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22.1.24

Recensione: "Il Ragazzo e l'Airone" - "AnimE e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 18 - di Enrico G.

Altra rubrica esterna che torna sì dopo tantissimo tempo, ma anche con parecchia urgenza visto che l'ultimo film di Miyazaki, Il Ragazzo e l'Airone, è ancora in tantissime sale (350 al 22 gennaio) e potete gustarvelo al cinema.
Poi tornate qua a leggere questo bellissimo pezzo del nostro grande esperto d'anime (oddio, detto così sembra un prete o un medium) Enrico, pezzo che magari vi aiuterà a "capire" o interpretare meglio un film che, mi dicono, è molto stratificato e tutt'altro che semplice.
In ogni caso voi, i vostri figli, i vostri amici, chiunque possieda due gambe e non sia una gru recuperi i film di Miyazaki, perché aiutano a vivere meglio.
Vi lascio alla mini presentazione di Enrico e poi alla recensione che, mi dice, avrà spoiler dopo la prima immagine (quella della bimba che imburra)

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Un film che non ha bisogno di presentazioni: “Il Ragazzo e l’Airone”, l’ultimo sforzo immane di quella che forse è la più grande personalità della storia dell’animazione, Hayao Miyazaki.
Come una seconda storia del ritiro, il sensei ha voluto nuovamente ribadire ciò che lascerà al mondo, la fantasia sconfinata, la natura sempre fonte di pace e ispirazione, ricordi d’infanzia, saggezza dell’età e vitalità della gioventù, l’amicizia, l’amore e tutto ciò che rende la realtà degna di essere vissuta.


Ci mancava, Hayao Miyazaki. Vorrei esordire così, pensando a quanto si può dare per scontato uscire di casa, sedersi su una poltroncina del cinema e vedere l’ultimo film del gran decano dell’animazione giapponese. Oggi il disegno non generato al computer è una vera rarità, e persino il concetto stesso di sala potrebbe avviarsi a diventare di nicchia. Quindi Il Ragazzo e l’Airone s’annuncia come la fine di un’epoca, sebbene già il saluto del regista ci fu nel 2014, con “Si alza il vento” – film che credo pochi non vedano come perfetto in tal senso.
Questa nuova opera, coerentemente, ha l’incedere pacato e a tratti veramente crudo, proprio di una storia della maturità e vecchiaia. Persino l’epoca storica è la stessa in cui Jiro Horikoshi sognava i suoi aerei con la linea a spina di pesce, accanto al suo idolo Giovanni Caproni. La guerra mondiale, sfondo non inusuale per lo Studio Ghibli, condiviso anche con lo straziante capo d’opera dell’amico mancato, Isao Takahata. Ma se la Tomba delle Lucciole portava i suoi due orfani di Kobe nel pieno dell’orrore, qui Miyazaki concentra tutto nei primi due minuti. La sirena, i tetti confusi nella notte, l’ospedale in fiamme, dove muore la madre del protagonista Mahito. Una sequenza mozzafiato, con le figure nere e indistinte della folla e le case, a contrasto col fragore e dolore del rosso fuoco, mentre la città brucia. E quella corsa, col mondo che si deforma, come nel corto di Animatrix “Storia di un ragazzo”.
Anche questa è la storia di un ragazzo, poiché il regista non rinuncia a una delle sue specialità, i protagonisti giovanissimi e vera fonte del cambiamento: Mahito, ancora tormentato dalla perdita, viene portato in campagna, lontano dalla guerra – i cui effetti però si sentono, con piccoli tocchi neorealisti, la invariabilità del (poco) cibo, le scarse sigarette, i domestici anziani, gli sparuti soldati in partenza. La tenuta è di sua zia, nuova compagna del padre con in grembo un bambino. Intorno, una torre dimenticata da tutti e un misterioso airone cenerino…



A un livello d’interpretazione più superficiale, oltre al suo tragico retroscena, ci troviamo davanti a quel classico personaggio osservatore. Tipologia che amo particolarmente, propria di quelle storie dove un umano, molto spesso un bambino, viaggia in un mondo fantastico e sperimenta gli accadimenti più surreali: Mahito è Alice, è Coraline, e sì, è anche Chihiro de “La Città Incantata”. E pure un po’ la piccola Mary, mascotte nonché protagonista assoluta del film d’esordio dello Studio Ponoc, quel “Mary e il fiore della strega” di cui ho volentieri parlato in questo spazio. Paragone non a caso, visto che per sostenere l’immenso sforzo di questo ultimo lavoro, che non ha avuto limiti di tempo né budget, il Ponoc ha dato il suo contributo artistico, assieme a qualche altra compagnia (Production I. G. e Studio 4°C per esempio), in quello che se non sbaglio è l’unico caso finora di outsourcing per un’opera del Ghibli. Insomma, un vero “ritorno a casa” per quegli animatori che se n’erano andati con Hiromasa Yonebayashi, quasi un decennio prima, e il risultato si vede tutto. Spenderò molti pochi elogi, a proposito, sull’estetica del film, per la semplice ragione che sarebbero lapalissiani: le parole semplicemente impallidiscono davanti a colori che paiono la tavolozza dei macchiaioli, sfumature che paiono slanci impressionisti, la riproduzione arcaica o raffinata, immediata o sofisticata, di edifici, interni, giardini, mari. Biblioteche che paiono rivaleggiare con quella mitica di Alessandria d’Egitto; scorci di coste che sembrano dell’Isola dei Morti di Böcklin, ma col sereno; la grande sala della torre, con le sue raffigurazioni elusive, degna delle fantasie più folli sui convegni massonici.



Tutto ci parla della immensa cultura di Miyazaki. E qui vorrei ritornare al protagonista e ai personaggi che lo circondano. Credo che Mahito rappresenti una delle due anime del suo creatore. Un giovane, certo silenzioso, e a suo modo adulto (la guerra indurisce presto i bambini), per come interiorizza le proprie ansie invece di esprimerle o chiedere aiuto. Emblematica in questo senso la terribile scena della pietra, dopo la zuffa coi compagni di scuola, quell’atto di automutilazione che lascerà il segno, “simbolo del male che c’è in me”. Eppure, come debbono essere i bambini, libero, curioso, coraggioso, permaloso, altruista, nido di quella insopprimibile vitalità di chi è giovane e deve imparare a incanalarla in qualcosa di positivo per volare in alto. Credo che nel corpo di quel vecchietto in Giappone quel bambino sia ancora più vivo che mai, anche se produce solo un minuto di animazione al mese e non più dieci come quando era un giovanottone rampante. E probabilmente ricorda ancora la sua vera infanzia, quella sua mamma spesso malata – ve lo ricordate? Uno spunto che aveva dato origine anche a “Il mio vicino Totoro” – perché il conflitto del nostro protagonista è tutto qui, in quella zia che ha preso il posto della sorella defunta, che le assomiglia persino come una goccia d’acqua. E che un giorno scompare, in quella misteriosa torre del suo prozio.
Prozio che, infine, si rivelerà come il demiurgo di quel mondo laggiù. E qui, a mio parere, c’è la seconda anima di Miyazaki: un uomo dai lunghi capelli e baffi bianchi, anziano, venerabile, benevolo ma occasionalmente spaventoso. Soprattutto, un uomo dalla conoscenza immensa, che viveva di fantasia, forse la più bella di tutte, cioè quella che scaturisce dalle pagine stampate dei libri. Che pure, in quei tomi si era perduto, inseguendo un mondo utopico. Potentissima la sua apparizione in scena, dopo che l’avevamo visto nell’ombra del “planetario”: il corridoio, la luce divina del porticato, e infine lui, seduto a un tavolino, che regge un intero mondo con delle piccole forme in equilibrio. Eppure il suo mondo ideale questo rimane, un ideale, che non ha la complessità del vero, perché quest’ultima comporterebbe guerre e altre brutture della nostra realtà. Brutture da cui, estrema ironia, nemmeno il “sotto” è esente: si intuisce dalla triste scena col pellicano morente, una fauna intrappolata nel suo ruolo predatrice in un mondo morto e di morti, dove ormai “i nuovi nati cominciano a dimenticare come si vola”, in contrasto con la specie parassitaria dei parrocchetti, che invece si sono duplicati a dismisura diventando quella dominante. Un paradiso in origine, di cui si scorge ancora la pace e bellezza volute, trasformato in inferno – per togliere ogni dubbio a riguardo, l’entrata della torre recita persino “fecemi la divina potestate”, citando il terzo canto della Divina Commedia di Dante (e dimostrando un fortunato miglioramento nell’italiano, rispetto ai tempi di “Porco Rosso”).



