30.4.20

Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 8 - Recensione: "Boogiepop wa Warawanai" di Enrico G.


Zitto zitto il nostro grande esperto di anime, il giovin Enrico, è arrivato all'ottavo episodio della rubrica.
E' già tra le rubriche esterne (ovvero non scritte da me) più longeve della storia del blog, vediamo se resiste e va al primo posto ;)
Vi lascio alla lettura

Dopo tanto tempo torno a guardare qualcosa di recente. Boogiepop wa Warawanai è una serie del 2019, per le mie tempistiche geologiche parliamo praticamente di un’anteprima. Ma panta rei, tutto scorre, tutto cambia; quindi non c’è momento più adatto per una serie che, in fondo, proprio di cambiamenti parla, specialmente di quello definitivo: la morte.
Vista la sua recente uscita (non in Italia), ho pensato di dare un consiglio, più che analizzare.
Boogiepop è un cartone incredibilmente intelligente, vive praticamente solo dei suoi temi portanti e dei suoi personaggi. C’è poco spazio per il grasso che cola, questa è una serie all’osso. Il primo episodio è rivelatore, visto che non mi è piaciuto. Seguiamo questo studente molto classico, serio, composto, impegnato ma gentile con l’altra che gli sta dietro. Di conflitti interessanti non se ne vedono, persino le scene che dovrebbero essere stranianti vengono castrate dall’espressività facciale del protagonista: praticamente inesistente, monotona davanti ad ogni tipo di stranezza, dalla sua fidanzata che cambia personalità alle compagne di scuola che spariscono.
L’animazione è un punto abbastanza critico che piagherà la serie per tutta la sua durata, specie nelle scene “in pubblico”. Applaudo comunque la scelta di non fare folle in computer grafica (almeno, non che io abbia notato), una tecnica molto comoda che permette di fare doppioni delle comparse, ma la voglia, o il bisogno, di risparmiare portano personaggi appena fuori dal primo piano ad avere le facce non disegnate, anche se le persone in questione hanno qualche riga di dialogo. Non è certo uno dei lavori di punta della MadHouse, la miglior casa d’animazione televisiva del mondo. Mi piacerebbe un giorno dedicargli uno spazio, spiegando perché la ritengo tale, parlando dei suoi momenti di gloria negli anni ’80, con i suoi anime stilosi e dai colori vibranti, e della recente crisi, tra problemi interni, accuse di sfruttamento degli animatori, ripercussioni qualitative sui loro prodotti.
Insomma, le premesse sembrano così scarse da chiedersi perché valga la pena consigliarlo.
Perché Boogiepop wa Warawanai è un anime che premia la pazienza.

Gli eventi che sembravano fini a se stessi, quelle frasi criptiche, persino personaggi sullo sfondo, poco più che comparse, tutto trova il suo posto come in un puzzle. Questo è Boogiepop wa Warawanai, un gioco nel gioco, mettere assieme i pezzi di una geniale partita a scacchi. E proprio come alcuni giochi, flirta con argomenti che infantili non sono per niente: l’evoluzione, i mutamenti, il rimpianto, cos’è l’umanità e cosa siamo disposti a dare per essa. Essere animato gli permette certi slanci di fantasia, ma i mali che attanagliano le persone sono tutti reali, dentro di noi, e non ha paura di parlarne con schiettezza. Molto è suggerito, nel linguaggio, negli eventi scabrosi così come quelli violenti, ma le cose accadono e non si fa mai finta che sia il contrario. È un mondo crudo (il nostro) quello di Boogiepop, dove il male e il bene non sono mai chiaramente separati, dove i lividi restano, e non tutto è comprensibile.

Vi capita mai, durante un film, di chiedervi che cosa stiano facendo i personaggi secondari mentre quelli principali sono in scena? Ecco, Boogiepop wa Warawanai è un maestro nell’intersecare i propri giocatori, con degli incastri degni del miglior Arriaga. La regia, apparentemente semplice, gestisce la narrativa in un modo sorprendente, “a staffetta”, dove chiunque può passare il testimone a chiunque. Figure a cui nemmeno si fa caso, immobili sullo sfondo o con due righe di dialogo possono diventare protagonisti in un attimo, così che storie debolucce di per se acquisiscono un senso in questo mondo attivo, brulicante, dove ognuno porta avanti la propria vita e i propri interessi, anche e soprattutto all’insaputa degli altri. E perché ciò funzioni, servono personaggi come questi, assolutamente meravigliosi. Vi sfido a trovarne almeno uno che non vi affascini, non vi intrighi o trasmetta un minimo di empatia (ragazzo a parte, che dopo il primo episodio si leverà fortunatamente dalle scatole fino al finale).

29.4.20

Recensione: "The Mountain"


Un film che tanti hanno odiato.
Perchè non fa niente per farsi amare, fastidioso, fermo, freddo e pieno di personaggi irritanti com'è.
Eppure The Mountain, dopo Entertainment, è la conferma di trovarci davanti ad un autore vero, coraggiosissimo, estremo, di una intelligenza e sensibilità pazzesche, nascoste sotto vesti che cercano in tutti i modi di celarle.
Un'opera dall'estetica pazzesca, la storia di un ragazzo e del suo viaggio a fotografare lobotomie in giro per le cliniche psichiatriche statunitensi degli anni 50.
Un viaggio che è in realtà una ricerca, la ricerca dell'unico essere umano che abbia mai amato.
Tre attori formidabili, un Denis Lavant insopportabile, fastidioso, mostruoso, indimenticabile.
Provate ad andare sotto la catatonia, provate a vedere sotto questo film lobotomizzato che racconta lobotomie tutto il dolore e la disperazione che ha.
Tutte quelle urla soffocate.

