28.11.18

Torino Film Festival 2018 - Recensioni "Ghostland" - "L'amour Debout" - "Papi Chulo"

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PAPI CHULO

Se non fosse stato per il The Guilty visto ieri questo sarebbe, ad oggi, il mio film del festival.
Divertente, delicato, profondo, un film che è una vera gioia per il cuore.
Il ricchissimo anchor-man Sean ha un periodo difficilissimo.
Così difficile da fare una figuraccia tremenda in diretta nazionale durante le sue previsioni del tempo.
Gli viene dato un periodo di riposo.
Decide di verniciare una macchia in un patio, una macchia che gli ricorda il suo ultimo fidanzato, Carlos.
Copre la macchia (metafora) ma poi si rende conto che adesso deve verniciare tutto il patio per uniformare il colore.
Si affida allora a un messicano, Ernesto, che non sa una parola di inglese.
Ne nascerà un rapporto basato sul non potersi capire.
Un rapporto che per Sean va molto oltre quello che sembra.
Film dall'umanità disarmante sul bisogno di sfogarsi, sulla capacità di saper ascoltare gli altri anche senza capirli, sulla tremenda necessità dei rapporti umani.
Ernesto rappresenta per Sean tutto questo.
Ma anche qualcos'altro.
Ernesto, uomo molto più vecchio e brutto del bel e atletico Sean, assomiglia infatti tantissimo a Carlos, l'ex fidanzato di Sean.
E allora avviene così un cortocircuito per il quale la stessa persona che Sean ha ingaggiato per "coprire le tracce" di Carlos è al tempo stesso qualcuno che gli somiglia, cosicché Sean, in realtà, dimostra l'incapacità di liberarsi di quel fantasma.
Film di pochissima regia ma tanta, tanta sostanza, Papi Chulo è una riflessione sul dolore, sull'incapacità di dimenticare, sull'elaborazione del lutto.
Tutto giocato su questa stranissima e improbabile coppia e sulla loro impossibilità di capirsi.
Ci sono tante scene divertenti, tanti equivoci, un'atmosfera sempre leggera ma più si va avanti più Papi Chulo mette cose dentro.
Splendida ad esempio la scena di loro due in auto che cantano Madonna, a dimostrare come la musica e i testi musicali possano essere un punto di unione tra lingue diverse.
Poi avverrà un delicatissimo colpo di scena, colpo di scena che ci farà vedere tutto da una prospettiva diversa e renderà il "dramma" di Sean, tutto quello che faceva, ancora più complesso.
E, in ultima analisi, Papi Chulo è anche un film sulla solitudine, su quella solitudine esistenziale che ti può colpire anche quando sei famoso e sempre in mezzo a mille persone.
"Li senti ancora i coyote?" chiede Ernesto a Sean.
Magnifico

8

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L'AMOUR DEBOUT

Mmm, niente di che.
Già film dal soggetto simile (amori adolescenziali finiti) non mi fanno impazzire, poi se come ne L'Amour Debout tutto è un pò annacquato diventa un problema
Lea fa la guida turistica di Parigi.
Martin, il suo vecchio fidanzato, è un aspirante regista.
Lui è ancora molto innamorato di lei, lei forse lo stesso ma lo caca poco.
Martin, però, ha anche forti latenze omosessuali (anzi, più che latenze diciamo che è proprio bisessuale) mentre la dolce Lea inizierà a flirtare con un quasi 60enne.
Il problema del film sta proprio qua, in un soggetto che apparentemente è coraggioso (amori omosessuali e altri quasi pedofili) ma che invece non ha alcuna incisività, risulta innocuo e, specie nella storia di Lea e del "vecchio" musicista, tutto appare tremendamente inverosimile (che lei si sia innamorata di lui per una foto è abbastanza assurdo, se poi aggiungiamo che questo è un pesce lesso senza alcun carisma non ne parliamo).
Siamo dalle parti di Truffaut (anche se il regista francese che viene esplicitamente citato è Eustache), del racconto di questi amori, di queste pulsioni, tutto in una cornice di imbarazzata leggerezza.
Buffo come nel film ci sia quasi un'ossessione per le "lezioni", visto che tutti i personaggi principali (Lea come guida turistica, Martin come cineforum e l'amico biondo de Martin per il magnetismo - che è metafora? boh -) abbiano a che fare con un pubblico di ascoltatori.
Questo è uno di quei film che può piacere specialmente al genere femminile, o almeno ad un parte di esso, quella che ogni tanto vuole staccare la testa e veder raccontati teneri amori e disamori.
Un discreto tentativo di cominciar a far cinema

6 - -

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GHOSTLAND

Laugier è un gran bel regista.
La sua sfortuna è forse quella di aver realizzato il capolavoro subito, quel Martyrs che è senza ombra di dubbio una delle meglio cose visti nell'horror negli anni 2000.
Anche Saint Ange aveva cose buone dentro (e tante altre meno buone) mentre I bambini di Cold Rock mi piacque davvero.
E sì, anche Ghostland è un buon film horror, non c'è dubbio.
Laugier sa girare, sa esser cattivo, è fantastico nel descrivere atmosfere e nello scegliere gli attori.
Il problema di Ghostland, però, è nel suo essere troppo derivativo.
E lo so, è molto bello quando un regista prende tanti clichè horror e riesce poi comunque ad esser personale (e Laugier, in qualche modo, ci riesce) ma è anche vero che alla fine nel 2018 di case maledette, bambole e quant'altro ne abbiamo piene le scatole.
E Ghostland nella prima parte non ha mezzo elemento per farci uscire dal "giàvisto1000volte" e io da un regista così importante e di questo talento non me l'aspettavo.
Per fortuna nel secondo tempo Ghostland si fa più interessante, complesso e molto meno banale. Certo non c'è un'idea nuova dentro ma la principale (quella di lei che per sfuggire agli orrori che sta vivendo immagina una realtà parallela futura felice) è davvero ben gestita e in un paio di passaggi pure emozionante.
Intendiamoci, in Ghostland funziona tutto, dalle due sorelle principali ai due maniaci (uno sembra Renato Zero l'altro Sloth dei Goonies grasso), dalle ambientazioni alle violenze (quando lui la alza per le gambe come fosse davvero una bambola è impressionante).
Gli appunti da fare prossimi allo zero ma, lo ripeto, la sensazione di vedere l'ennesimo film horror in catena di montaggio è stata forte.
In ogni caso davvero emozionante la parte finale, con questa bambina ormai devastata che continuamente si rifugia nel mondo parallelo (e futuro) che si è creata per non concentrarsi sulle torture che sta vivendo.
E l'immagine di lei che esce in barella è davvero potente.
Un bel film horror che non dice niente di nuovo ma è l'ennesima conferma che Laugier, il suo, lo fa sempre.
Ma Martyrs resta ancora lassù, molto più in alto

