5.4.16

Boarding House (3): Recensione "Thriller: A Cruel Picture" - Regia Bo A. Vibenius, 1974 -


Una puntata fantastica della rubrica (di)(de)genere di Giorgio.
Un rape & revenge che solo un cultore come lui poteva conoscere.
Un grandissimo post.

Una ragazza è rapita, drogata e costretta a prostituirsi. Per punizione il suo pappone le cava un occhio e i suoi genitori, ricevendo delle false lettere piene di odio, si suicidano. La ragazza farà strage di tutti coloro che si sono approfittati di lei.

Il Rosa dei corpi, il Rosso del sangue e il Nero della morte.
Questi sono i colori della Vita e stanno tutti attaccati alla protagonista del film, a quella benda che si abbina con i suoi vestiti (Tarantino s’ispirerà per il personaggio interpretato da Daryl Hannah in Kill Bill proprio a questa caratteristica della protagonista).

Trovare questo film è stata un’impresa, molti anni fa. Ne avevo sentito parlare in rapporto a Kill Bill, o forse perché mi ero innamorato delle foto della protagonista, Christina Lindberg, che era ciò che si suol dire un “bel pezzo di figliola” (ma il termine usato era un altro). Dopo due mesi scarico da internet il film. Dopo una settimana trovo e monto i sottotitoli in italiano, perché l’edizione italiana ufficiale esiste ma sembra essere scomparsa in qualche angolo sperduto degli scantinati delle distribuzioni italiane.
Mi appresto alla visione e quello che dice il titolo è mantenuto perfettamente.
Sesso e violenza sono due cardini imprescindibili, declinati in tre fasi colorate.
Eccole:

Il Rosa di Christina Lindberg.

Rosa è il suo corpo, seni e sesso scherniti e usati come fossero carta straccia.
Rosa è la sua faccia, ancora ragazzina, ma che cela il gelo della Svezia nelle ore più buie.
Rosa è la sua benda all’occhio, dopo la punizione dello sfruttatore.
E il rosa si staglia perfettamente in un luogo grigio, sporco e malsano.
È un coming of age quello che dovrà sopportare questa bella fanciulla (forse proprio perché bella) in un’ora e mezza di sacrifici e violenze sull’Altare del Coito A Coazione a ripetere, sia psicologicamente sia fisicamente, in un bordello da tratta delle schiave; diverrà anche una tossicomane (lo sfruttatore riesce a tenere con sé le ragazze per mezzo di iniezioni di droga) e, per ultimo, degraderà in scene hardcore (controfigurate) ma che non costituiscono la percentuale minima per definirlo un porno che ecciti lo spettatore. Perché è questa la strada della crescita secondo Vibenius (aiuto-regista di Ingmar Bergman che, dopo l’insuccesso del suo primo film, decide di realizzarne uno più commerciale, creando invece un film ancora più di nicchia perché cupo e triste, senza speranza): cattiveria (della società, dell’Esterno) e malessere (dell’Io, dell’Interno). Sin dall’inizio sembra mettere in chiaro la questione: la protagonista-bambina violentata da un barbone sbavante, con un sottofondo musicale che è un eco di bambini che sembrano salmodiare. E il dolore continua nelle scene del bordello in cui si susseguono clienti che la maltrattano, che le fanno foto come ad una schiava, dominazione lesbica che non ha niente di tenero, schiaffi, offese, umiliazioni. E i pochi e incisivi dettagli porno sono meccanici esempi di atti sessuali senza passione, conclusi sempre con il lancio sprezzante del denaro che lei accumula e conta come fosse un contabile.
Il rosa della sua vagina è il colore dell’investimento del proprio denaro: imparare a guidare un’automobile, imparare a sparare, imparare il karate, imparare ad essere precisa nell’attaccare l’avversario, imparare ad uccidere scegliendo e modificando le armi che si acquistano, imparare ad usare con meticolosa razionalità la propria istintiva vendetta.
Imparare, malgrado tutto, ad essere Donna in un branco di arrapati maniaci sessuali...

Il Rosso del Sangue (al rallenty).
trixietreats:

mudwerks:

mrdantefontana:

Christina Lindberg in ‘Thriller - En Grym Film’ (aka ‘Thriller - A Cruel Picture’ aka ‘They Call Her One Eye’ aka ‘Hooker’s Revenge’)
Via thoudostwish.