Il film è presente nel Guardaroba de il buio in sala.

 La prima inquadratura, bellissima, è di una ragazza che volteggia lentamente nel ghiaccio.
Forse quella ragazza è lei, la vera protagonista del film, una protagonista che non vedremo mai, la madre.
E in quella prima telefonata "Mamma, non posso venire a trovarti", c'è già il manifesto di questo grande film, massacrato veramente da tutti.
Un film dalla profondissima sensibilità, intelligente, scomodo, umano, fastidioso.
E a dirigerlo c'è quel Nick Alverson che amai alla follia già in Entertainment, film che, come questo, aveva le stesse caratteristiche.
Profondo, sensibile, intelligente, scomodo, umano, fastidioso.
Credo proprio di aver trovato un autore identico a me, uno che "capisco" a ogni inquadratura, a ogni volto, a ogni gesto.
Uno che racconta del dolore della perdita in un modo completamente opposto alla retorica.
Anzi, dentro ai suoi film c'è una malinconia respingente, ci sono personaggi "brutti", c'è cinismo, c'è una incommensurabile tristezza.
Eppure entrambi i film parlando di vuoti incolmabili, di persone che si sono perse e mai più torneranno.
In Entertainment era la figlia del protagonista, qui la madre.
E in tutti e due c'è un disperato ed infantile modo di contattarle, dove in uno erano quelle telefonate "impossibili" (fatte al nulla) qui abbiamo una tavoletta ouja per credere che qualcuno di là ci possa sentire.
Nei film di Alverson le lacrime non si versano perchè il regista fa di tutto per trasmetterti i sentimenti con acidità, repulsione, cinismo.
Del resto Alverson era un comico (come il personaggio di Entertainment), uno di quei comici che attraverso battute fastidiose prova a farti fare un sorriso amaro.
E a raccontarti un immenso dolore che ha dentro.
E fatemi allora dichiarare la profondissima empatia che ho con questo autore, un autore che sembra scrivere film con una penna intinta nel mio cuore e nella mia testa.
E sì, capisco chi ha odiato questo film, chi l'ha trovato fermo, immobile, insopportabile, freddo, fastidioso (specie nella seconda parte), logorroico, megalomane.
Ognuno ha le sue affinità elettive.



The Mountain è la storia di un ragazzo, Andy, che decide di seguire un medico lobotomista in giro per gli Stati Uniti.
Andy dovrà "solo" fotografare i pazienti del medico, pazienti che saranno sottoposti a lobotomia ed elettroshock.
Decide di seguirlo perchè quel medico ebbe in cura sua madre, da anni in ospedale psichiatrico.
Andy spera così, in qualche modo, di ritrovarla.

Ne nasce un film che è uno struggente (ma solo se si ha il coraggio di andare oltre il formalismo, il fastidio e la freddezza) racconto di un ragazzo che cerca disperatamente di trovare la madre.
Tutto quello che Andy vedrà, cose terribili, sono tutte cose che quel ragazzo immaginerà esser state fatte in passato alla madre.
E così questo suo lavoro, questo suo fotografare l'orrore, non diventa altro che un continuo tagliarsi il cuore in due, arrivare alla verità, scoprire il passato di sua madre in modo indiretto.
La recitazione catatonica di Sheridan è letteralmente straordinaria.
In quella catatonia (che secondo me pochi hanno capito) c'è veramente tutto.
C'è un'infanzia negata, c'è dolore, c'è una mancanza (in un film in cui anche i vuoti - gli angoli dei muri e le sedie senza occupanti - vengono fotografati).
Ma ci sono anche altri due aspetti. Uno è quasi un'anticipazione di quello che poi accadrà ad Andy, ovvero l'essere reso anch'esso innocuo, uno zombie.
L'altro è quello che dicevo prima, lo straziante dolore di un giovane che in quel tour dell'orrore non sta vedendo cose aberranti ma anche, implicitamente, sua madre, l'inferno che ha passato, sta capendo che l'ha persa per sempre.

Alverson disegna, è il caso di usare questo verbo, ogni inquadratura in un modo straordinario.
La geometricità, le linee, i colori pastello, quasi tutti sulla tonalità del marrone o dei toni non accesi (la camicia di Andy è come se fosse la tavolozza da cui l'ha presi) ci regalano dei quadri impossibili da non ammirare.
E sapete chi mi ha ricordato per messinscena? 
Roy Andersson.
Fateci caso, gli stessi colori, le stesse geometrie, gli stessi esseri umani esangui che li attraversano.
Ma è come se in quei quadri anderssoniani poi si muovano suggestioni più alla Lanthimos, perturbanti, scomode.
Un film di ghiaccio (del resto da un palazzetto del ghiaccio comincia) che nasconde un turbinio di emozioni trattenute, di urla soffocate, di impressionante dolore fisico e psicologico.
Il tutto avviene in luoghi desolati e desolanti (come già in Entertainment), alberghi senza vita, cliniche di accecante bianco negli arredi e profondissimo nero in quello che avviene al loro interno.
A sottolineare questa idea quasi di non-luogo ci sono inquadrature quasi tutte identiche tanto che, magari sbaglio eh, a volte mi è sembrato che venissero usati medesimi luoghi e inquadrature per cliniche diverse.
Non c'è vita, non c'è vitalità in nessun luogo, in nessun personaggio, in nessuna azione (a parte Levant, ma vedremo poi).
E' come se il film fosse anch'esso lobotomizzato, è come se pure noi spettatori lo fossimo.
Altra nota a merito di un autore di impressionante sensibilità.
Oh, io mi emoziono solo a parlarne, sarà che le cose che a me toccano più il cuore sono quelle che si mostrano con vestiti diversi di quelli che sono in realtà.

