28.10.21

Recensione: "Petite Maman"


Un film meraviglioso in cui ognuno di noi ritroverà, in qualche modo, sè stesso.
Muore la nonna, la madre e la figlia devono andare alla casa d'infanzia della stessa madre (quella dove per intendersi viveva la nonna) per portare via tutto.
Nelly, la piccola bimba, si avventura nel bosco dietro casa.
Farà la conoscenza con un'altra bimba, praticamente identica a lei.
Petite Maman è un capolavoro di scrittura, è un film minuscolo che riesce solo col soggetto e con i dialoghi a farci provare emozioni fortissime.
E' un film che riesce ad usare i paradossi temporali in un modo così incredibile che potremmo definirli non tanto paradossi temporali, ma paradossi emotivi, come se tutto quello che vediamo più che riguardare il tempo riguardi qualcosa che è dentro di noi, un nostro viaggio mentale.
Tutti noi avremmo la necessità di andare a conoscere chi è veramente nostra madre (o nostro padre). Tutti noi avremmo la necessità di andare a conoscere chi è realmente nostra figlia.
C'è bisogno di incontrarsi, di capirsi, di chiamarsi per nome, di conoscere da dove deriva quello che siamo adesso.
C'è bisogno di guardare le ombre sul muro insieme.

 Potrebbe essere il mio film dell'anno.
Non sempre il mio film dell'anno è il film più bello (ma Petite Maman è comunque bello, bellissimo).
Non sempre il mio film dell'anno è quello che più mi ha emozionato (ma Petite Maman mi ha emozionato tanto, tantissimo).
Ma di solito il mio film dell'anno è quello, che oltre alle due cose qua sopra, sento che mi ricorderò a vita, quasi scena per scena.
E Petite Maman me lo ricorderò a vita.
E' il primo film che vedo della Sciamma anche se in realtà mi ero già imbattuto in lei con quel capolavoro di cartone che è La mia vita da Zucchina, perla scritta da lei.
Sommando i due film, le due scritture, è impossibile non constatare come la Sciamma sappia raccontare il mondo dei bambini come pochi altri.
Petite Maman è un film piccolissimo, minuscolo, pochi attori, una manciata di location, pochissime azioni, durata brevissima (70 minuti).
Per capire quello che è Petite Maman voglio andare ad una scena davvero poco importante, anzi, praticamente solo strumentale.
Nelly, la nostra splendida protagonista bambina, trova nella casa d'infanzia della madre un vecchio gioco, quello della pallina da colpire legata da un elastico alla tavoletta, così che torni sempre indietro.
La bimba, una bimba degli anni 2020, va fuori a giocare, e si diverte un mondo.


Petite Maman è quel gioco, Petite Maman è far tornare il cinema all'essenziale, toglierlo di ogni modernità, effetto, trucco, renderlo soltanto una pallina e una tavoletta di legno e riuscire comunque ad emozionare. Anzi, riuscire ad emozionare proprio per questo, per avere davanti una cosa apparentemente così spoglia ed essenziale e ritrovarci a provare emozioni che tantissime cose più elaborate non ci danno.
E' incredibile come questo film usi in maniera pazzesca i paradossi temporali, quell'aspetto che di solito attiene alla fantascienza o, comunque, a film molto strutturati, complessi.
Qui il paradosso temporale alla base del film è invece qualcosa che alla fine col tempo oggettivo c'entra poco o nulla, è qualcosa che ha a che fare semplicemente con la nostra esistenza, col nostro cuore.
Incontrare i nostri genitori bambini non è tanto un qualcosa alla Ritorno al futuro, quanto un viaggio psicologico ed emotivo che facciamo per andare a conoscerli, per avvicinarci a loro, per capirli, per sapere da dove vengono, per comprendere che radici abbia quello che sono adesso.
Ed è per questo che l'incredibile incontro di Nelly con la madre bambina non va visto come qualcosa di reale (anche se la Sciamma ce la mostra per tale, facendo interagire anche altri personaggi) ma come un viaggio mentale di una bimba che ha un disperato bisogno dell'amore della madre, madre che vive un periodo di profonda depressione (ci sono anche assonanze con Babadook).
Il film è da vedere quindi come il viaggio mentale di una figlia che va a trovare la madre nel passato. Ma, al tempo stesso, possiamo vederlo anche all'opposto, ovvero il viaggio di una madre nel suo passato, per incontrare la propria figlia.
E' un bisogno condiviso quello delle due protagoniste, è una assoluta necessità di "incontrarsi" per conoscersi meglio, per capire l'essenza del loro rapporto e dei loro problemi.
Per vedere nell'ombra una pantera nera insieme.


Non è un caso che nel finale (da pelle d'oca, come tutto l'ultimo quarto d'ora) le due si chiamino per nome. Perchè in quel momento non sono più madre e figlia, sono Marion e Nelly, nella loro essenza. Sono due persone che si sono conosciute, che adesso sanno come amarsi, sono due esseri umani singoli che solo adesso, chiamandosi per nome, è come se si riconoscessero e siano quindi pronte ad essere nuovamente, e molto meglio di prima, madre e figlia.

