niente profumo di pizza.
Solo la notte, solo la pioggia.
I rifiuti inondano le strade (questo tema sociale è il più marcato del film), quasi si fa fatica a schivarli.
Deve farlo Sergio, tassinaro depresso che nella vita, un pò per mancanza di coraggio un pò per perdita di stimoli, ha perso praticamente tutto.
Ha perso la sua passione per il pianoforte e per la musica in generale.
Ha lasciato sua moglie.
Ha perso, per sua scelta, ogni rapporto con i genitori o gli altri parenti.
Tutto perchè suo fratello Alfredo un giorno l'ha lasciato.
Da Napoli al Nepal. Che buffo.
Nepali.
Napol.
Quello che volete, sta di fatto che Alfredo ha deciso di abbracciare il buddhismo. E Alfredo era tutto per Sergio, era il suo mito sin da bambino, era il suo punto di riferimento, era il suo compagno di musica, era il suo migliore amico.
Senza lui la vita, la musica, niente ha più senso.
Sergio decide di vivere, letteralmente, nel suo taxi. Lavora 20 ore al giorno, ci dorme dentro.
La vita fuori non esiste più, Sergio è un hikikomori su 4 ruote.
Ma è la vita di fuori che in qualche modo entra nel taxi, e lo fa attraverso i clienti. Vite fugaci che durano il tempo di una corsa.


Sergio viene a sapere della morte di Alfredo, stramazzato al suolo per un male incurabile nel giardino di un tempio buddhista nelle montagne del Nepal.
Sergio non ha più nessuno, è solo un uomo depresso che parla con la gente e ascolta la gente. Ma che con la gente, alla fine, non vuole averci nulla a che fare.
Una bella ragazza dai capelli neri, però, sarà la piccola crepa che, forse, porterà Sergio a distruggere la corazza della malattia e lo porterà alla guarigione.
Rak ha un tratto di disegno affascinantissimo. Una cura del dettaglio maniacale. E coraggio, persino.
Solo vedere il volo del gabbiano nella pioggia, quel gabbiano che plana sulla Napoli notturna, è qualcosa che ti fa capire l'ambizione artistica del regista.
Disegno neorealista, perfetto nella descrizione di luoghi e cose. Forse un filo più debole nel tratteggiare le persone, i corpi, i volti.
Ma guardare i dettagli dell'interno del taxi, ad esempio, è portentoso.
Le luci sono splendide (del resto già l'incipit lo dimostrava), i "movimenti di macchina" notevoli. E che suggestiva questa Napoli notturna e automobilistica, alla Michael Mann.
Una Napoli quasi deserta però, priva di vita. Ma del resto che vita volete che si veda col diluvio che c'è là fuori, quel diluvio che sembra non abbandonare mai il film.
In realtà quel diluvio, probabilmente, non è altro che metafora della condizione esistenziale di Sergio.
Depresso, misantropo, triste, solo, con un taxi pieno di sogni ormai infranti.


L'Arte della felicità, credo, è principalmente un film sul ricordo.
Le foto, i flash back, i ricordi personali sono il costante fil rouge che lo attraversa.
Non è un caso che Sergio porti la prima cliente del taxi, la ragazza dai corti capelli neri, sui luoghi della memoria per lui più significativi . La villa sotto la quale suo fratello lo spaventava, il mare attraverso il quale lo abbandonerà.
E' impressionante quante fotografie vedremo. E quante volte le vedremo, anche le stesse.
Rak e Stella (il co-sceneggiatore) "disegnano" un film dolce ma allo stesso tempo per niente ammiccante. Ogni scena, anche la più retorica, sembra in qualche modo aver dentro anche un pò di sano e realistico contraltare più cazzone o drammatico. Ad esempio le chiacchierate tra i due fratelli, anche quando raggiungono vette altissime, sono sempre contrappuntate da un linguaggio ed un atteggiamento molto più "basso".
Potremmo definirlo quasi un film ad episodi questo, visto che ogni nuovo cliente che entra nel taxi sembra quasi una storia a sè stante.
Ho trovato magnifica la figura dello zio Luciano, personaggio più bello del film. Borioso, deliziosamente insopportabile, apparentemente cinico. Eppure così, semplicemente, profondo.
E che bello vedere entrare nel taxi Maurizio Nichetti, meraviglioso autore italiano che ha dato come quasi nessuno al cinema di fantasia nostrano senza mai essere ripagato come meritava. Un eterno bambino con due grandi baffoni.
Irresistibile anche la vecchia aristocratica e la sua badante.
Il suo "crescere da soli è come giocare a pallavolo contro un muro" è stato personalmente uno dei momenti più intensi.
Ecco, come dicevo, ho invece trovato un pò ridondante il personaggio dello speaker con i suoi pipponi apocalittici ed esistenziali. Peccato gli sia stato dato così spazio, così tanto che il titolo del film  prende il nome proprio dalla sua trasmissione radiofonica.
Anche perchè in questo modo si è commesso l'errore di avere quasi un personaggio "doppio", lo speaker, appunto, e Alfredo con i suoi insegnamenti buddhisti, questi sì di grande impatto (che bello il discorso sul vivere solo il proprio presente, da brividi, specie in un film che invece basa tutta la sua struttura sul passato e sui ricordi).


