16.5.21

La Casa Occupata

 

Era la prima volta che andavo ad abitare completamente da solo.
2013
Lavoravo in fabbrica, lo stipendio era da fame e c'era necessità de trovà la cosa più economica possibile.
Mi dicono "Eh, allora va bene solo Via della Pescara".
"Perchè?" dico io
"Beh, su quei palazzi le case non costano niente"
"Perchè?" dico io
"Beh, è una zona un pò malfamata, lì c'è la Nigeria bene (io ero rimasto alla Milano bene, Nigeria bene mai sentito).
"Ah, capito"
"Per cercare il palazzo che dico io chiedi de Il Palazzo delle Puttane"
"Perchè?" dico io
"Beh, se lo chiamano il Palazzo delle Puttane forse è perchè ce sono le puttane" mi dicono
"Ah"
"In realtà c'erano una volta, puttane, delinquenti, spacciatori, ma ora hanno ripulito tutto, però resta Il Palazzo delle Puttane"
"Ok, grazie, tutto molto incoraggiante"
Vado a sto Palazzo delle Puttane, sento di 3 appartamenti, due non mi accettano visto il contratto determinato in fabbrica ma uno sì.
Insomma, vado a vivere lì, nella zona una volta più malfamata de Perugia.
In realtà io in quei due anni e mezzo non vedrò niente di male.
Ma che una casa di 35 metri quadri avesse DUE bagni, ecco, sì, era la conferma che quello era il Palazzo delle Puttane.
Ma andiamo alla vicenda.
Ero stato via 4-5 giorni, non ricordo dove, forse ero tornato al mio paesello.
Torno a casa a Perugia una sera, parcheggio, e mi si gela il sangue.
Vedo le luci di casa mia accese.
Dico 30 bestemmie, penso alla bolletta che sarebbe arrivata, e distrutto faccio per andare a casa.
Arrivo al portone e non si apre.
Penso sia il mio nervosismo, mi calmo, rimetto la chiave per bene ma niente, non se apre.
Poi, ad un certo punto, sento dei rumori in casa.
Il cuore mi si ferma (è una sensazione che non vi auguro mai).
Dopo 10 secondi MI APRONO alla MIA porta.
E' un uomo dell'est, altissimo, biondo, sembra ucraino.
Uno di quegli uomini che paiono usciti da Ogni cosa è illuminata.
Mi guarda e mi chiede cosa voglio.
Io che a botte non so fare e sono sempre molto cordiale inizio a tremare e gli dico
"Ma...siete...a casa...mia"
"Casa tua?" mi fa quello con un accento dell'est
"Sì, casa mia cazzo, cosa avete fatto?"
"Ah, casa tua? allora entra, facci caffè"
A quel "facci" noto dietro di lui un altro uomo, sempre dell'est, che mi guarda seduto al tavolino con in mano una bottiglia di vodka.
Mi sorride.
Noto che il tavolino NON è più nemmeno il mio, e anche qualcos'altro che scorgo dalla porta mi sembra diverso.
Non solo hanno occupato casa in 4 giorni ma hanno cambiato tutto.
A quella richiesta di entrare a fargli un caffè mi prende male, inizio veramente ad aver paura e mi allontano minacciandoli
Al che inizio a chiamare mezzo piangente tutti i miei parenti che, giustamente, mi dicono di chiamare subito amministratore e polizia.
Chiamo l'amministratore.
Non riesce nemmeno a capirmi al telefono tanto la mia voce è sconvolta ed impaurita.
Mi dice di calmarmi, che lui è già lì per motivi suoi e in 2 minuti sarebbe arrivato.
Io aspetto lì sul corridoio mentre l'Ucraino numero 1 mi guarda dalla porta ridendo, come a sfidarmi.
Passano quasi 10 minuti, ancora niente amministratore.
Poi lo stesso amministratore mi chiama al telefono.
"Giuseppe, sono qui davanti al tuo portone, ma dove sei?"
"In che senso sei davanti al mio portone?"
"Sono qui, al 13, e non c'è nessuno"
Chiudo per 5 secondi gli occhi, cerco di capire cosa sta succedendo e poi la verità arriva, e quando arriva è come se mi avessero sparato addosso.
Avevo parcheggiato la macchina davanti all'interno precedente quello di casa mia (sono 3 interni tutti identici).
Ero entrato nella prima casa a destra (come era la mia) ma di un altro interno.
Chiudo il telefono.
L'ucraino continua a guardarmi e ridere.
Non dico nulla, nemmeno mi scuso, esco dal portone e vado su quello 10 metri dopo, dove mi aspetta l'amministratore.
Sono rosso come un peperone.
In quei 10 metri di strada mi giro verso la mia NON casa e vedo la cosa più umiliante del mondo.
 I due ucraini sono alla finestra, mi indicano e ridono, facendomi vedere anche la bottiglia di vodka.
Credo che a quel punto scappi anche a me un mezzo sorriso.
Arrivo nella casa giusta, chiedo all'amministratore di non raccontare mai a nessuno sta storia (non lo farà) ed entro in casa mia.
Vado a letto

11.5.21

Recensione del libro di Ivano Landi "L'Estate dei fiori artici" - a cura di Max



Torna il lettore Max per recensire un libro di Ivano Landi, un suo amico blogger.


 "Ivano Landi è il padrone di casa di uno dei  blog più belli della Blogosfera.
A raccontare le pagine del romanzo è quello che Ivano definisce il suo alter ego, lui non ha mai ammesso di avere scritto un romanzo autobiografico anche se confessa che i nomi delle protagoniste femminili sono reali.
 Quello che rimane impresso leggendo L’Estate dei fiori artici è come si viene catapultati dentro le passioni che animano Ivano e che chi frequenta il suo Blog “Cronache del tempo del sogno”  le conosce molto bene, queste sue passioni.
Nelle pagine de L’Estate dei fiori artici respiriamo Rimbaud e i poeti maledetti Francesi ma anche S.King e Jack London, la musica di Jim Morrison e i Doors, Brian Eno passando per Beethoven.
I fumetti di Metal Hurlant e Linus.
Il cinema di Peter Weir e le suggestioni di Pier Giuseppe Murgia e la sua Maladolescenza.

