6.5.22

Recensione: "Bad Roads - Le strade del Donbass"

 

In questo periodo in sala non così ricco di bei film probabilmente Bad Roads è la miglior cosa che potrete vedere.
Siamo in Donbass (ma il film è del 2020, in tempi non sospetti).
Quattro piccole storie, quattro episodi tutti svolti in uniche location.
Un modo per raccontare il clima della guerra - di tutte le guerre - davvero notevole.
Dialoghi eccezionali, vicende tutte legate da fili sottilissimi che, in una sceneggiatura davvero stimolante, sarà bellissimo ricercare per lo spettatore.
Un posto di blocco, una panchina, un ex sanatorio distrutto, una fattoria.
Un film quasi teatrale che racconta dei "duelli psicologici" tutti giocati sul vero ed il falso, sull'impossibilità di capire le reali intenzioni dell'altro.
Ben recitato, benissimo girato, straordinariamente scritto.
Sarebbe piaciuto a Gogol


presenti spoiler

Per prima cosa ringrazio la Trent Film, la casa di distribuzione italiana del film che mi ha invitato a vederlo in sala.
Per chi mi conosce sa che questa cosa non influisce per niente nel mio giudizio sul film.
Che è bellissimo.
Bad Roads non è un instant film, non è stato girato (e come sarebbe stato possibile poi) dopo l'inizio della guerra in Ucraina ma, al contrario, è forse grazie a questa tragedia che, per fortuna, ha potuto vedere la luce della distribuzione italiana (il film è del 2020).
Io sono uno a metà, abbastanza informato sulle cose ma che non le approfondisce quasi mai.
Quindi eviterò di spiegar bene la situazione geopolitica che racconta il film perchè non sarei in grado. Lascio questa incombenza a chi ha le competenze per farlo.
Ma non è per giustificare la mia "ritirata" che mi sento di dire che se è vero che Bad Roads è film molto ancorato alla realtà che racconta (ovvero quella degli scontri, già cominciati nel 2014, in Donbass, la regione-fulcro di tutto quello che poi ha portato alla tragedia di oggi) è anche vero che secondo me il film può essere analizzato anche eradicandolo da tutto questo.
Ma del resto spesso capita ciò, ovvero che un film che racconta una guerra può essere paradigma di tutte le guerre.
Quindi lo affronterò come affronto sempre i film io, cercando di coglierne il cuore, le tematiche, le emozioni e la scrittura.


Ho trovato eccezionale in questo senso la struttura di Bad Roads.
Quattro episodi, tutti assolutamente ben definiti e diverso l'uno dall'altro.
Eppure, con una scrittura davvero magistrale, i 4 episodi sono legati in una maniera sublime, non certo soltanto perchè ambientati nella stessa zona e perchè raccontano lo stesso scenario.
Tutto Bad Roads è praticamente basato sui dialoghi tra i personaggi.
Ogni episodio è in un'unica location (nessuno supera 20 metri di spazio) e, quasi in maniera teatrale, tutto il pathos e la narrazione degli eventi è appunto affidata ai dialoghi.
Nel primo episodio abbiamo un posto di blocco dove due guardie ucraine fermano un preside ubriaco.
Nel secondo avremo 3 amiche su una panchina della fermata del bus.
Nel terzo una ragazza e il militare che l'ha rapita per abusarne.
Nell'ultimo una donna e due contadini.

Cosa accomuna tutti questi episodi?
Il fatto che, tranne che nel secondo, si instaura sempre un dialogo tra i personaggi in cui è quasi impossibile capirne le intenzioni, quasi impossibile discernere tra la verità e la menzogna, quasi impossibile capire se questi personaggi stanno "scherzando" o dicendo la verità.
Dei veri e propri duelli psicologici, scritti in maniera divina, che raccontano una realtà impossibile da comprendere, una realtà per cui non sai mai chi sia la persona che hai davanti, se sia pericolosa e, nel caso, quanto pericolosa.
In tre episodi su quattro arrivi alla fine con una sensazione stranissima, ovvero quella di non essere sicuro di chi hai avuto davanti.

Nel primo episodio, ad esempio, hai sempre il terrore che quei due militari facciano qualcosa di brutto.
O che il preside stia inventando balle.
Poi, man mano che andiamo avanti, lo spettatore comincia a cambiare idea, forse quel preside sta dicendo sempre la verità e quei due militari si stanno solo divertendo con lui, per passare il tempo.
E' così bella, inafferrabile e complessa la scrittura dei dialoghi di questo film che persino la scena dell' "apparizione", quella in cui il preside è sicuro di aver visto una sua allieva dietro la trincea, alla fine pensi che possa essere successa veramente (anche alla luce di tutto quello che accade negli episodi successivi).
La stessa struttura, quasi identica, l'abbiamo nel quarto episodio.
Ancora una volta un personaggio (in questo caso la donna borghese) in una situazione disagiante e di possibile pericolo, marionetta di altri due personaggi (i contadini in questo caso  come nel primo furono le due guardie).
Anche qui stessa sensazione, stiamo per assistere a qualcosa di terribile o tutto è solo un "gioco"?

E pure in questo caso arriviamo alla fine senza nessuna certezza.
I contadini sin dal principio avrebbero voluto lasciarla andare?
Oppure le loro intenzioni erano diverse ma poi, parlandosi, si sono "umanizzati" ?
(non è un caso che la vecchia cambi atteggiamento quando sente piangere un bambino, come se quel pianto "atavico" le faccia riacquistare la ragione).