25.10.21

Recensione: "Pig" - (Michael Sarnoski - 2021) - Rocco's House - 3 - Ma parliamo anche del Signor Magi e de na pasta con tempo de cottura de 24 minuti

 

Il terzo appuntamento con il film a casa de Rocco, inevitabilmente, mi farà parlare di tante cose e poco del film. Se ancora non lo conoscete...conoscerete il mitico Signor Magi, il commerciante di tartufi di Montecchio. Poi si parlerà anche di questo film, un drammatico sui generis molto particolare che come ritmo e accadimenti di cose ricorda un pò Blue Ruin.
Nicholas Cage è un cacciatore di tartufi che vive recluso dal mondo. Un giorno glie rubano il su maiale, che oltre ad essere un formidabile trovatore di tartufi è anche il suo affetto più caro. Inizierà la sua ricerca in città per trovare chi l'ha preso. 
Opera prima strana e intima che merita assolutamente una visione

Il problema degli appuntamenti con la Rocco's House, la rubrica dei film visti a casa de Rocco, è che alla fine del film te frega e non te frega, quel che conta è il contorno (non inteso come cibo, ma anche).
Se poi invece d'esse solo in 2 ti ritrovi addirittura in 5 allora il film diventa davvero n'optional.
Allora, come al solito partimo dalla cena.
Dovevo fa il pollo al curry ma Rocco niente, ha saputo che ce vole il burro e, oh, anche se gl'ho detto che non se sente per niente come sapore e serve solo a dà cremosità alla salsina non ha voluto sapè niente, non me l'ha fatto fa.
Abbiamo così ripiegato sulla carbonara.
Il problema è che gli ovi eran pochi, il pecorino uguale e allora ce siamo dovuti arrabattà.
Ma la cosa clamorosa, per me record in 30 anni che cucino, è quando Rocco c'h proposto i su pici artigianali come pasta.
Ecco, volete sapè quanti minuti de cottura c'avevano?
VENTIQUATTRO
24
VENTIQUATTRO
Ho controllato dentro la confezione se al posto della pasta c'erano direttamente le spighe de grano ma no, c'era la pasta davero.
Comunque bona, parecchio, andata bene.
Poi comincia sto film, Pig (avevamo appena mangiato pancetta, ce sentivamo in colpa) con Nicola Gabbia come attore principale.
Io non sapevo manco che era, pensavo addirittura n'horror.
E invece no, e invece è un drammatico stranissimo, dove accadono cose una dietro all'altra che se legano in maniera non chiarissima. Eppure un bel film, forse assimilabile come ritmo e modo anomalo di raccontare a quel grandissimo film che fu Blue Ruin.
Il problema cristo de sto film è che a 'n certo punto se inizia a parlà de tartufi.
E quindi niente, è impossibile quando senti parlà de tartufi e de venditori de tartufi (perchè il film parla de quel mondo), dicevo è impossibile non ripensà a uno dei capolavori del tubo, ovvero il video del SIGNOR MAGI, questo


E' stato difficilissimo, quando avemo citato sto video, sta poi seri pel resto del film.
Ora, i tartufi che trova Cage nel film son veri e buoni, no farlocchi come quelli del Signor Magi.
Probabilmente il Signor Magi non c'aveva il maiale che c'ha Cage nel film, un maiale da tartufi che vale oro.
L'unico Maiale in qualche modo accostabile al Signor Magi è probabilmente il Dio omonimo che, pieno di rabbia, cita il buon Ruggeri (il ragazzo del video).

Veniamo al film, brevemente però.
Rob vive da solo con il suo maiale.
E' sperduto in un bosco.
Scambia i tartufi che trova con piccole cose che arrivano dalla città, cibo ed oggetti.
I soldi non gli interessano, la sua è una vita di estrema povertà e di rifiuto della società civile.
Un giorno gli rubano il suo amato maiale e allora si affida ad un suo giovane cliente per aiutarlo a trovare i colpevoli.
Da qui nasce un film molto "strano", in cui si passa da una scena all'altra con motivazioni parecchio particolari, forse troppo particolari.
Ci troviamo in un vecchio magazzino, poi in un seminterrato dove fanno una sorta di fight club, poi a casa di un riccone (il padre del ragazzo). Non che i vari passaggi non siano spiegati ma il plot resta comunque tutt'altro che solido. Sembra un difetto - e magari lo è anche - eppure c'è da applaudire a questa sceneggiatura e opera prima così poco canonica nel raccontarsi.


Piano piano iniziamo a scoprire il passato di Rob (niente di che eh, è un film in tutti gli aspetti sotto le righe) anche se questo suo fuggire dalla società e dal suo lavoro non sono spiegati come meritavano, anzi, nell'unico discorso che fa il protagonista al riguardo (quello con lo chef, personaggio e attore secondo me terribili) il livello di scrittura del film secondo me presenta i suoi limiti.
Si va avanti, come dicevo ci troveremo in luoghi strani (un magazzino con un passaggio segreto, un seminterrato dove gastronomi se prendono a pizze - ma intese come schiaffi e cazzotti - un cimitero dove viene conservato del vino - vino che farà resuscità i morti? - poi un forno dove c'è un mezzo personaggio poco funzionale e poi la casa del padre, tutto in maniera abbastanza arbitraria), la vicenda prende il nostro interesse ma non tanto la nostra empatia (Cage discreto ma l'emozione non arriva).
Ma più che altro in questo film onesto, coraggioso e strambo ci chiediamo perchè Rob non si lavi MAI. All'inizio può esser carina come cosa e verosimile, alla lunga vederlo col sangue in faccia per giorni diventa ridicolotto eh.
Per mantenere la sua stranezza fino in fondo il film presenta forse nel finale il suo passaggio più strano. Quel ricco bastardo sembrava un pezzo grosso, uno cattivo, e invece viene "battuto" e reso un agnellino in modo proustiano, facendogli riassaggiare il pasto che mangiò 20 anni prima al ristorante di Rob, insieme alla moglie. Non lo so, in teoria è una bella trovata di scrittura ma, come tutto il resto, sembra veramente poco verosimile.
Poi, in questo anomalo film si arriverà a scoprire la verità sul maiale, in verità preventivabile.
E ci sarà un finale molto sommesso, anche questo "umile", intimo.
Un film che più che bello gli si tende a voler bene

7

21.10.21

Recensione: "Days"

 



Tsai Ming-Liang è un regista straordinario.
Tsai Ming-Liang ha fatto almeno 3-4 film che sono storia recente del cinema.
Ecco, ste due frasi non le sto dicendo io. 
Ste due frasi sono verità praticamente assolute che qualsiasi critico (e io non lo sono) e qualsiasi cinefilo (e io non lo sono) potranno dirti.
E, ripeto, sono verità incontestabili.
Verità incontestabili che non possono quindi minimamente venire intaccate dal mio primo approccio col regista.
Ieri, al cinema.
E l'unica cosa che riesco a dì è "Maremma maiala".
Quindi un pochino sarò serio ma un pochino lasciatemi anche divertire, devo sfogamme