Il regista Vibenius ha realizzato il primo film svedese ad essere censurato in patria.
Per il sesso e per le sanguinose morti. 
E queste ultime sono rallenty esasperanti.
Sottolineano, con la loro lentezza, ciò che è impossibile sentire dalla voce della protagonista. Infatti, l’attrice non parlerà mai per l’intero film, essendo stata traumatizzata dalla violenza subìta dal barbone, ma il suo “linguaggio” si scatenerà proprio per mezzo delle azioni di vendetta che commetterà. E quei rallenty sembrano essere il suo reale godimento di contro alla freddezza dei suoi rapporti sessuali.
Il regista Vibenius riesce a mettere in scena il lento cambiamento del carattere del personaggio soltanto descrivendone il gelido meccanismo di perdizione in una struttura di sceneggiatura lineare: la ragazza è sfruttata nei peggiori modi possibili/la ragazza ammazza ad uno ad uno i rei di questo sfruttamento. Lo sprofondare del suo Io nell’abiezione più totale, in una società che non ha punti di riferimento positivi (i genitori suicidi, la “collega” della protagonista uccisa, la cliente donna che la malmena come il più grezzo degli uomini, l’assenza di tristezza nella scena in chiesa, dopo aver saputo della morte dei suoi genitori) e in cui anche i poliziotti subiranno la medesima sorte dei clienti perché ostacoli al compimento della vendetta, sembra non essere affatto giudicata negativamente dal regista (e forse questo ha dato fastidio agli organi censori...).
“Lei è un innocente che ne ha viste e subìte di cotte e di crude, fa bene a mettere tutti a morte.” sembra dirci Bo A. Vibenius.
Infatti, c’è tanto odio in questo film.
E non ci troviamo dalle parti dell’Ultima Casa A Sinistra di Wes Craven (1972) o nel paesino rustico di Non Violentate Jennifer di Meir Zarchi (1978), che hanno il loro interesse nel mettere a nudo la violenza borghese (nel primo caso) e a mettere alla berlina l'ignoranza di villici idioti e cretini. No, qui la lotta è tra una Donna usata per il solo fatto che è il suo essere femmina ad imporre l’uso della sua vagina a discrezione degli altri (sesso, sesso e soltanto sesso...) e l’Uomo Diavolo (il pappone assomiglia a Charles LaVey, il fondatore della Chiesa di Satana, ma con i capelli...), che gestisce l’affare e ne ricava soldi, soldi e soltanto soldi... In questa lotta in cui la Donna è martire e carnefice tanto quanto l’Uomo, non esiste alcuna religione che possa ispirare alla pietà ma soltanto denaro e vendetta, assenza di Comandamenti e di Leggi, pura essenza primitiva di sopravvivenza come all’Alba dell’Uomo o al suo Tramonto.
C’è la consapevole preparazione ad accogliere l’Omicidio, o la soppressione dell’Altro, per farne buon uso, perché il sesso è stato profanato dalla violenza (gli inserti porno) e la cattiveria ha raggiunto l’apice della crudeltà visiva: la scena dell’estrazione dell’occhio, secondo le “voci degli addetti ai lavori”, sembrerebbe essere stata realizzata grazie all’utilizzo di un reale cadavere femminile...
Essendo tutto marcio, uccidere è un dovere.

Il Nero della Morte (vestita con un lungo tranch).

La protagonista del film è il miglior personaggio femminile a cui si possa associare il genere rape&violence: bellissima e con un visino innocente che fa tenerezza, sessualmente appetibile, meravigliosi occhi circondati da palpebre sensuali,  atteggiamento determinato, seria e meticolosa, inesorabile come un bambino, benda nera da pirata e trench nero come i migliori gangster del cinema americano, fucile a canne mozze in mano e un’atmosfera western che avvolge le sue azioni assassine nel finale.
E soprattutto non piange mai, quando ha capito qual è il suo ruolo nel Massacro.
Thriller: A Cruel Picture è un film che non lascia spazio all’ottimismo o alla speranza che si possa uscire dalla Lotta per la Sopravvivenza una volta entrati in questa pericolosa partita. Non c’è via d’uscita; o meglio, la via c’è ma sarà costellata dal dolore e dal suo ricordo, impresso nell’espressione di gliaciale ineluttabilità della Lindberg. Esempio di ciò, oltre al grigio e ventoso finale, è la scena che vede un camionista, per errore, bloccare la strada alla protagonista durante un inseguimento e le fa la linguaccia in maniera simpatica. Lei scende dall’automobile e gli spara, riprendendo l’inseguimento.
Non c’è (più) niente da ridere.

4 commenti:

  1. Mi sono bastate le immagini per mettere il film in lista. Appena lo vedo, mi leggo la recensione, almeno evito gli spoiler se sono presenti! ;)

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  2. Potente! Lo ricordo come un qualcosa di veramente torbido e disturbante, lei poi è un'icona, entrata di diritto nell'immaginario exploitation... Mi riprometto spesso di revisionare qualcuno di questi filmozzi, rinnovo quindi i complimenti per la rubrica e per il lavoro che fai, rispolverando queste cose. Grazie :)

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    1. Seguici con la medesima voluttà con cui apprezzi il corpo della Lindberg...ciao!

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due cose

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3 ciao