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 “Il poeta deve coltivare le sensazioni estreme e la sregolatezza dei sensi per raggiungere l’ignoto e non precludersi nessuna esperienza di vita ”
(Arthur Rimbaud)

Firenze , ultime settimane di un estate di fine anni settanta .
Nel corpo hai l’irruenza  dei tuoi vent’anni, Il liceo artistico è terminato da poco e ti resta l’incertezza di non sapere se hai fatto la scelta giusta scegliendolo come percorso di studi.
Ci penserai meglio dopo, c’è tempo, adesso la tua curiosità ed il tuo entusiasmo sono proiettati all’imminente viaggio che con il tuo amico di sempre hai deciso di fare in Irlanda.
Irlanda terra di miti e tradizioni celtiche che da sempre ti affascinano e catturano la tua attenzione .
Un viaggio pensato prevalentemente in autostop, avventuroso, con l’emozione di accettare un passaggio da degli sconosciuti.
Nello zaino tra le poche cose da portarti via non possono mancare i libri dei tuoi amati maudits francesi come Rimbaud e Lautréamont, da tempo tuoi inseparabili compagni di lettura.
Prima tappa Parigi, visita quasi obbligata al cimitero monumentale di Père-Lachaise ad omaggiare la tomba di uno dei tuoi miti musicali e la delusione di fronte allo spettacolo che ti si presenta davanti agli occhi, uno scempio che non ti aspettavi.
Forse non è solo quello ma qualcosa improvvisamente comincia a rompersi dentro di te...alla tua età i facili entusiasmi lasciano spesso il posto a inaspettate delusioni.
Non basta  il quartiere latino di Parigi, nè una rocambolesca festa un po’ psichedelica a casa di una amica dagli occhi così simili a quelli che a suo tempo avevano abitato il viso crudele e angelico di Rimbaud a dissuaderti dall’idea, che ormai sta prendendo forma nella tua testa, di tornare a Firenze da solo.
 Abbandonando l’idea forse definitivamente del viaggio in Irlanda.


Ma la vita è un crogiolo di emozioni continuo e come il viaggiatore dalle suole di vento alla ricerca dell’ignoto, le esperienze più strane e gli incontri più insoliti possono capitarti anche ad un passo dal naso e nei luoghi più inaspettati.
Come quello con la sgangherata compagnia di cinque ragazzi quasi tutti tuoi coetanei che conosci in treno in quello che doveva essere il tuo viaggio di ritorno a Firenze .
Sono mezzi imparentati belli e disinibiti, ma è la più giovane del gruppo a conquistarti, da subito.
Sembra uscita da un racconto delle mille e una notte, è affascinante e misteriosa.
I suoi capelli son neri e lunghi, gli occhi scuri e profondi, un corpo snello e ti colpisce il modo in cui si comporta, sembra stare sempre sulle sue.
Ha un vestitino di cotone leggero striminzito e come hai occasione di accorgerti, perché ormai non riesci più a toglierle gli occhi di dosso, non porta l’intimo sotto i vestiti.
Lei è così, ti dicono i suoi amici man mano che li conosci e inaspettatamente ma anche fortemente desiderata ti arriva la proposta di passare quella fine estate con loro .
Destinazione Follonica e le sue spiagge naturistiche.
“Ti è mai successo di star nudo in riva al mare, vestito solo dell’aria trasparente e della luce del sole?”
“Lei è così ma non scherzarci troppo e non fare di più di quello che ti permette” è l’ammonizione che ti fa la zia quando capisce il tuo interesse verso la sua giovane nipote.
Ma la ragazzina ha già il controllo della situazione e l’interesse capisci che è reciproco.
Gioca con te come il gatto con il topo e tu ne sei sempre più infatuato .
Non è solo inevitabile attrazione fisica, lei ti coinvolge anche mentalmente.
Alla sua giovane età ha già letto Proust e conosce i Canti di Maldoror di Lautréamont, chissà se conosce pure i Surrealisti ..?
È intelligente e continua a sfidarti, non riesci a capire se veramente tiene a te o ti sta prendendo in giro.
I suoi amici non fanno niente per aiutarti a capirlo, forse sono suoi complici in questo gioco pericoloso ma seducente al tempo stesso.
Sai di essere importante anche per loro, ti hanno scelto e per quest’estate stai sicuro che non ti lasceranno più andare via.
È un viaggio alla scoperta di qualcosa di ignoto stare con loro e hai deciso di viverlo intensamente, costi quel che costi.
Essere nudi in spiaggia non basta a scoprirsi veramente, la diffidenza copre più di un vestito. Questo almeno fino a quando la giovane ragazza non decide di farti conoscere di più del suo passato.
E allora sì che (se già non lo fosse) diventa nuda pure l’anima.
Un nome che non è il suo, il tatuaggio di uno scorpione sulla nuca forse retaggio delle sue vere origini Sudafricane.
Un nome e un simbolo che evocano esoterismo e riti sciamani di protezione .
Tante domande e poche risposte.
Quanti misteri nasconde quella ragazzina.
La voglia di restare da soli in una parte di spiaggia meno frequentata, con uno sperone di roccia che ti ricorda così tanto il luogo di quel film, il tuo preferito, dove delle studentesse in gita si spogliavano e restavano vestite solo dei loro sensi attratte da qualcosa di ignoto.
Come ricorrono spesso le tue passioni in questa estate tutta ancora da assaporare  e da vivere intensamente con lei ma destinata comunque a finire.


L’estate dei fiori artici è il primo romanzo pubblicato di Ivano Landi.
Blogger che conosco da diversi anni e che secondo me è il padrone di casa di uno dei  blog più belli della  Blogosfera.
A raccontare le pagine del romanzo è quello che Ivano definisce il suo alter ego, lui non ha mai ammesso di avere scritto un romanzo autobiografico anche se confessa che i nomi delle protagoniste femminili sono reali.
 Quello che rimane impresso leggendo L’Estate dei fiori artici è come si viene catapultati dentro le passioni che animano Ivano e che chi frequenta il suo Blog “Cronache del tempo del sogno”  le conosce molto bene, queste sue passioni.
Nelle pagine de L’Estate dei fiori artici respiriamo Rimbaud e i poeti maledetti Francesi ma anche S.King e Jack London, la musica di Jim Morrison e i Doors, Brian Eno passando per Beethoven.
I fumetti di Metal Hurlant e Linus.
Il cinema di Peter Weir e le suggestioni di Pier Giuseppe Murgia e la sua Maladolescenza.
Vengono evocate le sessioni fotografiche di Joel Brodsky su Jim Morrison e restando in tema di fotografia come non citare l’artista statunitense Francesca Woodman alla quale Ivano ha dedicato il suo libro.
Spero di non avere fatto un torto ad Ivano e alla grande tradizione surrealista di cui Rimbaud e  Lautréamont son stati sicuramente i precursori quando ho deciso di scrivere del suo romanzo con questa “ recensione “.
In qualche modo ho cercato di raccontare razionalmente un opera, la sua.
Ma l’opera o meglio ogni forma d’arte  in senso generale va vissuta e raccontata in prima persona per questo vi saluto invitandovi a leggere il romanzo, disponibile su Amazon sia in cartaceo che come eBook.
Nel  mio piccolo cercherò sempre di fare il possibile per aiutare a far conoscere le autopubblicazioni dei miei amici blogger.
Max


6.5.21

Recensione: "Chi canterà per te?"(Quien te cantara) - Su Netflix

 

Dopo lo stupendo Magical Girl (film che dovetti vedere due volte per capirne la grandezza) Carlos Vermut si conferma un autore straordinario, uno che risulta davvero incredibile che con due film del genere sia ancora praticamente sconosciuto.