Alla luce del finale, credo sia chiaro quale di queste due anime il regista voglia dedicare a chi guarda. È un messaggio al futuro, anzi una domanda, cioè “E voi come vivrete?”, come recita il libro, e titolo originale del film, che la madre lasciò a Mahito (che ho scoperto essere reale, nonché storicamente accurato, poiché pubblicato nel 1937). Mi chiedo se sia lo stesso testo che Miyazaki cita come ispiratore in “Never Ending Man”, un bel documentario di qualche anno fa (attualmente lo trovate su Prime) che copre il periodo dopo l’annuncio del ritiro, un fallito tentativo con un corto in CGI e, appunto, la decisione per un nuovo lungometraggio.
Così tanti livelli di comprensione, così tante cose da dire che mi sembra di aver a malapena parlato del film. Spero faccia fede per quanto “piena” sia questa pellicola, ricolma di meraviglie nascoste come la bottega de “I Sospiri del mio Cuore”, che quegli interni tanto curati della tenuta mi hanno spesso ricordato. D’altronde è il lavoro di una vita, che esonda ovunque, lasciando qualche piccola crepa: dopo quella prima ora, semplicemente una delle migliori cose si siano mai viste al Ghibli, il film mostra qualche tratto di stanca, si autolimita nel dover comunque fare del worldbuilding nella stringata metà rimanente. Ma sono piccole cose, specie considerata la natura largamente interpretativa delle vicende. Il viaggio di Mahito può venir preso come tante cose, un’escursione fantastica in piena regola, una realtà universale che ha preso vita grazie alla pietra meteorica – dando varietà di retroscena sulla nascita della torre, aggiungendo un sano tocco da storia di fantasmi – o pura allegoria che come tale va presa. Ognuna di queste visioni può convivere con altre, senza intaccare minimamente la godibilità della storia.
Ogni momento è raccontato coi giusti tempi, lasciando parlare l’atmosfera e un montaggio veramente di classe, corredato da alcune transizioni magnifiche (l’acqua che diventa letto). Al resto ci pensa il talento imbattibile di Miyazaki per i personaggi, e la magia è fatta. Come al solito sono tutti caratterizzati splendidamente, non solo il protagonista, ma anche le figure più trattenute, il padre, Natsuko, la somma Himi, che con quel vestito, quella personalità e quell’origine urla “miyazakiana” da ogni tratto di matita; assolutamente da antologia il gruppetto di vecchie domestiche, dai tratti esagerati e le personalità così distinte (di cui una vedremo prendere vita persino in un doppio ruolo). Diamo atto in questo, pure ad un adattamento nostrano degno di questo nome, una schiera di doppiatori veramente azzeccata, e, già che ci siamo, pure a quel santo alla Lucky Red che ha detto “magari questo film testamento stavolta non facciamolo fare a Cannarsi”. Tuttavia il palcoscenico, a mio modesto parere, è completamente rubato da lui, l’airone cenerino. E visto che il film si chiama “Il Ragazzo e l’Airone”, parliamo un attimo di questa creatura.



Innanzitutto, un sovvertimento dei ruoli completamente inaspettato. Tutti conosceranno la filosofia ambientalista dello Studio, il ruolo salvifico e delicato della Natura nei suoi racconti. (Onestamente, “Il Ragazzo e l’Airone” è una delle pellicole dove si nota di meno.) Dunque che colpo dare un ruolo così ambiguo all’animale, la percezione che ci sia qualcosa di “sbagliato” in quella creatura, la conferma in quel brevissimo momento alla finestra, quando Mahito non sta guardando, e in un istante di orrore scorgiamo i denti uscire dal becco. Per la prima ora è sfida aperta tra i due, con momenti anche di tensione (il picchiettare delle zampe sul tetto, la “sfida” al laghetto, la prima volta in cui udiamo la voce). Poi, l’altrettanto inaspettata contro svolta, la scoperta del “nasone” dentro quella pelle (adoro il fatto che non ci verrà mai spiegato nulla a riguardo), la personalità caciaresca, l’inizio di un atipico film di coppia, carburato dalla splendida quanto improbabile amicizia tra i due. Insomma, si rivela pure un lato divertente della vicenda, in cima a cui siede l’irresistibile scena del tappo per il becco. Vogliamo poi parlare degli scontri imbottiti di umorismo nero coi parrocchetti… che, non so se l’ho detto, non sono affatto piccoli e simpatici, bensì bestioni infestanti e carnivori.
E potrei andare avanti ancora per ore a parlare di tutto il bello che ho trovato in questo stupendo cartone. Tuttavia, le cose belle durano poco, come ci ricorda quel finale troncato – che non sarà la conclusione che ci aspettavamo, ma almeno nel mio caso, forse solo perché avrei voluto stare nel film ancora per un poco – e, dicevo, sono i nostri ricordi a tenere vivo il bene che ci hanno dato. Quindi, tocca anche a me dare il mio saluto a Miyazaki, rincuorato, sapendo che il nostro vuole spingerci a scegliere un mondo migliore. Sì, Miyazaki ancora una volta ha scelto un mondo con le piramidi.

22.5.23

Recensione: "Suzume" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 17- di Enrico G.



Torna la rubrica sugli Anime del nostro Enrico!
L'abbiamo organizzata al volo perché domani e dopodomani, il 23 e il 24, torneranno al cinema (ma solo per quei due giorni) due film del maestro Makoto Shinkai, Il Giardino Delle Parole e Your Name.
E allora Enrico ha pensato di recensire l'ultimo film di Shinkai, Suzume (tra l'altro ancora presente in qualche sala) sia per farvi conoscere quest'ultima fatica che per avvertirvi di questa doppia occasione al cinema

vi lascio alla recensione!



Odiato, amato, finalmente al cinema è arrivato il nuovo film di Makoto Shinkai. Incredibile, per chi lo ricorda ancora come quel giovane sconosciuto, esordiente una ventina di anni fa con quel meraviglioso corto che si chiama “Lei e il suo gatto” (e vedendo Suzume, direi che certi concetti ti rimangono per tutta la vita). Oggi i suoi progetti ricevono la pompa di evento cinematografico anime dell’anno, che le critiche dei suoi innumerevoli detrattori non fanno che accrescere. E attenzione, non sono adattamenti di un manga di lunga pubblicazione, o tasselli di grandi proprietà intellettuali: sono solo i film di Makoto Shinkai, l’ennesima storia di un Giappone collettivamente ferito, di esseri umani dolci e sofferenti, della Natura divina, tremenda, imprevedibile, eppure splendida.

Spoiler sempre maggiori dopo ogni immagine.


Ultimamente è un piacere andare al cinema per l’animazione: c’è stato Suzume, l’anniversario di Akira, persino nello scialbo 2022 abbiamo ricevuto Belle in sala. Almeno si può contare sul Giappone, oltre che gli indipendenti e studi europei, perché l’animazione dei grandi numeri americana ormai è al collasso qualitativo - sperando per il sequel di Into the Spiderverse, e con le dovute eccezioni, il secondo Gatto con gli Stivali era fenomenale - oltre che totalmente computerizzata. Ecco, anche nel film di Hosoda c’erano una ragazzina “risvegliata” improvvisamente nel nostro mondo, e un trauma legato alla madre. Qui però le similitudini si fermano, perché i due autori hanno una poetica totalmente diversa. E lo ammetto, nonostante consideri Belle alla stregua di un capolavoro, con quella di Shinkai mi identifico immensamente di più. È una gioia ritrovare un regista che mi ha formato, e mai ho smesso di sentirlo mio, anche adesso che tutto il mondo lo guarda. Anzi, in merito a cose piacevoli, meno male che gli appassionati di anime non sono più una nicchia manco in Italia; meno male che gli anime ormai li seguono un po’ tutte le età come in Giappone, e al cinema possono essere mandati come film normali, e non eventi da tre giorni in orari impossibili.

20.3.23

Recensione: "Akira" - AnimE e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 16- di Enrico G.




Torna il nostro giovanissimo super esperto di Anime giapponesi Enrico.
In realtà ogni volta che scrivo "torna" (riguardo le rubriche esterne del blog )dovrei invece dire "finalmente ripubblico un pezzo di..." visto che loro li pezzi me li mandano sempre, sono io che rimando...
Ma stavolta non potevo perder tempo perchè Enrico ci parla di un capolavoro animato che ha fatto la storia del cinema e che proprio settimana scorsa è tornato nei cinema, Akira.
Vi lascio alla sua presentazione e poi alla (sicuramente bellissima) recensione.

