Poi tornate qua a leggere questo bellissimo pezzo del nostro grande esperto d'anime (oddio, detto così sembra un prete o un medium) Enrico, pezzo che magari vi aiuterà a "capire" o interpretare meglio un film che, mi dicono, è molto stratificato e tutt'altro che semplice.
In ogni caso voi, i vostri figli, i vostri amici, chiunque possieda due gambe e non sia una gru recuperi i film di Miyazaki, perché aiutano a vivere meglio.
Vi lascio alla mini presentazione di Enrico e poi alla recensione che, mi dice, avrà spoiler dopo la prima immagine (quella della bimba che imburra)
Come una seconda storia del ritiro, il sensei ha voluto nuovamente ribadire ciò che lascerà al mondo, la fantasia sconfinata, la natura sempre fonte di pace e ispirazione, ricordi d’infanzia, saggezza dell’età e vitalità della gioventù, l’amicizia, l’amore e tutto ciò che rende la realtà degna di essere vissuta.
Questa nuova opera, coerentemente, ha l’incedere pacato e a tratti veramente crudo, proprio di una storia della maturità e vecchiaia. Persino l’epoca storica è la stessa in cui Jiro Horikoshi sognava i suoi aerei con la linea a spina di pesce, accanto al suo idolo Giovanni Caproni. La guerra mondiale, sfondo non inusuale per lo Studio Ghibli, condiviso anche con lo straziante capo d’opera dell’amico mancato, Isao Takahata. Ma se la Tomba delle Lucciole portava i suoi due orfani di Kobe nel pieno dell’orrore, qui Miyazaki concentra tutto nei primi due minuti. La sirena, i tetti confusi nella notte, l’ospedale in fiamme, dove muore la madre del protagonista Mahito. Una sequenza mozzafiato, con le figure nere e indistinte della folla e le case, a contrasto col fragore e dolore del rosso fuoco, mentre la città brucia. E quella corsa, col mondo che si deforma, come nel corto di Animatrix “Storia di un ragazzo”.
Anche questa è la storia di un ragazzo, poiché il regista non rinuncia a una delle sue specialità, i protagonisti giovanissimi e vera fonte del cambiamento: Mahito, ancora tormentato dalla perdita, viene portato in campagna, lontano dalla guerra – i cui effetti però si sentono, con piccoli tocchi neorealisti, la invariabilità del (poco) cibo, le scarse sigarette, i domestici anziani, gli sparuti soldati in partenza. La tenuta è di sua zia, nuova compagna del padre con in grembo un bambino. Intorno, una torre dimenticata da tutti e un misterioso airone cenerino…
Prozio che, infine, si rivelerà come il demiurgo di quel mondo laggiù. E qui, a mio parere, c’è la seconda anima di Miyazaki: un uomo dai lunghi capelli e baffi bianchi, anziano, venerabile, benevolo ma occasionalmente spaventoso. Soprattutto, un uomo dalla conoscenza immensa, che viveva di fantasia, forse la più bella di tutte, cioè quella che scaturisce dalle pagine stampate dei libri. Che pure, in quei tomi si era perduto, inseguendo un mondo utopico. Potentissima la sua apparizione in scena, dopo che l’avevamo visto nell’ombra del “planetario”: il corridoio, la luce divina del porticato, e infine lui, seduto a un tavolino, che regge un intero mondo con delle piccole forme in equilibrio. Eppure il suo mondo ideale questo rimane, un ideale, che non ha la complessità del vero, perché quest’ultima comporterebbe guerre e altre brutture della nostra realtà. Brutture da cui, estrema ironia, nemmeno il “sotto” è esente: si intuisce dalla triste scena col pellicano morente, una fauna intrappolata nel suo ruolo predatrice in un mondo morto e di morti, dove ormai “i nuovi nati cominciano a dimenticare come si vola”, in contrasto con la specie parassitaria dei parrocchetti, che invece si sono duplicati a dismisura diventando quella dominante. Un paradiso in origine, di cui si scorge ancora la pace e bellezza volute, trasformato in inferno – per togliere ogni dubbio a riguardo, l’entrata della torre recita persino “fecemi la divina potestate”, citando il terzo canto della Divina Commedia di Dante (e dimostrando un fortunato miglioramento nell’italiano, rispetto ai tempi di “Porco Rosso”).
Così tanti livelli di comprensione, così tante cose da dire che mi sembra di aver a malapena parlato del film. Spero faccia fede per quanto “piena” sia questa pellicola, ricolma di meraviglie nascoste come la bottega de “I Sospiri del mio Cuore”, che quegli interni tanto curati della tenuta mi hanno spesso ricordato. D’altronde è il lavoro di una vita, che esonda ovunque, lasciando qualche piccola crepa: dopo quella prima ora, semplicemente una delle migliori cose si siano mai viste al Ghibli, il film mostra qualche tratto di stanca, si autolimita nel dover comunque fare del worldbuilding nella stringata metà rimanente. Ma sono piccole cose, specie considerata la natura largamente interpretativa delle vicende. Il viaggio di Mahito può venir preso come tante cose, un’escursione fantastica in piena regola, una realtà universale che ha preso vita grazie alla pietra meteorica – dando varietà di retroscena sulla nascita della torre, aggiungendo un sano tocco da storia di fantasmi – o pura allegoria che come tale va presa. Ognuna di queste visioni può convivere con altre, senza intaccare minimamente la godibilità della storia.
Ogni momento è raccontato coi giusti tempi, lasciando parlare l’atmosfera e un montaggio veramente di classe, corredato da alcune transizioni magnifiche (l’acqua che diventa letto). Al resto ci pensa il talento imbattibile di Miyazaki per i personaggi, e la magia è fatta. Come al solito sono tutti caratterizzati splendidamente, non solo il protagonista, ma anche le figure più trattenute, il padre, Natsuko, la somma Himi, che con quel vestito, quella personalità e quell’origine urla “miyazakiana” da ogni tratto di matita; assolutamente da antologia il gruppetto di vecchie domestiche, dai tratti esagerati e le personalità così distinte (di cui una vedremo prendere vita persino in un doppio ruolo). Diamo atto in questo, pure ad un adattamento nostrano degno di questo nome, una schiera di doppiatori veramente azzeccata, e, già che ci siamo, pure a quel santo alla Lucky Red che ha detto “magari questo film testamento stavolta non facciamolo fare a Cannarsi”. Tuttavia il palcoscenico, a mio modesto parere, è completamente rubato da lui, l’airone cenerino. E visto che il film si chiama “Il Ragazzo e l’Airone”, parliamo un attimo di questa creatura.
E potrei andare avanti ancora per ore a parlare di tutto il bello che ho trovato in questo stupendo cartone. Tuttavia, le cose belle durano poco, come ci ricorda quel finale troncato – che non sarà la conclusione che ci aspettavamo, ma almeno nel mio caso, forse solo perché avrei voluto stare nel film ancora per un poco – e, dicevo, sono i nostri ricordi a tenere vivo il bene che ci hanno dato. Quindi, tocca anche a me dare il mio saluto a Miyazaki, rincuorato, sapendo che il nostro vuole spingerci a scegliere un mondo migliore. Sì, Miyazaki ancora una volta ha scelto un mondo con le piramidi.


