Un episodio al limite del surreale (questo film ricorda molto un certo tipo di letteratura in cui ironia e terrore si fondono insieme) in cui si mantiene lo stesso canovaccio, ovvero un serrato dialogo tra due "parti" di cui una delle due non sa le intenzioni dell'altra (come il sindaco non sapeva le intenzioni dei militari così nel terzo la ragazza non sapeva quelle del soldato così qui la donna non sa quelle dei contadini).
E' incredibile come più volte mi sia ritrovato a ridere in questo episodio malgrado una piccola tensione che mai m'ha lasciato.
Se dovessimo dire che il film è un insieme di 4 cortometraggi, ecco, questo è forse quello che si regge meglio sulle proprie gambe, quello che potrebbe funzionare meglio anche senza nessun contesto.
Eppure anche qua, come in tutto il resto del film, la "guerra" se non presente direttamente è quella cosa che dà colore all'atmosfera, che rende ogni azione ed ogni dialogo come minaccioso.
In questa terra dove è quasi impossibile capire chi sono gli amici e chi i nemici, chi i fratelli e chi no, chi legato all'Ucraina tutta e chi magari vuole l'indipendenza del Donbass, ecco che qualsiasi persona si incontra può essere pericolosa.

29.4.22

Recensione: "Irreversible" - Passeggiate, il cinema della poesia - 21 - di Roberto Flauto

 

Dopo tantissimo tempo (ma la colpa è mia, Roberto mi ha mandato materiale da mesi) torna la rubrica esterna più longeva del blog, quella delle recensioni di Roberto, sempre al limite della sperimentazione di scrittura.
Torna con un film (che incredibilmente non ho ancora visto) di uno dei miei registi preferiti, Gaspar Noè.
Due righe di presentazione di Roberto e poi la recensione.

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Eros e thanatos.
Amore e violenza.
Sesso e sangue.
Vita e morte.

Film duro, crudo, doloroso.
Impossibile restare impassibili.
Travolgente dalla fine all’inizio.
Recitato benissimo, girato e montato splendidamente.
Film ossessivo, prepotente, passionale.
Impossibile da dimenticare.


Perché il bello non è che il tremendo al suo inizio.
(Rainer Maria Rilke)


Una storia, una notte, piani sequenza, piani d’azione, piani di evasione dalla vita, che è e resta un dono/male/sogno/malattia irreversibile.

Perché la vita non ha un contrario.
Per questo non riusciamo a capirla, a comprenderne il motivo.
Per questo ci affanniamo alla ricerca di un senso, costruendo e inventando significati.
La morte è il contrario della nascita, non della vita.
Che resta insondabile, misteriosa, incomprensibile.
E per questo è terrificante, per questo è meravigliosa.
E siamo preda di dubbi, incertezze e paure.
E siamo predatori di sogni, desideri e passioni.

Perché la storia è una macelleria.
Un’anonima fossa comune di uomini e donne e niente.
Ed è tutta scritta con il sangue e con lo sperma.

Perché il mistero che ci abita si espande più velocemente del mistero che abitiamo.

Perché nessuno è innocente.

Perché il dolore fa meno paura del piacere.

Perché danziamo bendati sull’orlo di quell’abisso insaziabile che chiamiamo cuore, e non facciamo altro che strapparlo a morsi.

Perché siamo estinzione e salvezza.
E non sappiamo distinguerle.

Perché quella notte, quelle labbra che non hai baciato, quel sospiro che hai trattenuto, quel pomeriggio bagnato da una pioggia di fiori, quel libro, quel prato, quella volta che lei disegnava il futuro sulla tua schiena, di notte, con le dita sporche di amore e di sesso. Perché quella strada, quella scelta, quel desiderio, quel sole stanco, quei giorni, quell’assordante assenza, quell’orgoglio, quell’inesprimibile sensazione di felicità che ti sei affrettato a soffocare, perché il tuo più grande desiderio è sempre stato quello di avere un alibi. Perché non vuoi essere felice: la felicità ti costringe a metterti in gioco. Preferisci avere un motivo di infelicità: vedete, non è colpa mia. Questo è ciò che desideri davvero. Patetico. Umano. Come chiunque. Come me. Perché quella notte, in quel buio, lontano da lei, hai capito che le cose a un certo punto di spezzano.

Perché il mondo – malgrado, nonostante e grazie all’uomo – è caos, dispersione, guerra, fame, disordine, distruzione, follia, incubo, assurdità, notte profondissima. E al tempo stesso, per le stesse ragioni, grazie a sapiens, è armonia, dialogo, incontro, comprensione, stupore, meraviglia, gioco, dolcezza, infinità, luce senza fine.

Perché non abbiamo ancora imparato a nascere.

Perché l’uomo è un animale che parla.

Perché esiste qualsiasi cosa, compreso l’inesistente.

Perché la poesia comincia con un selvaggio battere di tamburi nella giungla.

Perché la memoria, l’identità, il futuro, l’amore, la morte, la vita, ogni cosa: sono storie.
Noi siamo storie. Parole. Racconti. Tutto è narrazione.

Perché l’origine del mondo, di ogni mondo, è esattamente quella dipinta da Coubert.

Perché il tempo distrugge tutto.

Perché siamo armonie di opposti.
Coltiviamo contraddizioni.
E ogni nostro saluto è sempre un addio.
È sempre un adesso, un mai, un altrove, un qui.