Ieri a 'n certo punto - dopo 8 minuti che era iniziato il film - arriva 'na coppia de giovani.
Se siedono a un posto da me.
Quando capitano ste cose a volte succede che, gente magari non timida, te chiede "Ch'è successo fin'ora?".
Ecco, non me l'hanno chiesto.
Perchè altrimenti gl'avrei risposto non solo niente ma:
"E' ancora la prima inquadratura, e quello non s'è manco mosso dalla sedia"


Ora, io adoro il cinema volgarmente definito lento, anzi, lentissimo.
E adoro i film orientali.
E adoro i film a inquadratura fissa.
E adoro i film che parlano del niente, delle nostre vite nei loro aspetti più minimi.
Dio caro, ho addirittura adorato un film dove per du ore praticamente inquadrano solo il viso de na donna cinese che sta a morì (Mrs Fang).
Quindi se volete dimme "lascia perde sto tipo de cinema, non fa per te, torna alle tu cazzate" a me va bene eh, ma in realtà io sto tipo de cinema non solo lo adoro, ma sti anni, e molti di voi lo sanno, l'ho pure condiviso, fatto vedere, fatto sottotitolare, fatto conoscere.
Quindi pensatela come volete.
Il fatto sta che io ieri per arrivà alla fine de Days (oddio, detta così sembra la Morte, "alla fine dei giorni"), dicevo per arrivà alla fine de Days ho faticato come quei velocisti che al Giro D'Italia arrivano a 3 ore de distanza sulle tappe de montagna.
Roba che, lo ammetto, dovevo mandà sms (sì, ho ancora sms) per distramme e sta sveglio (tanto eravamo in 4 in tutta la sala).

Allora, io so sicuro che sto film l'avevo già visto, questo è un remake.
Mesi fa è morto il mitico Youtubo anche io, personaggio di cui avevo visto tutto il vedibile.
E un giorno niente, fece un video alle 3 de notte dove pe n'ora lui tagliava na verza, nient'altro.
Eccolo.



Io credo che Tsai Ming-Liang (lo ripeto per l'ultima volta, regista grandissimo di cui recupererò di sicuro i capolavori), dico, son sicuro che sto video l'aveva visto perchè ieri ad un certo punto c'era solo na telecamera fissa che per 25 minuti c'ha mostrato uno che tagliava verdure al bagno e poi le cucinava.
Ma dio bono, Youtubo anche io ogni tanto, anche se POCO, ma ogni tanto parlava!
Qui no, non parlano mai (e, altra excusatio non petita, io adoro anche i film in cui non parlano mai eh), la prima frase arriva dopo 34 minuti e 27 secondi e poi per altri 33 non arriva mai la seconda.
Ma ok!
Poi però dopo lunghe, lunghissime inquadrature e silenzi arriva LA scena.
Credo forse la più coraggiosa ed estenuante dei miei ultimi anni al cinema.
Un massaggio omoerotico de 24 minuti.
Una sola inquadratura laterale.
Sicuramente questo è grande cinema, coraggioso, estremo, anticonformista.
Ma restano 24 minuti de un massaggio, come la giri la giri.
Io credo ci sia un limite a tutto, non dico che ci siano tempi filmici da rispettare eh (anche perchè tutti i film che più amo li stravolgono) ma anche nel non rispetto dei tempi c'è per me sempre un limite. O comunque, se superi quel limite (ripensiamo al Mrs Fang di sopra) devi trasmettere qualcosa di grande allo spettatore. Farlo emozionare, farlo riflettere.
E non solo in quella scena ma purtroppo in tutto il film io emozioni e riflessioni praticamente zero.
In realtà Days ha un "concept" (come dicono quelli bravi) molto molto bello.
La vita di due uomini.
Le loro esistenze che si incrociano solo per un momento, in quel massaggio in albergo.
Poi, si perdono di nuovo (e, se non sbaglio, nel finale quando lui è seduto sulla panchina il primo a passargli davanti è proprio l'altro, fosse così la trovo una scelta grandiosa e simbolo dell'intero film, di queste traiettorie che a volte si incrociano e anche quando si incrociano a volte te ne accorgi ed altre no).
Un altro aspetto che mi è piaciuto sono le 3 scene (la primissima, quella della doccia insieme e quella - massacrante, lunghissima - di lui a letto nel finale) in cui scorgiamo negli occhi del protagonista una tristezza profondissima, una malinconia devastante. Occhi lucidi, quasi rossi. Senza che ci venga detto nulla. Stupendo.


