9.11.14

Scritti da Voi (N° 7): Gianluca - Life is a Movie, Movie is a Life

Un vorticoso, appassionato, divertente e originale omaggio al cinema di uno dei lettori storici del blog, Gianluca



Yes Man o Follower: chi sono io? No, non nel senso di twitter, Follower nel senso di "Following", l'esordio alla regia di Nolan, quello in cui uno scrittore segue le persone, le osserva, per trarne ispiraizone creativa. Il Dubbio, in breve, è questo: io la vivo davvero la vita, le dico sempre di sì come impara a fare Jim o la osservo e basta?

Agisci, mi rispondo, sei giovane, sei libero. Fai quello che vuoi, insomma vivi. Eppure ogni volta ci ricasco e finisco lì, a ripensare a quella frase di Groucho Marx e a ripetermi quanto sia maledettamente Vera (come la finzione): “Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere… nella vita non c’è una trama”. E giù di film. Sempre in casa. Anzi, Nella casa. Di libri ne leggo; ma il loro ritmo, il loro ordine, mi sono quasi imposti dall’Università. Con i film invece è un’altra storia, la scelta è solo mia. I’ve got the power, come Jim Carrey nella sua Settimana da Dio. E’ cominciato come un esercizio ed ora è una dipendenza.
Come per Jack Reacher, Il fuggitivo. Non quello Dalla missione impossibile, no: quello della Mission impossible. Tom Cruise in divisa bianca è forse il mio più remoto ricordo cinematografico. Seduto sul divano della cucina, lo vidi per la prima volta con i miei: “Codice rosso” ricordavo si chiamasse il film. Ed invece lo confondevo con “Allarme rosso”. Mi capita spesso di mixare i titoli. “Codice d’onore”, questo il nome esatto, non è soltanto un thriller giudiziario (o tribunal-movie o legal-thriller o come altro lo volete chiamare, che tanto provare a classificare un film è sempre un modo per depotenziarlo) intrigante e serrato; non è solo lo scontro tra, come si dice, due mostri sacri del cinema, Jack Nicholson e Tom Cruise; “Codice d’onore” è una pellicola sul conflitto tra codici di comportamento che seguono regole altre e che restano inconciliabili tra loro. Se ne vedono a decine, quotidianamente, di questi conflitti; e per decifrarne lo schema fisso alla base, basterebbe interiorizzare quest’opera. Ma si sa: l’oro vale quanto l’uomo che lo trova. E allora “Codice d’onore” resta ‘solo’ un film. Puro intrattenimento.
Sì, lo so: qualcuno avrà storto il naso a sentir definito Cruise ‘mostro sacro del Cinema’: troppa fama, troppi film e troppo spesso scelti male. E poi Scientology. Sarà: ma io ogni volta che mi concentro sull’attore, su Vincent di “Collateral”, o Frank di “Magnolia”, o Jerry Maguire, o Claus di “Operazione Valchiria”, o Daniel del Codice, o Les Grossman, il pappone di “Tropic Thunder”, non riesco a togliergli gli occhi di dosso. E penso che il suo importante contributo alla cinematografia lo stia dando. Ah, dimenticavo il personaggio di “Mission impossible”, Ethan Hunt. Che non è Ethan Hawke. Anche se io foneticamente li confondo sempre. A parte il nome, in realtà, hanno poco in comune. Però entrambi hanno lavorato con Hoffman. No: non L’uomo della pioggia, Dustin, quello è solo Cruise in “Rain man”. L’altro Hoffman, Philip Seymour. “Onora il padre e la madre” e “Mission impossible III”: Ethan ha recitato con Philip, che ha recitato con Tom. Mi perdo spesso in questa specie di genealogie. Non credo abbiano molto senso, ma mi scattano spontanee. Come mi scatta spontaneo, spesso, sperare che qualcuno lavori con qualcun altro. Una volta sognai che Sean Penn lavorasse con Nicole Kidman: un paio di anni dopo, “The interpreter”. Oppure mi auguravo lui e Naomi Watts. Fatto: “The assassination of Richard Nixon” (con Sean Penn in Stato di grazia), “Fair Game” (non “Funny games”, e neanche “The game”) e “21 grammi” (una Naomi Watts Internazionale). Oppure ancora: lei con Edward Norton. Fatto anche questo: “Il velo dipinto”. ‘Come faccio a fermare l’emozione che ho provato guardando questo film?’: questo mi appuntai dopo la prima visione. Ed ogni volta è così: saranno loro due, saranno le musiche, o l’ambientazione, o la storia, sarà l’insieme: ma, giuro, ne resto sempre esaltato.