Rak usa varie tecniche animate, dalle più realiste ad altre più indefinite e quasi al confine del simbolismo.
La musica è importantissima, e onnipresente.
Quella musica che era così importante per Sergio, talentuosissimo pianista che, però, senza suo fratello e il suo violino, è come se avesse perduto i propri polpastrelli.
Ma non c'è niente da fare, anche la musica è stata inghiottita dal diluvio e dalla notte.
Si dice che per poter risalire bisogna prima toccare il fondo.
E, metaforicamente, non so cosa ci possa essere peggio del diluvio.
Forse qualcosa c'è però.
Perchè siamo a Napoli. E a sorvegliare minaccioso la città c'è il Vesuvio.
E così Rak ci regala una sequenza che visivamente è da inserire nella storia dell'animazione italiana.
Se prima era pioggia adesso è lava e distruzione.
Napoli, e Sergio con essa, viene travolta dalla furia del vulcano.
E se si sopravvive al diluvio, se si sopravvive persino all'eruzione di un vulcano allora poi ci può essere solo il sole.
La macchinina con cui giocava da piccolo con Alfredo diventa quello che sapevamo fosse sempre stato, il taxi di Sergio.
Eccola la Napoli dal cielo blu, finalmente.
C'è una ragazza, quella ragazza, che vuole un passaggio Sergio.
Magari, stavolta, la farai sedere sul sedile davanti.

14 commenti:

  1. Mai sentito questo film d'animazione. Manco per sbaglio!!!
    Però sembra interessantissimo, somiglia molto ad una graphic novel ed io ultimamente sto un po' in fissa con queste.
    Ho appena finito di vedere the neon demon.
    Troppo curiosa di sapere la tua impressione...

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    1. Come ho scritto mi pare sulla rece di Laurence Anyways con Neon Demon ho avuto una disavventura...
      E adesso, a sto punto, non so se lo vedrò in tempi brevi.
      Questo film qua, ed Emmegì lo testimonia, potrebbe anche risultare indigesto. A tratti lo è stato anche per me. Ma tutto il resto che c'è di buono per me era nettamente superiore, boh ;)

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    2. Ho appena letto della "disavventura"...
      Ma te le cerchi però! Controllare gli orari di programmazione prima di mettersi in viaggio no? ;)
      Comunque è un film strano, non so nemmeno se mi è piaciuto.
      Questo, invece, vedrò di recuperarlo, che a me i pipponi esistenziali piacciono.

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    3. Sfido chiunque quando legge che un dato film c'è COME TUTTI I FILM da giovedì a mercoledì non rimanere fregato se in quei 7 giorni decidono un solo giorno di non farlo. Questa è una cosa che accade manco nel 10% dei casi, direi nel 5. Tornassi indietro rifarei lo stesso errore, la programmazione l'avevo vista.
      L'arte della felicità ho visto voti dal 4 al 9

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  2. L ho visto in sala un po di tempo fa. Il binomio Napoli e animazione mi attira eccome. Per me una cocente delusione. È un film molto didascalico, grossolano nei personaggi, nel ritmo, nelle musiche. I dialoghi insopportabili per me. Quella sentenziosita' che dicevi non mi ha permesso di apprezzare gli elementi positivi

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    1. Gli hai fatto barba e capelli ;)
      Non t'è piaciuto proprio niente pare.
      Ma del resto ieri leggendo commenti qua e là ho notato che sei in grossa compagnia...
      Io a parte quegli insopportabili pipponi esistenziali de quello alla radio l'ho trovato bellissimo

      ma lo sai ;)

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  3. wow,grazie,appena finito di vedere. Adesso posso cercare la mia virilità, dovrebbe essere qui, da qualche parte nel lago di lacrime che ho fatto..

    Quanto mi piacerebbe avere un rapporto così con mio fratello...

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    1. Hai trovato la chiave Mascabar.
      Secondo me il segreto di questo cartone è lì.
      E noi siamo 4 fratelli maschi, capisci a me...

      Meno male, una conferma ;)

      grazie a te

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  4. Ecco, lo sapevo: io c'ho due sorelle! ;)
    Ho riscontrato, come dicevi su fb, un po' di commenti negativi...)
    Ma meno male, sempre e comunque, che la soggettività sentimentale, (o il sentimentalismo soggettivo?)vince su tutto.

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    1. C'è poco da fare, sto film può risultare insopportabile, come possono risultare insopportabili tutti i film "presuntuosi".
      Io, fortunatamente, sono riuscito ad isolare quella presunzione in un solo personaggio. Trovando tutto il resto molto bello, specie, per tornare a quello che dici, il rapporto tra i due fratelli

      però te sei campana, che non ti sia piaciuto dimostra che di certo sei molto onesta nei giudizi ;)

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  5. Assolutamente, sempre (magari sono campana, ma non campanilista ;)

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  6. Grazie? Troppa roba, chissà quante volte dovrò riguardarlo per "vederlo" bene. Le lacrime sfocano la vista...

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