Una famosissima cantante viene salvata da un tentativo di suicidio.
Ha perso però la memoria e tra poco deve partire il suo tour di rientro (dopo 10 anni).
Viene allora chiamata una sua grande fan (e cantante anch'essa) per reinsegnarle a cantare, a ricordare, ad essere chi era.
Come in Magical Girl un altro film eccezionale psicologicamente, del tutto polanskiano, un altro film ambiguo, con un mistero latente, con dei personaggi veri come le persone e con un dolore dentro talmente devastante e perfetto da fare male.
Un film sull'ìdentità, sulla personalità, sull'imitazione.
Stupendo.

Dovetti vedere Magical Girl due volte.
La prima visione fu talmente "strana", turbata e difficile che non riuscivo quasi a darne un giudizio (pur sentendone sottopelle la grandezza).
La seconda visione mi disvelò un capolavoro.
Vedo ieri il film seguente dello stesso regista, Carlos Vermut.
E ancora una volta sento che dovrei rivederlo, che la sua grandezza non mi si è ancora rivelata del tutto.
Ma stavolta mi basta una visione per dire che ci troviamo davanti, ancora una volta, ad un film eccezionale.
E mette quasi i brividi vedere come questi due film così diversi eppure così simili a sè stessi, mette i brividi riuscire a "capire" così bene quanto sotto ci sia la stessa anima, la stessa mano.
Sono due film difficili (non apparentemente, a primo sguardo, ma lo diventano "dentro" lo spettatore), pieni di personaggi ambigui, ricchi di un mistero non assoluto ma nascosto tra le pieghe, capaci di raccontare la vita vera e quella nascosta con la stessa precisione.
E soprattutto due film in grado di raccontare il dolore in una maniera così perfetta, vera e spietata che umanamente se ne esce travolti.
Io non capisco come un regista che ha fatto due film del genere sia ancora nascosto.
Qui siamo davanti all'eccellenza assoluta.


Una cantante famosissima viene salvata all'ultimo momento da un tentativo di suicidio.
Sta di fatto, però, che ha perso quasi completamente la memoria.
Stava per rientrare in scena dopo 10 anni, ma adesso non ricorda le canzoni, la sua vita, come ci si muove, niente.
Viene allora chiamata una delle sue più grandi fan (nonchè cantante anch'essa, di cover sue) per "reinsegnarle" a cantare, per farla tornare ad essere chi era.
Ne nascerà un film straordinario sull'identità e sull'imitazione.

E' innegabile che il cinema di Vermut sia un film di contenuti, di tematiche.
Ma è anche innegabile quanto siano belli da vedere, quanto siano ben fotografati, quanto gli attori che sceglie siano eccezionali, quanta cura ci sia nei dettagli (il regista li adora) e quanto le sue sceneggiature siano autentici capolavori psicologici, dei film apparentemente lineari che in realtà si capovolgono continuamente su sè stessi, come stare nelle montagne russe, dove sai che vai sempre avanti su binari prestabiliti ma facendolo rischi di perdere la testa.
Io li considero film quasi unici, talmente perturbanti e grandi "sotto" che il rischio di non amarli di primo acchito è altissimo.

L'incipit, importantissimo, è già grande cinema.
Quel corpo rianimato, quell'oceano immenso dietro di esso (e quell'oceano sarà il personaggio nascosto più importante del film), bellissimo.
Poi quella mano che si tocca il corpo e il viso in ospedale, primo tentativo, forse, di riconoscersi.
E poi l'origami sul quale, però, voglio tornare più avanti.
Lila scoprirà di avere un'importante amnesia e, di conseguenza, doversi ricostruire un'identità, dover ricordare piano piano chi era.
La sua manager prova ad aiutarla ma ormai siamo a due mesi dal suo ritorno alle scene (dopo 10 anni dal suo ritiro) ed è impossibile per lei ricostruire la Lila artista.
Lila vede sul tubo una cantante che canta le sue cover in un karaoke (karaoke che era già presente in Magical Girl, in questa ossessione che ha Vermut per l'imitazione).
Le piace talmente tanto che la contatta.

30.4.21

Recensione: "Sputnik"

 


Un'opera prima russa di sci-fi horror (che prende sicuramente qualche spunto da Alien e La Cosa) davvero interessante e già vincitrice di più premi.
La storia di un astronauta che torna da un viaggio spaziale con qualcosa dentro di sè, un essere alieno parassita dal quale sembra impossibile liberarsi.
Belle atmosfere, climax più che discreto, tanti aspetti dell'ex Unione Sovietica messi dentro (in maniera forse prevedibile) per un buonissimo film di genere che, però, non sembra avere quella personalità o potenza per diventare uno dei piccoli gioielli moderni del genere.
In ogni caso da vedere

IO NON AVEVO CAPITO IL FINALE, LEGGETE I COMMENTI DEI LETTORI PER CAPIRLO. MI SCUSO CON IL FILM ;)

E AUMENTO IL VOTO A 7.5

Questo film doveva essere uno dei titoli di punta del, purtroppo saltato, ToHorror 2020.
In contemporanea doveva essere anche proiettato al Trieste Science + Fiction, festival che comunque, a differenza del ToHorror, è stato fatto online.
Ebbene, Sputnik lo ha vinto.
Sinceramente non l'ho trovato un film così bello da vincere un festival di settore (ma è anche vero che alle edizioni in cui ho partecipato del ToHorror avrei sempre scelto vincitori diversi da quelli poi proclamati) ma resta comunque una interessantissima opera prima, al tempo stesso ingenua e intelligente.
Come ingenuo e intelligente è usare tanti clichè e stereotipi (che poi son tutto fuorchè di clichè e stereotipi, ma alla lunga lo diventano) delle Russia degli anni 80, in piena Guerra Fredda.
Fare uno sci-fi horror che racconta dei segreti di stato, delle mistificazioni e insabbiature e della ricerca dell'Arma Suprema di quel periodo (e non solo) di storia russa è, lo ripeto, una mossa molto intelligente e interessante, anche se abbastanza prevedibile e fin troppo scontata.


Due astronauti tornano da un viaggio.
Poche ore prima dell'atterraggio succede loro qualcosa di terribile.
Uno arriverà a terra (a Terra) morto, col cranio massacrato, l'altro in gravi condizioni ma ancora vivo.
Il sopravvissuto, però, ha portato dentro di sè qualcosa di terribile, qualcosa che ormai convive con lui...