Che poi a stimolarmi è la curiosità dell’incontro non solo tra due sensibilità, tra due fragilità: ma anche tra due attori che fanno cose diametralmente opposte. Che so: Denzel Washington e Johnny Depp, Jennifer Connelly e Zack Galifianakis, Christian Bale e Jim Carrey, Jason Statam e Meryl Streep.
Hoffman, per esempio, sempre quello di prima, l’ho conosciuto in un film con Ben Stiller, una commedia: di certo non il suo genere; eppure spiccava, il suo talento scalciava ad ogni battuta. Mi sono documentato sulla filmografia: una folgorazione. Ed il fatto che neanche uno come lui, The master, uno che L’arte di vincere (almeno nel cinema) ce l’aveva nel sangue, un attore che usciva praticamente Senza difetti anche vicino a De Niro, uno che da Sydney a New-York - passando ovviamente per Synecdoche - era stimato un Talento, come Mr.Ripley, un Grande, come Lebowsky, dicevo che neanche uno Quasi famoso (che se dici Hoffman quasi tutti pensano all’altro) come lui riuscisse a domare quel tornado, quel Twister, dentro tanto grande da non fargli sopportare quella Fragile armonia che è la vita, beh mi mette parecchio sconforto.
Buona 25ma ora, Philip.
Sono ubriaco di cultura americana, lo so. In 40 film che ho richiamato, non ce n’è uno italiano. L’ho indagata spesso questa spontanea attrazione estera. Credo che, a parità di qualità, i film stranieri mi trasmettano più concetti ‘universali’. I film italiani, invece, mi risultano più cronachistici: le situazioni e i luoghi li sento troppo vicini a me. E’ un mio limite, lo so – che ce n’è di letteratura in immagini in Italia -, ma nelle pellicole americane per la loro ‘astrazione’, per quei luoghi così lontani ed ‘altri’, riesco a cogliere più facilmente i grandi temi raccontati. Oltre le situazioni particolari in sé.
Ma c’è dell’altro: e cioè che io, quotidianamente, faccio caso alle occasioni che noi tutti abbiamo, anche a prescindere dalla volontà, alle situazioni quindi che quasi subiamo, di soffermarci su questioni – chiamiamole così – riflessivo-estetiche. La molteplicità delle personalità in un corpo solo, per esempio, o l’armonia nel muovere le mani; la disperazione dei rimpianti o l’accoglienza di un sorriso che ti fa sentire a casa; la fragilità di uno sguardo basso e la sicurezza delle spalle larghe. Queste e tantissime altre questioni, che sono occasioni di crescita spirituale, di emancipazione, o di ‘improduttiva’ Bellezza, ci sono presentate e potenziate in (quasi) tutti i film, origine geografica a parte. Ma il fatto che quelli americani abbiano maggior impatto sociale – per una serie di motivi, tra cui la distribuzione – fa sì che io ci stia più dietro. Per constatare quanti ‘strumenti’ abbiamo per crescere (e quanta insensibilità, purtroppo, di lasciarceli sfuggire).
Però c’è un titolo italiano che mi ritorna spesso in mente: ogni volta che, stando a casa di mia nonna, immagino di percorrerne il lungo corridoio come una carrellata cinematografica, ripenso a “La famiglia” di Ettore Scola. Mi trasmettono entrambe - la casa e la sequenza - tutta l’intensità, tutta la pregnanza di un luogo ultradecennale.
La luce pomeridiana di quello stesso posto, poi, con i suoi colori resi quasi pastello, mi fa sembrare di muovermi in una pellicola di Woody Allen. Andare a casa di mia nonna, in pratica, è come spostarsi sul set di “Melinda e Melinda”.