E me sarebbe piaciuto da morì anche il finale (appunto, lui sulla panchina) con quel carillon. Ma, anche lì, andiamo almeno 3 volte di troppo in lunghezza.
Days è un film dalle magnifiche inquadrature (stupenda anche quella che ha portato alla locandina), che resta affascinantissimo perchè quando vedi mondi così diversi e lontani dal tuo essere lì, quasi a spiare, diventa cultura quasi di per sè.
C'erano tutte le carte in regola per farmelo amare follemente.
Eppure sin dalle prime due inquadrature il mio cervello si è quasi spento, anestetizzato da quei long take in cui non solo la macchina da presa, ma nemmeno gli attori, si muovevano.
Ad un certo punto arriva la scena di quell'assurda agopuntura e mi risveglio perchè troppo strana, troppo bella, troppo "aliena".
Eppure, anche stavolta, Tsai Ming-Liang mi va talmente lungo che io allora alzo bandiera bianca e glie dico "Ok, ho capito, lasciamo perde, non fai per me, te guardo fino in fondo perchè so al cinema e sei un Maestro, ma sto veramente male".
In realtà piccolissimi movimenti di macchina ci sono, per strada. Sinceramente io a quel punto li avrei evitati, per essere ancora più radicale.
Una di queste sequenze vede il nostro protagonista camminare per strada con un collare e tendendosi, non si sa perchè, la tempia. Non c'è mai una spiegazione (e io sta cosa la amo eh) e forse rimettendo insieme i pezzi il film in realtà non è lineare. Lo dico specialmente ripensando a sto collare e alla cicatrice del protagonista che, mi pare, a volte ci sia a volte no.
Cambia poco alla fine perchè Days resta un film sul nulla (se mai la vita che scorre possa esser chiamata nulla), un film sulla solitudine, sulle vite che si sfiorano, sui mali "oscuri", sull'incapacità d'esser felici.
Eppure l'emozione non arriva, eppure quelle lunghissime inquadrature invece che esaltare un'immagine, una sensazione, un sentimento, un mood, lo annullano perchè lo spettatore (leggi = io) inizia più a pensare alla macchina cinema (leggi = la lunghezza della scena) che al contenuto. In un film in poi in cui la macchina cinema sarebbe addirittura annullata, visto che c'è sempre la sensazione che noi stiamo spiando quelle vite, con la macchina da presa fissata in dei punti impensabili che sta solo lì e scruta.
Ma io non sono mai entrato dentro al film, io stavo morendo.
E allora non vedo l'ora di vedermi i capolavori di Tsai (è questo il cognome no?), perchè son sicuro che il suo modo di far cinema e la sua sensibilità sono tanto vicine a quello che amo.
Ma se devo riveder Days, lo giuro, allora preferisco rivedermi "Youtubo anche io" che taglia la verza.
E beve acqua Ginevra. 
E si tira su gli occhiali ogni tanto.
E ha quelle tempie che pulsano ad ogni morso.
E mangia non sapendo che sta per lasciare questo mondo.
Senza nemmeno un carillon per accompagnarlo


19.10.21

Il Buio in Sala su Instagram, la guida finale (finale una fava...) a tutto quello che facciamo dentro IG




Ormai è passato, me pare, un mese e mezzo da quando il blog è finito anche su Instagram.
Feci già un post per dirlo ma in questo mese e mezzo abbiamo aggiunto così tante cose che mi sembrava veramente impossibile non fare un nuovo post di aggiornamento.
L'idea iniziale di mettere "solo" 3 film a settimana (prendendoli dall'archivio del blog) è durata giusto una settimana. Poi ogni giorno che passava c'è venuta un'idea in più.
E' giusto fare un post riepilogativo con tutto.

Allora, per prima cosa ricordo che la pagina è gestita da 4 ragazze/i fantastiche/i (mi hanno insegnato che devo mettere doppie desinenze, vabbeh..).
Sono Gaia, Martina, Francesco e Lorenzo. 
Ognuno di loro al tempo stesso pensa a  "tutto" ma ha anche delle piccole gestioni personali.

Ma andiamo a vedere tutto quello che stiamo facendo.

Innanzitutto questo il link alla pagina


PRESENTAZIONE SETTIMANALE FILM

Ogni settimana stiamo presentando nella pagina 3 film presi dall'archivio del blog. Credo di aver recensito circa 1300 film, almeno 700 meritano di finire su Instagram (vado a caso, magari sto sbagliando di molto).
Presentiamo ogni nuovo film il:

LUNEDI
MERCOLEDI
VENERDI

Come potrete vedere dal "wall" della pagina (un'idea ve la fate dall'immagine copertina del post) cerchiamo di creare terzine con immagini coerenti, o per colore o per inquadratura, per dare anche un senso estetico al tutto.
Ogni film avrà un post con titolo, regia, nazionalità, 20 righe di presentazione mia e disponibilità su piattaforma.
Ad ogni post sarà abbinata una "storia" che lo annuncia.
A volte la scelta dei tre film settimanali è, appunto, solo estetica, a volte sia tematica che estetica (ad esempio i film di Sean Baker con immagini di primissimi piani) .
TUTTI i film saranno salvati nelle "storie in evidenza", a seconda della categoria dove abbiamo deciso di metterli, a volte categorie oggettive come:

OPERE PRIME
ANIMAZIONE
NON DISTRIBUITI

a volte categorie "soggettive" come:

I MAESTRI (i film dei registi più grandi e famosissimi)
I SOTTOVALUTATI (film conosciuti ma secondo me non valutati come dovrebbero)
CINEMA NASCOSTO (cinema in qualche modo distribuito ma visto da pochissimi)
I CULT (film, volendo anche molto recenti che, in qualche modo, sono diventati cult)
FILM IN PIATTAFORMA (film vedibili sulle varie piattaforme, perlopiù originali delle stesse)


Da una settimana abbiamo deciso anche di mettere un "non distribuito" in ogni terzina e, come si faceva nel Guardaroba, condividere poi il link nel nostro gruppo Telegram, gruppo che trovate o cercando su Telegram "Il Buio in Sala Telegram" oppure cliccando il link nella pagina Instagram.

USCITE DEI FILM IN SALA

Ogni giovedì pubblicheremo una storia segnalando i film più belli in uscita quella settimana. spesso anche indicando le sale dove verrà proiettato

LISTE E CLASSIFICHE

Ogni sabato ripescheremo una delle liste del blog e la condivideremo sotto forma si "storia", affiancando anche un sondaggio con box per sapere (anche solo per curiosità) i vostri preferiti

QUIZ

Ogni domenica faremo una "storia" mettendo un frame zoomato di un film, chiedendovi di indovinarne il titolo. Se passano ore senza che nessuno indovina forniremo a intervalli più o meno regolari degli indizi. Il vincitore del quiz potrà scegliere un film della terzina della settimana successiva.