25.4.20

BuioLibri (N°6) : McCarthy - La Strada


Cominciavo la recensione di The Road film così:"La Speranza è un diritto di tutti, del migliore e peggior uomo, del più felice e del più disperato. Non si può vivere senza speranza, quasi ossimoricamente non si può. The Road ha lo straordinario coraggio di farci credere che, al contrario, ce la si può fare"

Ecco, dopo aver letto il libro posso solo confermare.

La Strada di Cormac McCarthy è uno dei libri più spietati che mi sia capitano di leggere.
Uno dei più terribili.
E non lo è tanto per quello che racconta (che di libri in cui accadono cose orrende ne ho letti) me proprio per quello che ho scritto sopra, ovvero un libro in cui non esiste un domani, in cui non c'è speranza, in cui non siamo dentro "dentro" la Fine di tutto ma siamo oltre la Fine, dopo di essa.
L'atmosfera che si respira non è tanto quella di un mondo che sta morendo e non ha più speranze ma quella di un mondo morto da tempo in cui i nostri personaggi non sono altro che stanchi e disperati fantasmi che provano a sopravvivere maledicendo in molti casi di non essere già morti.

Un uomo e suo figlio, una "strada" che li porta verso Sud, verso il mare.
Tutto il mondo che conoscevamo non esiste più, e McCarthy (così come accadrà nel film) non ci spiega nulla, non ci fornisce nè le cause nè i motivi, quasi saramaganiamente.
Ogni tanto veniamo a sapere di incendi devastanti (uno, anche se in modo molto evocativo, lo vivono anche i protagonisti), di terremoti, di epidemie di colera e poco altro.
Sta di fatto che un giorno la terra ha iniziato a morire e noi, ovviamente, con essa.
Non c'è più niente di morente, tutto è già morto.

"Forse, guardandone la distruzione, finalmente sarebbero riusciti a vedere come era fatto il mondo. I mari, le montagne. Il poderoso controspettacolo delle cose che cessano di esistere"

E' impressionante - e forse questo è uno dei maggiori pregi del libro - quante immagini di morte McCarthy riesca a tirar fuori, quante figure, quante parole.
Ogni riga è morte, ogni oggetto, ogni pianta, ogni fenomeno naturale, ogni essere vivente, ogni edificio, ogni oggetto, ogni animale.
Paradossalmente anche il cielo, questa cosa così grande sopra di noi ma al contempo anche così lontana, è morto.
Non esiste più il blu, tutto è grigio (madonna il film che fotografia meravigliosa aveva in questo senso), tutto è senza vita, solo i sogni sono a colori.
Purtroppo senza vita lo sarà anche quel mare che nel finale i due raggiungeranno.
Non c'è una piantina di Wall-E dalla quale ricominciare, non c'è niente.
E c'è una cenere sopra tutto, una cenere che fluttua nell'aria.
La cenere già, non le braci, la cenere, qualcosa di già morto.

"Quando ce ne saremo andati tutti qui resterà solo la morte, e anche lei avrà i giorni contati. Vagherà per la strada senza niente da fare e nessuno a cui farlo"


E così anche la scrittura di McCarthy è pari alla materia che racconta, una scrittura spoglia di tutto, ossi de seppia.
Non avremo nemmeno le virgolette per i dialoghi, tutto è al grado zero, non ci sono abbellimenti, periodi lunghi dove la mente e la prosa possono arricchirsi, orpelli inutili.
Una scrittura sincopata che, alla lunga, può anche infastidire, mostrarsi ripetitiva, meccanica.
Però in quella brevità McCarthy, come dicevo, mostra un vocabolario incredibile, mostra di "conoscere le cose" (libro pieno di tecnicismi da "fai da te" ad esempio), rende ricca la secchezza.
Quasi che, come i due protagonisti della storia, è nel rendere vitali e piene di significato le piccole cose che si può ancora trovare un senso a tutto, provare a sopravvivere.
Ne nasce una scrittura di puri dettagli, descrittiva, quasi scientifica. Perchè quando non hai più niente solo l'osservare al microscopio quel niente può avere un senso.
E quel niente sono anche i luoghi che attraversano l'Uomo e il Bambino e anche loro in quel niente devono osservare i dettagli per poter sopravvivere.
Ogni cm deve essere perlustrato, ogni luogo setacciato, perchè anche una mela rancida può essere la differenza tra la vita e la morte.
Questo ho amato de La Strada, questo pazzesca osservazione del Nulla per trovare qualcosa che ci faccia arrivare al giorno successivo.
Il tutto in una cornice di freddo assoluto (ciò che è morto è sempre freddo).

Prima di addentrarmi di più nel libro devo dire che a tratti ho faticato.
Questo scenario così spoglio e privo di cose porta ad una inevitabile ripetizione degli atti, anche se, come detto, McCarthy ha un ricchissimo vocabolario.
Forse questa leggera stasi rendeva però ancora più grandi le "scene" più potenti, quelle dove comparivano altri uomini.
Quasi tutte le scene più coinvolgenti de La Strada sono quelle in cui i nostri due protagonisti incontrano altri esseri (in)umani, e forse questa sensazione dipende proprio da quanto sono rari.
Il primo uomo morente colpito da un fulmine, il gruppo dei "cattivi" sul camion, il vecchio, l'uomo che uccideranno, quello che nel finale ruba loro il carrello.
E, specialmente, la terribile sequenza degli uomini ciechi e carne da macello che stanno in quella cantina.
Anche nel film questa era la scena più potente, incredibile che nel libro prenda nemmeno 10 righe.
Un mondo senza più abitanti in cui allora trovarne ancora qualcuno diventa la cosa più straordinaria.
Ed è proprio nel rapporto con questi altri esseri umani che sta forse uno degli aspetti più belli del libro, ovvero l'analisi psicologica del Bambino.