Sputnik ha labili ma al contempo evidenti richiami a capolavori dello sci-fi horror del passato, come Alien e La Cosa.
Del primo prende almeno il prologo e la figura del mostro alieno, del secondo il concetto di parassita che si "mescola" perfettamente con l'essere umano ospitante.
E' buffo però che il richiamo più diretto che mi viene in mente è quello col nostro piccolissimo gioiello dei Manetti Brothers "L'Arrivo di Wang", con questo suo essere tutto al chiuso e quasi completamente basato sul rapporto che si viene a creare tra la ragazza (lì una traduttrice, qua una ricercatrice neurologica) e l'essere alieno. Al tempo stesso questo tentativo di Tania (la protagonista) di creare in maniera molto coraggiosa e umana un rapporto sempre più stretto con l'alieno ricorda molto anche quel capolavoro di Arrival.
Coi riferimenti ho finito ;)

Ho trovato molto interessante la struttura del film.
Capita raramente, in questo genere di film, che lo spettatore ne sappia meno di quasi tutti i personaggi. Tutte le cose che piano piano scopriremo sull'alieno sono cose che tutti in quella base sanno già dall'inizio, molto particolare. 
Noi siamo così pienamente identificati con la protagonista Tania, l'unica ignara di tutto e che quindi, in vari step perfettamente in climax, scoprirà ogni minuto che passa più cose su quello che sta accadendo.
Questa tecnica, come dicevo all'inizio, è perfettamente in linea con il mondo che viene raccontato, ovvero quello dell'ex Unione Sovietica, in cui qualsiasi cosa veniva nascosta, mistificata o raccontata in maniera diversa all'opinione pubblica.
Ho apprezzato molto che la faccenda dell'alieno parassita sia stata fatta venir fuori praticamente subito, forse uno degli aspetti che rende Sputnik più originale.
Di lì in poi lo spettatore dovrà solo scoprire, come dicevo sopra, che cosa sta succedendo in quella base, perchè quell'uomo sia tenuto lì e quali studi si stanno facendo.
Ecco che entra in gioco la nostra Tania che, a dispetto delle ragioni opportunistiche e di Ragion di Stato degli altri, farà invece prevalere la sua umanità (anche perchè credo si innamori dell'astronauta, ricambiata) e che quindi avrà in testa una sola cosa, salvare quell'uomo.
E qui sta forse l'aspetto più interessante del film, ovvero quella specie di metafora psicologica per cui quella parte "aliena" da sè sia ormai invece parte di sè, indissolubile. Come se l'astronauta ormai non solo non possa più liberarsi di lei ma nemmeno lo voglia (non a caso è il parassita che lo tiene in forma e in vita). Una situazione "impossibile" quindi, quella per cui il togliere la malattia è al tempo stesso rendere malato il paziente, molto interessante.
In questo senso ho trovato come una delle scene più belle quella in cui l'alieno abbraccia la piccola matrioska, prima sequenza (davvero simbolica) che ci fa capire come non solo l'astronauta ormai si possa identificare all'alieno ma anche viceversa, quella creatura extraterrestre abbia in tutto e per tutto inglobato l'anima dell'uomo.
Altro aspetto molto interessante è quel nutrirsi di "paura" da parte dell'alieno.
In questo senso ho trovato veramente irreale ma comunque molto riuscita la scena dove lei, senza che nessuno la fermi, decide di entrare nell'arena in cui vengono dati pasti umani alla creatura.
Una scena che mi ha ricordato il finale di quel capolavoro di Un lupo mannaro americano a Londra, con quel mostro che in qualche modo "riconosce" la persona che ama e, per questo, non l'attacca (e anche il coraggio di lei).


Per il resto un film che più di una volta ha un'ottima atmosfera, che ha una protagonista principale molto convincente, che riesce a mettere dentro alcune tematiche non banali.
Ma è anche vero che ci troviamo davanti ad un film un filo prevedibile, ingenuo più volte nella scrittura, con una sottostoria (quella dell'orfanotrofio, ma anche quella dell'altro astronauta) veramente debolissima, con alcuni piccoli grandi errori (su tutti la scena finale quando loro scappano di notte e un minuto dopo - perchè massimo pochi minuti possono passare da quando esce il Generale - siamo in pieno giorno), un'opera prima insomma che, vivaddio, per una volta pare proprio un'opera prima, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.
E poi quel finale che io francamente non ho capito (quel bimbo che dice "Io sono Tania", come le dirà poco dopo la ragazza), una specie di dimostrazione che abbia qualche potere?
Non so.
In ogni caso opera molto piacevole che, quando ti passa davanti, rivedi anche volentieri

7

27.4.21

Recensione: "Colonel Panics"

 

Un film giapponese che sicuramente manderà in brodo di giuggiole in tanti.
In un futuro lontano creano un gioco virtuale che ti permette di vivere la vita di un uomo del passato.
E' la vita di un uomo malato, ossessionato dal sesso (in un film pieno di sesso, sesso bello, sesso fastidioso e sesso malato), dalla guerra e dalla sua ex ragazza.
Ne nasce un film che visivamente ha sequenze davvero eccezionali ma che secondo me riesce a creare poca coesione e feedback tra le due temporalità che racconta.
Siamo lontani dall'angoscia di un film che un pochino gli somiglia, Possessor.
In ogni caso se volevate un film veramente tosto pieno di sangue, violenza e disagio psicologico ecco, accomodatevi

Ecco, se esistesse ancora la rubrica Horror Underground sono sicuro che questo film, Colonel Panics, ci sarebbe finito con tutte le scarpe.
Quella rubrica cercava di presentare quegli horror (o comunque film molto disturbanti) non ancora distribuiti, misconosciuti e, di base, abbastanza "malati".
Colonel Panics di sicuro poco conosciuto e malato lo è, e de brutto.
Siamo dalle parti dello sci-fi horror, quello reso grandissimo da Cronenberg.
La storia non è facilissima da capire (anche se più si va avanti più, fortunatamente, diventa comprensibile) ma di base c'è che ci troviamo in un futuro non so quanto lontano in cui viene messo a punto un "virtual game" (chiamalo gioco...) per cui possiamo, attraverso un visore, vivere una vera e propria "storia di uomo", un'esistenza.
Abbiamo quindi una specie di Master nel futuro (perchè, a quanto ho capito, riesce anche a modificare ed aggiustare la storia) che "vive la vita" di un uomo nel passato.
Gran parte del film (80%) riguarderà la vita di questo ragazzo del passato tanto che, e forse questo è un altro dei piccoli difetti del film, Colonel Panics sarebbe quasi potuto funzionare (o non funzionare) senza la cornice delle due temporalità e del mondo virtuale, raccontando la storia del passato semplicemente come un film normale.


Ecco che prendo quindi subito a prestito il vero e proprio capolavoro recente di questo sottogenere, il Posssessor del figlio di Cronenberg.
Là il discorso della realtà vera e virtuale e dell'entrare "dentro gli altri" (anche in Colonel Panics questa cosa viene esplicitata) era raccontata in maniera perfetta, armonica, con le due vite che erano indissolubilmente collegate l'una all'altra.

22.4.21

Recensione: "Creep 2" - Su Netflix

 

Dopo 3 anni vedo finalmente il seguito di Creep, piccolo mockumentary diventato cult tra gli appassionati.
Anche il secondo capitolo funziona, certo fa meno paura perchè l'effetto sorpresa sul killer Aaron manca, ma a livello di scrittura psicologica è davvero eccellente, tanto che riesce a creare delle scene e toccare dei punti che riescono persino ad emozionare.
Quel che più conta, però, è che ancora una volta Creep si conferma un "franchise" che esalta questo sottogenere che troppe volte vuole diventare più grande di quello che dovrebbe essere, il mockumentary.


