12.12.14

L'Avvocata del Diavolo, perchè nessun film può far schifo a tutti (N°3): Non aprite quell'armadio


Terzo appuntamento con La Marti, la simpaticissima recensora che tenta in tutti i modi di salvare film sulla carta insalvabili.
C'è da ride.

Questa volta, lo ammetto, l'impresa è stata ardua. D'altro canto - come sempre - la pellicola si è scelta da sola, palesandosi spontaneamente grazie a qualche strambo meccanismo del destino che non so spiegarmi; insomma: ciò che è venuto ho pigliato.
"Non aprite quell'armadio" è un film che avrei scartato senza badarci se avessi letto sin da subito il titolo originale, "Monster in the closet". Basta monster movies, basta!
E invece no: me lo sono guardata tutto senza anteprime, con la sola consapevolezza che si trattava di puro trash, osannato solo dagli amanti ossessivo-compulsivi dello stesso. 
Ottimo punto di partenza, direi.

Uscito nelle sale americane nel 1987, questo horror-grottesco (io propendo di più per "demenziale") è opera del regista Bob Dahlin, che deve averci evidentemente riflettuto molto su ciò che faceva. A-ha.
Siamo a Chestnut Hills, cittadina dove si susseguono vari omicidi accomunati dal fatto che si svolgono all'interno di cabine armadio (gli sgabuzzini per vestiti che ogni serio americano sembra possedere).
Una squadra composta da un giornalista sfigato (Richard Clark), una scienziata bacchettona (Diane Bennett), il suo geniale figlio (chiamato "professore" che, udite udite, altro non è che il compianto Paul Walker in fasce) e un Einstein de noartri (Dr. Pennyworth) scoprirà che il serial killer è un mostro venuto da non si sa dove e cercherà di trovare una soluzione per salvare l'America e il mondo intero. Vorrei sapervi dire come va a finire, ma...poi vi spiegherò.

Come al solito (e forse anche di più) i motivi per mozzare la testa a questa pellicola, bruciarla e seppellirne i resti in diversi punti del pianeta ci sono. Non mi sentirei di criticare chiunque decidesse di farlo; penso però che ci siano delle lance che io posso spezzare a favore di Dahlin. Apprezzatemi perchè tento di farlo.

1. I CLICHÈ. In primis lo sceriffo Ketchem ("gotta Ketchem all", cit.) che è la macchietta del rude e zotico rappresentante delle forze dell'ordine locali, con tanto di tabacco masticabile, sputacchiera e battute del calibro di "La risolveremo questa sporca faccenda! Lo prenderemo quel bastardo!". Il giornalista sfigato che si occupa normalmente di necrologi, indossa un paio di occhiali dalla montatura nera spessa e si chiama Clark (no dico: ci siam capiti?). La scienziata che al figlio vieta la cioccolata, preferendole cavolfiori e budino di cetrioli. Clichè, appunto; stereotipi che darebbero il voltastomaco in un film qualunque, ma che in questo caso gli danno quasi un senso, perchè non c'è demenza senza alcun preconcetto.

2. L'ETICA. Ridendo e scherzando, nell'idiozia rientrano temi seri. Quello della vivisezione, ad esempio: la scelta di sacrificare un essere vivente per il bene della scienza oppure il tentare di comunicare con esso. L'uccidere per la smania di uccidere o per la ricerca. Si sentono, insomma, cose del tipo "Si salvano molte più vite se non si preme il grilletto", "È sempre una creatura di Dio..", "È uno straniero in terra straniera" (ehm).

3. IL CREDERCI. Non so spiegarlo bene, questo. Mettiamola così: i personaggi fanno cose assurde, cose che manco uno strafatto ubriaco la notte di Capodanno farebbe, ma le mettono in atto con tali spigliatezza e caparbietà che alla fine ti rendi conto di non sorprenderti più di nulla. Ed è fico.
Ad esempio: lo sceriffo "Acchiappali" parla al mostro - che ha appena ucciso un uomo ed è chiuso nella casa di quest'ultimo - con un megafono, intimandogli di uscire entro trenta secondi. E si mette a contare davvero. E il mostro esce davvero. E la gente - che date le ipotesi iniziali si aspettava un serpentone killer - non fa una piega nel veder uscire sto essere bipede dalla porta. Tutto regolare. Mabbòna.