Nominatemi un anime più conosciuto di Akira, se vi viene in mente. Un film talmente rappresentativo di un’idea, di un modo di fare, di un concetto di arte, che raramente è stato raggiunto nella storia dell’animazione anni ’80 (ma forse, proprio del cinema tutto), allo stesso tempo diventato popolare tramite esso. È con Akira che il “cartone giapponese” diventò per la prima volta qualcosa da volere, ricercare fieramente, pretendere dal mercato, spalancando le porte dell’Occidente a ciò che venne prima e dopo. Alcuni di quei prodotti sono tornati di nicchia. Lo stesso Katsuhiro Otomo è stato messo in ombra dalla sua creatura, e sì che è la mente dietro Steamboy, Roujin Z, Metropolis, Spriggan, antologie, fumetti. Akira invece è rimasto intoccabile, torna nei cinema e in ristampa ogni pochi anni, e finalmente, al suo 35esimo anniversario, mi sono deciso anch’io a vederlo per la prima volta, sul grande schermo. Questa, più che una recensione, è l’impressione di chi per una volta smette i panni di appassionato, e torna ad essere spettatore in una sala. Davanti a sé, un film di corpi torturati, di metropoli devastate, dei loro suoni, e dei loro colori, centinaia di colori.

Per dovere d’inventario, attualmente disponibile anche su Netflix.

Spoiler sparsi, ma d’altronde lo avrete già visto tutti.


Una parola innanzitutto, sulla visione “competitiva” di film. La ricerca spasmodica dei grandi capolavori della storia del cinema, a mio parere, non può essere una gara né un’indigestione. Il desiderio di entrare a far parte della cultura della cinematografia passata può solo essere lodevole, se umile. Per contro, non ho mai condiviso l’idea che per “capirci qualcosa” della settima arte, o qualsiasi altra espressione artistica per quel che importa, ci debbano essere patenti e passaggi obbligati, determinate visioni nel caso del cinema. Lascerei volentieri la scienza di queste espressioni a chi le fa o le studia, mentre la comprensione non richiede altro che una mente degna di questo nome. È una convinzione che si rafforza quando ho l’occasione di vedere un rinomato classico sul grande schermo: ammirare Akira come era stato inteso nel 1988 vale tutta la pazienza con cui l’ho atteso – pazienza che in realtà, è spesso null’altro che un “attendere il momento giusto”, pratica perfezionata in anni di attesa della distribuzione italiana di prodotti orientali (una specie di addestramento zen ad honorem). Con in più, tutta la naiveté di conoscere poco o nulla sui retroscena del film, esattamente come la maggior parte degli spettatori di allora. E poco importa se fino a ieri mi avrebbero detto di essere indegno di chiamarmi appassionato di anime.
E allora, sotto la patina della notorietà, qual è la storia di Akira? Il film è ambientato nel 2019, prevedendo con largo anticipo che le Olimpiadi di Tokyo dell’anno dopo sarebbero state azzoppate da una catastrofe umanitaria. Trent’anni prima una misteriosa esplosione, che vediamo nel famosissimo incipit, ha sconquassato il centro della capitale giapponese, ricostruita successivamente attorno all’impressionante cratere. Questa Neo-Tokyo però è a sua volta un buco infernale di instabilità e degrado, sulle cui strade regnano i Centauri, giovani scapestrati riuniti in bande, che in sella alle loro moto combattono come se la guerra non fosse mai finita. È durante una di queste scorribande che Tetsuo quasi muore, scontrandosi con un bambino dall’aspetto di un vecchio. Nemmeno il gruppo del ragazzo e il loro leader, Kaneda, possono impedire che scienziati e militari dall’aria losca portino via entrambi…



La trama del film è veramente una creatura curiosa, sicuramente frutto del tentativo di comprimere in due ore l’imponente graphic novel di Katsuhiro Otomo, che è anche regista, sceneggiatore e designer dei personaggi dell’adattamento. Va velocissima nella prima parte, rombando gloriosamente come le splendide moto futuristiche dei protagonisti, anche se è solo l’introduzione del mondo e dei caratteri. Va lenta, persino con qualche tempo morto, nella seconda che è quasi azione non stop. Imbastisce un mondo immensamente ambizioso per raccontare la storia intima e contrastata di due amici d’infanzia. È ignorantemente e fieramente portata avanti da esplosioni, sfoggio di poteri telecinetici, intrattenimento puro, ma pure basata su un conflitto molto personale, su temi molto adulti (la volontà, l’innocenza, i principi animatori di questo mondo, il sacrificio), sul protagonismo di personaggi in buona parte difficili da scrivere (e da leggere, nelle loro motivazioni profonde). È insomma, uno di quei mix che, o hai in mano un capolavoro che riesce miracolosamente a tenere tutto assieme e farlo funzionare, o esploderà pesantemente come un mezzo corazzato qualsiasi sulla strada di Tetsuo. Nel caso di Akira, direi che la posterità ha già decretato su quale lato si adagia. Direi che posso coscientemente accodarmi, visto che nella mia particolare visione i capolavori sono proprio questo: non film perfetti, anzi, opere d’arte che si ergono per strani e sovente imperscrutabili motivi al di sopra dei loro difetti. Sono i Blade Runner, sono i Brisby e il Segreto di Nimh, entrambi del 1982 (l’anno del manga), da cui Akira sembra aver appreso una lezione importante, la costruzione di un futuro cyberpunk dall’uno, la guerra tra Scienza, Natura e Ignoto (intesa come polemos, uno dei principi eraclitei) l’altro. Che poi futuro tra virgolette, quel 2019 è tale solo sul calendario, il mondo di Akira è quello anni ’80 dei telefoni a gettoni e le manifestazioni studentesche e antigovernative che infuocavano le strade del Giappone. A tal proposito, se volete un valido rappresentante di finzione storica ambientato in quel mondo, vi consiglio caldamente di leggere Norwegian Wood, un libro straordinario scritto da chi, Haruki Murakami, quegli anni li ha vissuti davvero.



Frattanto nel film, uno dei gruppi di protesta finisce per incrociarsi con i giovani Centauri quando Kaneda, alla stazione di polizia dove li hanno sbattuti dopo il rapimento, si invaghisce di una dei membri, Kei. Anche se sembrano saperne sul misterioso vecchio-bambino – chissà se Otomo si è ispirato al Mamoo della Pietra della Saggezza, a sua volta modellato sull’attore Paul Williams de “Il Fantasma del Palcoscenico” – i ribelli e la loro lotta col potere costituito sono più che altro un MacGuffin per giungere alla presenza di Tetsuo. Meravigliosa e tragica però la loro fine, trascinati nella sorte parallela del consiglio di governo; divorati da questo Giappone al limite che fagocita e collassa continuamente su sé stesso. Esattamente come farà, in una esplosione di body horror, il corpo di Tetsuo, provato infine dai suoi poteri psicocinetici: acquisiti nello scontro fatale di quella notte, lo rendono praticamente imbattibile, al costo di tremendi mal di testa, visioni, incubi come quello delirante dei giocattoli indemoniati, che sembrano una versione satanica di certe carte di Yu-Gi-Oh. E una voce che lo chiama: ma, se proprio a lui appartiene, chi è questo fantomatico Akira? Comincia una marcia della morte attraverso Tokyo, mentre si accodano torme di fanatici millenaristi, in cerca del loro salvatore, e un esercito ottuso e violento cerca inutilmente di opporvisi.

4.8.22

Recensione: "The Deer King - Il Re dei Cervi" - AnimE e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 15 - di Enrico C.

 

E dopo la prima puntata della nuova rubrica di Nicola ecco che torna invece Enrico, arrivato invece addirittura al suo quindicesimo appuntamento.
Avrei dovuto mettere questa recensione 40 giorni fa, in occasione dei 3 giorni/evento in cui il film è stato nelle sale.
Ovviamente - non sarei io - non ce l'ho fatta.
Ma pace, sarà sempre bello leggere di quest'opera e sicuramente, chi interessato, saprà come e dove vederla.
Vi lascio alle parole di Enrico di presentazione e poi alla recensione
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Per un evento di tre giorni è sbarcata al cinema l’epopea fantasy dal Giappone: The Deer King, cortesia della solita Anime Factory che quest’anno, dopo Belle, ha praticamente spodestato la Dynit come distributore italiano di fiducia. Se stanno portando il meglio dell’animazione nipponica sul grande schermo però, va detto che questa non è una delle loro migliori cartucce. Un bel filmone di terre magiche, natura e malattie, uomini e guerra, spettacolare, coraggioso. Ma troppo confuso, troppo spiegato, senza quella scintilla che lo elevi davvero o personaggi memorabili. Peccato, le premesse per uno dei migliori prodotti dell’anno c’erano davvero tutte.