Che poi quest’abitudine di vivere rimandando ai film – che so: ai titoli, ai volti degli attori, alle voci dei doppiatori, a certe atmosfere, ad un luogo, a delle musiche – è ormai Fuori controllo. Come Gibson.
Sono a Milano, per esempio, in via Montenapoleone. Vedo una donna in coppia, la vedo molto più giovane e molto più bella di quello che dovrebbe essere suo marito, che però è evidentemente ricchissimo: magari mi sbaglio, ma sento un titolo di Scorsese tirarmi prepotente la giacchetta: è “Il potere dei soldi”.
Oppure, ascolto al telegiornale la notizia di un Taxi driver (“Ma dici a me?...Ma dici a me?”, no Travis non dico a te) ucciso: intervistano suo fratello che ricorda: “Quando entravano nel suo taxi, si innamoravano di lui”. Pensiero immediato al Max di Jamie Foxx in “Collateral”. Con tanto di “Hands of time” dei Groove Armada in sottofondo (e riprese in notturna da urlo).
O ancora, passeggio e vedo un bambino che indossa la maschera di Batman per Carnevale: in un flash, come in un Sogno segreto di Walter Mitty, immagino di avvicinarmi e di chiedergli: “Ciao piccolino, ma tu quale Batman preferisci? Quello gotico di Tim Burton o la trilogia stratificata di Nolan? Heath o Jack? Bale o Keaton?”, e lui: “Maamma!!”.
Insomma, cose così.
A proposito di Batman e della mia fissa per i collegamenti tra i titoli: un fotogramma del sorriso folle e schizzato di sangue dello Psicopatico americano travestito dal Cavaliere oscuro, lo nominerei ‘Bat(e)man’. Come F-Argo: un film doppio.
Tra “Donnie Brasco” e “Donnie Darko”, chettelodicoaffare chi preferisco.
L’”Hunger” di Steve McQueen non l’ho ancora visto: ma certo migliore dell’”Hunger” di Steven Hentges sarà. E poi c’è Micheal Fassbender, attore di Vergognosa bravura.
“Vita di Pi” o “La vita di Adèle”?
“Lost in translation” o “Lost in la Mancha”?
“It” o “Heat”?
“Finding Neverland” o “Finding Nemo”?
“Thanks for sharing” o “Thank you for smoking”?
“Animal kingdom” o “Moonrise kingdom”?
“In time” o “Out of time”?
Più difficile adesso, a tre:
“28 giorni”, “21 grammi” o “25ma ora”?
“The million dollar hotel”, “Million dollar baby” o “Million dollar arm”?
“C’era un volta in America”, “C’era una volta in Messico” o “C’era una volta il West”?
“Two lovers”, “Two mothers” o “Four brothers”?
Ancora più difficile, a quattro:
“Nemico pubblico” di Scott, “Nemico pubblico N. 1 – L’istinto di morte”, “Nemico pubblico N. 1 – L’ora della fuga” o “Nemico pubblico” di Mann?
Ad libitum:
“American beauty”, “American hustle”, “American pie”, “American gangster”, “American psycho”, “American graffiti”, “American history X” o “An American crime”?
Lo so, sono un fan in delirio (come il Fan di De Niro).
Però sulla trasposizione italiana di alcuni titoli sono lucido: “Amami se hai coraggio” e “Se mi lasci ti cancello” sono due disastri. Che il primo sembra un film di Moccia, ed il secondo riesce a farti associare Charlie Kaufman a Julio Iglesias. Teorie della traduzione a parte, certi originali dovrebbero essere Intoccabili: “Jeux d’enfants” e “Eternal sunshine of the spotless mind”. Saranno poco evocativi, d’accordo, ma almeno non ti sviano.
In conclusione.
Credo nei film che ho già visto.
Ma soprattutto.
Credo nella lunga lista dei film ancora da guardare (che è come l’orizzonte, s’allunga ad ogni passo). Perché se è vero che in questa tensione ci vedo tanto indomabile disordine, se ci riconosco la mia totale ed inarresa incapacità di sottomettere il desiderio alla volontà (ogni volta mi riprometto di seguire un percorso nella visione dei film – un regista, un attore, una corrente, un tema - e puntualmente mi ritrovo ad improvvisare, ad adattarmi all’ambiente, Darwin, I-Chin, quello che vi pare, devo seguire il flusso: come con questo pezzo), è altrettanto vero che in questa eccitazione, in questa confusione, io ci ritrovo la vita. Imprevedibile e mirifica.