6.5 / 7








27.11.18

Torino Film Festival 2018, recensioni "His Master's Voice", "In Fabric", "Mandy" e "Tyrel"

A differenza del ToHorror dove la mattina ero sempre libero e c'erano pochi film in programma al Tff le proiezioni non finiscono mai, da mattina a notte tardissima.
E' davvero per me quasi impossibile trovare spazi per recensire, specie perchè è ancora più impossibile portarsi dietro il computer.
Ho visto una decina di film per adesso.
E scrivo oggi con tutti e 10 i film nella testa, quasi impossibile tirar fuori cose buone.
Di alcuni, a questo punto, nemmeno scriverò, altri per fortuna magari sono capitati a Riccardo, degli altri ancora ci proverò.
In questo primo quartetto ci sono 3 film di registi che avevo amato tantissimo in passato, Palfi (Taxidermia), Cosmatos (Beyond the black rainbow) e Sebastian Silva (Magic Magic).
Nessuno dei 3 film presentati al festival raggiunge il livello dei precedenti.
Proviamo a scrivere due righe l'uno

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HIS MASTER'S VOICE

Cominciamo col film di venerdì sera.
Non posso nascondere che le aspettative erano davvero alte visto che alla regia c'è quel Palfi che mi strabiliò che Taxidermia, film unico, difficile, a tratti rivoltante, grottesco ma anche pieno di cose dentro.
Il passo indietro è notevole.
Sin dall'inizio capiamo che l'ambizione è forte, il film ha chiare velleità esistenziali. Siamo davanti ad una via di mezzo tra un mock e uno sci-fi. Due ragazzi ungheresi vogliono ritrovare loro padre, scienziato emigrato tanti anni prima negli Stati Uniti.
Uno dei due è in sedia a rotelle e resta a casa, l'altro, specie dopo aver visto un documentario su dei fatti incredibili negli anni 70 (gente che esplodeva) - documentario in cui è sicuro di aver riconosciuto il padre - , parte.
Un film sulla ricerca di qualcosa insomma (molto interessante quel volto strappato, bianco, che vedono i due fratelli), ma questa ricerca così "umana" e piccola scoperchierà un mondo molto più vasto, talmente vasto da abbracciare l'Universo intero.
Il film ha due grandi problemi per me. Il primo è la ripetitività, così marcata da non permettere alla pellicola di partire mai veramente. 
Il secondoè il suo essere terribilmente verboso, specie negli intermezzi (e ce ne sono tantissimi) scientifici. Si spiega tutto ma malgrado si spieghi tutto il film rimane molto complesso e difficile da decifrare perchè vola alto, molto in alto.
A quel punto, se tanto volevamo renderlo difficilmente decifrabile, io avrei detto tante meno cose.
Ogni tanto la pazzia di Palfi fa capolino, specie nella stupenda sequenza del Gigante o quella nel sesso di gruppo. Scene però difficili da unire al contesto.
La cosa paradossale è che più il film è lineare e privo di guizzi più si complica.
E alla fine diventa una specie di opera dal collasso temporale sul senso della vita e, forse, sull'incontro tra più mondi e pianeti.
E in questo senso ho trovato davvero straordinario il finale (cosa più bella dell'intero film) con quel figlio che dal tappeto cucito dal padre prova a ricavare un programma in codice binario.
Finale davvero potente sia per questa particolarissima "eredità" padre-figlio sia per come viene rappresentato un possibile Senso del Tutto.
Per certi versi questo finale, ma anche forse tutto il film, potrebbe richiamare il non troppo riuscito The Zero Theorem di Gilliam

6.5

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IN FABRIC

Anche qua attese non piccole visto che il regista, Strickland, aveva diretto in passato un film che tantissimi appassionati mi hanno consigliato di vedere, Berberian Sound Studio.
Beh, no, non ci siamo per me.
In Fabric è la storia di un vestito maledetto, un abito da sera rosso venduto in uno strano e mefistofelico negozio in cui tutti sembrano parlarti de Stocazzo solo per venderti cose.
Già la figura di questi guru dopo un pò diventa ridicola ma i problemi del film sono tanti.
Per prima cosa, come sopra, il film è tremendamente ripetitivo.
Di solito quando siamo davanti a film su "possessioni catena di Sant'Antonio" seguiamo la vicenda del primo per intero e poi, alla fine, ci viene fatto capire che "tutto ricomincerà come prima".
Qua invece muore la prima protagonista, poi il vestito viene nelle mani di un altro e niente, rivediamo per intero tutto quello che avevamo già visto prima.
Film metaforico (anche se la metafora vestito rosso = pulsione o risveglio sessuale è abbastanza basica) anche con idee interessanti (il marchio al seno, la possibile critica al capitalismo e al consumismo) e più di una scena buona (fantastica quella della lavatrice) ma che non fa paura, quando diventa sentenzioso rischia l'effetto ridicolo e ha un finale talmente pacchiano e arbitrario da non crederci (la scazzottata al negozio, da cinepanettone).
Tra l'altro vengono inseriti degli inserti abbastanza surreali come quegli uomini che parlano alla donna di colore di strette di mano o saluti o come il datore di lavoro del secondo protagonista.
Film girato sempre in ambienti notturni o scuri (c'è forse solo una scena alla luce, quella dell'attacco del cane) e che, come capiterà con Mandy (ma lì in maniera netta e non confusa) non sa mai cosa vuol essere da grande, se un horror serio e inquietante o una specie di divertissiment di genere.
Scena emblema quella del "sesso" con manichino, di suo molto suggestiva ma resa ridicola dalla masturbazione dell'altro proprietario.
Nel finale, però, in quella specie di montacarichi-ascensore c'è finalmente un'idea che merita, rivedere tutti i personaggi che tessono il vestito.
Probabilmente ci sarebbe da decifrare ma il film non mi ha messo la voglia di farlo, troppo tardi