CONSIGLI IN SALA, IN TV E IN PIATTAFORMA

A differenza di tutte le categorie qua sopra qui non ci sono giorni prefissati.
Ma ogni singolo giorno potrebbero esserci storie per consigliare film in tv nella stessa serata (con anche una piccola presentazione mia) oppure, se vado al cinema, consigli per andare in sala a vedere film in programmazione in quel momento (sempre con una piccola presentazione) oppure, se vedo film meritevoli su piattaforma, stessa cosa, una storia per segnalarli

Ecco, credo che per ora sia tutto.
Arriveranno altre idee ma per ora direi che è più che sufficiente :)


16.10.21

Recensione: "A Chiara"

 

A Chiara è un film meraviglioso.
Un film che ho amato dalla prima all'ultima inquadratura.
Scrittura di rara sensibilità, regia pazzesca, personaggi che ti restano dentro, tematiche fortissime.
E lei, lei, è così grande da non crederci.
Cinema di sguardi, di cose dette e non dette, di persone che sbagliano ma sanno anche amare.
La storia di una 15enne che scopre qualcosa del padre che non sapeva.
La storia di una ragazzina fortissima, ossessionata dalla verità.
Carpignano ha qualcosa nello sguardo e nella scrittura che hanno davvero in pochi.
Carpignano conosce la potenza massima delle cose minime


Scrivo (quasi) sempre mettendo l'emozione davanti a tutto il resto ma a volte capitano film come questi - in cui dal primo fotogramma all'ultimo sei come incantato - e allora le cose si fanno ancora più difficili.
Perchè film come A Chiara li sento talmente miei, talmente "perfetti", che poi parlarne con un minimo di oggettività - io che l'oggettività già ne ho poca di mio - diventa impresa quasi impossibile.
Ho adorato questo film (primo che vedo di Carpignano che, lo dico subito, per me è un mostro) dal suo primo istante all'ultimo. 
Ho adorato la regia, ho adorato la scrittura, ho adorato i personaggi, ho adorato i volti, ho adorato il messaggio, ho adorato gli sguardi, ho adorato il manifesto e il non detto.
A Chiara, semplicemente, è un film magnifico.
La cosa più impressionante, in un film di due ore poi, è il non avere nemmeno 5 minuti di stanca, possedere un ritmo narrativo ed emotivo che mai si placa, tenerti con sè, sempre.

L'incipit è formidabile.
Sembra di stare vedendo un film Dogma, sembra di trovarci davanti al Trier di Melancholia (che ok, Dogma non era del tutto ma in alcuni aspetti sì) o, soprattutto, al Vintenberg di Festen.


Siamo ad una festa di compleanno, la macchina da presa si muove senza sosta, nervosa, sporca, apparentemente in modo casuale ma con, invece, una maestria spaventosa. Vediamo volti, sentiamo discorsi, la gente si alza, sta seduta, festeggia, in 20 minuti vorticosi che sono una specie di centrifuga. E Carpignano dimostra già in questa centrifuga di avere qualcosa che non tanti registi hanno, ovvero quella sensibilità massima delle cose minime.
Questi primi 20 minuti sono 20 minuti in cui, continuamente, vediamo lo sguardo di una figlia cercare suo padre, e quegli sguardi, se uno li coglie, sono già la certezza di che razza di scrittura abbiamo, sono quegli aspetti minimi (ma basilari) che vanno intravisti nella santabarbara di urla, musica e volti.
Tanto che questo ho pensato all'inizio, questo sarà un film su un solo aspetto, su una figlia che cerca disperatamente con lo sguardo il padre (poi, per plot, il film andrà altrove).
Poi siamo a tavola, e anche qui la sensibilità di Carpignano è massima nel raccontare, in modo vergognosamente perfetto, questo padre amorevole che però no, non riesce ad alzarsi, non riesce a fare il discorso. E però dice all'altra figlia quanto la ama e i due si abbracciano e piangono mentre il resto del mondo festeggia. Madonna mia.
E poi la gara di ballo che diventa quasi - ancora - gara di sguardi. Abbiamo due personaggi che quasi non si sono mai parlati tra loro, il padre e la magnifica Chiara, e solo con tutti questi sguardi abbiamo un rapporto, abbiamo una storia, è come se conoscessimo tutto quello che c'è tra loro, l'amore, i sospetti, la paura, la gelosia. Chiara cerca sempre il padre perchè, forse, ha capito che c'è qualcosa nella vita del genitore che lei non conosce. Lo cerca perchè è gelosa di lui e perchè qualcosa le sfugge. 
Poi, scoprirà cosa.
E inizierà a capirlo in altre due sequenze pazzesche girate da Carpignano, due scene quasi identiche a metà tra realtà e sogno (tremendamente reali ma inquietantemente oniriche), di cui una in un magnifico piano sequenza.
Carpignano sta sempre addosso alla sua splendida protagonista, come fosse l'Aronofsky di madre!, di The Wrestler, de Il Cigno Nero.
La segue, la pedina, la precede, le sta accanto, sempre.
E in quel piano sequenza ci sono 5 minuti di cinema altissimo, c'è l'attrice, c'è la regia, c'è l'atmosfera, c'è la colonna sonora, c'è la storia, sembrano quasi sequenze di un cinema d'orrore colto, coltissimo, e in realtà è solo una telecamera che segue una ragazzina.
E quella ragazzina, perchè prima o poi dovevamo arrivarci, è Swamy Rotolo, una giovane attrice che tira fuori un'interpretazione che mette i brividi, straordinaria, indimenticabile.
Il suo volto è per 90 minuti dei 120 totali davanti alla telecamera, roba che riesce solo ai grandi. Eppure lei è grandiosa, sempre, lo è quando parla, lo è quando tace, lo è quando agisce, lo è quando osserva, lo è quando ride, lo è quando piange, lo è quando spera e quando si dispera.