Il Bambino (ah, nessuno ha un nome) è nato in un mondo che era già finito.
Un pò come il bimbo di Room anche lui deve scoprire il mondo di un tempo (per quello di Room era quello di fuori) attraverso le parole e i ricordi del padre.
Ma la cosa che preme di più al bimbo sono gli uomini.
Ha imparato a distinguerli tra buoni e cattivi, nessuna via di mezzo. I primi sono quelli che uccidono gli altri, i secondi quelli che provano disperatamente a sopravvivere senza crimini.
Ma è incredibile quanto il bimbo ami l'umanità, quanto anche il gesto più stupido che compie (mangiare una cosa trovata in una casa) gli metta sensi di colpa sul fatto che, quel gesto, possa aver danneggiato qualcun altro.
Il suo è un amore universale, struggente, che va anche oltre i suoi bisogni.
E' un essere vivente di una purezza impressionante, e forse è in questa sua figura (quasi religiosa, quasi un Gesù, tanto che a un certo punto l'autore scrive "Aveva un alone di luce tutto intorno") che McCarthy inserisce l'unico motivo di speranza di questo terribile libro.
Magari non speranza di un futuro, ma di salvaguardia, fino alla fine, della nostra bontà, della nostra umanità.
Un bimbo che non si lamenta mai, che stinge i denti e prosegue (anche grazie a un padre eccezionale), un bimbo che ha una paura impressionante della case e che vivrà una vita in cui gli sono state negate tutte le possibili gioie.
Veramente struggente in tal caso il suo bagnoinl mare e quel suo pianto successivo.

"Cosa c'è?"
"Niente"
"No, dimmi"
"Niente, non è niente"

Quel niente era stata una impressionante e quasi colpevole sensazione di felicità. Un bagno orribile, in un mare morto e freddo, eppure qualcosa lo aveva fatto piangere, una sensazione nuova che, per un momento, gli ha fatto probabilmente pensare al mondo che non ha mai vissuto.
E meglio non dire niente, tanto in questo mondo ormai "la fortuna è sfortuna", trovare cibo, passare minuscoli momenti di serenità o qualsiasi altra cosa positiva è invece un colpo al cuore, solo la conferma che quelle sono casuali fortune che non cambiano niente alla situazione generale.
Perchè essere felici se tanto non potrà mai più tornare la felicità?
Perchè gioire di arrivare al giorno dopo se tanto il giorno dopo non potrà mai essere un avvicinamento allo star bene?
Ecco così che la felicità diventa pericolosa, perchè può essere solo effimera.
Poi questo è un bimbo che dovrà convivere con immagini terribili, quelle di teschi impilati nei muretti, di neonati fatti allo spiedo, di uomini mutilati, di un mondo che di umano non ha più nulla.
Forse proprio per questo possiede la sua incrollabile bontà, per raccontarsi che tutto ha un senso o, semmai, che ha avuto un senso.
Non meno straordinaria è la figura dell'Uomo, un uomo che, nella vita di un tempo, era probabilmente anche abbastanza debole caratterialmente (un paio di flash back con la moglie lo mostrano come remissivo) ma che poi, per il solo amore del figlio, diventa uno straordinario padre, un lottatore, uno che fino all'ultimo prova a raccontare al figlio che esiste ancora l'amore, che esiste ancora il Fuoco, che fino alla fine si può restare umani.
Un uomo di profondissima dignità, certo non buono e ingenuo come il figlio, ma perchè la bontà e l'ingenuità in questo mondo nuovo significano morte.
La sequenza (se ricordo bene bellissima anche nel film) in cui lascia nudo il ladro è forse una delle più belle dell'intero libro, anche perchè apparentemente troppo forte, troppo violenta.
Ma l'uomo agisce in quella maniera non per semplice scopo punitivo ma perchè ha avuto il terrore che il gesto del ladro avrebbe potuto uccidere il figlio.
Non c'è altro nei pensieri dell'uomo, solo il figlio.
Anche dopo questo episodio il bambino piangerà.

Ma questo è anche un libro sulla dirompente forza delle piccole cose.
Ogni volta che i nostri protagonisti troveranno qualcosa da mangiare, specie quando lo faranno in modo eclatante (il bunker, la grande villa con i barattoli di cibo) la sensazione che si prova è palpabile, quasi commovente.
In quel bunker i due vivranno 2,3 giorni di vita reale, cibo, stoviglie, capelli lavati, brandine sulle quali dormire.
Forse l'unica volta che quel bimbo scoprirà il concetto di casa.