Finalmente, dopo 3 anni, son riuscito a vedere il seguito di Creep, piccolo mockumentary di Netflix che, in qualche modo, era diventato un cult.
Non ricordo benissimo cosa scrissi del primo capitolo (in larga parte bene credo) ma confermo con questo sequel di trovarmi davanti al grado zero (in senso buono) dei mockumentary, ovvero la vera e propria essenza di questo sottogenere che a me diverte sempre ma che in moltissimi casi vuole diventare troppo più grande di quello che è.
Questi due Creep sono i "veri" mockumentary, film scarni, poco costruiti, essenziali, in cui la presenza della telecamerina, oltre che giustificata, deve creare quell'effetto straniante e quasi amatoriale che, secondo me, il genere presuppone.

Siamo lontani, lontanissimi, dal trovarci davanti a dei capolavori ma è impossibile non consigliare i due Creep a tutti gli appassionati.
Vado a memoria ma sono quasi sicuro che il primo, a livello di "paura", fosse molto superiore, anche perchè in quel caso, non conoscendo ancora lo straordinario personaggio principale - il killer Aaron - l'effetto sorpresa-paura era per forza superiore.
Ora lo conosciamo, sappiamo di cosa è capace, sappiamo come si muove, il suo istrionismo, la sua pazzia.
E allora gli sceneggiatori hanno pensato ad una cosa secondo me molto intelligente, ovvero scrivere un capitolo che andrà a soffermarsi su un aspetto interessantissimo, ovvero la psicologia del killer, anzi, in senso lato direi la psicologia dei killer.


Il pretesto narrativo è piccolissimo, eppure funziona.
Sara, una ragazza insoddisfatta che ha cercato di creare un canale su You Tube di incontri con persone "strane", riceve un invito da Aaron per andare a riprenderlo per una sola giornata, paga 1000 euro.
La ragazza accetta sperando di trovare, per una volta, una persona davvero interessante che la possa far svoltare nel Tubo.
E Aaron interessante lo è di certo visto che appena Sara lo incontra le confida di essere un serial killer (e noi che abbiamo visto il primo sappiamo che è vero), di aver ucciso 39 persone, e di volere passare 24 ore con lei per farle conoscere il nero della sua anima, come un testamento.
Sara accetta (ok, dicendo Sara "accetta" ho fatto una battuta involontaria, chi lo vedrà capirà).

C'è da dire subito che tutti i comportamenti di Sara, dall'andare a casa di uno psicopatico che non conosce, all'accettare di intervistarlo malgrado lui le dica che sia un killer, e tutti i successivi, possono sembrare una tremenda forzatura, se non una vera e propria inverosimiglianza.
Non che probabilmente non sia così (mamma mia che brutta costruzione di frase...) ma in realtà tutto secondo me è accettabile. La ragazza non crede assolutamente che lui sia davvero un killer e, anzi, inizia a provare una strana empatia per quest'uomo così insidioso, strano, inquietante ma anche a suo modo dolce e tanto bisognoso di affetto.
E la prova che quello che dico è vero è la scena dell'impiccagione.
Fateci caso, tutte le scene precedenti, tutte le frasi di Aaron, gli stessi filmati che le mostra, alla fine potevano essere "bugie", solo a crearsi un personaggio.
Invece quell'impiccagione, tra l'altro quasi a fine film, è la prima azione che Sara vede come reale. E la sua reazione è di tremenda paura, di grande affetto, di grande shock. Prima poteva raccontarsi quello che voleva ma adesso Aaron ha davvero provato ad uccidersi davanti ai suoi occhi, La reazione di Sara a questo evento è anche la risposta a tutte le eventuali critiche ai suoi comportamenti precedenti.

Ma andiamo al film.
Se è vero che la parte terrificante o quella violenta sono sensibilmente smorzate rispetto al primo capitolo (anche se il prologo è davvero bello e perfettamente "Aaroniano") questo secondo eccelle in uno scavo psicologico davvero notevole, e così "complesso" da regalarci un personaggio che riusciamo quasi a "capire" e a voler bene.
La cosa quasi commovente di questo secondo capitolo sono le piccole scene dove capiamo come Aaron non sia mai stato amato in vita sua.
Ho trovato straordinaria la sequenza di quando lui dice di spogliarsi.
Lui lo fa, con una motivazione banale e profonda allo stesso tempo, poi decide di farlo anche lei.
Aaron prende la telecamerina e invece di riprendere lei nuda zooma sul suo viso. E' una piccola scena che descrive un animo meglio di un film intero.
Aaron è un killer, un pazzo, un violento, un cinico, eppure quando quella ragazza si spoglia ha il pudore di non riprenderla, andando sul viso. E' come se per la prima volta in vita sua inizi a provare qualcosa per un'altra persona e, anche, a sentire di essere voluto bene da quella stessa persona.
La sua parte assassina, morbosa e malata lascia il posto a questo tenerissimo e umano zoom sull'unica parte, il viso, che in quella situazione non contava nulla.
Ma ne verranno molte altre di scene che ci mostrano un uomo completamente stravolto dal sentire questa nuova situazione dell'esser voluto bene.
Il suo stendersi faccia in giù vicino al fiume (come a controllare o nascondere un'emozione nuova), il suo stupore quando lei lo raggiunge in sauna, il suo confidarle di non aver mai avuto una donna (pur avendo 40 anni ed essendo un bel uomo), sono davvero tanti i momenti in cui questo pazzo ci sembra un essere umano di incredibile fragilità, molto sincero, completamente infelice, impaurito dall'affetto solo perchè non ne ha mai ricevuto.
E' un discorso molto delicato questo ma da esperto di serial killer ho ritrovato in questo film una perfetta rappresentazione dell'assassino seriale tipico, ovvero un bambino-adolescente-ragazzo che non ha mai conosciuto l'amore o l'affetto ed ha poi sublimato quelle mancanze in delle forze distruttive e assassine.
Non sono giustificazioni ma quasi dietro ad ogni assassino seriale c'è un dolore "perfetto" e lunghissimo che pochi di noi possono comprendere.