Perché il tempo crea tutto.
E il mondo è il tempo.
“In quale momento Dio ha creato il mondo?”,
si chiede Agostino.
“In nessun momento, giacché la creazione del mondo è quella del tempo”.
Così si rispondeva.
È una dimensione dalla quale non possiamo astrarci.

Ma il tempo distrugge tutto, annienta ogni cosa.
Desertifica e punisce.
Ma il tempo crea tutto, genera ogni cosa.
Cementifica e lenisce.

Perché ogni pace si conclude in guerra.

Perché non esiste eros senza thanatos.

Perché ognuno distrugge ciò che ama.

Perché l’infelicità della persona amata lacera dentro.
Il suo sorriso, il suo volto tumefatto, la vita in frantumi.

Perché l’unica certezza che abbiamo nella vita è la scelta. Anche la scelta del dubbio. E l’esistenza della morte, dispositivo generato dalla natura come “strumento” evolutivo, è ciò che ci permette di vivere appieno l’esistenza della vita. Perché il tempo sta scadendo. Perché tutto è in tempesta.

Perché fin dai primordi dell’universo vi è al contempo conflitto e complementarietà tra ciò che disgiunge, separa, distrugge, annienta, e ciò che unisce, aggrega, congiunge, crea.

Perché certe azioni sono irreparabili.

Perché siamo in grado di pronunciare l’indicibile.

Perché siamo, contemporaneamente, pittore, tela e paesaggio.

Perché la nascita è un atto di violenza, è una catastrofe in senso matematico, è morfogenesi, è ridefinizione identitaria, trauma, distruzione. Perché non si può che nascere tra lacrime, urla e scie di sangue.

Perché ogni fine è un inizio.

Perché ogni inizio segna una fine.

Perché i concetti di creazione e distruzione sono inestricabilmente interconnessi, avviluppati in una danza di radicale bellezza, di profonda disperazione.

Perché la società esiste in natura, l’individuo no.

Perché il desiderio di vendetta è un’invenzione del cuore umano, che si illude di riparare l’insanabile, di riportare indietro le lancette del mondo, di soffocare il dolore, di saziare il vuoto con il dolore altrui.

Perché l’amore brucia.

Perché d’amore si muore, ma io vedo la gente viva.

Perché malgrado ogni tramonto sia gravido di promesse e ogni carezza ammorbidisca la realtà, continuiamo ad addormentarci e insistiamo a sentirci perduti.

Perché creare, far nascere, generare: vuol dire separazione.

Perché distruggere, annientare, estinguere: vuol dire unione.

Perché ogni equilibrio si regge sull’ipotesi della sua rottura.

Perché la bellezza è un fenomeno umano, non appartiene a nessun’altra specie. Come l’orrore.

Perché possono accadere un miliardo di cose in un attimo di ciglia, in un battito di meraviglia.

Perché ci sono oscurità impenetrabili che annientano e travolgono tutto con una potenza devastante.
La maggior parte sono dentro di noi.

Perché il sesso è quanto di più bello possa esserci.
Ma è anche un’arma che lacera ogni cosa.

Perché la disperazione ottenebra la mente e confonde la percezione del reale in modo brutale e spietato. Quasi come innamorarsi.

Perché alla base di ogni conoscenza umana vi è un atto di fede.

Perché ci sono momenti che contengono tutta la vita.
E ci sono vite che durano solo un momento.

Perché il senso di colpa genera mostri e buchi neri.

Perché si può morire per carenza di universo.

Perché si può morire per eccesso di universo.

Perché l’ossessione e la possessione sono gli ingredienti fondamentali dell’agire poetico, ma basta un niente di niente per precipitare nel patologico, nel baratro della mediocrità, nel vuoto pneumatico.

Perché chiunque.

Perché adesso.

Perché l’umano è la misura di tutte le cose.

Perché un giorno questi giorni saranno quei giorni.

Perché il passato è in continua evoluzione.

Perché, per quanto ci sforziamo, malgrado l’esperienza, gli annunci, gli avvertimenti, le rivelazioni, i miracoli e le premonizioni, non siamo in grado di cambiare il futuro.

Perché abbiamo la bocca piena di già detto, gli occhi colmi di già visto, le mani sanguinanti di già fatto.

Perché niente è puntuale come il troppo tardi.

Perché il tempo distrugge tutto e crea tutto.

Perché il tempo rivela ogni cosa.
Il peggio e il meglio.
Vita e morte.
Amore.
Buio.


Irreversible è un film ossessivo, compulsivo, assordante, disturbante, forte come una mano che ti tappa la bocca mentre sogni. È la storia di Alex e Marcus, coppia giovane e bella, e del loro amico Pierre, ex di Alex. È la storia di una violenza efferata, insostenibile, consumata in un sottopassaggio immerso in un rosso pompeano che richiama il sangue della storia, degli altari, delle eclissi. È la storia frammentata del processo di frammentazione della vita di Alex, di Marcus e di Pierre. Di quella notte tremenda e disperata, della caccia all’uomo, della violenza e della perversione umana, che non conoscono limiti. È la storia di un cortocircuito esistenziale, che innesca un fuoco accecante e brutale: quello della vendetta. È una storia di corpi, di mani che si cercano, di sesso inteso come interfaccia con il mondo, come strumento di comunicazione del sé, come punizione, come arma, come vicolo cieco in cui perdersi.