Senza spoiler


RECENSIONE

Ammetto che forse avevo aspettative troppo alte. The Deer King non è uno dei tanti film animati del 2021, giunti da noi dopo il canonico annetto (per inciso: se va bene). Una scorsa ai nomi, e ci si rende conto, per citare The Wolf of Wall Steet, che “stiamo parlando di balene, ragazzi”. Anche evitando trailer e similia, mi arrivava che persino la campagna pubblicitaria italiana batteva molto sull’esordio “dell’animatore dello Studio Ghibli e Your Name”, sul “film dell’assistente regista alla Città Incantata”. Ora posso dire che si vede, e tanto, sia nel bene che nel male.
Prima la storia però. The Deer King fa parte del filone dei film fantastici, attenzione quindi a sciogliere il soggetto dal contesto. Per soggetto s’intende l’ossatura di un film, in questo caso un uomo tormentato dal passato che trova l’occasione di rifarsi una vita come padre di una piccola orfanella, fino a quando non ne viene separato, a causa delle mire politiche di potenti entità, ma anche di alcune forze mistiche. Il contesto invece è quella classica cosa, essenziale ed indubbiamente affascinante, che però nei fantasy fatti male sostituisce la storia, di solito banalissima, cioè la costruzione di un mondo altro, con tutte le sue regole, i suoi costumi, lingue, regimi, classi sociali. In una parola, il worldbuilding. Ora, credo che qui la base di partenza sia stata un libro, forse addirittura una saga, perché il worldbuilding è parecchio complesso. Non darò in merito informazioni che non possiedo, non so nemmeno se la fonte sia occidentale od orientale, adattata fedelmente o meno; so solo che il peso di questo contesto si sente tutto, su un soggettino, guardiamoci in faccia, abbastanza striminzito e già sentito come quello più sopra.




Per carità eh, sulla resa visiva di questo mondo mi tolgo assolutamente il cappello. Palese che i due registi vengano da un lungo rodaggio nelle file dello Studio Ghibli, il design, l’atmosfera, i temi trattati guardano tutti in quella direzione, persino le musiche urlano Joe Hisaishi da ogni pentagramma. Miyaji Masayuki è stato d’altronde collaboratore alla regia di Miyazaki, ma il pezzo grosso è Masashi Ando, ovvero uno dei più grandi animatori di sempre che nessuno conosce. Seriamente, basta guardare il suo curriculum, da Your Name a Napping Princess, dai “fuggiaschi del Ghibli” dello Studio Ponoc a Satoshi Kon, passando per la collaborazione con Production I.G. (rinnovata con questo esordio alla regia) quando Mamoru Oshii fece Ghost in the Shell 2, dite un successo giapponese degli ultimi trent’anni e lui ci ha lavorato. Soprattutto, dai primi anni ’90, faceva parte dello staff Ghibli, impegnato allora nello sforzo per Principessa Mononoke, e proprio questo sembra essere il modello supremo qui. Un mondo feudale dai tratti fantasy, violento, sanguinario, riproposto molto bene nei primi minuti di The Deer King, in cui praticamente non c’è un vero dialogo, solo grugniti, frustate, una lotta animalesca per la sopravvivenza. Poi ci sono i lupi, i destrieri-cervi del protagonista che ricordano il fedele Yakkul di Ashitaka, quel fiume viola che accompagna la malattia dei lupi, impossibile da non paragonare alla lebbra nera che fa impazzire le creature del bosco, la Natura divinizzata e personificata (là dal Dio della Foresta, qui dal Re dei Lupi). E poi ci sono le battaglie per il potere degli umani, dove il film brilla non poco. Il fatto d’essere un fantasy non annacqua affatto la crudezza di questo mondo, anzi trovano spazio pure momenti abbastanza horror (la bambina “posseduta”, l’attacco dei lupi alla miniera, l’agguato sui trampoli stile Mad Max Fury Road), discorsi affatto infantili sulla convivenza politica di popoli diversi, sprazzi d’azione “sporchi”, per nulla imbellettati da coreografie raffinate, come la scaramuccia tra l’Inseguitrice e Van. Si ha l’impressione, poi, di ammirare quelle stesse dinamiche recentemente viste in Dune: anche lì, nonostante la patina fantascientifica, ci si trova chiaramente in una sorta di Medioevo, un’epoca buia (cosa che il nostro Medioevo non era affatto, ma sto divagando) dove non a caso abbiamo delle figure religiose, queste specie di beghine chiamate le Bene Gesserit, che impongono il loro volere politico. In The Deer King è la stessa cosa in salsa fantasy, visto che troviamo le voci ingombranti dei sacerdoti, spesso e volentieri a fare da contraltare a quelle degli studiosi. Il personaggio più interessante della prima parte è infatti il cerusico di corte, un uomo delicato e idealista, che riflette se vogliamo il pensiero dello spettatore, sbigottito e affascinato dal mistero del mittal, la piaga dei lupi neri.




Purtroppo mano a mano che il film va avanti molte occasioni vengono sprecate. Dal secondo atto in poi è come se si perdesse il controllo dell’adattamento: la fonte libraria, certamente più corposa e dettagliata, ma gestita gradevolmente all’inizio, straborda nei monologhi interiori del medico, sempre più ripetitivi e pesanti, mentre il personaggio viene ridotto ad un compagno di viaggio senza una chiara utilità nelle meccaniche del gruppo. Molti altri invece, come il Re dei ribelli e il suo machiavellico Ministro, la donna ranger, il figlio dell’Imperatore, rimangono interessanti sulla carta ma tragicamente sottosviluppati, fino ad arrivare al disastro assoluto di sceneggiatura del capo villaggio del Cavallo Rosso: un jolly di conclamata importanza tra le fazioni belligeranti, che si fa mezzo film senza fare NIENTE, scompare per tutto il secondo atto, ricompare al terzo quando ormai te lo sei dimenticato, e dieci minuti dopo che le sue motivazioni sono state un minimo affrontate esce a gamba tesa dalla storia. Veramente complimenti.
L’unico miglioramento apportato riguarda la bambina adottata da Van. Francamente insopportabile, quando viene rapita dai lupi, è a dir poco un sollievo togliersela di torno per buona parte del finale. Lo so, può suonare duro, ma questo prova ancora una volta quanto sia difficile scrivere dei bambini che non risultino leziosi e antipatici, e quella di The Deer King tristemente cade in pieno nella trappola. Aggiungo, ad onor del vero, che il film si riscatta con una relazione padre e figlia niente male, costruita con poche pennellate. Vedasi il bellissimo montaggio musicale al villaggio degli allevatori, forse la parte migliore di tutte, dove vediamo la coppia ambientarsi: tanti risultati con poco sforzo. Però seriamente, se andate su Prime oggi stesso potete vedere The Head Hunter, un film poverissimo, col cui budget probabilmente quelli di Production I.G. non ci avrebbero animato nemmeno un cervo; eppure, che riesce a costruire un fantasy coerente ed eccitante, nonché una credibile relazione padre-figlia. E lo fa con letteralmente due attori e qualche oggetto di scena, senza mostrare praticamente nulla. Quindi scusate, ma mi sento un po’ scorretto a complimentarmi per il minimo sindacale, visto tutti i mezzi e le virtuose maestranze del disegno riunite.




E qui ci si rende conto che The Deer King non è un brutto film di per sé, ma impallidisce di fronte alle sue palesi ispirazioni. Dicevamo prima delle radici di Ando come animatore per Miyazaki. A mio parere, la genialità del celebrato maestro non sta tanto nella bellezza del tratto, e nemmeno nelle storie, tanto appassionanti quanto ripetitive (ci si potrebbe fare un libro intero sulla “arte del riciclo” di Hayao Miyazaki). No, anche la sceneggiatura migliore non potrebbe funzionare senza buoni personaggi. Pensiamo al fantasy feudale ravvivato da San, la Principessa Spettro, da Ashitaka, Eboshi, ma anche la più piccola comparsa che sparirà la scena dopo, quanto sono coloriti, empatici, valorizzati l’uno dagli altri. Il confronto purtroppo è schiacciante, e lo sarà specie quando Mononoke farà un gradito ritorno al cinema, il 14 luglio (segnatevi la data ed evitate possibilmente la versione doppiata in cannarsese). So che è un paragone ingiusto, ma l’ambizione di confrontarsi con certi modelli d’altronde non può che portare a dei paragoni. Non voglio fare il passatista, quando Ayumu Watanabe ha sfidato 2001: Odissea nello Spazio con I Figli del Mare sono stato pronto a parlare di capolavoro - tra l’altro anche lui mi ha deluso quest’anno, con La fortuna di Nikuko, confermando purtroppo come il 2022 sia un pallido anno per il cinema rispetto al 2021, e persino dal Giappone arriva poco di entusiasmante – ma se i rischi non pagano giustamente bisogna essere onesti a riguardo.Spero di non suonare più duro di quello che vorrei, The Deer King è a suo modo un esperimento con i suoi buoni risultati, specie in campo visivo, immaginifico, metaforico. So che Masashi Ando può fare grandi cose. L’ho letto nella passione, che trasuda dai colori di quelle montagne, di quei lupi feroci, di quei popoli del regno della fantasia, sopra ogni segno di matita. La prossima volta però, una sistemata alla sceneggiatura, eh?