5.5

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MANDY

Terzo film e, ancora una volta, grandi aspettative.
Perchè Cosmatos girò quella perla assoluta di Beyond the Black Rainbow, straordinaria opera estetizzante e dall'atmosfera unica.
E i primi 20 minuti di Mandy mi avevano fatto sperare di ritrovarmi in un altro mezzo capolavoro.
Assistiamo in una prima parte che, come solo i grandi film riescono a fare, è riuscita ad emozionarmi da morire senza praticamente raccontare nulla, solo attraverso le immagini, i visi e le musiche.
Loro due stesi sul letto e quella luce che cambia continuamente, lei che appare da fuori il pelo dell'acqua, l'infartuante sequenza dell'arrivo del caravan, con la "banda" che viene ripresa, uno ad uno, e poi l'incrocio con lei, sempre in questa superba fotografia rosso cremisi.
E poi quella carcassa di animale nel bosco, il racconto degli storni, mamma mia che film mi dico.
Poi, però, Mandy cambierà totalmente.
E sono sicuro che tanti avranno apprezzato questo cambio di direzione (che ne fa sicuramente un cult) ma io no, io mi ero perso in quei primi 20 minuti, sognante ed emozionato. E ci credevo davvero.
E invece Cosmatos "tradisce" sè stesso (se vedete Beyond the Black Rainbow capirete) e fa uscire la sua parte cazzona, notevole eh, ma fosse stato per me l'avrei tenuta nel cassetto.
E così Mandy diventa una specie di crasi tra Ghost Rider (per la presenza di Cage) ed Evil Dead (di cui riprende in maniera pedissequa alcuni momenti, vedi la "preparazione" alle armi), un film visivamente sempre bellissimo (Cosmatos sarebbe bello anche se girasse un documentario sulle penne) ma che annienta tutta l'atmosfera della prima parte. Tra l'altro, a mio parere, avviene anche una specie di errore "emotivo", ovvero quello di creare una profonda empatia per la coppia del film (empatia che Cosmatos crea non con fatti avvenuti ma con emozioni tutte nascoste nelle immagini e nei volti) poi distrutta da questa pazza vendetta cazzona di Cage.
Ci si diverte (divertimento più di grana grossa che altro però), assistiamo a tanti omicidi, i mostri stile Hellraiser funzionano alla grande, c'è qualche buon splatter e qualche momento cultissimo (lui disperato in bagno, la faccenda della maglietta, la pubblicità del Grana).
Mandy diventa insomma un godibilissimo cinema di genere.
Eppure io ero rimasto agli occhi di lei, a quella carcassa nel bosco, a quei silenzi.
E avrei voluto non andarmene di là

6.5 / 7


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TYREL

E niente, questa è la giornata dei film visti con alte aspettative a causa di film precedenti dello stesso regista e tutti andati un pò così così.
Questo poi era di gran lunga quello che più volevo vedere visto che alla regia c'è Sebastian Silva, il regista di uno dei miei film preferiti di questi anni, Magic Magic.
E il problema di Tyrel - che rimane un bel film - è proprio quello di esser venuto dopo quel mezzo capolavoro.
Ma non è tanto il problema dell'esser scesi di livello (per forza direi) ma che Silva ha commesso l'evidente errore di voler fare un film sulla stessa tematica (o quasi).
Quando in un dato argomento raggiungi il top l'errore più banale che puoi commettere è tornare di nuovo là.
Intendiamoci, i due film hanno notevoli differenze (Magic Magic poi di tematiche o interpretazioni ne ha una decina, Tyrel un paio) ma sono più, e più evidenti, i punti in comune.
Ancora una volta un film basato sul disagio interiore di un ragazzo, ancora una volta questo disagio che si crea in mezzo ad amici, ancora una volta una casetta sparsa nella natura.
E ancora una volta un film sulla difficoltà del vivere e relazionarsi, anche se in questo caso sia le cause che gli effetti sono facilmente individuabili.
Eppure l'incipit prometteva davvero molto.
Questo ragazzo di colore in mezzo ad una decina di altri (tutti bianchi), piccole battute spiacevoli, piccole tensioni. Silva è stato bravissimo nel non metter dentro nessun personaggio apertamente razzista, anzi, se andiamo a vedere i comportamenti in sè di tutti non c'è nulla da eccepire, in una serata tra amici qualche piccola frase spiacevole c'è sempre.
Eppure piano piano Tyrel (il ragazzo di colore) inizia a sentirsi a disagio, a bere troppo, a perdere il controllo.
Siamo davanti ad uno di quei film che io chiamo "pentola a pressione", quelli in cui i protagonisti, in maniera lentissima, iniziano a non farcela più, ad andare in apnea, a scoppiare.
Ne ho appena visto e recensito uno sull'argomento, Respire. Citerei poi anche Krisha, come minimo.
Iniziano ad apparire simboli già visti in Magic Magic (il voodoo, il doversi tuffare, un cenno pure all'ipnosi, la natura intorno, Michael Cera :)  ) e Tyrel, specie per contrasti col personaggio interpretato dall'immenso Landry Jones, inizia davvero a non poterne più.
E sì, se è vero che la tensione a volte non manca, è anche vero che il film non riesce mai a decollare e, a differenza sempre di Magic Magic, non porta nessuna premessa a soluzioni drastiche.
In definitiva un bel film, tutto giocato sui dialoghi e i rapporti, benissimo recitato e con 3,4 sequenze davvero belle.
Però, ecco, la sensazione che manchi davvero qualcosa è forte

6.5/7





















26.11.18

Torino Film Festival 2018 - recensioni "Happy new year, Colin Burstead" - "Relaxer" - "History of love" - "53 Wars" - a cura di Riccardo Simoncini