12.10.21

Recensione: "Oxygene" - Su Netflix

 

Probabilmente questo sci-fi claustrofobico (una sola protagonista chiusa in una capsula, una specie di Buried con ambientazione diversa) è il miglior film di quello strano regista, perlopiù cazzone, che è Alexandre Aja (cognome che è via de mezzo tra un'espressione de dolore e na marca de pollo). Oddio, ce sarebbe quel cult horror indimenticabile che è Alta Tensione ma quel magnifico colpo di scena che aveva dentro, diciamocelo, era inaccettabile (dio santo! ma perchè????).
Sicuramente è il film più sobrio e trattenuto di Aja, il più esistenziale, quello più raffinato. Oxygene è la perfetta unione di 3 bellissimi film recenti, Buried (appunto), Il Gioco di Gerald e Moon. Ogni aspetto (scene, inquadrature, passaggi di sceneggiatura, tematiche) che trovate dentro al film di Aja sicuramente la ritroverete in uno di questi altri 3 film.
In ogni caso visione godibilissima, da appassionati del genere ma non solo. Certo niente di indimenticabile ma un film molto intelligente, umile, e capace di toccare argomenti anche delicati. 
E lei, Melanie Laurent (ormai anche regista sopraffina) è sempre un bel vedere.

PRESENTI SPOILER SIA DE STO FILM CHE DEI 3 CITATI MA  TRANQUILLI, AVVERTO QUANDO CI SONO


Diciamoce la verità, Alexandre Aja è un regista un pò pacchianotto, uno di quelli che se na cosa deve falla o esagerata o sobria te risponde: "Scusa Giusè, hai detto o esagerata o molto esagerata?".
Io de suo ho visto poco.
Ho visto quel cultone horror che è Alta Tensione, a mia memoria (15 anni almeno fa) un grande film di genere con un colpo di scena pazzesco MA inaccettabile.
Poi Le colline hanno gli occhi, che nel suo è sempre visione godibilissima.
Poi Riflessi di paura che lo ricordo poco anche se non mi m sembra fosse male.
Poi quella trashata de Piranha 3D, gioia pe gli occhi de noi maschietti e, al contempo, coltellata nel cuore all'arte del cinema.
E poi altre cose qua e là ma sempre co sto minimo comune denominatore che, insomma, ad Aja piace il tanto, il tanto violento, il tanto assurdo, il tanto esagerato, il tanto visivamente forte.
Ecco che allora ce so veramente rimasto stranito nel ritrovamme davanti un film che poteva esse girato da tutti i registi del mondo tranne che da lui, Oxygene.
Un film con - flash back a parte - un'unica attrice, un - flash back a parte - unico luogo e che fa della sobrietà e del togliere il suo mantra.
Ma che bravo Aja che smette un attimo de esse cazzone e gira un film così trattenuto, così intimo, così poco appariscente.
Mi viene da dire che questo sia il suo migliore film. Senz'altro ti restano in testa più altri, vero, ma questo credo sia il suo lavoro più pulito, più ben fatto, quello con meno lati scoperti.
Oxygene, lo dico da subito, è il perfetto frappè tra tre gusti, il gusto Buried, il gusto Moon e il gusto Il Gioco di Gerald.


Non c'è nemmeno un passaggio di sceneggiatura, non c'è nemmeno una scena, non c'è nemmeno una tematica, non c'è nemmeno una situazione che esuli dai 3 film qua sopra.

Oh tu lettore  che sei arrivato a sto punto (grazie!) nella lettura della recensione, ora fa na cosa, va in cucina, taglia du fette de pane, mettece in mezzo un salume bono, magna un panino e aspetta 5 minuti che devo scrive dei punti in comune che ha Oxygene coi 3 film qui sopra. 
E quindi devo fa spoiler per forza e se non hai visto anche solo uno de sti film "sei del gatto" come dicemo qui in Umbria (per dire "sei fregato").

SPOILER, VAI A MANGIARE IL PANINO MENTRE SCRIVO

Allora, dicevamo.
Buried, su tutti.
Lei è dentro na bara, anche se "spaziale".
Come il protagonista del film de Cortes era sotterrato...sotto terra (ma non bastava "sotterrato?"? direte voi. "No", rispondo io, altrimenti non potrei fa la battuta-paragone con l'altro film), dicevo, come in Buried il protagonista era sotterrato sottoterra in Oxigene è sotterrata...nello spazio.
Ma per il resto il film è quasi identico, le inquadrature sono giocoforza quelle, lo spazio è quello. Ma sono quasi identiche anche alcune telefonate (ad esempio il parlare con organismi governativi per poter essere salvati), alcuni sforzi del protagonista per trovare fisicamente come salvarsi, le stesse sensazioni di stare per morire da un momento all'altro, il senso di claustrofobia e tanto altro.
Ci tengo solo a dire che a livello di regia (e di sceneggiatura) Oxygene è comunque molto meno radicale di Buried perchè ha "a disposizione" decine e decine di minuti di flashback, di altri personaggi, di altri luoghi. Insomma, molto più facile da scrivere e girare, con maglie molto più larghe.

6.10.21

Recensione: "Il Buco" (Frammartino - 2021)

 

Nel cinema il buio in sala, nello schermo il buio della grotta.
E allora qualsiasi luce diventa percorso, speranza, luce.
C'è una sequenza, però, che resterà una delle più grandi di questi anni, che non se ne andrà più via.
In questa sequenza ci sono solo uomini che camminano in delle grotte.
La loro luce e la fessura che stanno attraversando diventa sempre più piccola ai nostri occhi man mano che si allontanano.
Non ci sembra possibile, siamo dentro ad una grotta e e stiamo vedendo un campo lungo, anzi, lunghissimo.
Quella luce in alto a destra, quella fessura, si rimpicciolisce ancora.
E ancora.
E ancora.
E ancora
Fino ad essere minuscola.
Fino al buio più completo.
Siamo al grado zero del cinema, al grado zero.
Eppure, chissà perchè, ci sembra l'opposto, ci sembra il punto più alto che quest'arte può raggiungere.
Forse in questi casi il Cinema è come quegli stessi speleologi.
Più va in basso, più è povero, meno elementi presenta, più ci sembra lucente, maestoso, emozionate, indimenticabile.