26.4.22

Recensione: "The Northman"



 Non lo dico per provocazione (mi conforta che tutti i miei 3 compagni di visione la pensavano allo stesso modo) ma se devo scegliere un film epico, violento, ancestrale e che racconta di Uomini e Dei allora il nostro sottovalutatissimo Il Primo Re è due spanne sopra The Northman.
E' che mentre il film di Rovere raccontava la violenza e la presenza del divino attraverso l'assenza e le suggestioni, il film di Eggers, invece, è un grande blockbuster che, giocoforza, deve sottostare a regole di estetica e di accumulo.
Gran bel cinema da vedere, solita operazione filologica di Eggers (che resta per me un grandissimo), sceneggiatura debole e poca complessità per un film che gli amanti di leggende nordiche adoreranno.
Ma, per quel poco che conta, non io

 Appena usciti (eravamo in 4) eravamo tutti concordi sull'essere mezzi delusi.
Probabilmente perchè nessuno è un fan del genere, sapevamo a cosa andavamo incontro ed è giusto così, nessun rimpianto.
Ma la cosa buffa è che io, veramente senza provocazione ma con profonda convinzione, ho detto: "Secondo me Il Primo Re è molto più bello".
Ecco, stavo già per scusarmi con gli amici della cosa (chè quando si dice che un film piccolo e italiano è più bello di uno milionario e americano sembra o di fare gli snob o chissàche), dicevo stavo già per scusarmi quando tutti e 3 mi hanno confermato la cosa, anzi, qualcuno se ne è venuto fuori con un "Ma certo, nettamente migliore".
Lo credo anche io.
O meglio, credo Il Primo Re sia nettamente migliore per uno come me o che vede il cinema con gli stessi occhi miei. O che cerca le stesse cose mie.
E' molto più bello perchè entrambi raccontano di antiche leggende, di uomini valorosi, di violenze, di Dei, di lotte epiche, di religioni, di storie ancestrali.
Ma c'è una profonda differenza.
Nello stupendo "Il Primo Re" di Rovere tutto il trascendentale era "nascosto", a noi sembrava di stare nei panni di questi uomini che credono a cose molto più grandi di loro ma in una cornice completamente realistica, basata sull'assenza e sulle suggestioni.
C'era  la stessa violenza, le stesse dinamiche, le stesse lotte fratricide (in tutti i sensi), la stessa presenza di stregoni, gli stessi villaggi.
Tutto uguale eppure tutto diverso.
Perchè The Northman, inutile nasconderlo, è un blockbuster fatto e finito (non lo dico in maniera denigratoria eh, ma come dato di fatto) un film con un budget straordinario e che ha bisogno di incassare.
E allora tutta quell'atmosfera dannatamente umana de Il Primo Re qui si va quasi completamente a benedire in un film che, a tratti, sembra un Marvel in versione norrena.
La cosa che mi dispiace più, poi, è che il massiccio uso di effettivi visivi a volte è anche disastroso (mi riferisco ad esempio a tutte le "visioni" e profezie viste "dentro al sangue", veramente terribili), il che mi porta ad un rimpianto ancora maggiore per non essermi trovato davanti un film più spoglio, meno kolossal.
Vi giuro che anche questa non è una provocazione (e chi ha visto il film secondo me capisce che non lo è) ma la scena più bella di tutto The Northman è per me un dialogo, quello tra Amleto e sua madre (una gelida e splendida Kidman).


Due persone, una stanza, un dialogo.
Una scena senza effetti, senza battaglie, fatta solo di uomini e parole.
Eppure magistrale, tesa, emozionante, dura, più spietata di tutte le efferate morti che vedremo nel film.
Questa scena mi ha fatto pensare a cosa poteva essere The Northman con meno soldi dietro.
Voglio dire sin da subito che io amo veramente zero le leggendo nordiche, i re e i cavalieri, tutto l'immaginario di un Trono di Spade per capirsi.
Non posso farci niente, ad ognuno i suoi gusti.
Ma è anche vero che quando il cinema si fa grande (nel senso di grande cinema prima ancora che cinema grande) non esistono generi tabù, se un film è un mezzo capolavoro travalica i gusti e i generi.
Non è stato così per me in questo caso.
Peccato perchè i primi due film di Eggers sono per me immensi, The Witch una delle più grandi opere prime degli ultimi 20 anni e The Lighthouse un film "unico" indimenticabile.
E sapevo che con tutto quel budget a disposizione e con quel progetto Eggers avrebbe fatto un'opera terza molto più lontana dalle mie corde.
Intendiamoci, c'è sicuramente una continuità in questo lavoro, terzo lavoro su tre in cui Eggers, ad esempio, si tuffa in un dato periodo storico e in una maniera maniacale e filologica (a partire dal linguaggio, vero marchio di fabbrica di ogni suo film) ce lo restituisce in maniera perfetta.
I suoi film sono colti, sono frutto di ore di scrittura e ricerca, sono vere opere d'arte.
Ma il progetto di The Northman era troppo grande e prevedeva alcune regole che Eggers non poteva esimersi dall'eseguire.
Ogni tanto penso come il mio amore per i film possa essere rappresentato da una torta.
Una torta d'amore.
E più la torta è grande, più spicchi diversi ha (più personaggi, più soldi, più ambizioni, più di tutto) più è difficile che il sapore non venga rovinato.
Per questo quasi sempre i miei film preferiti sono film piccoli, perchè la torta d'amore è piccola e di un unico sapore.
E' anche vero che ci sono film giganteschi, dove si aggiungono grandezza e gusti diversi ma il risultato è talmente straordinario da non rovinarla.
Ma quasi sempre un film con troppe cose non resta poi con me.
Che poi i due film precedenti di Eggers avevano una componente psicologica incredibile, ci turbavano dentro prima ancora delle immagini.
In questo The Northman, invece, film di sangue, Dei e violenza, è l'immagine a farla da padrone, lasciando pochissimo spazio a contenuti e turbamenti interiori.
Ma basta lamentarsi e parlare di aspetti che DOVEVANO essere così, mi aspettavo che così fossero e così è stato.
Inutile quindi che qua nel Buio in Sala chi perde tempo a leggermi si aspetti che gli parli delle leggende del film, dell'accuratezza, dei riferimenti culturali etc.
Sono cose che non so, che potrei leggere altrove e poi riportare qua ma non so a che pro, ovunque cercherete troverete di meglio che qua.