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Cominciamo a parlare dei film del festival.
Io sto avendo tantissime difficoltà a scrivere, mi ritrovo a casa praticamente al massimo due ore al giorno e considerando docce, colazioni, chiacchiere, vestirsi e tutte le cose minime della vita non sto avendo un minuto.
E mi ritrovo così con già 7 film contemporaneamente in testa, un disastro.
Per fortuna che almeno il mio giovin Riccardo ha trovato tempo.
Cominciamo quindi con 4 film suoi (anche se uno l'ho visto pure io), tra cui anche il nuovo di Wheatley.
Grazie Riccardo :)
Da domani DEVO parlar dei miei, almeno una decina di righe l'uno

Happy New Year, Colin Burstead (di Ben Wheatley)
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Festeggiare l’anno nuovo con tutta la famiglia. Arrivare addirittura ad affittare una ricca villa per l’occasione. Ma non si tratterà di un capodanno qualsiasi. Il nuovo film di Ben Wheatley (Killer in viaggioKill List) porta infatti all’estremo un mezzo che il regista britannico ama molto: il dialogo. Sembra di essere davanti ad uno spettacolo teatrale. Un’unica grande scenografia con attori che entrano ed escono dalla scena. E poi un lunghissimo ed ininterrotto dialogo a più voci che si alternano e si sovrappongono l’una con l’altra. Come se fosse vedessimo sulla scena un unico lungo monologo: quello della famiglia Burstead. Un dialogo che è un crescendo di voci, di ritmo, di toni: un climax di tensione che diventa poco per volta più serrato. L’iniziale caduta della “madre” a causa di uno scalino all’ingresso della sontuosa casa. L’arrivo di ospiti inattesi e inaspettati. La richiesta di un prestito familiare. Vecchi amori e vecchie conoscenze. Si parla di tutto. E le parole scorrono rapide, taglienti, spesso dirette e violente. Ma quelle parole non portano comunicazione. In quella famiglia si parla (e si urla) tanto, ma sembra sempre difficile capirsi ed intendersi. Ma la famiglia Burstead alla fine è così e forse in molti casi quando si è insieme è meglio non parlare, se ciò diventa così doloroso. Non resta allora che cantare, prima piano e poi più forte. E dopo aver cantato, iniziare a ballare, abbandonandosi alla musica e smettendo almeno per un momento di pronunciare parole di odio. Fino almeno al prossimo capodanno.
History of Love (di Sonja Prosenc)
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“Tanto c’è tempo”, pensiamo. Per imparare, per scoprire. Per domandare e per capire. Diamo per scontato che le persone che abbiamo vicino rimangano lì per sempre. Ma in effetti spesso sono proprio queste le persone che conosciamo meno. Perché crediamo di avere un’intera vita davanti. Una vita che si può, però, spezzare in un momento. Così la giovane Iva viene a dover affrontare la morte della madre. Senza forse conoscerla davvero. E con lei il fratello, la sorellina e il padre. Ma è Iva la vera protagonista, colei che concretamente vorrà conoscere di più sulla madre. Il film inizia proprio con la giovane orfana, che scopriamo essere una tuffatrice. I suoni in questo momento ci si mostrano come ovattati. Ma pensiamo sia normale dato che la prima ambientazione che vediamo è l’acqua, la piscina. Poi l’attenuazione sonora continua. Delle persone parlano con Iva, ma non capiamo cosa dicano, come se lei fosse isolata dal mondo che la circonda. Solo successivamente intendiamo che ha un problema all’udito che la costringe ad usare quando non è in acqua un apparecchio che pone sopra all’orecchio. La percezione ed i sensi sono in effetti il vero motore del film. Suoni, stimoli visivi e sensazioni tattili. Tutto si fa percezione. Tutto diventa esperienza e scoperta. La pioggia, la piscina, le api, i lampi. Ogni cosa ha un’espressione tangibile che ci permette di conoscerla. Iva vuole conoscere allo stesso modo quella che è stata sua madre. Cerca la percezione come mezzo di comprensione. Quando il corriere porta un pacco indirizzato alla madre (e giunto dopo la sua morte a causa di un ritardo nella spedizione) Iva non vuole aprirlo, ma lo tocca e lo esplora con le mani. Estrapola informazioni attraverso i sensi. E poi incontra persone, visita luoghi. Tutto per costruire un’immagine più completa possibile di quella donna che l’ha data al mondo. Emergono segreti e tante sofferenze. Ma quel vuoto rimane.
Si è giunti a quel vuoto in un istante, in un momento, in un tempo che separa vita e morte. Un tempo che è breve come un tuffo di Iva, in cui ad essere separati sono l’aria e l’acqua. Ma in questo tuffo, quando si entra in acqua, non si riesce più a riemergere. E si sa: in acqua i suoni sono ovattati. Nella vita di Iva ormai è tutto ovattato, come una bolla di vetro, ma in questo caso nessun apparecchio acustico potrà riportare la normalità.
53 Wars (di Ewa Bukowska)
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L’esordio alla regia dell’attrice polacca Ewa Bukowska è il ritratto (non del tutto riuscito) di una donna, sola a casa ad aspettare il marito che è un corrispondente di guerra. I due sono entrambi giornalisti, ma solo lui è riuscito ad inseguire il sogno di viaggiare così tanto e così lontano. Lei vorrebbe in effetti seguirlo, accompagnarlo, ma deve rimanere a casa. Lui dice di aver bisogno di una solida certezza ad aspettarlo a casa. Qualcuno che gli dia la forza, che gli dica che tutto va bene. E poi è pericoloso, laggiù, in guerra. È una situazione difficile da sopportare. Ma l’impressione che noi  abbiamo è che quel luogo in cui la protagonista Anka dovrebbe rimanere per dare forza al marito non sia in realtà così felice, ma che porti tanto dolore quanto la guerra stessa. Sì, perché mentre il marito Witek va e viene dalla guerra, Anka inizia a sviluppare una sindrome da stress post traumatico. La sua casa diventa un campo di guerra, dove ad ogni angolo si nascondono mine pronte ad esplodere. Due campi di guerra paralleli: quello di chi parte e quello di chi rimane, interconnessi attraverso suoni, immagini, testimonianze dei due fronti. Questi input sensoriali portano Anka a idealizzare in maniera onirica e tragica quella guerra, ad interiorizzarla ed immaginarla, anche se spesso in maniera troppo scontata e convenzionale. La sua guerra a (ed in) casa diventa appunto un’ossessione, così difficile da sopportare da costringerla a separarsene ad ogni costo, diventando così anche lei una veterana.
Relaxer (di Joel Potrykus)
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C’è qualcosa di imminente. Qualcosa di grande. Qualcosa che quando arriverà sconvolgerà le vite di tutti. Ma non sappiamo mai con certezza di cosa si tratti, perché fisicamente non vediamo cosa c’è fuori. È difficile contestualizzare spazialmente l’ambientazione del film. Perché Relaxer si compie in una singola stanza, in un singolo angolo, su un piccolo pezzetto di un divano. Non ci stacchiamo mai di lì. Il protagonista Andie stesso sarà costretto a rimanere lì fermo, in quel pezzettino di divano. Tutto per una sfida. Ma capiamo che in realtà di sfide ne ha affrontate tante, con esito negativo però. Questa volta vuole riuscirci, vuole dimostrare che lui ce la può fare. Che non è un perdente, che nella sua famiglia lui conta qualcosa. Così questa sfida diventa un lento (ed eccessivamente lento e lungo) decadimento dello spazio (quell’unico spazio) e dell’individuo (Andie). Un’autodistruzione portata all’estremo. Con sporco e schifo di ogni tipo. E l’esistenza di Andie è lì. La sua essenza, i suoi stimoli, le sue aspirazioni sono lì. Con un gusto nostalgico degli anni ’90, in quell’angusto e sporco appartamento arrivano persone di ogni tipo (e tutti i personaggi sembrano a loro modo usciti da un film di Todd Solondz) e tutti prendono in modo diverso contatto con Andie, sempre intento a raggiungere il suo unico scopo: vincere la sfida, battere il record di Pac-Man, senza potersi mai alzare da quel divano. Per lui quelle sfide non rappresentano semplici giochi, ma sono dei veri e propri obblighi morali, attraverso cui dimostrare a se stesso di potercela fare. Non può sottrarsi. E se non può sottrarsi dalla sfida, si potrà però sottrarre ed isolare dal mondo, perdendosi così l’inizio del nuovo anno. L’inizio del nuovo millennio. Ma forse anche la fine del mondo.