Calabria.
Un piccolissimo paese.
Uno di quelli da un bar, un prete, un sindaco, un medico e una solitudine cosmica che si fa finta di esorcizzare col senso di comunità.
I paesani sono seduti al bar, stanno guardando una tv messa là fuori.
Quello che vedono è una cosa lontanissima da loro.

Milano.
Un giornalista sale con una piattaforma mobile lungo il Grattacielo Pirelli, costruito l'anno prima e adesso in fase di completamento, manca giusto l'ultimo piano.
Immagini in bianco e nero.
Si sale, si sale sempre di più e la macchina da presa sbircia dentro, oltre le vetrate, in quei nuovi uffici dove, probabilmente, ricche persone parlano di cose da ricchi.
Non è ancora la Milano da bere ma il bicchiere è già in tavola.
Si sale ancora di più, che se si guarda giù pare di essere sulla Luna.
Siamo a quasi 130 metri in altezza.
Milano si mostra bella, ricca, potente, maestosa.
Chissà i contadinotti calabresi in quel piccolo bar che cosa pensano vedendo quelle immagini in tv.
Grattacieli, sfarzo, uomini che costruiscono cose all'insù alte come il cielo.
Qui da loro, in una terra povera ma con quella bellezza grezza e naturale che Milano, per quanto può bere, mai raggiungerà, al massimo si guarda all'ingiù, non all'insù.
Eh, sì, perchè nelle montagne del Pollino s'è da poco scoperta una grotta, una cavità, un buco che per visitarlo non serve una piattaforma che sale, ma corde insicure per scenderla.
Arriva fino a 683 metri di profondità.
Ma ancora non si sa, questo ve lo sto dicendo io.
Ancora non si sa perchè un gruppo di speleologi che arriva proprio da lassù, dal Nord, deve ancora esplorarla tutta e finchè non finisce il film, finchè loro non ce lo diranno, nessuno saprà quanto sia profonda.
In realtà non sono 683 metri sotto al livello mare, chè partiamo comunque da montagne alte già di suo.
Ma sono comunque 683 metri da dover scendere, in condizioni difficilissime, metro per metro, conquistiamone 10, poi altri 10, poi altri 10, forza che ce la facciamo.
Sono 820 metri di differenza col Belvedere del Grattacielo Pirelli.
Ma la differenza più abissale è un'altra, perchè lassù, nel grattacielo dico, ci vai per mostrarti grande, per far vedere al mondo quanto sei bello e potente.
Laggiù, nella grotta, ci vai invece per nasconderti. Nessuno ti vedrà, nessuno sarà lì a glorificarti, nessuno ti ricorderà come simbolo di progresso e ricchezza.
Ma che buffo però, alla fine sono uomini più veri quelli che vanno giù per nascondersi che quelli che vanno su per mostrarsi.


Lassù (oddio che strano dir "lassù" quando lassù fino ad adesso era Milano, quando stiamo parlando di Calabria, profondo sud, e quando parliamo di una grotta) ma lassù, nel Pollino intendo, è terra di pastori.
Ce n'è uno che pare un camaleonte, mimetizzato quasi nelle rocce e nelle colline.
Sta lì, fermo, fischia alle sue mucche a volte ma per il resto osserva, semplicemente.
E vede arrivare, in quella piana immensa sulla montagna, un camioncino militare.
Questo pastore non può aver visto Behemoth, film che arriverà quasi 60 anni dopo di lui e che nemmeno sarà distribuito, ecco, ma se l'avesse visto riconoscerebbe in quel suo sguardo, in quella che per noi è un'inquadratura da infarto, una scena di quel documentario cinese, forse uno dei più belli che l'essere umano ha avuto in dono questi anni.
Un camioncino che sembra quello di un bambino, con quella piana che sembra un enorme tappeto dove quel bambino gioca.
Là nel camioncino ci sono gli speleologi, là dentro ci sono quegli uomini che proveranno a scoprire fin dove arriva il mistero della grotta, fin dove ci è consentito andare giù.
E qua Frammartino comincia una metafora che più che metafora è forse un'analogia, chè a quanto ne so è cosa molto molto più ardita, faticosa e complessa della metafora. La metafora alla fine è sempre lì, immediata, chè nel momento che la capisci già si è esaurita.
E invece Frammartino comincia un'intera ora di vicende parallele, apparentemente slegate una dall'altra, un pastore che muore da una parte, degli speleologi che scendono una grotta dall'altra.
In montaggio alternato vediamo un pò dell'una e un pò dell'altra, ma facciamo fatica a capire.
Poi, però, arriva la scena del dottore e forse l'analogia intessuta con una grazia quasi commovente dal regista comincia a far capolino.


E ci sembra che quel pastore sia la sua stessa terra, che quel pastore sia la stessa grotta.
E non era un caso che gli stretti cunicoli che gli speleologi superano sembrano tanto delle arterie, come se stessero visitando il pastore stesso, come se, scusate se abbasso il livello (o lo alzo?) stessimo vedendo una magnifica, reale, commovente puntata di Siamo fatti così.
Gli speleologi visitano, il dottore visita, il verbo è lo stesso.
La luce dei caschetti è la luce della piccola torcia che usa il dottore per guardare le pupille.
E' come se quel corpo in quel momento, come la sua terra, fosse stata violato.
Ma non c'è un senso di violenza, forse somiglia più a quel momento quando custodiamo un segreto e poi capiamo che quel segreto, segreto non lo sarà più.
E forse quel pastore guardando quella piana ha capito che è arrivato il momento, è arrivato il momento che quegli uomini vadano laggiù, è arrivato il momento di morire.
E credo se ne vada sereno.
Forse non vorrebbe nemmeno essere trovato, tanto quel camaleonte umano riesce a mimetizzarsi nella sterpaglia.