Ma a conferma che Creep 2 basa tutto sull'aspetto psicologico c'è anche quel suo diventare una specie di "gioco" a due dove ad un certo punto è difficile capire chi sta impaurendo chi, chi ha il controllo della situazione, chi è il master di questa strana e perversa coppia.
Riguardo questa tematica consiglio "In a lonely place" e "Piercing", due film perfetti riguardo questo gioco di ruolo tra vittima e carnefice, personalità dominante e dominata.
In ogni caso, per farla breve, ci troviamo davanti ad un film con una sceneggiatura quasi inesistente che però si è presa la briga di andare a fondo nei due personaggi, e portarci a riflessioni per niente banali.
Per il resto ho amato tantissimo rivedere il raggelante finale del primo Creep e la maschera del Lupo, mi son piaciuti davvero molto il prologo e il racconto della genesi da killer di Aaron (altra chicca psicologica, quel sapere di stare per morire, l'essere quasi affascinato dal suo killer, ma poi il riuscire a capovolgere la situazione, diventare lui assassino e riversare dentro di sè quel "potere", quella cosa che l'aveva così affascinato della persona che stava per ucciderlo).
Niente per cui urlare al miracolo, alcuni momenti morti, l'effetto sorpresa del primo capitolo che manca e altri piccoli difetti.
Eppure un'altra volta avremo un grande finale (per costruzione quasi identico a quello del Creep 1) che forse narrativamente mette in dubbio tutto quello che abbiamo visto (Aaron ha sempre pensato di ucciderla alla fine? non si sa) ma che colpisce per atmosfera.
Il sottofinale è una furbata per un eventuale Creep 3.
E io, se lo faranno, me lo vedo ;)


19.4.21

Recensione: "The Block Island sound" - Su Netflix

 

Con mia grandissima gioia sono finalmente riuscito a vedere un film brutto.
Io che parlo solo bene de tutto, che esalto gni cosa, adesso ho visto un film brutto e posso sfogamme.
Ma non un film brutto che sapevo già brutto, ma uno brutto che pensavo bello, per questo so contento.
Siamo su un'isola, accadono strane cose, muoiono uccelli e pesci. C'è qualcosa de strano nel mare.
Alla fine manco se scoprirà bene che era quella cosa strana.
Sta de fatto che i membri di una famiglia de pescatori cominciano ad impazzì.
E ce regaleranno la figura del nonno morto, una figura che dovrebbe esse terrificante e invece è una delle cose più ridicole viste sti anni.
Adoro

Madonna che soddisfazione.
Finalmente ho visto un film BRUTTO. Ma non de quelli brutti che sapevo fosser brutti, no, uno brutto che pensavo fosse bello.
Sta sensazione è bellissima, parlo sempre bene de tutto, tutto è interessante quando non magnifico, e ora finalmente posso parlà male de un film senza sentimme minimamente in colpa.
Posso distruggelo in pace e con la coscienza a posto.

De The Block Island Sound me aveva colpito la locandina (di gran classe e suggestiva), il titolo e anche le due righe de soggetto lette.
MENO MALE non avevo visto il trailer, altrimenti forse me ne sarei stato alla larga.
Questo è un film dove non funziona niente, ma proprio niente.
La sceneggiatura ha un bello spunto iniziale (che incuriosisce lo spettatore) ma poi è disastrosa, ogni elemento che viene messo dentro o è sviluppato da cani (o da cervi...) o dimenticato, gli attori son cani (o cervi...), i dialoghi pessimissimi, le reazioni agli eventi incredibili, un personaggio talmente ridicolo che diventerà uno dei miei giocatori idoli, il finale terribile.

Siamo su n'isola.
Stanno accadendo fatti stranissimi, muoiono migliaia de pesci a riva e se schiantano in mare o sempre a riva migliaia de uccelli.
Non se sa quale sia il problema.
Noi spettatori però sappiamo che è qualcosa che ha a che fare col mare, un suono sinistro e gutturale (come di un mostro marino) che, come un virus, infetta chiunque lo senta (o chiunque, credo, passi su quel tratto de mare, non ce se capisce un cazzo).
Sta de fatto che birillo o baralla nell'isola son tutti preoccupati (almeno all'inizio, poi sembrano fregassene tutti).
Soprattutto una famiglia è colpita da sta cosa, visto che il nonno è stato infettato da quel "suono", si comporta in modo assurdo e ridicolo inquietante, poi na volta morto lui (spoiler, se avete letto per sbaglio meglio per voi) la cosa colpisce anche il su figlio e niente, è un casino.

Abbiamo una bella location, la colonna sonora è buona e quel suono (e anche il suo mistero) son belli.
Stop.
Tutto il resto è un disastro.
Gli attori fanno a gara a chi è peggio.
Ma il nonno, il nonno porcalaminonna è qualcosa di veramente agghiacciante da quanto è scarso.
Il fatto è che deve diventà il personaggio horror del film, quello che dovrebbe impauricce.
E invece fa ride anche i polli (come diciamo qua).
Una volta morto torna più volte sotto forma di "zombie" e dice delle cose al su figlio, tipo

"Cervoooooooooooo
Cervoooooooooo
Cervoooooooooo
Cervooooooooooo"

quando il figlio davanti alla strada se trova un cervo

poi

"Caneeeeeeeeeeeee
Caneeeeeeeeeee
Caneeeeeeeeee
Caneeeeeeeeeeee"

quando il su figlio vicino c'ha un cane

e poi

"Leiiiiiiiiiiiiiiiiii
Leiiiiiiiiiiiii
Leiiiiiiiiiiiiiii
Leiiiiiiiiiiiiiii"

quando il su figlio c'ha davanti la su nipote.


All'inizio pensavo che semplicemente quelle parole così lamentose e ridicole fossero la seconda parte de qualche bestemmia, pensiero che si è dissolto con il "lei".
Poi ho pensato che, semplicemente, lo spirito del su babbo fosse na specie de guida per ciechi, nel senso che se il su figlio davanti c'ha un cervo glie dice cervo, se c'ha un cane glie dice cane e se c'ha na bimba gli dice lei.
Poi, con tanta fatica, ho capito che glie dice de prende quegli esseri viventi e portarli sul mare, tipo in sacrificio.
Per chi non se sa, forse gli alieni.
Alieni che hanno bisogno de un tonto che glie porta un animale per volta quando normalmente hanno a che fa con migliaia de pesci e uccelli. Ma forse glie servono specie diverse pe studialle.
Vi giuro che non si sa, il film mette dentro in maniera casuale mille cose senza sviluppanne bene una.
Io ve dico che vale la pena vedè il film solo per il personggio del nonno, tra l'altro attore cane anche prima de morì. C'ha un viso che sembra finto, da pigliallo a schiaffi tutto il tempo (come del resto la nipotina, è una delle poche volte che ho immaginato de dà du schiaffoni a na bambina).