22.11.18

Torino Film Festival 2018, il post di presentazione (non mio eh, anche perchè io una cosa così seria, perfetta e malata manco morto l'avrei fatta)

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Domani comincia il Torino Film Festival.
Andrò 5 giorni. Cercherò di vedere più film possibili (anche se io odio le scorpacciate) e, se riesco, riportarvi recensioni e impressioni giornaliere (sarà difficile visto che a differenza del ToHorror qua iniziano di mattina).
Io non mi sono informato di nulla, andrò all'avventura a casaccio sapendo che tanto lassù ci sono amici che invece di sicuro si son preparati.
Tra questi c'è il celeberrimo Roberto "Palloncini" che per l'occasione ha scritto questo "mostruoso" post di presentazione del festival.
In realtà il post l'ha scritto per FIlmtv.it (sito dove un tempo scrivevo e consiglio) ma ho trovato una legge del 1964 per cui ad una persona che ha dormito almeno 27 giorni a casa tua puoi rubar tutto. 
E Roberto ha dormito a casa mia almeno 53 giorni questi anni.
Quindi mi prendo il suo post, buon divertimento


«Imparammo abbastanza presto che nel nostro giro eravamo gli unici ad apprezzare,
per esempio, i classici del cinema europeo.
Perché ci piacevano? E' difficile  dirlo...
Perché erano strambi e spesso violenti, come noi.
E talvolta confusi e apparentemente senza senso, come la vita.
Insomma, tale era la passione che diventammo cineasti anche noi...
L'idea era ispirarci ai film che ci erano piaciuti, facendo la parodia dei titoli
e poi girare delle storie coerenti con i nuovi titoli.
Erano venute fuori delle cagate pazzesche, ma per qualche strana ragione continuavamo...»
Parola di Greg Gaines, alias Thomas Mann, il protagonista di «Me and Earl and the diyng girl», un film che adoro e che fu proiettato al Torino Film Festival del 2015. In quel film i due amici, anzi «colleghi», Greg e Earl si divertivano a rifare a modo loro i grandi classici del cinema mondiale e tra i tanti grandi autori omaggiati, apparivano in più scene anche Michael Powell e Emeric Pressburger, con la loro inconfondibile sigla fatta di frecce scagliate su un bersaglio. Come a ribadire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, l’importanza del cinema tutto, anche del passato, soprattutto per le nuove generazioni.






Tre fotogrammi da "Me and Earl and the dying girl" che omaggiano Powell e Pressburger

Tre anni dopo, il 36° Torino Film Festival mette al proprio centro i due “archers”, dedicando la retrospettiva principale (assieme all'altra su Jean Eustache) alla "strana coppia" di cineasti, due grandi della settima arte mai troppo conosciuti o celebrati anche se autori di film eccezionali: regista inglese uno e sceneggiatore ungherese l'altro, che firmavano le loro opere col nome di entrambi. Sarà una ghiotta occasione per riscoprire sul grande schermo tanti loro capolavori, a partire dal loro esordio insieme «Duello a Berlino», lasciarsi stregare dalle fantastiche atmosfere di «A matter of life and death», farsi ammaliare dalle suore di un torbido e infuocato mélo come «Black Narcissus», (ri)vedere un cult maledetto qual è «Peeping Tom» firmato dal solo Powell, volteggiare con uno dei loro film più celebri come «The red shoes»,  volare con la fantasia con una delle più belle fiabe avventurose di ogni tempo con «The thief of Baghdad» (la loro è la più nota delle varie versioni cinematografiche) e tantissimi altri della loro lunga e fortunata carriera.