L'ultima parte del libro, quella del mare, della spiaggia, è bellissima, con le ultime pagine poi straordinarie, forse emozionalmente le più grandi.
La sequenza di loro che fuggono nel nero più completo (in un film in cui la notte è sempre di un nero perfetto) è davvero potente.
Così come quella di lui e del sestante, forse l'unica volta in cui l'uomo riesce realmente ad emozionarsi.
Il lettore leggerà in apnea le ultime pagine.
Il dialogo tra il bimbo e l'uomo che lo accoglierà in famiglia, l'ultimo abbraccio del bimbo al corpo del padre, lo straordinario e misteriosissimo ultimo paragrafo, che arriva così, immediato, staccato da tutto.
E' però impossibile dimenticare uno degli ultimi dialoghi tra il padre e il figlio, un pezzo indimenticabile di letteratura del dolore.
Quel padre che dice al figlio che lui, il bimbo, è il migliore tra gli uomini, che deve continuare a portare il Fuoco e che lo rassicura sul fatto che potrà ancora parlare con lui ogni volta che vuole, anche dopo che lascerà questa terra.
Si ha soprattutto in questo ultimo dialogo la sensazione che per il padre quel figlio rappresenti veramente l'ultimo briciolo di speranza che ha l'umanità.
Se tutto deve morire allora che lo faccia con il nostro miglior rappresentante, con il migliore di noi.


24.4.20

L'InMubinologo, alla ricerca di perle nascoste su Mubi - 1 - Recensione "Rat Film" di Riccardo Simoncini


Nuova rubrica esterna nel Buio in Sala!
Al momento, con Passeggiate di Roberto e Anime e Core di Enrico, ne abbiamo tre attive, record!
Questa la scriverà Riccardo Simoncini, che chi segue il blog conosce benissimo perchè da anni ci scrive bellissime recensioni dal Festival di Venezia.
Siccome la sua anima da "ricercatore di film da festival" è molto spiccata Riccardo ha deciso di fare la stessa cosa, ma non nei festival fisici, bensì su Mubi, magnifico sito di magnifici film (molto spesso però non in sub ita, qui cercheremo di mettere quasi solo quelli con sottotitoli italiani) che pochi conoscono.
Sarà anche un modo per chi è iscritto al sito (al momento costa tipo 1 euro) per avere consigli sicuri e l'occasione per monitorare film magari interessanti per il Guardaroba.
Prima puntata, vi lascio a lui.
Ah, OGNI film di Mubi dura un mese (sono 30 film, ogni giorno ne esce uno ed entra un altro), quindi Riccardo vi metterà anche la data di scadenza

-----------------------------------------------------------------------


Disponibile su MUBI fino al 12 maggio (anche sottotitolato in italiano)
Presentato nel 2016 al Festival di Locarno e arrivato in Italia attraverso il Torino Film Festival.
(presenti spoiler dopo l’ultima immagine)


Prima che il mondo diventasse il mondo, era un uovo.

Dentro all’uovo era buio.
Il ratto sgranocchiò l’uovo e fece entrare la luce.
E il mondo ebbe inizio.


Così si apre questo stranissimo film di difficile catalogazione (che solo semplificando potremmo definire documentario). Con una versione nuova e singolare del mito della creazione, attraverso il punto di vista privilegiato di un ratto. L’animale più denigrato, segregato e da sempre utilizzato metaforicamente come simbolo di malattia e sporco diviene qui addirittura il centro del mondo. Da cui tutto ha avuto origine.

Ed è una voce umana a recitare quest’incipit. Una delle tante che abitualmente ascoltiamo negli affascinanti documentari sugli animali della National Geographic, che esaltano appunto la straordinarietà di quelle creature proprio nel momento in cui viene a mancare la presenza umana. Un documentario sui topi allora? Cosa c’entra quell’animale che continuamente l’uomo ha demonizzato, ma con cui storicamente ha conservato da sempre rapporti molto stretti?
Capiamo subito che non è infatti di ratti che si parlerà, o meglio non direttamente e solamente (il titolo in questo senso è molto ampio nel suo significato). Perché dopo averci dato indicazioni scientifiche su caratteristiche connotative dell’animale (come avviene nei sopracitati classici documentari), spostiamo l’attenzione proprio su chi ha dovuto confrontarsi da sempre con tali caratteristiche. Fino a conviverci. L’uomo.
Il ratto, ci viene detto, può saltare fino ad 80 cm. Per questo a Baltimora sono stati costruiti bidoni della spazzatura alti 86 cm.
Ed è in queste due frasi così semplici che sta il cuore del film: ciò che conta è la reazione. Il modo attraverso cui l’uomo si confronta, risponde e decide rispetto a qualcosa di già dato. Ma soprattutto la modalità con cui rifiuta e contrasta ciò che non riesce ad accettare.

Quella voce da documentario non racconterà semplicemente di ratti, ma piuttosto di quell’animale così complesso che si chiama uomo. Quei roditori non saranno che un pretesto, narrativo innanzitutto, ma anche storico ed antropologico per raccontare di noi. E il micro-habitat in cui entreremo non sarà la savana dei leoni, ma la città di Baltimora, un piccolo microcosmo che possiede alle spalle una lunghissima storia di bizzarra convivenza con quegli animali “creatori del mondo”.



Così, riprendendo le migliori tradizioni documentaristiche da Herzog a Chris Marker, Theo Anthony (qui al suo esordio nel lungometraggio) costruisce un’opera dalla grande eterogeneità, che partendo da un carattere apparentemente informativo approda ad una dimensione estremamente visionaria e poetica.

Sembra un puzzle (ecco la locandina), con pezzi frammentari che difficilmente all’inizio riusciamo a riordinare: vediamo sezioni intere di storia, di eugenetica, di pianificazione urbana. Dalle leggi storiche di Baltimora con cui era sancita l’organizzazione dei quartieri, agli incessanti e diversificati esperimenti comportamentali sui topi. Dalle interviste a persone comuni e il loro rapporto di convivenza con i ratti, a vere e proprie visite museali in strutture di addestramento per investigatori e criminologi. Fino ad arrivare addirittura a interi segmenti che riconducono alla video-arte.
Ma, come accadeva in ‘71 frammenti di una cronologia del caso’ di Michael Haneke, lentamente quei molteplici pezzi si riuniranno in un progressivo crescendo di tensione, generando una complessità narrativa che solo apparentemente all’inizio può sembrare banale.
Ed è in quella concatenazione infinita che iniziamo a vedere qualcosa di più grande. Elementi comuni, ma soprattutto costanti. Nel tempo e nello spazio. Tra gli uomini e gli animali. Tra il topo e l’uomo.
Così, come nei secoli si sono susseguiti innumerevoli esperimenti animali per studiare i comportamenti umani, il film rafforza quell’interesse, ponendosi come un grande esperimento visivo.