E allora la faccio breve parlando delle cose che mi sono piaciute.
M'è piaciuta tantissimo la scena del rito d'iniziazione, vero quasi "trash" per quel rutto e quella scoreggia ma non per me, anzi, l'ho trovata davvero una perfetta unione di realtà e trascendenza e un bellissimo ritratto di quello che spesso The Northman racconta, ovvero di questa similitudine uomo-animale, vero fil rouge del film.
A tal proposito ho amato tanto anche la prima scena in cui vediamo i guerrieri-Lupo, quella che finisce con il primo ululato di Skarsgard.
A livello di regia magistrale il piano sequenza appena successivo, quello dell'attacco degli stessi guerrieri-Lupo (so che ci sono termini più specifici ma, ve lo ripeto, non è il mio mondo) al villaggio.
Amleto che con i suoi uomini si aggira tra le tende ammazzando a destra e manca, una scena di furore, violenza, onnipotenza (sembra quasi che loro non possano essere uccisi, camminano a petto nudo incuranti di qualsiasi cosa) che è un vero spettacolo di regia e costruzione coreografica.
Ho amato - come sempre, mannaggia a lei - la Taylor-Joy, attrice che è sempre un valore aggiunto per gli occhi e per il film stesso.
E che emozione quella scena di lei nuda nel bosco, un meraviglioso autocitarsi di Eggers al finale di The Witch (film che rappresentò il debutto nel cinema di Anya).


E che bella quella "costruzione di membra" di quei corpi mutilati messi in vetrina sulla capanna, un pò alla Casa di Jack (The Northman mi ha ricordato il capolavoro di Trier anche in quei corpi della mamma e del fratellastro messi per terra - simili a quelli del capitolo della "caccia" nel film del regista danese - e anche nello stesso finale "infernale", finale che, boh, per me ha un'estetica ancora una volta troppo marveliana, uno scontro tra Titani in una cornice di fuoco e lava. Bello però il concetto del destino, alla Samarcanda, per cui solo lì poteva morire lo zio).
Per il resto tutto gradevole agli occhi (oddio, a parte le già citate premonizioni in CGI..., per non parlare del terribile sogno della Valchiria), un bel filmone violento e macho con un protagonista violento e macho cui l'orrore del passato ha tolto quasi tutta l'umanità.
Eppure la sceneggiatura è debole, certi passaggi faciloni (il regazzino che con una barchetta si fa tutto l'Oceano, lui che scopre Anya incinta e, boh, si tuffa e se ne torna a nuoto ad ammazzà lo zio, la partita de calcio d'antan - violenta come un match di Terza Categoria umbra - che sembra il Quidditch de Harry Potter, lo schiavo che non riesce a toglie la spada dal fodero e gliela lascia lì) e di fondo il film non riesce mai a farsi complesso (nel senso positivo del termine) nei personaggi, nelle scelte etiche e morali o nelle tematiche.
Purtroppo niente di che nemmeno il cameo della mia amatissima Bjork (che evidentemente è destinata ad esser cieca al cinema).
Non la mia tazza di thè, nè il tipo di tazza nè l'aroma del thè.
Ma un thè fatto da Eggers, alla fine, è sempre un bel bere

7

21.4.22

Recensione: "The Sadness" - Su Prime (o meglio, su Midnight Factory, al 19 aprile 2022)

 

Dopo non so quanto tempo (forse da quella perla che fu il "nostro" Why don't you just die?) mi ritrovo davanti uno splatter/gore da lisciarsi i baffi per quanto "divertente" e ben fatto.
In realtà The Sadness (che alla fine è un virus movie che cavalca l'onda del Covid) vorrebbe probabilmentee ssere anche un film serio, con tematiche interessanti e spunti non banali.
Ci prova, ma la sceneggiatura è debole debole.
E allora prendiamolo per quello che è, puro cinema d'intrattenimento, per appassionati di gente matta, di sangue e violenze varie (ricordo che il genere splatter è il più innocuo che esiste, un film drammatico con mezza violenza fisica o psicologica fa più impressione e "danni").
Di sicuro in una cosa The Sadness è particolare, resterà nei miei ricordi come il film dove chi viene infettato ha una voglia de trombà talmente grande da fallo con tutti e in qualsiasi modo e orifizio.
Sarà per quello che gli infetti c'hanno tutti il sorriso stampato in bocca


Per prima cosa devo ammettere che solo il giorno dopo averlo visto (a Pasqua) ho scoperto che "The Sadness" ha avuto distribuzione da noi, sul canale Midnight Factory legato a Prime.
Ringrazio comunque i miei due amici che l'avevano sottotitolato, anche loro in grandissima buonafede (chi avrebbe mai detto che un film così usciva legalmente?).
E quindi, per "rifarci", adesso cerchiamo in piccolo di fare quello che comunque si prova sempre a fare, ovvero pubblicizzare film da vedere legalmente (per questo motivo distruggerò il file che ho, ahah).