Recensione: "The Breadwinner" (Sotto il Burqa) - Su Netflix - 13 -

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Dai creatori dello splendido La Canzone del Mare un altro film che racconta una cultura ed un popolo, come fu allora quello irlandese adesso è quello mediorentale (afghana).
E ancora una volta tutto viene fatto affiancando al reale l'immaginario, la leggenda, il mito, il racconto orale.
La storia di Parvana, una bimba 11enne col coraggio di un leone.
Una bambina che sta crescendo in una cultura  per certi aspetti straordinaria ma disumana con le donne.
Ne approfitto per dire la mia sull'argomento

Certo non posso dire niente di nuovo - menmeno di interessante - su uno degli argomenti che in questo decennio ha più acceso noi Occidentali, ovvero la terribile condizione in cui vivono le donne in alcuni stati mediorientali.
Faccio un pò fatica a parlare dell'argomento sia per il mio amore sconfinato verso il genere femminile (sì, sono uno di quei vecchi illusi di "Non si toccano donne e bambini") sia perchè la maggior parte delle volte che qualcuno di noi civilizzati (ahaahha) parla di loro lo fa per denigrarli e distruggere la loro cultura.
Quindi, insomma, per non incrociarmi con qualche ultrà religioso-culturale cerco sempre di non espormi.
In realtà basterebbe un minimo di equilibrio, intelligenza e onestà intellettuale per poter dire, anche senza essere profondi conoscitori della cosa (come me), che la civiltà islamica è una straordinaria civiltà, per più di un aspetto preferibile (almeno per me) a questa nostra.
Ma è altrettanto vero che nessuna civiltà è solo buona o sbagliata (come ogni uomo o come qualsiasi cosa, vedi internet) e attaccarla pesantemente in alcuni aspetti non è nè razzismo, nè odio nè incapacità di accettare le diversità, semplice aver coraggio di dire le cose.
Quello che accade alle donne laggiù (uso laggiù in modo molto libero, sapendo di quante diversità poi ci sono) è un qualcosa che, MI FREGA UN CAZZO DELLA CULTURA E DELLE RELIGIONI, è puramente disumano.
In questo stupendo cartone, ambientato a Kabul (Afghanistan, per gli ultrà che di tutta la nazione un continente), viene mostrata benissimo la cosa.
Donne costrette a coprirsi i capelli anche in casa se arriva un estraneo, donne che non possono uscire di casa (nemmeno burkizzate) se non accompagnate da un uomo, donne che non possono guardare negli occhi gli uomini (mi viene da vomitare), donne che non possono comprare nulla al mercato e tante altre brutalità del genere.
Ora, su sta cosa si possono scrivere saggi (e se ne sono scritti) o studiare mille aspetti (ed è sempre un accrescimento farlo) ma in realtà la cosa è di una banalità sconcertante.
In nessun luogo del mondo, in nessuna cultura, in nessuna religione, la donna deve essere inferiore all'uomo.
E lo è ovunque, da casi meno gravi (o più subdoli?) come dalle nostre parti ad altri di devastante privazione come quello citato.
Quindi vaffanculo.
(niente, volevo chiudere l'argomento e l'ho fatto in maniera oxfordiana)

19.11.18

Recensione: "Tutti lo sanno"

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Probabilmente un Fahradi minore.
Ma solo perchè tutti i suoi precedenti erano davvero magnifici.
Al solito l'ennesimo film di pura sceneggiatura, l'ennesimo drammatico che riesce a diventar thriller solo attraverso la scrittura di rapporti, dialoghi e segreti.
A mio modo di vedere film penalizzato dal suo essere internazionale, dall'aver dentro attori famosissimi che hanno distolto l'attenzione dello spettatore dal film.
E i film di Fahradi sono grandi perchè il film stesso deve essere sempre più importante della somma dei suoi elementi

spoiler segnalato a fine recensione


Avete presente quando uno è accecato dall'altro?
Che so, un padre dalla propria figlia, un allievo dal proprio maestro e così via.
Ecco, io sono accecato da Fahradi.
Metto le mani avanti perchè ho avuto voci su quanto questo suo ultimo film sia stato pesantemente criticato.
E probabilmente hanno ragione loro.
Il fatto è che, io, uno che scrive come lui non lo conosco e quindi, niente, sono accecato, non credibile.
Lo dico da subito, "Tutti lo sanno", il primo lavoro non iraniano del Nostro, è leggermente inferiore ai suoi lavori in patria. Anzi, rispetto a un paio di film siamo sicuramente una spanna sotto.
Però m'è venuta in mente una cosa strana, una possibile lettura a tutto questo.
E la lettura è abbastanza psicologica verso lo spettatore.
Secondo me se Tutti lo sanno fosse stato girato in patria, nei luoghi natii e con attori del luogo la critica l'avrebbe amato.

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Il fatto è che quando nei film di Fahradi - film fatti quasi di niente che lui rende straordinari nelle piccole pieghe- ci sono attori importantissimi (come in questo caso) lo spettatore subisce una strana sensazione, ovvero vedere attori famosissimi (e già visti da lui in mille altre occasioni) ritrovatisi in un film in cui succede poco e nulla. 

15.11.18

Recensione: "Respire" (2014)

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Uno di quei film in cui le cose che accadono non sono tanto fatti reali, ma moti dell'animo.
Una di quelle opere di impressionante perfezione psicologica.
Un rapporto morboso, sbilanciato, dove qualcuno vuole e sogna cose che l'altro non pensa nemmeno.
Un film su una splendida ragazza che come un palloncino inizia a gonfiarsi di dolore, speranze disilluse, amori indefiniti, scherno, rabbia e delusioni.
Un film sulla manipolazione.
E sul tentativo di riscatto, di dimostrare che puoi correre anche senza l'altra, anche più forte di lei.
Ma un animo come quello di Charlie non è abituato a questo.
E il respiro si fa sempre più affannato

   presenti spoiler nel finale recensione

Io adoro sto tipo di film.
Quello dove le cose accadono sì, ma le cose che accadono hanno la consistenza dei moti dell'animo.
Uno vede film così, poi prova a raccontarli agli altri e si accorge che non c'è quasi niente da raccontare, che tutto quello che succede lo potresti dire in trenta secondi, parleresti di una ragazza che ne conosce un'altra, che comincia con lei un'amicizia complessa(ta) e morbosa, che si allontanano e si avvicinano fino poi ad arrivare al finale.
Mica te le ricorderesti quasi le singole scene e, anche dovessi ricordartele, raccontarle sembrerebbe tanto banale.