22.4.20

Piccoli pensieri delle 2 meno 10

In un improvviso slancio di malinconia (ma di quelle soffuse e non tristi, quasi una curiosità nostalgica) sono andato a vedere le prime recensioni del 2009. Avevo la videoteca, anzi, l'avrei avuta ancora per più di 3 anni. Ricordo che scrivevo questi primi film (La Zona, Gran Torino, Franklyn, Il Mai Nato i primi 4) e pensavo "cazzo, ma non saranno noiosissime ste recensioni così lunghe?". Mi ricordo come fosse ora la sensazione. E ai clienti della videoteca, per 3 anni gli unici, sparuti (anzi, sparutissimi) lettori di quelle recensioni (timidamente se chiedevano un film di cui avevo parlato davo il link di questo blog), dicevo, anche a loro, ricordo benissimo, ste recensioni sembravano tanto lunghe, così tanto che me sentivo in colpa. Adesso se le vedo le riscopro minuscole, quasi un sommario di quelle che, senza contenermi, faccio adesso. E mi chiedo come è possibile che la stessa identica cosa che un tempo mi sembrava enorme (come lunghezza) adesso mi pare ridicola per quanto è corta. Mi chiedo se succede anche ad altre cose della nostra vita, cose che un tempo ci sembravano elefanti e adesso le vediamo come topolini. Problemi che non riuscivamo a superare, fidanzate dell'epoca che sembravano donne della vita e invece erano solo un bacio d'estate, imprese incredibili che invece, viste oggi, paiono ridicoli gesti, dolori esistenziali che adesso ci farebbero sorridere. Eppure capita anche che le cose che adesso, con altri occhi, rivedi minuscole, possiedano in alcuni casi una loro magia. Una loro magia talmente forte che fanno fare il processo inverso a tutto quello che abbiamo detto fino ad adesso. E' la magia del tempo che fu e degli uomini che eravamo. E quegli elefanti che adesso vediamo come topolini tornano ad essere di nuovo elefanti. Ma non sono più gli elefanti di allora, quelli che in molti casi ci impaurivano. Sono elefanti che ci fanno star bene, che ci ricordano chi siamo stati e cosa abbiamo vissuto, sono tracce di noi. Anzi, sono noi. E una recensione di 20 righe diventa quasi simbolo dell'intero libro della nostra vita

18.4.20

Passeggiate, il cinema della poesia - 4 - Recensione: "Frank" - di Roberto Flauto


Siamo arrivati al quarto appuntamento con il nostro recensore-poeta Roberto.
In realtà questa recensione avrei dovuto pubblicarla tra circa una settimana ma si dà il caso che Frank sia visibile gratuitamente proprio STASERA su MyMoviesLive (CLICCATE QUI) quindi ho anticipato (ovviamente, qui nel blog, cancellerò questo avvertimento domani, ahah).
Attenzione, film (e non cartone animato, Roberto ha scelto tutte immagini molto particolari) dello stesso regista del magnifico Room e del piccolo ma davvero bello Garage.
Credo sia veramente un film molto bello, buona lettura.


Infinite scorrono le onde.

Nella minestra.

Cosa mi portate? Dove mi portate?

Crostino di zenzero.

Un ciuffetto sul tappeto.

Assicurare i perimetri galattici.

I bagni potrebbero essere più puliti.

Tonno in salamoia.

Ciò che adesso è unito presto si separerà.

Stringimi tra le tue braccia.



Jon guarda l’oceano. Canta, ma nella sua testa. Il foglio è bianco. Le parole si rincorrono lungo pentagrammi di note immaginarie. È un musicista imprigionato in un impiegato. Sogna dalla mattina alla sera, e la notte si sveglia e vive nel suo sogno, come il sognatore di Lynch e quello di Borges.

Una persona cerca di annegarsi nell’oceano. Jon è lì, la scena è surreale. L’uomo che sta tentando di suicidarsi in questo modo assurdo è il batterista di una banda dal nome ancora più assurdo: i Soronprfbs. Jon viene avvicinato da Don, che quando scopre che lui è un tastierista, lo invita ad unirsi alla band per un concerto la sera stessa. Sarà un disastro. Un “fallimento spettacolare”, come direbbe Homer Simpson. Entriamo nella minestra, siamo su un crostino di zenzero e navighiamo nel sound di un mondo sconvolgente, splendido, tumultuoso, fantastico. Il mondo di Frank.

«Frank» è speciale. Come Frank. Parla di arte, della creazione di un’opera (che ambisce a diventare) artistica. Parla del genio, dell’artista, della follia, della sofferenza, dell’ossessione, del diventare e del diventarsi. Così Jon si unisce alla band, è lui il nuovo tastierista. Poi c’è Clara, che ama Frank di un amore misterioso, sotterraneo, viscerale, e “suona l’aria” con il suo theremin (e odia Jon). C’è Don, folle e incredibile, che ha passato anni in una clinica psichiatrica, perché amava scopare manichini (splendida, a tal proposito, la scena in cui lui canta a Jon la canzone d’amore scritta da lui anni prima). Un personaggio splendido. E ci sono Nana e Baraque, al basso e alla chitarra, che mal sopportano la presenza di Jon, a completare i Soronprfbs. Il cui leader, ovviamente, è Frank, che indossa costantemente una maschera, una testa fatta di cartapesta che non toglie mai. Vanno in Irlanda a registrare il loro album. Vi resteranno praticamente un anno. Sarà incredibile.