2.3.22

Recensione: "Animatrix" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 14 - di Enrico G-


 Dopo tantissimo tempo (e stavolta non è colpa mia!) torna la rubrica di Enrico sugli anime, una delle più specialistiche del blog.
Vi lascio alle sue righe di presentazione e poi alla, sempre puntualissima, recensione, probabilmente una delle più complete e competenti che troverete in rete su Animatrix

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Orologio indietro, primi anni 2000: un bambino guarda Shrek. In una scena divertentissima, c’è un Robin Hood molto più scemo di quel volpone già visto in un vecchio film della Disney. E poi c’è Fiona, la principessa, che salta e tira un calcio volante, ma tutto è strano, rallentato, l’immagine gira in tondo. Piccolo ricordo per inquadrare quel fenomeno Matrix, famigerato persino tra i bambini che non potevano vederlo perché un po’ troppo violento. Molto meno risaputo, e potenzialmente più temuto dai genitori, che dal 2003 Matrix esistesse anche a cartoni animati, tra l’altro quelli giapponesi da cui non sapevi mai cosa aspettarti.

Rispolveriamo il sorprendentemente misconosciuto Animatrix, un film antologia, nove corti, quattro studi d’animazione, sette registi. Tra quest’ultimi, i migliori esponenti del mondo anime, del periodo e non solo.

Spoiler a partire dai singoli episodi. Disponibile a pagamento in streaming (Chili, Apple Tv, Prime) o nel dvd della Warner Bros (consiglio il doppiaggio italiano, nettamente superiore alla versione originale inglese).


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Immagino che tutti sappiano di cosa sto parlando quando nomino Matrix, ma repetita iuvant, sarò buono: la Matrice è un mondo virtuale creato da intelligenze artificiali, dove gli umani sono prigionieri inconsapevoli. La ribellione delle macchine ha portato alla schiavitù dei vecchi padroni, che in una Terra ormai distrutta dalla guerra perduta sono ridotti a batterie neurologiche. Non mi addentro sulla credibilità della cosa, parliamo di fantascienza e un minimo di sospensione dell’incredulità è d’obbligo: personalmente capisco il fascino di questa idea, una sorta di Caverna di platonica memoria, con tuttavia l’aspetto inequivocabile del mondo filmico anni ’90. L’azione con sperimentazioni in cgi, la critica all’alienazione del mondo lavorativo, i cappottoni di pelle nera rubati a Blade che oggi fanno sorridere, non manca niente.

Matrix (1999) è stato preannunciato dal suo fratellone semidimenticato, Bound (1996), film d’esordio dei fratelli (oggi sorelle) Wachowski, che pur essendo un thriller tiene in nuce svariati elementi del futuro cult fantascientifico, come lo stile, una certa visione della sessualità e pure la viscida performance di Joe Pantoliano. Ma appunto, è solo col successivo che i Wachowski centrano un successo globale, attorno al quale nascono videogiochi, spin-off, due sequel che portino a compimento l’immancabile trilogia. (Come dite, esiste anche un quarto Matrix? Mah, ho i miei dubbi, e poi anche s’esistesse rimarrebbe un’idea bislacca e a dir poco inutile, non trovate?)

Trattare i live action non è il mio campo, almeno in questo spazio, ma per introdurre ciò che davvero m’interessa, spendiamo due parole sulla trilogia: essenzialmente ne penso ciò che pensano molti. Il primo film è un meritato cult, che pur saccheggiando a destra e a manca (ci torno tra un attimo) riuscì a far confluire tutte queste ispirazioni in una forma e contenuto originale, in grado di intercettare perfettamente lo zeitgeist della sua epoca. A mio parere è stato frutto di un delicato equilibrio, da una parte i fondi e le esigenze commerciali di una major come la Warner Bros, rappresentata dal produttore Joel Silver, santo patrono del miglior action hollywoodiano con titoli come Die Hard o Arma Letale; dall’altra, due registi ambiziosi con l’idea giusta, fattisi portatori della novità venuta da Hong Kong, sia nelle istanze dei film d’azione orientali che nella persona di Yuen Woo-Ping, coreografo leggendario. Equilibrio, sempre a mio parere, totalmente spezzato nei sequel Reloaded e Revolution. Dopo il successo inaspettato del capostipite la Warner deve aver capito che finché c’erano Neo, Trinity e Morpheus avrebbero incassato lo stesso, quindi hanno lasciato carta bianca ai creatori, che in una sbornia di cose da dire hanno creato due baracconi confusi, pretenziosi e inondati di effetti invecchiati malissimo.

Ma se c’è almeno un elemento di redenzione nei sequel, sta che nel mentre della loro lavorazione si stava parallelamente creando per promuoverli un enorme universo cross-mediale. Consci delle influenze che la loro creatura doveva agli anime, in particolare ai lavori di Mamoru Oshii (Ghost in the Shell, l’Uovo dell’Angelo), i Wachowski hanno pensato bene di chiedere ad alcuni dei più grandi animatori dal Giappone di creare alcuni corti ambientati nel mondo di Matrix, a formare uno spin-off, ed è quello di cui parliamo oggi: Animatrix.


 L’ultimo volo dell’Osiris


Importante premessa, parlando in ordine dei corti che compongono l’antologia: non esistono segmenti veramente brutti, solo più o meno belli, o più o meno inutili. Aiuta molto la godibilità dell’opera che siano posti in una specie di spirale ascendente, dove più si va avanti e più la qualità s’impenna. Quindi capite bene che L’ultimo volo dell’Osiris sia ben lontano dall’essere un inizio esaltante. Unico americano del gruppo, e scritto dai Wachowski, è probabilmente il più vicino allo spirito dei sequel (purtroppo). Non a caso la storia si propone di chiarire un’omissione della serie cinematografica (capito Rogue One? Sei già superato!), ovvero come abbiano fatto i ribelli a sapere in anticipo che le macchine progettavano di colpire la città. Una navicella di Zion, appunto Osiris, la cui squadra sta facendo una ricognizione della superficie, scopre casualmente come le macchine intendano usare una gigantesca trivella e… basta. Davvero, si può a malapena parlare di pretesto, che si ricollega giusto a quella scena di Reloaded dove Niobe fa rapporto sull’ultima trasmissione. Più che la storia interessa la tecnica: questo è l’unico corto interamente girato in computer grafica, avanguardistica per l’epoca (anche se esistevano già simili esperimenti ben più ambiziosi, come il film di Final Fantasy del 2001, peraltro sempre animato dalla Square Company). E va detto, se i volti e i movimenti sono ancora alquanto espressivi certo non è stato uno spreco di tempo e soldi. Purtroppo rimane un mero esercizio, che preferisce ad un racconto interessante le scene d’azione, come quella iniziale famosissima dove i due spadaccini si tagliano poco a poco i vestiti di dosso, per pure esigenze di fanservice. Dulcis in fundo, non smetterò mai di ripeterlo: l’animazione in cgi invecchia. E anche questa, vent’anni dopo appare più “costosa” che “bella”. Vedremo di meglio più avanti, sia come tecnica che narrativa.

Il Secondo Rinascimento parte I e II


Ecco il corto di punta dell’antologia, il più lungo del gruppo (infatti è diviso in due) e probabilmente anche il più ambizioso, nel suo voler dare un retroscena alla guerra delle macchine, a come tutto è iniziato. Si dice fosse questo il vero seguito di Matrix ambito dai Wachowski, cestinato come lungometraggio poiché non avrebbe incluso, per ovvie ragioni, il cast del ’99. Informazione da prendere con le pinze, poiché non ho trovato conferme a riguardo. I fatti sono che quell’idea, in qualunque forma fosse stata concepita, ora esiste come corto animato, diretto da Mahiro Maeda, forse meglio conosciuto per aver animato l’infanzia di O-Ren Ishii, nel volume 1 di Kill Bill. E lo dico subito, è un tipo di tratto che non mi ha mai fatto impazzire, tantomeno nel film di Tarantino; però Maeda ha indubbiamente occhio per le immagini efficaci, di quelle che non ti si levano più dalla testa, e si sposa benissimo con le infinite possibilità offerte da un prequel di Matrix. Oddio infinite, bisogna sempre legarsi alla mitologia della saga americana, con i classici buchi logici alla Wachowski. Per esempio, non si capisce minimamente come le macchine abbiano improvvisamente sviluppato una coscienza propria, o come siano finite ad insediarsi in Arabia, immagino con grande gioia dei sauditi. Che poi lo sa sta gente che la “culla della civiltà”, come viene detto, non è la penisola arabica ma la Mesopotamia?