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Perchè questi sono film dove le cose che succedono non sono fuori, non sono nei piccoli gesti o nei piccoli accadimenti, ma stanno tutte dentro l'animo dei protagonisti.
E allora sta a te vederle, sta a te capirne l'importanza e la potenza.
Ma del resto la vita non è poi così?
Se l'analizzassimo ci renderemmo conto che le vette più grandi che abbiamo raggiunto e le fosse delle marianne più profonde dove siamo annegati non sono tanto fatti reali che ci sono successi ma sommità e dirupi interni a noi, dentro questo nostro corpo e questa nostra mente che altro che un solo mondo sono, diciamo un'universo via.
E Melanie Laurent, la splendida Shoshanna di Bastardi senza Gloria, qui alla regia e alla scrittura, tutto questo lo sa.
E ci regala un film che è quasi completamente dentro la sua protagonista (splendida attrice), così dentro che possiamo sentirne l'apnea del vivere.
Se devo citare due titoli che mi ricordano questo connubio fortissimo tra quello che vediamo e la psicologia della protagonista citerei quelle due perle di Magic Magic e Krisha, a suo modo due film che, come Respire, parlano della tremenda difficoltà del vivere, a volte momentanea, altre cronica.
Di quel sentirsi annegare.
E non è un caso che questo film si chiami Respire, titolo meraviglioso che diventa ancora più bello una volta che si è finito di vedere il film.
Perchè di respiri anelati, necessari, trattenuti e sospirati parla il film.
Una pellicola di una finezza psicologica sorprendente, di una "verità" delle emozioni unica, di una naturalezza in alcune scene di imbarazzante realismo.
Film che comincia con un'adolescente che sente delle urla, che scende dalla camera e quelle urla sono le urla dei propri genitori.
Potremmo aprire un capitolo a parte qua, parlare de sta cosa tremenda che ci mostra il prologo, far capire quanto vedere due genitori urlarsi contro senza alcun filtro, senza alcun blocco, senza alcun limite a ciò che si dicono potrebbe esse devastante per i figli.
Quei figli che sentono l'odio nelle due persone che l'hanno creati, quei figli che dovrebbero avere dei modelli da seguire e invece hanno modelli da dimenticare, quei figli che dovrebbero credere nell'amore e forse per colpa di quelle scene, il tempo di scendere le scale della camera, all'amore manco crederanno più.

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Sarà solo la prima di una serie di accadimenti che porteranno Charlie, la nostra protagonista - questa ragazza che sta scendendo le scale - ad un collasso finale inevitabile, ma inevitabile solo perchè tutte le persone che le stanno attorno non si rendono conto dei danni che le stanno procurando.
E' come se il film raccontasse di una ragazza-palloncino che viene gonfiata in pochi giorni di mille cose diverse, dolore, rabbia, speranza, sentimento, delusione, scherno, disillusione, amore. 
E forse è proprio perchè in questo strano elio che la gonfia ci son dentro anche cose belle che l'effetto, poi, è anche più devastante.
Perchè se in una vita che ti sta collassando attorno inserisci dentro anche delle speranze o delle belle sensazioni che poi vengono distrutte allora è la fine.
E tutte le cose potenzialmente belle per Charlie hanno un solo nome, Sarah.
La Laurent è perfetta nel creare un personaggio a 360 gradi in nemmeno 3 minuti.
Prima il suo arrivo in classe dove senza nemmeno conoscere nessuno suggerisce al ragazzo alla lavagna, poi la spaccata nella trave, poi le sigarette, poi la voce sicura e adulta, poi la nonchalance con la quale offende il padre di Charlie al telefono.
Nemmeno cinque minuti e hai un personaggio fatto e finito, quello di una ragazza bellissima che tiene il mondo ai suoi piedi, che sembra governarlo, che è diversa da tutte le altre, adolescenti a volte insicure nel marasma di questa età-crisalide.
E Charlie si innamora di lei, si innamora di lei in tutte le declinazioni che l'amore può darsi, quello di testa, quello fisico ma poi anche quello più subdolo dell'idealizzazione, del voler essere come l'altra, dell'adorazione.
Ne nasce così un rapporto pericolosissimo, un rapporto non paritario, tremendamente sbilanciato.
Anche se per certi versi diversissimo potremmo associare questo loro rapporto a quello devastante che vedemmo in Suntan.
Dinamiche diversissime ma stessa disparità, stessa differenza tra ciò che vuole l'uno e ciò che (non)vuole l'altro, stessa sensazione di inferiorità e di "miracolo" che è capitato a uno dei due.
Stessa dipendenza.
Ed è così che in questa cornice di dipendenza arrivano poi quelle tremende derive che sono il plagio e la manipolazione.