The Sadness è, per me, un fragoroso ritorno ad un genere ormai morto e sepolto (almeno nella cinematografia in superficie, non certo quella underground), ovvero lo splatter.
Lo splatter, il gore, ovvero quel sottogenere horror dove scorrono fiumi di sangue, dove si tagliano arti, dove escono budella, dove scoppiano teste.
Detto così sembra un genere per depravati ma, in realtà, quasi sempre lo splatter puro è da considerarsi invece un genere di intrattenimento, il più delle volte addirittura divertente, quasi per definizione "non serio".
Insomma, un tipo di cinema-spettacolo, ovviamente con tantissime eccezioni possibili.
E questo è The Sadness, un grande ritorno a questo tipo di spettacolo, disgustoso, esagerato, a tratti anche disturbante, ma in genere comunque puro intrattenimento.

In realtà, sempre se vogliamo perder tempo a parlar di generi, The Sadness è un virus movie fatto e finito, uno di quei film che cavalca il Covid in cui c'è qualcosa che infetta gli uomini (infatti è secondo filologicamente sbagliato parlare di zombie, questi non sono morti viventi ma veri e propri infetti) e, a seconda dei film, li fa comportare in modi diversi.
Niente di originale eh, ma niente niente proprio, anche se il virus di The Sadness ha un effetto collaterale molto particolare, poco battuto nel cinema, ovvero che chi resta infetto (in quale modo non si capisce granchè, a volte sembra per contagio da altri infetti, altre per motivazioni oscure, forse esistenziali), dicevo chi resta infetto ha una voglia di scopare far sesso assurda.
C'è poco da fare, gli infetti di The Sadness infilerebbero il proprio coso ovunque (e quando dico ovunque intendo ovunque, uno lo mette anche dentro l'occhio di una, citazione di A Serbian Film?), con qualsiasi persona (anche se il villain per buona parte del film insegue solo la bellissima protagonista, come a dire "ok il virus, ma i miei gusti restano altissimi") e in qualsiasi modo.
Se non fosse per il fatto che tutte le tematiche di The Sadness sono davvero mal raccontate potremmo addirittura dire che questo aspetto del film è davvero molto interessante perchè racconta di come questo virus faccia venir fuori quella parte sessualmente animale che ognuno di noi ha dentro (parte animale, tra l'altro, che se usata in modo sano è solo bellissima, anzi, il modo migliore di far sesso).




Non è l'unica tematica in ogni caso.
C'è sicuramente quella dello Stato che nasconde il virus per non allarmare, quella della propaganda, gli esperimenti su neonati e anche altre piccole cose messe qua e là di cui difficilmente si capisce il senso (ad esempio quella faccenda di come sia difficile vendere casa a Taipei resta ferma lì, senza sviluppi).
E in questa brutta scrittura non fanno certo miglior figura i dialoghi, a volte noiosi, spesso inutili, quasi mai capaci di dare profondità all'opera.
Non parliamo poi della parte finale alla quale, davvero, si fa fatica a trovar senso.
Lei che in mezzo a tutti gli infetti viene salvata da un dottore ma, incredibile, sin da subito lo evita, non gli risponde, ha paura di lui.
Un dottore in una stanza asettica che la salva e lei che reagisce in quel modo.
Ok, poi magari quel dottore si dimostrerà un pochino fuori di testa (ma tutt'altro che pericoloso, anzi, la protegge sempre) ma è davvero inconcepibile vedere il comportamento della ragazza.

8.4.22

Recensione: "Spencer"

 

Spencer è un capolavoro.
Spencer non è il racconto della vita di Diana.
Spencer è il racconto di un'apnea di 48 ore, 48 ore che simboleggiano e hanno dentro un'intera vita, una vita anfibia, metà reale e metà Reale.
Un thriller psicologico annichilente per bellezza.

£Eppure abitavo lì.
Eppure abitavo lì, lì ho i ricordi più belli, ma non ricordo la strada, vi prego aiutatemi, ditemi dove devo andare.
Sì, sono Diana e sono in un fast food a chiedervi dove devo andare.
Sono sola, senza scorta, libera, anche se tra poco non lo sarò più"

La fotografia, magnifica, leggermente sporca a ricordare l'epoca passata. Questi immensi prati, questi spazi così larghi che sono l'ultima boccata d'aria prima di entrare in apnea.
E il non ricordare il luogo dove si è cresciuti, confinante addirittura con quello dove adesso si deve andare, è la prima perla di una sceneggiatura impressionante, una delle più grandi in epoca recente. Diana ha talmente perduto la sua "parte Spencer" che tutta la sua infanzia è come sparita, fagocitata da quello che è adesso e da quello che adesso deve essere.
Un'impossibile dimenticanza che è, in nuce, quella pazzia che sta sopraggiungendo, pazzia che, in realtà, è solo voglia di vivere, di uscire da tutto, di tornare un semplice essere umano

"Quello è il nostro spaventapasseri, ha ancora addosso la giacca di mio padre.
Lasciatemi passare, lasciatemi correre.
Lasciatemi."