17 commenti:

  1. Ottimo. Mi sto domandando come farò a dare un commento lucido a questo post. Che, se ho seguito tutta la tua lucida follia, l'ho fatto con la mia personale lucida follia. Che la stessa che hai tu, ma relativamente alle Persone. Ascolto e cerco di assorbire come una spugna e mi sono goduta questi saltelli di parole immaginandomi quelle mosche che d'estate volano a venti centimetri dal soffitto. Che pare abbiano un percorso da seguire ma anche no, che ti virano di colpo manco fossero state dirottate da un terrorista impazzito.

    Ci vedo anche io la vita in questa cosa. Ci vedo curiosità e agilità di pensiero, incoerenza che a lungo termine deve per forza diventare coerenza, ci vedo vento che porta solo buone nuove (questa è la famosa mia lucida follia che parla, non aver paura). Anche io poco italiano.

    Il succo era che sto post mi è piaciuto.

    PS: in aggiunta, hai fatto ricorso al termine "fonologicamente", e lì, da logopedista, potevo morire subito di gioia.

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    1. Hai fatto benissimo a seguire il mio folle flusso con la tua lucida follia: il meccanismo 'associativo' è lo stesso; i percorsi, invece, in quanto personali sono ovviamente diversi.
      Quelle mosche e i loro giri sono un mistero :)

      Hai scritto un pensiero veritiero: "ci vedo...incoerenza che a lungo termine deve per forza diventare coerenza". Dopo tante visioni (o letture, o ascolti) mi rimane la sensazione che quello che ha apportato il film (o il libro, o la canzone) non sia facilmente conciliabile con la mia visione del mondo: non lo so, è come se ci fosse un intoppo. Che inizialmente è ingombrante, quasi fastidioso, perchè non ti 'lascia vivere' esattamente come prima. Poi però, metabolizzandolo, quell'intoppo diventa parte di te, si sedimenta, e pian piano assume un senso, diventa decifrabile anche dalla tua visione del mondo e coerente con te stesso. Non dico che ti renda migliore, ma, di certo, più complesso. Non so se sono riuscito a spiegarmi, ma i film (e più in generale le opere che rappresentano la vita) sanno fare tutto questo: ti impediscono di star fermo; anche tuo malgrado, anche se non lo vuoi, loro muovono qualcosa.

      Grazie del commento :)

      ps: studio Lettere, e non parlo spesso di questi studi; ma qui c'era un bel posto per farlo: non ho resistito. Mi fa piacere che abbia apprezzato :)

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  2. Sei un genio. Un pazzo genio.

    Sono con te su Tom Cruise.

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    1. Però...'genio' è un bel fardello da sopportare. Detto poi da uno che ha il tuo nick, cioè il riferimento ad uno dei film più belli e completi che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, beh, fa ancora più effetto.

      Cruise è davvero grande. Peccato che l'immagine pubblica scavalchi l'attore.

      Grazie del commento.

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  3. 15enne scrissi questo, nulla di paragonabile alla meraviglia del tuo articolo! ^_^

    c'era una volta in america un fantasma dell'opera, che fece le sue vacanze a rio, senza però trovare la fidanzata di papà, trovando solo un bambino col pigiama a righe che diceva:"Io non ho paura!". allora il braccio violento della legge lo prese e lo lanciò su il caimano. ma a quel punto il divo, il laureato, il corvo e il dottor zivago si chiusero nella stanza del figlio...ma dopo qualche minuto tutti andarono via col vento.
    a quel punto i fascisti su marte, invidiosi si fecero il miglio verde, ma lo riverniciarono di un profondo rosso. indiana jones, che stava andando al matrimonio del mio migliore amico, incontrò il mio miglior nemico, e lì partì l'invito a cena con delitto; ma alla fine della serata i due si scambiarono un bacio romantico e il giorno dopo entrambi videro nel proprio pc:"C'è posta per te!"
    a questo punto la storia infinita divenne uno scontro: "Kramer contro Kramer", ma a quel punto arrivò l'ultimo dei moicani urlando: " ho perso le chiavi di casa...". tutto fermi, le fate ignoranti iniziarono a piangere, facendo diventare quell'arena una valle di lacrime.