La storia è raccontata dagli archivi parlanti (?) di Zion – anche qui, nel film originale non diceva Morpheus come gli umani avessero solo “brandelli d’informazione”? -, e si compone di una sorta di reportage, scelta assolutamente vincente nonostante significhi non avere personaggi protagonisti da conoscere o con cui empatizzare. È semplicemente il racconto di un’autodistruzione, attraverso immagini shock che ricordano fin troppo vere proteste, violenze di strada e conflitti armati. La parte uno regala ottimi momenti, come la mela che simbolicamente si decompone in un cervello, o i robot che trainano con le funi enormi blocchi, iconografia che rimanda alla nostra percezione di come furono costruite le Piramidi di Giza; ma è nella seconda il meglio, la bandiera in fiamme (che fa il verso alla foto di quella americana issata su Iwo Jima), la donna piangente nel cerchio di fuoco (che sembra la cacciata di Eva dal paradiso terrestre) e chissà quanto altro con riferimenti che non ho colto. E poi l’immagine più bella e sinistra di tutte, il generale che diventa uno scheletro che applaude, inquietante premonizione di un’umanità firmataria della propria stessa condanna a morte: infatti quella sequenza emozionerà chi conosce bene il Matrix originale, poiché qui, di fronte allo strapotere delle macchine, viene deciso di togliere loro la principale fonte d’energia, esattamente come dice Morpheus a Neo: “ma sappiamo di essere stati noi, ad oscurare il Sole…” Così viene fatto, ma in una macabra ironia la strada presa per evitare un problema è proprio quella che vi conduce. Gli ultimi minuti de Il Secondo Rinascimento sono infarciti di body horror, che si sposta dai campi di battaglia ai laboratori dove le macchine sperimentano e seviziano gli umani, scoprendo la loro nuova fonte di energia. Interessante come, in questa transizione, si passi da una moltitudine eterogenea di robot senzienti (design immensamente creativi a proposito, specie il cavaliere meccanico che suona la tromba di guerra), alle oscure figure di sentinelle e raccoglitori, tutte uguali, omologate, come se la società robotica stesse percorrendo lo stesso cammino rovinoso degli ex padroni. Retrocesse alla loro disumanità originaria, si chiude il cerchio della storia, le macchine sono pronte per la loro creazione suprema, la Matrice.


Kid’s Story


Chi di voi, guardando Matrix Reloaded, non si è mai chiesto “ma perché non ci dicono di più su quel ragazzino insopportabile che ripete a ruota come Neo l’abbia salvato?” Esatto, nessuno. Ma visto che l’hanno fatto, tanto valeva chiamare qualcuno di capace per tirarci fuori qualcosa di interessante. Entra in campo Shinichiro Watanabe, regista che definire di culto è riduttivo: Samurai Champloo, ma soprattutto Cowboy Bebop sono serie con numeri impressionanti di appassionati (di livello “ci stanno facendo i remake con attori veri per Netflix” impressionanti). Ovviamente non avendole mai viste non posso giudicare, e fatico quindi a dare un giudizio complessivo sul regista di Kyoto. Una delle sue serie più recenti, Terror in resonance, la vidi e non mi piacque affatto, specie nella scrittura del personaggio femminile principale, tremendamente passivo, ma avevo sedici anni e potrei non averci capito niente. Apprezzai molto invece Black Out 2022, un stiloso corto di 15 minuti che, come potete intuire dal nome, racconta l’avvenimento più volte menzionato in Blade Runner 2049, quando Ryan Gosling investiga alla Wallace Corporation (se siete interessati si trova su youtube o nei dvd del film di Villeneuve). Curiosamente, quest’ultimo lavoro ha le stesse caratteristiche di Kid’s Story: prodotto dalla Warner, fornisce i retroscena di un evento minore, avvenuto nel sequel di un famoso cult di fantascienza, a sua volta debitore dell’estetica nipponica.

Dietrologie a parte, veniamo al sodo: com’è? Sperimentale, tanto per cominciare. Il tratto è spesso, nervoso, poco dettagliato come quello di un storyboard non totalmente finito. Nella forma di corto la tecnica d’animazione può essere decisiva, quasi quanto la storia, visto che, senza nulla togliere agli attori in carne ed ossa, loro appartengono comunque alla nostra realtà. I disegni no, i disegni possono crearne una nuova semplicemente esistendo, e così succede qui: le palesi imperfezioni sono volute, rappresentano il punto di vista del ragazzo, il modo in cui vede un mondo che non gli sembra vero, e noi sappiamo che ha ragione, è prigioniero di Matrix. Tenterà la fuga, in un inseguimento a scuola che è senza dubbio la parte migliore, una sequenza concitata e adrenalinica, il mondo che si deforma, rallenta, accelera, rimbomba, e si conclude col più classico “salto della fede”.

Ecco, forse è questo il limite dell’opera, una buona forma intrappolata nella sceneggiatura dei creatori originali di Matrix, ottima nel suggerire, molto meno nel dare un senso, specie sul finale dove di fatto il ragazzo compie un suicidio e te la buttano in “ah, l’auto-materializzazione è possibile? Non lo sapevo!” Come si è liberato, con la pura volontà? Il suo corpo nel mondo virtuale si è scisso da quello vero e così non è morto? Non ci è dato sapere. Watanabe riproverà più avanti; l’ingombrante mano dei Wachowski invece si ferma a Kid’s Story, l’ultima delle otto storie scritta da loro: ora si comincia a fare sul serio.


 Program


Sesso, dolore, violenza e morte: in una parola, il cinema di Yoshiaki Kawajiri, il mio regista preferito della storia dell’animazione, che qui firma ovviamente il corto più bello dell’antologia. Chi conosce Ninja Scroll, Vampire Hunter D – Bloodlust o la Trilogia delle città maledette può riconoscere istantaneamente il suo tocco anche qui. Certo, c’è l’obbligato tributo ad un mondo d’appartenenza già delineato da altri, ma anche questo viene filtrato da una visione. Basta pensare alla rinnovazione del classico effetto “a scorrimento” su sfondo bianco, che nel Matrix originale portava dall’orizzonte al primo piano scaffali pieni d’armi; qui, un sorriso della protagonista e siamo tra centinaia di torii, i rossi portali sacri dei santuari giapponesi (probabile citazione al percorso dei 1000 torii di Fushimi Inari-taisha, in Kyoto). Il Giappone feudale sembra essere il programma d’allenamento preferito di Cis, che in tenuta da cavallerizza si destreggia tra frecce infuocate e samurai virtuali, in solo la prima delle sequenze d’azione da mozzare il fiato. Almeno finché non arriva un cavaliere mascherato, il suo amante, Duo.

15.7.21

Recensione: "Princess Principal" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 13 - di Enrico G-




Tredicesimo appuntamento con Enrico e la sua rubrica sull'animazione giapponese!
Mini presentazione dello stesso Enrico e poi recensione.
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 Princess Principal è una serie animata abbastanza recente (appena qualche anno sulle spalle) di puro intrattenimento spionistico, 12 brevi episodi ambientati in un mondo dove la Storia, un paio di secoli fa, ha subito una leggera ma determinante variazione. Tutt’altro che straordinaria, forse limitata da una scrittura indecisa sulle sue stesse ambizioni, ma anche intrigante, colta, intelligente nel creare intrecci e personaggi memorabili, mai noiosa.
Un motivo per guardarla su tutti: è un’opera completamente originale, retta dalle proprie sole gambe, concepita senza le restrizioni di tanti adattamenti animati dei manga.Questo è un consiglio senza veri spoiler fino alla terza immagine, dopo la quale discuto alcuni episodi, narrazione, finale e possibile futuro dell’anime, quindi non leggere oltre senza aver visto.
Disponibile gratuitamente e integralmente in sub ita, sul canale youtube della Yamato Animation.

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Ogni tanto arrivano quei momenti nella vita di un appassionato di anime, in cui bisogna semplicemente arrendersi. Non si può andare sempre avanti a colpi di Studio Ghibli, cult del passato come Lupin III o opere filosofiche alla Mamoru Oshii. Ogni tanto bisogna guardare l’industria giapponese di oggi dritto in faccia e chiedere: “cosa offri? Cosa guarda il grande pubblico che potrebbe piacere anche all’esigente come me?”.

Parliamo di Princess Principal va’.

