28.6.16

Il Bar dei Nottambuli, viaggio nella storia del noir americano (2): recensione "La Fiamma del Peccato" (Double Indemnity - 1944 )


Torna Fulvio e la sua rubrica sul grande noir americano.
Nientepopodimeno che con Billy Wilder

E' notte in città.
Una macchina sfreccia per le vie di Los Angeles fino a inchiodare davanti a un palazzo.
L'uomo che scende dall'auto arranca, ferito, e sale sanguinando fino alla sede della compagnia di assicurazioni Pacific-All Risk.
Entra nello studio del suo collega e, grondante di sudore e sofferenza, detta al magnetofono la sua confessione.

Walter Neff: “L'ho ucciso io. L'ho ucciso per denaro e per una donna. E non ho preso il denaro e non ho preso neanche la donna. Bell'affare. ”

Questo l'inizio di La fiamma del peccato (Double indemnity, 1944), uno dei capolavori del regista Billy Wilder, entrato a buon diritto nella storia del noir. Avvalendosi della sceneggiatura di Raymond Chandler e dello stesso Wilder, accompagnato dalla musica di Miklòs Ròsza e supportato dalla fotografia di John F. Seitz, La fiamma del peccato è una vera e propria enciclopedia del noir, capace di racchiudere in una sola pellicola quasi tutti gli archetipi e i temi di questo genere.

La vicenda è girata come un lungo flashback: l'uomo ferito da una pallottola è Walter Neff (Fred McMurray alla sua prima esperienza in un genere diverso dalla commedia) che racconta al proprio amico/collega/mentore Burton Keyes (Edgar G. Robinson) la verità dietro a una torbida frode assicurativa. Dalle prime parole di Neff, capiamo che questa stessa frode, la “pratica Dietrichson”, ha a che fare con un omicidio commesso per ottenere un ghiotto premio assicurativo.
Ci troviamo davanti a un meccanismo che serie televisive come il Tenente Colombo renderanno famosissimo anni più tardi: si conosce già l'identità dell'assassino, non c'è nessun mistero. Ciò che interessa allo spettatore è seguire la preparazione, l'esecuzione e le conseguenze di quello che doveva essere il delitto perfetto...


La voce fuori campo di Neff ci accompagna subito sulla scia dei ricordi raccontandoci come, cedendo al gioco di seduzione di Phyllis Dietrichson (una formidabile Barbara Stanwyck, totalmente a suo agio in questo ruolo), l'infatuato assicuratore avesse ordito assieme a lei un piano per sbarazzarsi del marito.
Walter Neff decide il “colpo grosso” avvalendosi di una particolare clausola nel contratto infortuni fatto firmare dal marito a sua insaputa. In caso di incidente mortale sul treno, la compagnia assicurativa è tenuta a un risarcimento doppio. In maniera fredda e spietata, i due uccidono una sera la vittima, simulandone poi la fatale caduta dal treno. L'intera sequenza dell'omicidio è memorabile per la tensione prodotta nello spettatore e per l'eleganza del piano architettato.
Malauguratamente per i due, Keyes, l'anziano collega di Neff, si insospettisce e si mette subito a caccia della verità. Scartando man mano tutte le ipotesi, Keyes arriva a intuire che dietro la morte del marito deve esserci per forza la moglie e un complice. Ed è proprio sull'identità di quest'ultimo che Keyes indaga, arrivando a svelare che Phyllis portava avanti un'altra relazione con il ragazzo della figliastra.
Neff realizza così di essere finito nella rete di una spietata “vedova nera”; ha l'occasione per mollare e di uscirsene indenne dalla situazione facendo ricadere la colpa sul nuovo amante di Phyllis.

Burton Keyes: “L'omicidio non è mai perfetto. Prima o poi qualcosa deve scoppiare. Qui la Dietrichson ha qualcuno, un caro amico suo e presto lo scopriremo... devono star vicini, insieme si sentono più sicuri, ma non lo sono invece, anzi il pericolo è raddoppiato. Han commesso un omicidio. E non è come prendere un tram da cui ciascuno scende a suo piacere. SONO LEGATI e compiranno insieme tutto il percorso, senza scampo, E L'ULTIMA FERMATA SARA' IL CIMITERO.”