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  4. Eh ma quello che hai provato a fare tu è un esercizio di stile non indifferente, cioè raccontare qualcosa basandoti esclusivamente sui titoli dei film, senza altri collegamenti. In quel caso riuscire a dare un senso compiuto alla storia è un compito non da poco: è più probabile che sia il racconto, tramite i titoli, a condurti dove vuole lui.

    Grazie della condivisione personale e del complimento :)

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    1. Gran bel lavoro il tuo, più poetico e "discorsivo". Il mio è sì un esercizio di stile, ma molto più inutile e futile, che avrei dovuto continuare con un amico, ma che poi venne abbandonato in una cartella del pc a prendere bit su bit di file frammentati (che sono tanto simili alla polvere nei cassetti)

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    2. Io non lo considererei inutile il tuo lavoro: soprattutto a quell'età, poi, 15 anni, qualsiasi esperimento può essere formativo. Prova a riprenderlo, a perfezionare ora, magari anche da solo, quello che avresti dovuto continuare tempo fa. Non si sa mai cosa potrebbe venirne fuori.

      Bella la similitudine tra la polvere dei cassetti e i bit del computer :)

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    3. proverò...e ti dovrai prendere la colpa, almeno parziale, di ciò che ne uscirà...e di cui sarai il primo ad avere notizia! :D

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    4. Sono con te allora ;)

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  5. Che post, pieno flusso di coscienza d'amor filmico, una montagna russa da leggere in volata, da tuffaricisi, proprio come Jim - che arriva a far naufragarre negli agguati la sua vita fatta di senso di colpa e di coerente coraggiosa auto-espiazione.
    veramente qualcosa che si vorrebbe rileggere ancora presto - uguale ma altro ancora.

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    1. Grazie Giovanni delle belle parole spese.

      Il materiale c'è, andrebbe solo un po' organizzato (ed è lì che cominciano i guai) :)

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  6. bene! dell'organizzazione la pensiamo allo stesso modo.
    le parole sono uscite aggratise :)

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  7. Credo nella lunga lista dei film ancora da guardare (che è come l’orizzonte, s’allunga ad ogni passo).

    Ecco, io soprattutto credo in questo ora come ora. E sono già in fibrillazione all'idea di tutto quello che mi può ancora regalare quest'invenzione meravigliosa che è il Cinema! :D

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    1. Ci credo tantissimo anch'io. A volte sono preso dal desiderio di volere aver letto, ascoltato e guardato tutto - i classici e le novità, gli indipendenti e i mainstream. Ma poi penso che, se avessi letto, ascoltato e visto tutto, mi annoierei a morte.
      L'idea di non aver visto ancora, per dire, Apocalypse Now, manda anche me in fibrillazione :)
      A questo proposito ti consiglio, qualora non l'avessi letto, il pezzo di Giuseppe: http://ilbuioinsala.blogspot.it/2013/08/sono-una-pippa-ovvero-il-non-ho-visto.html ;)

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  8. Bel post gianluca!
    Secondo me è importante anche seguire le retrospettive sul neorealismo cinematografico italiano che gli Americani ci copiano tuttoggi!;)
    Per es. i film di Vittorio De Sica oppure alcuni film di Nanny Loy sono il top!
    Io potrei vedere all'infinito i film di Toto' o di Alberto Sordi...
    Guarda "il Giardino dei Finzi Contini" di V De Sica e poi dimmi...
    ;)
    ciao! Max

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    1. Max, hai perfettamente ragione: ho da recuperare gran parte del neorealismo italiano; i pochi film del genere che ho visto mi son piaciuti parecchio.
      Condivido in pieno su Totò e Sordi; Nanny Loy non lo conoscevo, ma lo aggiungerò alla lista dei film da guardare, come "Il giardino dei Finzi Contini" di De Sica.
      Grazie del commento (consigli compresi) :)

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