La sceneggiatura è terribile.
More il babbo e la figlia dopo 2 minuti non glie frega niente. Figlia che è andata lì per studià il fenomeno dell'isola ma poi non fa una fava. I dialoghi fanno pena, i personaggi non ne funziona uno, il protagonista ha il carisma di un dadino di zucchina in mezzo a 10 fette de guanciale.
Forse una mezza scena buona è l'incubo di lui, quello della cartina e dei parassiti che vomita.
Poco altro.
Tra l'altro c'è un fil rouge su sto film incredibile. Ovvero che la gente parla de cose de tardo pomeriggio quando sembrano sempre le due de notte. Quello passa la notte in gattabuia ma quando escono lei parla di cena, una volta sembra tarda notte e lei prende il traghetto, n'altra volta sembrano le 3 de notte e c'è una ragazza che fa jogging, vi giuro accadono continuamente cose che uno pensa sia pomeriggio ma l'isola è completamente buia e senza nessuno fori.
Vengono messe dentro teorie complottiste, dispositivi elettrici (oh maria la scena sulla roulotte, un altro attore cane incredibile), alieni, mostri marini e alla fine non se cava un ragno dal buco.
Io non c'ho manco più voglia de perdece tempo, ciao

"Cervooooooooo
Cervoooooooo
Cervooooooo
Cervooooooooooo"

4,5 / 5

15.4.21

Comunicazione scema di servizio

 Mi è apparso sul blog che da non ricordo quando ma credo presto (ho chiuso la notifica e non la ritrovo più) dopo tanti anni sarà sospeso il servizio per cui se vi iscrivevate tramite mail vi arrivavano i post...in mail.
Pensate che se non me arrivava sta notifica io manco me ricordavo de sta cosa.
Non so in quanti la usano (io so di due), magari 10, magari 30, magari un centinaio, però dice che non funzionerà più.
Nella notifica c'era anche un metodo per salvare l'elenco degli iscritti e fare una procedura strana ma non avevo voglia di farla ho chiuso la notifica e non so più come fare.
Non credo sarà un danno per nessuno, anche se magari c'era qualcuno affezionato a sta cosa.
In quel caso semmai consiglio di prendere un cagnolino o un gattino in sostituzione

12.4.21

Recensione: "Lo Squalo" (1975) - Yesterday, i film del (mio) passato - 13 -

 

Dopo 3 anni e mezzo riprendo in mano la rubrica Yesterday, quella in cui parlo dei miei cult dell'infanzia/adolescenza (sempre rivisti per l'occasione).
Lo Squalo è forse il film simbolo del cinema della minaccia e del pericolo, un'opera diventata poi paradigma di tante altre.
L'ho riscoperto bello, molto bello, ma a sorpresa (rispetto ai miei ricordi) con una prima parte sensibilmente superiore alla seconda.
Ne approfitto anche per dire due cose del mio rapporto col mare e della discussione tra effetti speciali e visivi

Credo di aver avuto all'incirca 8-9 anni la prima volta che vidi Lo Squalo.
A quell'epoca noi 3 fratelli (il quarto era appena nato, prima di iniziarlo all'horror abbiamo aspettato che diventasse almeno cinquenne) noleggiavamo praticamente un film a sera in vhs.
Io adesso non ricordo bene che effetto mi fece il film ma ricordo benissimo le conseguenze.
E le conseguenze furono che ogni volta che, di lì in poi, andai al mare (almeno tutti gli anni fino all'adolescenza) vivevo l'esperienza in acqua con una sola grande certezza, ovvero che sotto l'onda che mi stava per arrivare addosso ci fosse uno squalo.
Ok, questa è passata ma sarà sicuro nella prossima, mi dicevo.
O la prossima.
O la prossima.
O la prossima.
Questo continuo "o la prossima" finiva solo quando me ne tornavo in spiaggia, dai miei amati libri (che fino a 11-12 anni erano Topolino).


Ora rivedendo il film dopo tutti questi anni (credo ci fu solo un'altra visione nel mezzo, nell'adolescenza) ho capito perchè c'avevo così forte sto cazzo de paura dello squalo.
E' perchè ad un certo punto del film dicono che gli squali attaccano soprattutto vicino alla riva, con nemmeno un metro d'acqua. Se vede che quel dialogo m'era rimasto così impresso che nei successivi 7-8 anni de vita di mare la mi testa s'è detta "o la prossima" a più di 72000 onde.
Voi ce scherzate ma in questo mio stupido (ma vero) ricordo personale si nasconde il segreto di questo indimenticabile film, Jaws ("Fauci" in originale, tradotto con sineddoche poi in italiano).
Lo Squalo diventò il vero e proprio simbolo del cinema della minaccia, del cinema del pericolo. Fece molti più danni del cinema più propriamente horror e più propriamente spaventoso perchè raccontava, in maniera davvero mirabile, di una minaccia sì improbabile ma assolutamente reale. 
L'Esorcista, per raccontare di un capolavoro coevo, faceva 10000 volte più paura, almeno per quello che mi riguarda. Poi, però, quel film finiva lì, non entrava nella nostra vita reale (anche se certe incazzature della mi mamma me le ricordo ancora adesso in maniera LindaBlaireggiante).
Invece Lo Squalo magari terrorizzava meno ma poi ce lo portavamo anche nella vita reale.
E a proposito di questo discorso "reale-non reale" secondo me cade perfettamente un discorso che di sicuro avrei intrapreso dopo, quello degli effetti speciali.
Gli ultimi 20 minuti del film sono splendidi soprattutto grazie agli straordinari Animatronic (quindi reali) che vennero costruiti. Roba che ancora adesso, dopo 45 anni, sembrano reali.
Ma ve lo immaginate Lo Squalo con gli effetti visivi anzichè quelli speciali? Vi rendete conto di quanto perderebbe?
Ecco così che arriviamo al mio discorso. Gli effetti visivi sono comunque arte, non c'è che dire. Ma secondo me quasi per legge dovrebbero essere usati soltanto in alcuni generi, o quantomeno solo in alcune sceneggiature. I cinecomics, il fantascienza spettacolare, l'horror mainstream dei jumpscares e via dicendo guadagnano da morire con gli effetti visivi. Senza di quelli non avremmo praticamente il film (o torneremmo negli anni 60 quando anche questo tipo di cinema di genere era fatto in maniera artigianale, senza una lira, ma con un cuore davvero grande).
Ci sono poi film che non ci portano in altri mondi lontanissimi da noi, ma che raccontano invece di terrori, inquietudini o meraviglie assolutamente verosimili. E se in quei film mi piazzi gli effetti visivi io potrò prendere uno spavento o esclamare un "ma che bello..." ma non mi sentirò mai nel mondo reale. Gli effetti speciali, invece, anche quando raccontano di mostri impossibili, di luoghi incantati o di sequenze inverosimili, riescono in qualche modo a non farci uscire dal mondo filmico. Prendete quel capolavoro de La Cosa, se gli effetti fossero stati fatti al computer vi rendete conto non solo di quanto il film avrebbe perso ma anche di quanta inquietudine in meno ci avrebbe trasmesso? c'è poco da fare, la CGI è un'arte magnifica ma è e resterà sempre una cosa fuori dall'uomo, un trucco, una magia e nessuna immagine prodotta dal computer ci sembrerà mai vera come qualcosa creato dal vero, artigianalmente.