Le parole di Keyes sono profetiche. Neff cerca di uscirne fuori, ma in un ultimo confronto con Phyllis si becca una pallottola sulla spalla. A Phyllis va anche peggio: in un' iconica scena Neff abbraccia la sua ex amante e, dopo un “Addio, piccola”, la uccide a sangue freddo.
La scena ritorna al presente.
Neff, oramai quasi dissanguato, ha concluso la sua confessione.
Si volta e vede Keyes sull'uscio della porta. Il vecchio segugio è rimasto ad ascoltare all'insaputa di Neff quanto basta per ricollegare le ultime tessere del puzzle.
Keyes, accecato dall'amicizia, non avrebbe mai potuto sospettare che il suo fedele collega fosse in realtà l'artefice dell'intero piano.
In questo, e solo in questo, Neff ha battuto Keyes.

Molteplici temi si intrecciano in questo grande film. In primis la fatalità del destino, che travolge Neff e Phyllis in un vortice che porta ambedue alla morte. L'angoscia che Walter Neff si trova a provare ricorda molto lo stato mentale di personaggi del cinema espressionista quali M, il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang (1931). Questo malessere si amplifica così tanto nella mente di Neff, da provocargli quasi delle allucinazioni uditive:

Walter Neff: “D'improvviso capii che tutto sarebbe andato storto. Sembra una pazzia, Keyes, ma è vero quant'è vero Iddio: non sentivo più i miei passi.
I miei erano i passi di un morto.”


La fotografia e gli accordi stentorei della colonna sonora aiutano a creare un'atmosfera cupa e lugubre, grazie soprattutto a degli efficaci stratagemmi: i forti contrasti di bianco e nero, le luci scarse e il biondo sfavillante della parrucca di Phyllis, la polvere di magnesio spruzzata nell'aria della casa della vittima (dove si consumerà l'abbraccio mortale dei due assassini) per rendere meglio l'idea di un luogo soffocante, claustrofobico e polveroso, tagliato dalla luce filtrante dalle persiane chiuse delle finestre.
Magistrale l'interpretazione di Barbara Stanwyck che, a detta dello stesso Wilder, conosceva a memoria l'intero copione, comprese le battute degli altri attori. A differenza di altre colleghe, la Stanwyck non aveva fatto un frizzo all'idea di interpretare un'assassina. Il primo piano dello sguardo di Phyllis misto di voluttà e sensualità, mentre viene consumato il delitto del marito, è agghiacciante. Questo solo basterebbe a rendere Phyllis/Barbara Stanwick la regina incontrastata delle dark ladies.
Film dalla genesi piuttosto travagliata, La fiamma del peccato rischiò più volte di non vedere la luce. Billy Wilder dovette ricorrere per la stesura della sceneggiatura a Raymond Chandler, il famoso papà del detective Marlowe, dopo il rifiuto a collaborare di Charles Brackett. Lo stesso James M. Cain, autore del romanzo da cui il film è ispirato, era sotto contratto con uno studio rivale e quindi non disponibile.
La rivalità e l'insofferenza caratterizzarono subito il lavoro di Wilder e Chandler. Lo scrittore detestava i metodi di lavoro del regista, e sembra che dovette sopportare diverse prese in giro da parte di Wilder. Alla fine, Chandler gli si rivoltò contro, conficcandogli addirittura un tagliacarte nella schiena. Per il ruolo di Walter Neff furono considerati George Raft e Alan Ladd, ma entrambi rifiutarono. La scelta cadde su Fred McMurray, veterano delle commedie brillanti di Hollywood, che mostrò molta titubanza ad accettare un ruolo di criminale, in quanto potenzialmente lesivo per la sua carriera.
Film che già nel '45 era stato riconosciuto dal giornalista del New York Times Lloyd Shearer come il "capostipite di una nuova moda holllywoodiana di produrre storie scottanti e truculente”, La fiamma del peccato fu considerato anche dalla critica francese come il primo passo degli americani verso il noir. Emblematica in tal senso è la frase del critico Jean-Pierre Chartier, il quale ebbe a dire nel '46: “Anche gli americani fanno i noir”.
Innegabile a distanza di decenni la forza viva e pulsante di questa pellicola, con il ritmo serrato di dialoghi potenti di un maestro della narrativa hard boiled come Raymond Chandler, l'ironia di Wilder e il contributo di grandi professionisti come Seitz e Ròsza, malgrado i tagli imposti alla Paramount dal Codice Hays, che regolamentava con la censura l'industria cinematografica americana.