Il film viene narrato dalla prospettiva di Jon. È sostanzialmente un viaggio di scoperta. Di sé, del mondo, della vita, degli altri. E le domande sono tante, e fanno tutte paura per quanto sono belle. Che cosa vuol dire costruire un legame? Che cosa significa fare arte? Quanto è piacevole, quanto è terrificante? L’idea, estremamente diffusa, che la creazione artistica, che la “vera” arte, in ogni sua accezione (musica, pittura, scrittura, eccetera), derivi dalla sofferenza, dal dolore, perché colui che sta male è capace di raggiungere vette sconosciute agli altri, è sbagliata, infondata, insensata. Jon la pensa così. Si chiede quanto abbia dovuto soffrire Frank per arrivare a concepire una musica tanto bella, per essere capace di cogliere certe sfumature emotive, certe gradazioni dell’esistenza invisibili agli occhi di chi non è come lui. Si domanda quanta sofferenza abbia dovuto affrontare durante la sua infanzia, rinchiuso negli istituti, senza amore, senza carezze, da solo con la fiamma della musica che diventa fuoco inestinguibile nelle sue vene. L’arte, dunque, è figlia del dolore? No. O meglio: forse. Può esserlo, sì, ma in pochissimi casi. «Deve essergli successo qualcosa che l’ha reso così» si ripete. «Quanto deve aver sofferto per creare una musica così sublime». L’arte è figlia di se stessa. Si nutre di se stessa. Nel finale del film saranno i genitori di Frank a spiegare a Jon che quella del loro figlio è stata un’infanzia felice, ha vissuto in una famiglia amorevole, in una casa carica di vita, di sorrisi, di carezze. La sofferenza, come dice sua madre, non l’ha aiutato, semmai l’ha limitato. Però è così: l’idea dell’artista tormentato, sofferente, autodistruttivo, è terribilmente affascinante, à la page. Ma l’arte non è figlia della sofferenza. Forse il contrario. La creazione – in quanto tale, in quanto genesi, nascita, parto – implica sangue, sudore, dolore, sofferenza, ma anche e soprattutto luce, gioia esplosiva, desiderio. «Frank» è questo: una storia d’amore tra l’uomo e l’arte, che si declina lungo le diverse e imprevedibili traiettorie di senso che si dipanano dal cuore pulsante di un crostino di zenzero immerso nella minestra della vita. «Frank» è questo: una dichiarazione d’amore istintiva, passionale, senza mediazioni, è Kiss me Nefertiti, è sismi necessari: perché l’arte è un terremoto dell’anima, un’onda implacabile, incontenibile, assassina, catartica, liberatoria, per questo dobbiamo assicurare i perimetri galattici e restare al sicuro e andare alla deriva, perché fare arte vuole dire indossare una maschera autentica, non il solito finto viso vero. Come Groucho Marx che indossa finti baffi veri sui suoi veri baffi finti. O almeno credo con precisione. «Frank» è anche questo: un manifesto d’amore senza tempo ma con tutti i temporali. Perché c’è una profonda differenza tra “sposare il guardiano del faro” e spostare il gradino del fare: se ne accorge Clara, sul finale del film, quando canta tra le lacrime e Frank, senza maschera, si avvicina al palco.

16.4.20

Recensione: "La terra dell'abbastanza"



Il destino ha deciso che io abbia dovuto vedere un film che avevo sempre voluto vedere.
Ma del resto del destino parla anche questo La Terra dell'Abbastanza, grande opera prima di due giovani fratelli gemelli, i D'Innocenzo (che hanno appena vinto un importantissimo premio alla Berlinale con il loro secondo film).
Un'opera secca, realista, con dei dialoghi superbi e degli attori formidabili.
La storia di Mirko e Manolo, di un omicidio che non si voleva compiere e del loro successivo trovare la strada più sbagliata per uscirne.

Sarebbe ipocrita e disonesto intellettualmente non raccontare un antefatto.
Volevo vedere La Terra dell'Abbastanza dal primo giorno in cui lo persi al cinema. Poi, avendolo appunto perso, ho aspettato che uscisse in qualche piattaforma, ma niente.
L'altro ieri ricevo una mail.
Dalla prima riga sembrava una delle "tante" che ricevo, ovvero di registi autoprodotti che mi chiedono se possono mandarmi il link del loro primo film.
Poi, però, vedo che sto ragazzo che scrive dice di essere il regista de La Terra dell'Abbastanza e di Favolacce (che ha vinto addirittura a Berlino la miglior sceneggiatura).
Oltre a complimenti personali mi chiede se ho voglia di vedere il loro primo film.
Mi sembra tutto assurdo, il regista di due film già osannati dalla critica che chiede a me, semplice appassionato, di vedere un loro film.
La faccio breve.
Io e Damiano continuiamo, per mail e altrove, a scriverci.
Oltre alla sua umiltà, consapevolezza ed entusiasmo (uno di quei ragazzi che ancora ti scrive grazie! col punto esclamativo) noto una cosa.
Anzi, sta cosa l'avevo notata anche nella prima mail.
Ed è la "perfezione" di scrittura di Damiano, questo suo essere semplice ed evocativo, questo suo uso delle parole, di TANTE parole, semplice, immediato, forse anche cinematografico. 
Credo che abbia la penna e la testa del poeta.