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C'è una scena magnifica.
Charlie è stata praticamente vittima di Sarah a scuola, nel senso che c'è stata una discussione nella quale, come sempre, è uscita "vincitrice" la ragazza perfetta.
Poi però Sarah chiama Charlie e le dice che la perdona per quello che ha fatto, che lo può superare.
Questo fanno spesso i manipolatori, ergersi a vittime (quando invece è tutto il contrario) riuscendo persino a prendersi il merito di perdonare.
Come non pensare a tutti quegli uomini che magari picchiano le proprie donne per qualcosa di ridicolo che hanno commesso e poi fanno finta di dire loro che no, non è successo niente, hanno sbagliato ma loro le perdonano.
Charlie piange, si sente in colpa.
Tipico di chi è manipolato e idealizza l'altro.
La Laurent è brava però a mostrarci il personaggio di Sarah non solo con accezioni negative, tanto che per metà film riusciamo quasi ad empatizzare pure con lei.
La splendida panoramica destra-sinistra di quando torna a casa, con quella tremenda madre che ci viene mostrata, è perfetta in questo senso (tra l'altro la ragazza corre alla finestra a prendersi un respiro, anche questo assimilabile al titolo).
In questa scena, tra l'altro, c'è una piccola finezza di sceneggiatura, una di quelle che emozionano lo spettatore quando ha la fortuna di coglierle.
Mi riferisco alla risata isterica della madre, nè più nè meno quella che Sarah, a inizio film, raccontò divertita essere della zia.
Da notare anche i pantaloni che Sarah si mette addosso prima di andare là, piccolo gesto che vale ancora un personaggio. Ragazza disinibita, promiscua, senza remore, che in realtà si copre per camminare di notte da sola.
Il film ha un notevole calo di ritmo nella parte centrale per me, dopo una prima mezz'ora bellissima (le scene di risata dei ragazzi sono di disarmante verosimiglianza) e un'ultima mezz'ora straordinariamente apnoica.
E ha anche un passaggio di sceneggiatura molto facilone e discutibile, ovvero quello in cui Charlie diventa d'improvviso una bullizzata solo per un piccolo segreto (tra l'altro manco grave) venuto fuori in bagno.
Non mi sembra un passaggio per cui un'intera scuola può prenderla di mira, anzi, avrei detto il contrario.
Sì, però nell'ultima mezz'ora tutto quel gonfiarsi del palloncino-ragazza e tutto quel lento soffocamento lo avvertiamo in maniera straordinaria (anche grazie alla colonna sonora).
Assistiamo a una spirale senza via d'uscita.
Prima quel "t'ammazzo" detto alla festa che sembra quasi un bacio.
E Charlie è lì, col cuore a mille e il fiato corto, un fiato corto dal duplice significato, quello della paura e violenza di ciò che le è stato detto ma anche quello della vicinanza di lei, di quella bocca che l'ha sfiorata.
Poi c'è lo sputtanamento nel bagno, poi la bullizzazione che Charlie, in maniera quasi commovente, combatte con lo studio (bellissime quelle scene).
E poi quella corsa sulla pista d'atletica che secondo me è la scena madre e metafora del film, magnifica, da brividi.
Charlie corre, Sarah la supera e la spinge (metafora della sua superiorità in tutto, del suo essere arrogante e irraggiungibile), Charlie allora comincia a correre più forte, questa volta è lei a superarla, è lei a volerle dimostrare che non solo non le è inferiore ma che può starsene anche davanti a lei.
Ma superare un proprio modello, superare un proprio manipolatore, è una cosa difficilissima, che poi ti manda in panico.
Il respiro (ancora una volta) di Sarah si fa sempre più affannato, quel suo voler essere andata oltre il proprio ruolo non riesce a reggerlo.
E stramazza al suolo.
Ormai Charlie è una ragazza distrutta, troppe emozioni, troppi dolori, troppi sforzi.
Sente i suoi genitori fare sesso dopo tanto tempo (ancora respiri, ancora sospiri), poi la madre le dice che no, che è finita, che quello è stato solo l'ultimo riavvicinamento prima di dirsi addio, l'unica soluzione possibile.
Poi in questa situazione sempre più delicata torna Sarah e per l'ennesima volta le fa il lavaggio del cervello, tenta di manipolarla.
Ma Charlie, o il palloncino che è, è ormai completamente gonfio e il gesto che compierà sarà quello di un inevitabile collasso.
E in un film come questo fatto di apnee, di respiri mozzati, di sospiri di sesso, di bisogno infinito di prendere boccate d'aria, di uscire da una vita-prigione devastante, quel gesto finale, terribile, sarà proprio un togliere il respiro.
Come l'amore.
Come un cuscino.
Ci sarà un pianto che ricorderò come uno dei più struggenti di questi anni.
E poi l'ennesimo finale con sguardo in camera.
Forse sperando di uscire da là, forse un chiederci aiuto.
Forse un cercare un respiro di vita fuori dal film perchè, dentro il film, dentro quella vita, ormai siamo come morti dentro

8


8.11.18

Recensione: "Soldado"

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Un primo tempo che oltre alla perfezione tecnica offriva veramente ben poco.
Standard, privo di guizzi, con una storia parallela debole e, soprattutto, completamente mancante di noi, dell'uomo.
Poi nel secondo arriverà tutto questo e, se non fosse per "quella" cosa nel finale, avremmo un film quasi perfetto nel come riesce a compattarsi ed acquisire profondità.
In ogni caso Sollima vince, e alla grande, la sua prova americana

presenti spoiler


Non c'era bisogno de esse grandi esperti de cinema per capì che i lavori de Sollima avessero un grandissimo afflato (l'ho imparata oggi sta parola eh, basta con "respiro") internazionale.
Quindi trovasselo in America a girà addirittura il sequel di un film di quel mostro de Villeneuve a me ha sorpreso solo fino ad un certo punto.
Ormai che i migliori registi europei finiscano laggiù è dato di fatto e sempre più frequente. Bella, bellissima cosa, anche se molte volte il volo transoceanico ha portato questi stessi registi a rinnegare del tutto sè stessi, a diventare bravi tecnici di una catena di montaggio standardizzata.
Ci sono non so quanti esempi in tal senso.
Poi, invece, c'è gente come Lanthimos che riesce nel miracolo incredibile de adattasse al cinema grande restando comunque sè stesso.
E Sollima?
Beh, Sollima non è che fosse principalmente un grande autore, ovvero uno che spicca per scrittura, tematiche e cifra. Sollima è un nostro grande regista, uno che sa girare, sa creare atmosfere, sa dare densità e sa risultare sempre dannatamente credibile ma, per il resto, niente da strapparsi i capelli.
Sarà quindi difficile per noi capire se il Sollima a stelle e strisce è rimasto sè stesso. Di sicuro ha portato tutte le sue sapienze e realizzato l'ennesimo grande prodotto filmico.
Che poi, diciamoci la verità, vedi Soldado e ti sembra di vedere veramente Sicario 2, nel senso che tutto gli somiglia, dalle luci alle riprese, dalla costruzione dei personaggi alle tematiche. E, visto il finale - dando quasi per scontato un Sicario 3 - ecco che capiamo che questa faccenda che Sollima abbia fatto il Villeneuve non è tanto per un'incapacità personale del Nostro a mettere dentro "sè stesso", quanto per un evidente ritrovarsi dentro un "progetto" (secondo me di almeno 3 film) che di coerenza narrativa e registica aveva bisogno.