Quando mi imbattei per la prima volta in Noir, una di quelle opere d’arte che determinano la crescita culturale in ambito animato, non sapevo ancora dell’esistenza di un sottogenere di riferimento: “girls and guns”. Vi appartengono quelle storie abbastanza violente, con trame troppo complicate e adulte per i bambini ma perfette per lo spettatore adolescente medio (e non solo), generalmente costruite attorno ad una coppia/gruppo femminile invischiata/o in attività losche o che stanno ambiguamente a metà tra bene e male. Ragazze e pistole, appunto. Noir, ma anche i successori spirituali nella “trilogia dello Studio Bee Train”, cioè Madlax e El Cazador, poi Gunslinger Girl, lo stesso Ghost in the Shell con franchise annesso e infine, Princess Principal. Nella serie seguiamo un gruppo di spie operative a Londra, fine ‘800, capitale del Regno d’Albion, palese ricostruzione dell’Inghilterra Vittoriana, con annesse colonie d’oltremare. Le cospiratrici si fingono normali rampolle della nobiltà, studentesse all’Accademia Queen’s Mayfaire, ma in realtà lavorano per conto della Repubblica. Sì, perché una delle maggiori attrattive di Princess Principal è il mondo ucronico in cui i personaggi si muovono, dove il Regno Unito si è spaccato 10 anni prima per una rivoluzione: la monarchia ha resistito solo nella capitale, separata ora dalla nuova entità politica da un immenso Muro che si estende intorno a tutta la metropoli fino all’estuario del Tamigi.(Quest’anime è stato fatto nel 2017, direi che l’appiglio con l’attualità di allora si palesa da solo. Cambiando discorso, anno curioso per il genere spionistico: uscì anche il secondo film di Kingsman, il Cerchio d’Oro, dove veniva presentata un’organizzazione spionistica con i nomi in codice ispirati agli alcolici, esattamente come propone di fare una delle ragazze della Queen’s Mayfaire, durante una discussione con la squadra. Fine digressione)Insomma, se la City ricorda Berlino, l’aria che tira è proprio quella di una Guerra Fredda, combattuta nei quartieri a colpi di spionaggio più che di cannone. Non è l’unica similitudine novecentesca che si potrebbe trarre da questo mondo, andrebbe almeno citata la caduta dei Romanov, qui richiamata dalle bandiere rosse e gialle della folla, all’assalto del palazzo reale. L’unico vero dettaglio non rielaborato ma inventato di sana pianta è alquanto affascinante, e dà alla serie quel bel velo steampunk, abusato ma sempre benvenuto, come si addice all’accoppiata di fantastoria e XIX secolo: la cavorite. Quando si è appassionati di Storia con la S maiuscola viene sempre apprezzato chi sa fare il proprio lavoro in simili racconti di finzione: hanno individuato una colonna portante della vera Inghilterra Vittoriana, il suo primato nella Rivoluzione Industriale di tardo ‘700.


A quel punto è bastato sostituire l’elemento fittizio alla materia prima che fu artefice di quel grande balzo in avanti, cioè il carbone, e boom, ecco nato un mondo nuovo. La cavorite è un materiale verdastro e luminescente, e poiché permette la levitazione, fautore di un precoce progresso meccanico dell’aviazione. Sarà ovviamente base di strambi macchinari che mischiano il passato e la fantascienza, dalle possenti aeronavi dominatrici dei cieli ai minuscoli dispositivi (le C-ball) capaci di modificare la gravità intorno ad una persona, nonché delle creative sequenze di “volo” con cui gli animatori si saranno indubbiamente divertiti, per la gioia condivisa degli spettatori.A proposito, l’animazione è moderna, di buon livello in standard televisivi giapponesi: ciò significa colori vivaci e movimenti ben articolati, ma anche fondali non troppo dettagliati e computer grafica appariscente. Quest’ultima per fortuna è bella CG, specie perché i creatori, con molta intelligenza, l’hanno usata soprattutto nell’architettura della metropoli, con i giganteschi tubi di scappamento che escono dagli edifici e gli accrocchi tecnologici, in modo da sfruttare al massimo quel senso di alienazione che trasmette.

31.3.21

Recensione: "La Trilogia di Lupin III di Takashi Koike" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 12 - di Enrico G - Su Prime



Dodicesimo appuntamento con Enrico che torna per la seconda volta sul mitico Lupin.
Lo fa perchè su Amazon Prime sono disponibili tre mediometraggi (sui 50 minuti l'uno) molto recenti che hanno entusiasmato il nostro giovane appassionato di Anime.
Vi lascio prima alla sua premessa, poi alla sua premessona e poi alle 3 recensioni dei singoli film


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La lapide di Jigen Daisuke, Il getto di sangue di Goemon Ishikawa, La bugia di Fujiko Mine. Tre mini film (da 50 minuti) su Lupin III, o meglio, tre istantanee sulla sua scalcagnata banda. Personaggi assurti ormai al Pantheon degli anime, giustamente meritevoli dell’occhio appassionato e al contempo sfacciato di un regista che nel suo campo è un piccolo maestro.

Disponibili su Prime. Spoiler minimi.



Lupin terzo, dalla nascita nel 1967, non se n’è mai andato. Film televisivi con protagonista il simpatico ladro sono usciti ogni anno, ma ci voleva davvero qualcosa di speciale avvicinandosi al 50esimo anniversario. Le prime avvisaglie sono arrivate con la miniserie dedicata interamente alla compagna/avversaria di Lupin, la Donna chiamata Fujiko Mine. Non l’ho vista, ma sembra che sia nel look che nelle intenzioni dovesse riagganciarsi a quando tutto cominciò, con le tavole schizofreniche, al limite dello scarabocchio, del creatore Monkey Punch. Insomma, pare che parlando di Lupin non ci sia scampo dai paragoni con l’ispirazione James Bond: anche la famosa serie cinematografica, quando perse slancio negli anni ’80, si volse nuovamente ai libri di Ian Fleming per ritrovare carattere. Idealmente questa rivoluzione alla romana (cioè che guarda al passato per rinnovare il presente) dovrebbe essere proseguita dai tre mediometraggi in questione, forniti di tutto il necessario per il fan di Lupin della prima ora: avventura, violenza, tensione, e il giusto pizzico di erotismo.

Questi però sono parte di un’unica creatura, modellata sui tre comprimari classici della saga: Jigen, Goemon e Fujiko (a dirla tutta ci sarebbe anche Zenigata… quarto capitolo in arrivo?). Lo stile varia, da cervellotico e adrenalinico per il pistolero, più cupo per il samurai, più sensuale per la ladra; ma tutto è collegato dalla pennellata di Takeshi Koike, già character designer della citata miniserie. Per chi non sa chi sia, solo l’allievo del mio regista preferito nella storia dell’animazione, nientemeno che Yoshiaki Kawajiri. E il più promettente, a giudicare dal curriculum. Chi non si fida delle raccomandazioni infatti, dovrebbe ammirare il suo meraviglioso World Record, un corto di quella antologia di tesori animati chiamata Animatrix (spin-off del famosissimo film dei Wachowski). Probabilmente è meglio conosciuto per il lungometraggio Redline, arrivato anche in Italia, quindi ci troviamo già davanti ad un talento multiforme, capace di lavorare con qualsiasi tempistica della macchina cinema. Riuscire poi ad incanalarlo in una serie longeva e dai cardini solidi come rocce quale è Lupin, vuol dire essere davvero un genio.

Funziona a meraviglia, diciamolo. Lupin è sempre quello, giacca blu in linea con le ultime due serie, la faccia da schiaffi e la voce, ormai consolidata da più di un decennio, del bravissimo Stefano Onofri. Ma è pure un Lupin straordinariamente retrò, a partire proprio dalla collocazione temporale di metà anni ’70. Tempi in cui Lupin e Jigen erano freschi compari, agli albori di una splendida amicizia (quasi un caposaldo del primo anime) ma formalmente in rapporti di affari. Anche Goemon vive in una specie di versione alternativa di sé stesso, durante la caccia a Lupin ma prima della nascita della loro collaborazione. Fujiko è l’unica con un’avventura tradizionale, non fosse per il suo assoluto protagonismo, che più o meno conferma tutto quel (poco) che sappiamo sulla ladra.

Un restyle impossibile da non amare, che coinvolge anche la colonna sonora jazzissima, un vero capolavoro: per una volta hanno lasciato in pace il decano compositore Yuji Ohno, quindi le musiche sono molto più fresche del solito (ancora una volta, niente di nuovo: per il rinnovo Bond, con Solo per i tuoi occhi, avevano chiamato Bill Conti per svecchiare la saga dalla costante presenza del maestro John Barry). Ma basta con questi dettagli panoramici, direi di passare ai singoli film.


 La Lapide di Jigen Daisuke




Ho sempre sospettato che Jigen fosse il mio personaggio preferito della cumpa. Adoro il personaggio del solitario pistolero, che qui più che mai digrigna quella faccia da James Cogburn e sprofonda lo sguardo nelle tese sconfinate del suo fedora, non ama i lavori di squadra e dà l’impressione di poter persino ficcare una pallottola nella schiena di Lupin per una parola di troppo.

La Lapide di Jigen Daisuke, d’ora in poi mia opera topica per il personaggio, ne è la conferma definitiva.