E quella giacca diventa il primo passo verso una lenta riappropriazione di sè, un difficilissimo ma salvifico ritorno alle origini, ai ricordi, ricordi che saranno l'unica presa d'aria nella camera stagna soffocante, spersonalizzante, assassina nel quale è costretta a vivere ora.
E Larrain ci regala un titolo di testa da infarto, con quello "Spencer" che appare proprio quando Diana, in una magnifica inquadratura, entra nella prigione dove deve vivere, in quel luogo dove il suo cognome cessa di esistere.

"Ecco, sono arrivata, so di essere in tremendo ritardo ma non mi interessa.
Non voglio fare questa stupida prova del peso, non mi interessa se la fate solo per divertimento, divertirsi, per me, significa altro"

Diana entra dentro e piomba subito in questo "non tempo", un tempo in cui il futuro non esiste e il passato e il presente sono sempre coincidenti.
Ogni azione è un'azione già fatta da centinaia di anni e che si ripete adesso, ogni frase è stata detta milioni di volte e si dice ancora, ogni movimento è stato già compiuto, ogni rito già vissuto.
Ogni singola cosa è già successa 100 anni fa, succede adesso e succederà tra 100 anni.
Ed è normale che questa non-vita sia caratterizzata dal freddo, da quei riscaldamenti che non vengono accesi perchè tutto è morto, glaciale, un rito rinchiuso in una cella frigorifera

"Non sto bene e sto vomitando.
Sono anoressica, o sono bulimica, quel che sono sono ma se sono questo lo sono diventata per colpa vostra.
E quindi adesso vomito su questo bagno regale, e non me ne frega niente se sapete che lo sto facendo, vomito perchè sto male, vomito perchè ho una malattia alimentare ma vomito anche perchè io qui questo provo, solo un sentimento di disgusto, di malessere, di finzione.
Vomito perchè tutto qui mi fa vomitare."

Un'altra perla di sceneggiatura.
Diana col suo disturbo alimentare e un film dove continuamente, ogni 5 minuti, ci vengono descritti piatti, presentati piatti, mostrati piatti. Un film dove siamo spesso in cucina o in sala da pranzo, un film pieno di cibo, un cibo "inutile" per Diana che rende il suo malessere, il suo sentirsi fuori posto, ancora più grande, ancora più insopportabile, con quei due giorni che sono solo un continuo:

"Tra poco serviamo la colazione"
"Tra poco serviamo il pranzo"
"Tra poco serviamo la cena"
"Tra poco serviamo il dessert"
"La stiamo aspettando principessa"
"Bastaaaaa"

ha appena detto Diana ma bastaaa viene da dire anche a noi, noi che sin dal primo minuto coincidiamo con lei, in questo film che proprio per questo è un grandioso thriller psicologico, perfetto, da manuale, straordinario, un film dove ogni frase che le viene detta opprime Diana e opprime noi, ogni difficoltà è sua e nostra, ogni ossessione è sua e nostra, ogni piccolo momento distensivo lo è anche per noi.
E quei continui richiami ad andare a mangiare diventano terribili, diventano una cappa che non la fa respirare e non ci fa respirare.
E diventano il simbolo di un'istituzione che non ha niente di umano e che non rispetta chi, umano, ha ancora la fragilità e la voglia d'esserlo


"Questa collana l'ha regalata anche a lei, io non la metto"

E quella collana diventa il simbolo ultimo di una storia ormai finita, diventa l'umiliazione finale, diventa la conferma definitiva di quanto Diana sia ormai solo una marionetta nelle mani di alcuni dei grandi burattinai del pianeta. 
Ti diremo ogni minuto come dovrai vestire, ti diremo ogni minuto dove dovrai essere, ti diremo ogni volta cosa dovrai indossare. E ora indossi questa collana.
E questi due simboli terribili di oppressione, il cibo e la collana, confluiscono nella prima delle tre scene capolavoro del film, quella della cena-incubo.
Incubo reale, per la condizione psicologica di Diana (quante ragazze colpite da disturbi alimentari si immedesimeranno in quella scena? in quella difficoltà a mangiare acuita ancora da tutti quegli sguardi che, invece, vogliono solo che tu lo faccia) ma anche incubo onirico e mostruoso, con lei che si strappa di dosso la collana e poi comincia a mangiarla nella zuppa, con quell'orchestrina che suona (musica diegetica) in un continuo climax ascendente. Una scena horror magistrale, in un film che, in teoria, doveva "solo" raccontarci Diana Spencer.
Già, Diana SPENCER e Spencer è il titolo del film.
Come già successo con Jackie Larrain sceglie di eradicare queste due figure straordinarie di donne dal regale terreno dove sono state piantate. Non si parla di Kennedy, non si parla della famiglia reale inglese, qui si raccontano pochi giorni (Spencer prende 48 ore spaccate) di due donne "normali" inserite in contesti straordinari.
Per quanto riguarda Diana, però, Larrain userà il cognome perchè tutto il film è un continuo e disperato cercar ritorno alle proprie origini, ai propri ricordi, alla propria famiglia. Famiglia ormai simbolicamente sepolta in quella reggia fatiscente accanto a quella sfarzosa dei Reali.