1.10.21

Recensione: "Titane"

 

Titane è un film sul corpo, sul corpo ferito, sul corpo violato, sul corpo modificato, sul corpo mostruoso, sul corpo mutilato, sul corpo mostrato.
Ma è anche un film sull'anima, l'anima ferita, l'anima violata, l'anima modificata, l'anima mostruosa, l'anima mutilata.
C'è una sola differenza rispetto al corpo, l'anima non viene mostrata perchè c'è una ragazza che fu una bambina mai amata e che dentro quel corpo, allora, sembra non possederne una.
Eppure in questo film dalla violenza quasi insostenibile, che porta ogni cosa alle sue più estreme conseguenze, che sembra raccontare di rapporti inumani tra persone inumane, ecco, eppure in questo film piano piano inizia a venir fuori qualcos'altro, inizia a venir fuori un rapporto bellissimo e impossibile tra due persone sole, pazze, malate, ma che possono ancora scoprire qualcosa di bello.
Ma Titane è soprattutto un film sul dolore, un dolore assoluto e senza pause.
Ma che forse, alla fine, troverà un suo senso, troverà un ultimo atto d'amore



"La nave è fulmine, torpedine, miccia
Scintillante bellezza, fosforo e fantasia
Molecole d'acciaio, pistone, rabbia
Guerra lampo e poesia"

C'è un pezzo bellissimo di De Gregori, si chiama "I muscoli del capitano". In tutti i cd che avevo era messa vicina a "Titanic", chissà se le due fossero volutamente legate.
Ieri mentre, quasi scioccato, vedevo Titane, ogni tanto mi veniva in mente questo passaggio del brano, (anche se già l'incipit basterebbe, "guarda i muscoli del capitano, pieni di nafta e di metano") passaggio dove in qualche modo ci son tante cose del film della Ducournau.
C'è il fulmine, la torpedine e la miccia del mezzo di trasporto, che richiama tanto una delle prime sequenze del film, c'è la scintillante bellezza che ricorda ancora le automobili dell'incipit, delle donne e di alcune sequenze del film, c'è la fantasia di un soggetto veramente assurdo, difficilmente concepibile, ci sono le molecole d'acciaio che richiamano tantissimo la placca di titanio della protagonista e, in generale, questo ibrido tra umano e macchina, e c'è la rabbia, la rabbia devastante che pervade il film e la protagonista e infine la poesia, quella poesia difficile da cogliere in un film che di poesia sembra non averne per nulla. Ed è per questo che, quando la percepisci, arriva più potente


Un padre sta guidando l'automobile. Dietro sua figlia non riesce a star ferma. Il padre alza il volume della radio per non sentirla. Lei scalcia forte. Ci sarà un incidente, terribile. Lei sopravvivrà ma con forti danni neurologici.
Sembra un incipit narrativo, quasi solo narrativo.
Eppure Titane è già tutto lì.
E' già tutto in questi due minuti, in questo gelo tra figlia e padre, in questo odio reciproco, in questa mancanza d'affetto talmente grande da esser quasi perfetta.
Non è un caso che la scena ne richiama un'altra identica di un altro horror capolavoro girato da una donna, Babadook.
Stessa scena.
Vediamo se la gente ora comincia a fare 1 + 1 e capire come quei bimbi non sono insopportabili, non sono mostri ma sono soltanto il frutto del non amore, del non affetto, che è devastante sempre, vero, ma mai come nei primi anni di vita.
Ed entrambi i film (mettiamoci dentro anche E ora parliamo di Kevin) raccontano di questa totale mancanza affettiva tra figli e genitori.
 Ripeto, sarà un caso se ha portato a scene identiche?

Passiamo a circa 20 anni dopo.
La giovane bimba è adesso una spogliarellista, bellissimo fisico, viso un pò così che la rende ancora più bella.
Nelle sue tempie quella placca di titanio. Nella sua mente quasi il nulla assoluto.
Alexia non ha mai ricevuto amore ed empatia, Alexia non può saper dare amore ed empatia.
E allora uccide, uccide tutte le volte che non riesce a capire quello che sta vivendo. Uccide senza pensare, come riflesso (in)condizionato.
Non è cattiveria, è il frutto di un'infanzia e di un incidente che, insieme, hanno creato un essere vivente che di umano non ha più nulla.
Spesso si parla di body horror ma pochi film possono essere considerati body horror come Titane.
Titane è un film sul corpo, sul corpo ferito, sul corpo violato, sul corpo modificato, sul corpo mostruoso, sul corpo mutilato, sul corpo mostrato.
Ma è anche un film sull'anima, l'anima ferita, l'anima violata, l'anima modificata, l'anima mostruosa, l'anima mutilata.
C'è una sola differenza rispetto al corpo, l'anima non viene mostrata.
Ma attraverso un percorso inumano di dolore anche lei, l'anima dico, piano piano, comincerà a venir fuori.
I primi 40 minuti del film sono quasi insostenibili a livello visivo, roba da distogliere lo sguardo più volte.
Prima c'è la scena dell'incidente, poi c'è il piano sequenza nel night club, davvero bello, prima suggestione refniana di un film che di Refn prende movimenti, luci e uso gratuito e devastante della violenza (anche l' "arma" che usa lei per uccidere richiama molto Solo Dio perdona).
Poi, dopo il primo terribile omicidio (quegli occhi bianchi di lui...), la prima scena che flirta col pacchiano e col trash del film, quella di sesso tra lei e la Cadillac.
Non sarà la prima in un film che ha dentro sfumature anche ironiche (il massacro nella casa dei giovani, per me rivedibile ma comunque benissimo girata) o grottesche.
E' che questo è un film talmente coraggioso che porta ogni sequenza al proprio limite, qualsiasi sia il mood di quella scena. La Doucournau non usa mai le mezze misure, lei ci fa sentire il dolore sulla pelle, la durezza di un lavandino, la puntura di un ago, la tiratura di un capezzolo. Non accenna mai qualcosa senza poi mostrarla, non suggerisce per poi non dire.
Titane mostra, Titane dice, sempre.