Ovviamente non cambierà il mondo dell’animazione o del cinema in generale, non è rivoluzionario nella narrativa o tematiche, lo è relativamente al suo ambito, la saga di Lupin. Guardando un prodotto a caso dalla lista ci si aspetta tutto tranne che una trama eccelsa (eccezione, il Castello di Cagliostro) da thriller hitchcockiano o poliziesco coreano. Lapide non fa eccezione, per via di qualche smussatura da operare a livello di sceneggiatura. Ciò che rende un Lupin III meritevole è la scrittura dei personaggi, l’effetto sorpresa, ma soprattutto la capacità di legare il tutto senza strabordare. La ricetta è in fondo sempre quella, sarabande di rapimenti, inseguimenti, tecnologie irreali o anacronistiche, sparatorie, mascherate. Tutte cose che, scollate dai rapporti di causa-effetto, possono annoiare a morte, come succedeva in alcuni special annuali, paradossalmente aggravati dal ritmo indiavolato. Anche con le libertà che concede l’animazione bisogna andarci piano: un personaggio, anche fatto di linee e colori, deve poter morire, altrimenti perché lo spettatore dovrebbe preoccuparsi per lui? Devono essere i simpatici ladruncoli che tutti amiamo a latitare, non la tensione.


Takeshi Koike riesce nell’impresa di tenere tutto assieme. Anzi, scommette con lo spettatore di poter fare molto di più: uccidere Jigen Daisuke, una delle pietre angolari della saga (in un prequel, per di più!). Jigen muore, anzi è già morto, fin dalla prima, bellissima tavolozza, questo cimitero dalle testate spropositate e cielo rosso sangue, dove un uomo posa un fiore s’una tomba, la tomba di Jigen Daisuke. È un po’ la scommessa che faceva un altro franchise da me molto amato, Kuroshitsuji, nel bellissimo OAV Book of Murder: sappiamo che tu, spettatore, conosci a menadito le regole, ma noi ti freghiamo lo stesso.

25.2.21

Recensione: "Mary e il fiore della strega" - Anime e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 11 - di Enrico G.


Zitto zitto anche Enrico supera i 10 appuntamenti con la sua rubrica ("impresa" che in 11 anni è riuscita solo a 3 persone) e ci presenta un altro anime, forse uno dei più "famosi" di questo suo appuntamento per appassionati.
Tra l'altro è passato poco tempo fa anche in tv, se ricapita dategli un'occhiata...
Vi lascio a lui
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Il primo sforzo dello Studio Ponoc, l’erede spirituale del mitico Ghibli, è un ottimo film. Anti-storia del prescelto per antonomasia, dove una ragazzina viene scambiata per una maga prodigio, racconta con delicatezza un percorso di crescita e consapevolezza del proprio valore, tramite gli unici mezzi dell’essere umano qualunque: inventiva e determinazione. Intorno a lei mondi fantastici, fiori misteriosi, strane creature, spavento e meraviglia.

Commenti tecnici: per una volta l’insuccesso avuto non rientra tra le colpe dell’Italia, dove c’è stato un contributo di tutto rispetto, senza distribuzioni ritardatarie, adattamenti grotteschi, o trailer spoilerifici. La fredda e ingiusta accoglienza non sembra comunque aver fermato questi artisti straordinari (chi ha Netflix ci può trovare la loro seconda fatica, Modest Heroes), che meritano quantomeno una rivalutazione.

Disponibile nel dvd della Lucky Red.

Spoiler minimi all’inizio, sempre maggiori dopo ogni immagine


Qualche anno fa: esce nei cinema Quando c’era Marnie, un drammatico anime. Il suo misto di bellezza e tristezza sembra quasi un monito, una pietra tombale sul luogo dove nacque, il regno dei sogni e della follia. Lo Studio Ghibli chiude essenzialmente i battenti, provato da alcuni flop come La storia della principessa splendente.

La sceneggiatrice di quest’ultimo, Riko Sakaguchi, e il regista di Marnie, Hiromasa Yonebayashi, vogliono perpetuare quella storia di mondi fantastici, bambini che non si arrendono mai, Natura da proteggere e amare. Non è l’argomento predominante, cos’era il Ghibli nel mondo dell’animazione giapponese, ma come nasce lo Studio Ponoc, nuova casa di tanti animatori, desiderosi anche solo di poter lavorare, e di farlo con le mani e l’inchiostro, allo stesso modo stabilito e insegnato trent’anni prima dai migliori produttori d’animazione del mondo di tutti i tempi.

Evidentemente questo ci si aspettava da Mary: un nuovo battesimo del fuoco, come successe ai tempi, quando Hayao Miyazaki, Isao Takahata e il compositore Joe Hisaishi si misero assieme per la prima volta creando Nausicaä della valle del vento. Ponoc ha invece posto davanti al mondo, con lo stesso tocco ventoso dell’illustre predecessore, un film di fantasia semplice, delicato, senza fronzoli. Quasi in contrasto con l’introduzione al cardiopalma: fuoco, esplosioni, musica concitata, e una giovane strega fulva che scappa a cavallo di una scopa reggendo dei misteriosi semi.

Poi si passa nel nostro mondo; al titolo, e a colei cui fa riferimento: Mary Smith. È la protagonista, sintesi di tratti che adoro: bambina, coraggiosa, annoiata, avventurosa, come la sua omonima de il Giardino Segreto, come Coraline, come la Victorique di Gosick. A casa della prozia Charlotte, lontana dai genitori presi dal lavoro e in procinto di iniziare una nuova scuola, passa le giornate desiderando di essere utile in qualcosa, parlando tra sé e sé. Davvero Mary monologa, descrivendo spesso ciò che succede o ripetendo le frasi altrui: ed è normalissimo, anche se molti ne sono stati infastiditi, per una bambina molto sola. Aleggia questa sorta di malinconia sul suo apparire piuttosto vivace, che più avanti nel film emergerà, assieme agli strani eventi che le capiteranno.

 La sua voce italiana è quella meravigliosamente espressiva di Sara Labidi (in una specie di reunion con Yonebayashi, doppiava lei Anna in Quando c’era Marnie), che spicca in un film pieno fino all’orlo di doppiatori fenomenali, dove ho particolarmente apprezzato Carlo Valli (storica voce di Robin Williams) nel ruolo di Zebedee il giardiniere. Lui e Mary hanno un dialogo incredibile, dopo che lei trova un misterioso fiore blu nel bosco. Non perché la scrittura sia fenomenale, ma per l’atmosfera che trasuda da ogni tratto di matita.

“Dicono che cresca solo in questa foresta, e sbocci solo una volta ogni sette anni. Sembra che in passato pure le streghe ne andassero in cerca.” “Le Streghe?” “Già. È il fiore della strega”.

 Il venticello, l’ombra improvvisa, gli archi in sottofondo, di cui ti accorgi solo quando si interrompono. È ancora magia Ghibli, con tutto il suo impalpabile carico di mistero e aspettative di una grande avventura. E come si addice, la presenza di un gatto nero, che guida la protagonista in un mondo fantastico ma sottilmente inquietante (ancora, grandi similitudini con il capolavoro in stop motion Coraline). Tib, il cucciolo dal colore della notte, lo sguardo smeraldino, alquanto truce, sembra proprio il tipico gatto di campagna da romanzo inglese. Un animale normalissimo, dotato di una qualche conoscenza non umana, dell’oltre. Per esempio su quel fiore, così incantevole ed enigmatico, il Volo Notturno. E Mary vola, verso lati ignoti della volta del cielo, con placide colline erbose, appena accennate tra la nebbia, e un gigantesco complesso, davanti palazzo di Aladino e retro acciaieria, che svetta lì in mezzo. Un mondo parallelo, e la sua scuola di stregoneria con tutti gli insegnamenti, il box delle scope volanti, universitari con animale al seguito. Ogni accusa di plagio ad Harry Potter rimbalza chiaramente al mittente, essendo questo film basato sul romanzo The Little Broomstick, che Mary Stewart scrisse ben ventisette anni prima del successo della Rowling.


È proprio con Piccola Scopa che comincia l’esplorazione di questo strano posto, di cui il bastone in saggina per lungo tempo inanimato è il primo rappresentante. Come Tib non parla (e non lo farà per tutto il film), braccia o faccia non ne ha. Eppure, con qualche mugugno e i soli movimenti, ha una personalità inconfondibile, comprese idiosincrasie, affezioni e difetti, tipo un eccessivo entusiasmo e la inesorabile tendenza a precipitare. È il suo schianto nel deposito di scope, la prima volta che viene cavalcata, che introduce al personaggio di Flanagan. All’inizio pensavo che avrei davvero odiato Flanagan il guardiano, lo strano topo parlante. Vestito come una specie di alpino e dalla personalità altrettanto sopra le righe, è invece un personaggio che ti entra dentro dopo più visioni, come fanno certi personaggi neutrali tipicamente Ghibli (come Piccino de La Città Incantata, ma se vogliamo anche, in un contesto totalmente diverso, Mefisto di Demon City Shinjuku), che non prendono posizione o aiutano solo marginalmente il protagonista.