4. Va beh. IL MOSTRO. Avete presente un Alien brutto? Eccolo. Molte cose in questo film ne ricordano altre nella loro versione brutta. Beh: è un essere plausibilmente femminile (vedi punto 5), bipede e marrone, con una bocca rotonda piena di denti dalla quale esce una bocca estraibile più piccola e rosata. Ha arti superiori prensili con artigli affilatissimi. Le sue capacità comunicative si limitano a "Hwagwahwagwa" e "Bluhlahbluhlah" quando attacca o mangia e ad una sorta di jingle a 5 note che verrà utilizzato da "Einstein" per stabilire un contatto tramite uno xilofono (non mi sto inventando nulla). In questa situazione lo scienziato morirà. E gli sta bene, aggiungo.

5. IL ROMANTICISMO. Eh sì, perché non manca nemmeno quello. La bacchettona s'innamora di Clark e...anche il mostro. La mostra, cioè. Entrambe queste creature femminili, infatti, sembrano andare in fissa sul già citato esemplare umano di genere maschile nel solo ed unico momento in cui toglie gli occhiali. Beh: sensato; nel caso non foste convinti, vi rimando al punto 3. In ogni caso l'amore segnerà il destino del..della mostra (per capire questa però dovrete guardarvi il film, mi spiace).

6. L'ESCAMOTAGE. Si intenda per escamotage la logica secondo la quale si renda plausibile l'uccisione del mostro. Dovete sapere che la creatura aliena resiste ad ogni sorta di arma umana utilizzata contro di lei; a nulla servono fucili, bazooka, bombe, armi da taglio o energia elettrica. È indistruttibile, ma - cosa che si comprenderà molto, troppo avanti - NON instancabile. Infatti, la sua peculiare preferenza logistica, è indiscutibilmente prova del fatto (ma ovvio!) che per recuperare le energie essa necessiti di ripostigli. Ergo: quale soluzione più sensata e sobria ci potrebbe essere rispetto al distruggere OGNI SINGOLO armadio presente sulla faccia del pianeta per ridurre il mostro ad un innocuo ammasso marroncino privo di energie? Ditemelo voi, anzi: dicetemelo!

7. IL FINALE. Questo potrebbe essere un punto boomerang, uno di quelli che potrebbero ritornare a colpo secco sulla nuca. Sbadabam! Il finale ragazzi non c'è. O meglio c'è, per una frazione di secondo. Poi partono i titoli di coda. Si lascia un po' tutto all'immaginazione, o forse Dahlin si era stancato di filmare cazzate, non lo so. Dovrebbe finire bene, ve lo assicuro. SE FINISSE.

Insomma, dai: è divertente. È demenziale ma, cadendo senza rimedio nell'eccesso, diventa una macchietta di se stesso. Perciò non stanca, non induce alla fuga ma costringe a restare per vedere fin dove l'esagerazione può arrivare. Il finale, non lo nascondo, non l'ho apprezzato granchè; se, però, uno pensasse che un brutto epilogo avrebbe potuto rovinare tutto, allora meglio il nulla. Forse.


Possibilità di salvezza: 53%.

8 commenti:

  1. Corro subito a vedere sta cosa (film mi pare troppo!). Dopo aver dato fuoco all'armadio, ovviamente! :)

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    1. Fuoco? Vuoi vincere facile? Io mi complicherei un po' la vita, che so..accetta, martello, scalpello per scrittura cuneiforme, ago da agopuntura..potrei continuare fino a domani..fermateme.

      ..grazie :)

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  2. No vebbe' adesso devi raccontarci il finale mozzato! Ti prego, non costringermi a vederlo...

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    1. Ma che, scherzi? Mica te lo racconto. Poi come la vinco la scommessa? DOVETE VEDERLO TUTTI. È necessario.

      Grazie caro. Tu aspetta a ringraziare dopo la presa visione.
      ;)

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  3. Sono molto divertenti le tue recensioni, che riescono a far apparire come geniali film sperimentali delle pellicole altrimenti improponibili. Ma tu hai il coraggio di proporle |! :)

    PS
    penso che d'ora in poi prenderò solo armati molto piccoli....

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    1. A volte il coraggio necessario é parecchio eh, lo ammetto :)

      I nostri armadi non americani non potrebbero contenere la mostra in questione, quindi non ti preoccupare: siamo tutti salvi! :))

      Grazie!

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    2. meno male, tiro un sospiro di sollievo, da qui fino alla fine del 2015.
      grazie a te!

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