7 commenti:

  1. Grazie. Bellissima recensione di un film che io guardo almeno 4 o 5 volte all'anno. Un film che reputo perfetto nel suo genere e in generale. Ovviamente ci sarebbero ancora mille cose da dire, alcune stranote come il (quasi) morto che parla all'inizio del film e il lungo flash back come in Viale del tramonto e altre divertenti come sulla famosa porta della casa di Neff che si apre inverosibilmente verso l'esterno per poter nascondere Phillis su cui una volta ho letto un lungo articolo di non ricordo chi. Grazie ancora Fulvio e complimenti.

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    1. Grazie a te Carmine. Sì è vero, ci sarebbe tantissimo da scrivere,mi sono limitato a un'analisi essenziale per non rischiare di annoiare chi, non avendolo ancora visto, poteva essere invogliato a vederlo. La scena della porta di Neff con Phyllis è una delle mie preferite, assieme al leitmotiv del fiammifero acceso con l'unghia! Continua a farci visita nel nostro bar, perché sono in arrivo delle belle chicche...

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  2. Aspettavo anche io un primo commento per poterlo dire.
    Recensione perfetta Fu, complimentissimi

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  3. SIA PER COTARD CHE PER FULVIO!!

    Questo film è un massimo del genere noir che mischia un sacco di temi (molto presenti nei romanzi di tipo mistery e polizieschi) a mio avviso è un gradino sopra il mistero del falco, giungla d asfalto...

    Anzi, ecco una mia classifica dei noir:
    IL DELITTO PERFETTO
    LA FIAMMA DEL PECCATO
    VIALE DEL TRAMONTO
    IL TERZO UOMO
    IL MISTERO DEL FALCO
    L INFERNALE QUINLAN
    IL GRANDE SONNO
    UN POSTO AL SOLE
    GIUNGLA D'ASFALTO
    RAPINA A MANO ARMATA
    VIALE DEL TRAMONTO
    VERTIGINE
    LE CATENE DELLA COLPA
    GIORNI PERDUTI
    LA SIGNORA DI SHANGAI
    IL DELITTO DI UCCIDERE
    UN BACIO E UNA PISTOLA
    LA DONNA NEL RITRATTO
    DETOUR
    PIOMBO ROVENTE
    NOTORIUS
    LA FUGA
    IO CONFESSO
    IL LADRO
    IO TI SALVERÒ
    REBECCA
    GILDA
    IL GRANDE CALDO LA FURIA UMANA
    LA MORTE CORRE SUL FIUME
    I RUGGENTI ANNI VENTI
    SCARFACE

    Tutti belli però (forse a parte scarface).
    Non ho visto però : LO STRANIERO e IL ROMANZO DI MILDRED....Come sono???????

    Di Wilder ne ho visti molti però uno che mi interessa molto è UNO,DUE,TRE (ho provato a vederlo con i sub in inglese, ma è troppo difficile.....tu puoi mettere quelli italiani su opensubtitles se ci riesci Fulvio....????grazie).

    Bella rubrica una bomba.....peccato solamente per i pochi commenti.....

    :-):-):-):-):-)A presto

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  4. Ciao Giacomo,
    confesso di essere rimasto spiazzato dalla tua cultura noirish.Il fatto che manchino alcune pietre miliari nella tua classifica mi fa ben sperare di poterti stupire con la recensione di qualche film che magari non conosci ancora.
    Riguardo Lo straniero, questo film merita assolutamente di essere visto. Non sfuggirà ad una mia recensione, tranquillo. Purtroppo devo dirti che Il romanzo di Mildred è tra i pochi film che non sono riuscito a recuperare, quindi non posso dirti molto su questa pellicola. Rimedierò al più presto.
    Uno, due, tre è una divertente commedia con un James Cagney in ottima forma, una divertente satira del sistema capitalistico americano. Se riesco nell'arduo compito di recuperarlo nel marasma di casa mia (sono reduce da tre traslochi in solo tre anni),cercherò di provvedere...
    Continua a seguirci e grazie per i complimenti...

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    1. Grazie mille della risposta, io ho iniziato a guardare film con i grandi classici americani anni 30 fino 60 (poi logicamente iniziai a guardarmi quelli un po' più moderni), però questi sono più "naturali" e schietti (e forse più incisivi perché secondo me raccontano le cose come sono e come stanno realmente (soprattutto in quel periodo )).
      Grazie ancora e a presto. :-)

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