Decido, ovviamente, di veder il suo film subito, mi sembra il minimo (no, non chiedetemi il Vimeo privato che non ve lo dò :)  ).
Dovrebbe essere difficile scrivere la recensione del film di un regista che due giorni prima ti ha coperto di elogi.
Per me non lo è, per un semplice fatto, che io non so dir bugie.
Quindi se per qualcuno parlerò troppo bene del film è solo perchè, come mi accade quasi sempre, il mio giudizio è troppo positivo rispetto a quello di altri, niente di più.

La prima inquadratura (campo lungo), la prima location, mi sembrava di essere su Dogman.
In realtà di riferimenti al film di Garrone ne troverò altri durante la visione, specie nel finale, quel finale di cani ed ex pugili.
Mi ha ricordato anche il campo lungo iniziale di Amore Tossico e Non essere cattivo, quello che poi si stringerà in entrambi i casi sul dialogo del gelato di Cesare.
E il riferimento a Caligari, ovviamente, non è casuale.

La prima scena è in auto (quindi la carriera dei due fratelli comincia dentro una macchina come, ad esempio, Haneke). Ci sono due ragazzi che parlano romanaccio e mangiano panini con la cicoria.
Ad un certo punto accade una cosa, ridono.

13.4.20

Recensione: "Bait"


Un film assolutamente unico.
Più che un film un'impressionante operazione di mimesi con il cinema di una volta.
Pellicola sgranata e rovinata, montaggio frenetico e tagliato malissimo, inquadrature tipiche dell'epoca.
Bait è un film del 2019 ma, se non lo sai, non potrai mai capirlo.
La storia di un piccolo villaggio di pescatori, la storia di Martin, uno di loro, e del suo odio per i turisti che, durante la bella stagione, vengono a vivere lì.
Ne nasceranno delle tensioni, fino all'inevitabile tragedia.

presente nel Guardaroba de il buio in sala

Incredibile, sono riuscito finalmente a vedere un film degli anni 50.
Non rompetemi il cazzo, so che Bait è del 2019 ma voglio che me lo contiate come anni 50.
O 60.
Lo esigo.
Perchè questo gran film di Mark Jenkin (sconosciuto fino a ieri per me) non è un omaggio a quel cinema ma un vero e proprio, minuziosissimo, rifare quel cinema.
L'unica volta che in questi anni ho visto un'operazione simile è stata col bellissimo "The House of the devil" di Ti West, film che in tutte le sue componenti replicava un film degli anni 80 (tanto che due volte fermai la visione per andare a ricontrollare di che anno fosse).
Qui avviene lo stesso, Jenkin replica, con un mimetismo impressionante, i film di 50 e 60 anni fa (minimo...).
La pellicola è sgranatissima, deteriorata (salti di luce, sporcature, forse anche qualche cigarette burns etc...) per un bianco e nero "brutto" come non se ne vede mai nel cinema contemporaneo.
Ma Jenkin non si limita alla sola pellicola ma la sua replica coinvolge anche la regia e, soprattutto, il montaggio.



Ne viene fuori un film tremendamente sbagliato, sporco, tecnicamente debole (all'apparenza, quando invece il replicare così bene significa che è tecnicamente superbo) con dei montaggi orribili, mai fluidi, tagliati con l'accetta, veloci e fastidiosi.
Ma non solo, abbiamo inquadrature strettissime, tagli che non vedevo da tempo e, come se non bastasse, gestione sbagliata dei raccordi di sguardo, scavalcamento di campo e chi più ne ha più ne metta.
Veramente un disastro, che vuole richiamare quel cinema povero, poverissimo, dove montare un film era un'impresa, dove non avevi a disposizione 23 inquadrature diverse da usare, dove i mezzi per rendere il tutto sinuoso non esistevano, dove spesso la legge era il "bona la prima".
Ma lo spettatore intelligente deve vedere tutte queste mancanze esattamente al contrario, ovvero come delle finezze.
Sta senz'altro qui la grandezza di Bait, un film unico, un film che è un'operazione metafilmica che non avevo mai visto così radicale.

Siamo in Cornovaglia, in un piccolissimo villaggio di pescatori.
Ci sono giusto 10 case.
La buona stagione arrivano dei turisti, poche decine.
Un gruppo di questi ha affittato la vecchia casa di Martin, il nostro protagonista, pescatore del luogo.
Martin (incredibile la coincidenza in italiano, Martin pescatore...) in realtà non un gran pescatore, ma uno che si limita a mettere una rete sulla spiaggia e raccogliere 3-4 pesci al giorno.
Non ha una barca anche se sogna di comprarne una e mete i soldi da parte per questo.
 In realtà una barca di famiglia esiste, ma la usa suo fratello ed ormai non più per pescare ma per portare i turisti che Martin tanto odia a fare dei giri panoramici.
Per piccoli problemi (specie un parcheggio, ma anche per gelosie adolescenziali) iniziano ad esserci attriti tra Martin e i forestieri.
La tensione si fa sempre più grande, finchè...



La storia è minima, davvero, ma funziona.
Funziona perchè gli attori son bravi, perchè la tensione te la crea, perchè il ricordo di film simili (penso a Cane di paglia) ti preparano ad una esplosione finale, perchè il luogo è suggestivo e questo confronto tra pescatori e ricchi turisti affascina.
(tra l'altro alla radio ci sono continui riferimenti politici ma la mia capraggine sull'argomento mi porta a non parlarne).