1.4.21

Recensione: "Calls" - Le serie tv de Il Buio in Sala - Su Apple TV

 

Una minuscola serie tv capolavoro.
Due ore e mezza soltanto in cui non vedrete nessun attore, nessun luogo, niente.
Sentirete solo persone telefonarsi mentre sullo schermo appaiono delle onde radio, dei giochi grafici "emotivi" che renderanno ancora più pazzesca l'atmosfera.
Stanno succedendo cose incredibili e terribili nel mondo. Il tempo sembra collassato, al telefono il passato parla col futuro, la gente comincia a morire in modo mostruoso per delle ragioni che solo poi capiremo. Un fantascienza solo audio che nasconde dentro un significato talmente potente e bello che si fa davvero fatica a vederne la grandezza.
Una delle esperienze più coinvolgenti che io abbia mai fatto.

CONSIGLI DI VISIONE

1 Vedete tutta la serie in un'unica sessione. Oltre a non perdere l'atmosfera potrete trovare dei piccoli legami tra i vari episodi, legami che in visioni distanziate è quasi impossibile notare
2 Vedete la serie da soli o al massimo in due, deve essere un'esperienza immersiva
3 Vedetela, se potete, di notte o comunque al buio
4 Non cambiate episodio quando cominciano i titoli di coda, a volte ci sono cose inserite tra di essi
5 Il doppiaggio italiano è fantastico. Quindi, non essendoci attori, io quasi vi consiglio di sentirlo in italiano, ne resterete più coinvolti (se sono solo voci è normale che ascoltarle nella propria lingua dia un impatto più forte ed immediato) e potrete anche migliorare il vostro inglese, visto che sullo schermo vedrete le conversazioni in lingua originale

QUANDO COMINCIANO GLI SPOILER SARETE AVVERTITI NELLA RECENSIONE


 Sarebbe bello e credo anche interessante chiedersi se i film, le serie tv o il cinema in generale siano qualcosa che è già stato, qualcosa che è o qualcosa che, semplicemente, accade.
Qualcosa che è già stato, un prodotto fatto in precedenza da qualcuno e in cui poi, casualmente o no, finisce gente per vederlo e giudicarlo.
Qualcosa che è, ovvero qualcosa con cui comunque stabiliamo un rapporto di sincronismo temporale, nel senso quel film a prescindere da quando sia stato realizzato in quel momento è lì con noi, anche se "lui" è nel passato mentre il nostro giudizio sarà nel futuro.
Oppure semplicemente il cinema è qualcosa che accade, qualcosa che ha la sua massima espressione e senso di esistere solo nel tempo in cui le due vite, la nostra e la sua, si incrociano, solo in quel tempo sincronico.
Vedete, questi discorsi strambi hanno una doppia valenza nel parlare di questo capolavoro.
La prima ragione perchè la stessa serie è tutta giocata sul Tempo, su quello che accade o è già accaduto, sul futuro che parla al passato o il passato che parla al futuro, sulla compresenza di più temporalità.
Ma è anche importante perchè per giudicarlo io non me la sento di farlo con quello che Calls "è" nè con quello che Calls "è stato", ma solo nel modo in cui questa serie "mi è accaduta".
Per questo, per quanto conti, il mio voto è 10, perchè il tempo in cui io e Calls siamo esistiti insieme è stato magnifico, indimenticabile, perfetto.
Che poi, se ci pensate, la nostra stessa vita è spesso una brutale, spesso devastante, spesso impari, spesso non lucida, contrapposizione e scontro tra il giudicare cosa ci accade nel momento in cui ci accade, fare invece un'analisi del contesto in cui è accaduta o, peggio ancora, rileggerla giorni, mesi o anni dopo.
Quell'ora meravigliosa passata con la nostra ragazza, quei 60 minuti perfetti, devono restare quello che furono, 60 minuti perfetti, oppure è meglio e più giusto guardare anche fuori da quei 60 minuti, ad esempio a tutta la giornata?
O magari, una volta lasciati, ripensare molto tempo dopo a quei 60 minuti, a freddo, alla luce dei fatti poi successi?
Qual è la temporalità più "reale" delle cose? La vita sono milioni di attimi veri di per sè oppure una estenuante analisi a posteriori di tutto quello che ci è successo?
La risposta sembra difficile ma non lo è. La vita è entrambe le cose, la vita è tutto.
Ma io preferisco raccontare quelle due ore e mezzo di Calls per come mi sono accadute, preferisco pensare che quell'ora d'amore con la mia ragazza - a prescindere da tutto quello che accadrà dal minuto dopo - sia stata nè più e nè meno che quello che si è vissuto in quel momento.
La verità era lì.

Calls è una serie letteralmente geniale, mai vista (l'originale è francese ma Alvarez l'ha riscritta tutta, dall'inizio alla fine).
Una serie in cui non vedrete un singolo attore recitare. Non vedrete nemmeno location niente.


Tutto quello che avrete davanti ai vostri occhi sono le onde radio delle telefonate che ascolterete. Sembra banale e magari anche noioso, lo so. E invece anche la parte visiva de sta miniserie (2 ore e mezza) vi assicuro che è qualcosa di stupendo. Quelle onde radio diventeranno in qualche modo onde "emotive", onde che per forma, colore, traiettoria e ritmo richiameranno molte volte lo stato d'animo e situazionale delle voci che parlano. Le loro paure, le loro distanze, il loro rapporto, tutti diventerà uno psichedelico ed ipnotico incrociarsi di linee e curve. A volte si raggiungeranno dei picchi emotivi quasi più alti grazie a questa parte visiva che a quello che ascoltiamo.

Sono 9 episodi, durano massimo 18 minuti l'uno.
Non sono propriamente 9 telefonate perchè in ogni episodio sentiremo più telefonate e avremo sempre, come minimo, 3 interlocutori.
Però, ecco, non ci sarà mai un solo secondo di pausa, il ritmo è pazzesco, anzi, è uno dei motivi per cui Calls diventerà una serie coinvolgente come poche (immaginate di prendere i minuti più intensi e importanti di The Guilty e moltiplicarli per due ore e mezza).

Ma di cosa tratta Calls?
Stanno accadendo fatti strani, inquietanti, a volte mostruosi.
In questo senso la prima telefonata (che in realtà temporalmente è l'ultima, tanto che l'episodio si chiama The End) basta e avanza già da sola. 
In un quarto d'ora siete già lì, in apnea, inquietati, quasi terrorizzati per quello che state sentendo.
Un incipit straordinario.
Di base stiamo parlando di fantascienza, insomma, anche se sarà abusato il paragone, è come se stessimo assistendo a un "Ai confini della realtà" in versione audio o, se volete, a una specie di "Guerra dei Mondi" di Welles.
La differenza è che qui non c'è una radio, una voce che tutti ascoltano, qui succedono cose a noi stessi e le chiamate (verosimili come poche altre ne ho sentito) sono semplicemente quelle che avvengono tra persone semplici, unite da rapporti di amore, parentela, amicizia.
Non c'è quindi una Voce autoritaria, qualcuno che tesse le fila, ma l'incubo viene raccontato attraverso le nostre telefonate di tutti i giorni.

da qui inizierò a fare spoiler



Già dal primo episodio, come dicevo, saremo completamente catapultati in uno scenario apocalittico, inquietante, impossibile da decifrare.