"E guarda dove festeggio il Natale io, guarda dove mi coglie la mezzanotte di questo gran giorno, in questa cella frigorifera dove voglio abbuffarmi, dove vorrei star sola a sfogare nel cibo tutto quello che sto vivendo. 
Mi avete regalato una vita fredda e rituale e, così, soltanto in una cella frigorifera potevo ritrovarmi.
E tu sei qui, sei lì, sei ovunque ad osservarmi, a spiarmi, a fare finta di proteggermi quando, in realtà, siete voi che avete paura di me, voi che vi state proteggendo da quello che sono, voi che pensate io sia pazza e possa rovinarvi tutto.
Lasciami sola, ti prego, almeno qui."

4.4.22

Recensione: "Assassinio sul Nilo"

 


Arrivo a 44 anni senza aver mai letto un libro della Christie, senza aver mai visto un film tratto dalla sue opere e senza nemmeno, per vie traverse, conoscere trama e "risoluzione" di nessuno dei suoi gialli.
Sarà per questo che, oh, a me Assassinio sul Nilo è piaciuto molto.
Cinema di intrattenimento, niente di più, ma che prende e funziona.
Il paradosso è che dei due film di Branagh usciti da noi in contemporanea, questo e Belfast, ho preferito questo, e manco di poco.
Ma la cosa più strana è come questo film, ovviamente crime e giallo, alla fine sia un grande inno all'amore (non è che so fissato io eh, è veramente esplicito).
Amori impossibili, altri finiti, altri tenuti nascosti, altri mai vissuti.
Sì, forse con Assassinio sul Nilo vi emozionerete pure (più de Belfast sicuro)

Incredibile, m'è piaciuto tanto.
Ero andato solo per una serata in compagnia, una di quelle "dai, andiamo al cinema che è bello a prescinde".
Convinto che avrei trovato una cosa carina che non faceva per me.
E invece guarda te...
Tra l'altro non so nemmeno che accoglienza abbia avuto altrove ma, non essendomi mai comparso in home su facebook, credo sia o passato in sordina o abbastanza stroncato.
E ci sta eh, io ero quasi un neofita del genere e mi sono divertito.
Ma la cosa più sorprendente, e chi mi conosce sa che sta cosa la dico perchè la penso davvero, non per fare "scena", Assassinio sul Nilo mi è piaciuto molto di più dell'altro film di Branagh uscito in sua contemporanea, Belfast.
Cioè, sulla carta pensavo avrei trovato niente di che il primo e adorato il secondo.
E' stato quasi l'opposto.

La cosa buffa è che io arrivo a 44 anni senza mai:

- Aver letto un solo libro di Agata Christie
- Aver visto un solo film - prima di questo - tratto dai suoi romanzi
- Sapere la trama (o l'assassino) di anche solo uno dei suoi libri. Ed è strano perchè che è talmente famosa che uno, anche senza averla mai letta, alla fine le sue cose le viene a conoscere, anche solo per curiosità
Quindi sono arrivato a questo film "christiano" completamente tabula rasa, magari per questo mi ha sorpreso in positivo.



E la cosa ancora più buffa è che io e i miei compagni avevamo capito già dopo mezz'ora il colpevole (non è che li abbiamo detti tutti e 10 per cui alla fine ce prendi per forza eh, ma puntato forte su quelli giusti sin da subito) e capite che se in un film della Christie capisci tutto subito ti dovrebbe crollare. 
E invece, anche grazie a molti sviluppi che comunque non ci erano venuti in mente, è funzionato alla grande lo stesso.
Ma tutto pensavo tranne che - anche se solo pochino eh - "emozionarmi".
E ancora meno pensavo che questo potesse essere un film sull'amore.
Ok, c'avrò la fissa a vedello ovunque st'amore io (paradossalmente non l'ho visto in un film in cui tutti invece lo vedono, Licorice Pizza) ma è innegabile, anzi, dichiarato esplicitamente, come ogni azione e relazione del film sia assolutamente inscindibile da questo sentimento.
E, che per quanto mi riguardi, la cosa "funzioni", sia credibile.
Si parte con un bel prologo di guerra, ben girato, godibile, in cui conosciamo (io per la prima volta) la figura del "geniale" Poirot, uno capace - ovviamente - di vedere piccoli indizi e in base a questi avere intuizioni eccezionali.
Certo la scena poi dell'attacco è abbastanza inverosimile (i nemici sembrano 3-4 e si risolve in 30 secondi) ma Assassinio sul Nilo non è un film di guerra e, per quanto mi riguarda, sto excursus lo risolve più che bene.
Scena successiva lui ferito e lei, infermiera che lo cura e unica donna che mai amerà (oh, io non conosco libri e altri film, prendo i dati che mi arrivano da questo qua).
Ed ecco che quella tematica, quasi come un "indizio" (l'amore in questo film è proprio questo, un indizio, qualcosa per capire le cose) fa capolino, ci mette già nel mood.

In ogni caso iconica e perfetta la frase che conclude l'incipit

"Ti farai crescere i baffi"

Parte poi il vero e proprio film, il "classico" film (ok, è vero che non ho letto e visto mai niente di suo ma la "struttura" della Christie la conoscono anche i sassi) dove avremo un omicidio (o più omicidi), di solito in un luogo "chiuso" (di conseguenza l'omicida è per forza un volto noto presente sulla scena) e che porterà a uno e più colpevoli.
In questo caso l'omicidio non arrivava mai (mi pare avvenga addirittura nel secondo tempo) anche se, a posteriori, trovo la divisione strutturale del film di un'ora pre-omicidio e un'ora di indagini perfetta.