24.4.20

Recensione "Rat Film" di Riccardo Simoncini - L'InMubinologo, alla ricerca di perle nascoste su Mubi - 1 -


Nuova rubrica esterna nel Buio in Sala!
Al momento, con Passeggiate di Roberto e Anime e Core di Enrico, ne abbiamo tre attive, record!
Questa la scriverà Riccardo Simoncini, che chi segue il blog conosce benissimo perchè da anni ci scrive bellissime recensioni dal Festival di Venezia.
Siccome la sua anima da "ricercatore di film da festival" è molto spiccata Riccardo ha deciso di fare la stessa cosa, ma non nei festival fisici, bensì su Mubi, magnifico sito di magnifici film (molto spesso però non in sub ita, qui cercheremo di mettere quasi solo quelli con sottotitoli italiani) che pochi conoscono.
Sarà anche un modo per chi è iscritto al sito (al momento costa tipo 1 euro) per avere consigli sicuri e l'occasione per monitorare film magari interessanti per il Guardaroba.
Prima puntata, vi lascio a lui.
Ah, OGNI film di Mubi dura un mese (sono 30 film, ogni giorno ne esce uno ed entra un altro), quindi Riccardo vi metterà anche la data di scadenza

-----------------------------------------------------------------------


Disponibile su MUBI fino al 12 maggio (anche sottotitolato in italiano)
Presentato nel 2016 al Festival di Locarno e arrivato in Italia attraverso il Torino Film Festival.
(presenti spoiler dopo l’ultima immagine)


Prima che il mondo diventasse il mondo, era un uovo.

Dentro all’uovo era buio.
Il ratto sgranocchiò l’uovo e fece entrare la luce.
E il mondo ebbe inizio.


Così si apre questo stranissimo film di difficile catalogazione (che solo semplificando potremmo definire documentario). Con una versione nuova e singolare del mito della creazione, attraverso il punto di vista privilegiato di un ratto. L’animale più denigrato, segregato e da sempre utilizzato metaforicamente come simbolo di malattia e sporco diviene qui addirittura il centro del mondo. Da cui tutto ha avuto origine.

Ed è una voce umana a recitare quest’incipit. Una delle tante che abitualmente ascoltiamo negli affascinanti documentari sugli animali della National Geographic, che esaltano appunto la straordinarietà di quelle creature proprio nel momento in cui viene a mancare la presenza umana. Un documentario sui topi allora? Cosa c’entra quell’animale che continuamente l’uomo ha demonizzato, ma con cui storicamente ha conservato da sempre rapporti molto stretti?
Capiamo subito che non è infatti di ratti che si parlerà, o meglio non direttamente e solamente (il titolo in questo senso è molto ampio nel suo significato). Perché dopo averci dato indicazioni scientifiche su caratteristiche connotative dell’animale (come avviene nei sopracitati classici documentari), spostiamo l’attenzione proprio su chi ha dovuto confrontarsi da sempre con tali caratteristiche. Fino a conviverci. L’uomo.
Il ratto, ci viene detto, può saltare fino ad 80 cm. Per questo a Baltimora sono stati costruiti bidoni della spazzatura alti 86 cm.
Ed è in queste due frasi così semplici che sta il cuore del film: ciò che conta è la reazione. Il modo attraverso cui l’uomo si confronta, risponde e decide rispetto a qualcosa di già dato. Ma soprattutto la modalità con cui rifiuta e contrasta ciò che non riesce ad accettare.

Quella voce da documentario non racconterà semplicemente di ratti, ma piuttosto di quell’animale così complesso che si chiama uomo. Quei roditori non saranno che un pretesto, narrativo innanzitutto, ma anche storico ed antropologico per raccontare di noi. E il micro-habitat in cui entreremo non sarà la savana dei leoni, ma la città di Baltimora, un piccolo microcosmo che possiede alle spalle una lunghissima storia di bizzarra convivenza con quegli animali “creatori del mondo”.



Così, riprendendo le migliori tradizioni documentaristiche da Herzog a Chris Marker, Theo Anthony (qui al suo esordio nel lungometraggio) costruisce un’opera dalla grande eterogeneità, che partendo da un carattere apparentemente informativo approda ad una dimensione estremamente visionaria e poetica.

Sembra un puzzle (ecco la locandina), con pezzi frammentari che difficilmente all’inizio riusciamo a riordinare: vediamo sezioni intere di storia, di eugenetica, di pianificazione urbana. Dalle leggi storiche di Baltimora con cui era sancita l’organizzazione dei quartieri, agli incessanti e diversificati esperimenti comportamentali sui topi. Dalle interviste a persone comuni e il loro rapporto di convivenza con i ratti, a vere e proprie visite museali in strutture di addestramento per investigatori e criminologi. Fino ad arrivare addirittura a interi segmenti che riconducono alla video-arte.
Ma, come accadeva in ‘71 frammenti di una cronologia del caso’ di Michael Haneke, lentamente quei molteplici pezzi si riuniranno in un progressivo crescendo di tensione, generando una complessità narrativa che solo apparentemente all’inizio può sembrare banale.
Ed è in quella concatenazione infinita che iniziamo a vedere qualcosa di più grande. Elementi comuni, ma soprattutto costanti. Nel tempo e nello spazio. Tra gli uomini e gli animali. Tra il topo e l’uomo.
Così, come nei secoli si sono susseguiti innumerevoli esperimenti animali per studiare i comportamenti umani, il film rafforza quell’interesse, ponendosi come un grande esperimento visivo.



C’è chi quei topi li caccia, li cerca, li aspetta, forse per gioco e divertimento. C’è chi li teme e chi, per disgusto, preferisce affidarsi ad esterni, a coloro appunto che i topi li devono cercare per lavoro, attraverso opere di derattizzazione. Ma c’è anche chi li ama, chi costruisce grandi e lussuose gabbiette, trasformando quei roditori così randagi e selvatici in piccoli e carini animali domestici da compagnia.
Come in ‘Dark Night’ di Tim Sutton (dove i frammenti di vite vuote di tanti giovani americani mettevano in luce aspetti inquietanti della società), anche qui attraverso i ritratti di singole persone, scopriamo un modo di pensare collettivo, americano certo, ma anche profondamente occidentale. Non sappiamo chi siano i buoni e chi i cattivi, o almeno non in maniera assoluta. Assistiamo semplicemente ai diversi modi dell’uomo di reagire a ciò che lo circonda.

“Il problema non sono i topi, ma le persone” ci dice Harold Edmond, uno dei tanti protagonisti del film, che in questo caso specifico ci accompagna lungo le strade di Baltimora nel suo lavoro quotidiano di derattizzazione. Proprio lui che vive e lavora attraverso quei topi. O meglio: attraverso ciò che li ha condotti lì. Perché il problema reale, capiamo, non è la presenza in sé di quegli animali, ma delle condizioni che li hanno portati a popolare quel determinato ambiente.


L’ironia iniziale (che prende avvio da quel mito della creazione affidato ad un ratto) ricorre periodicamente nel mostrarci quanto simili possano essere uomini e topi, ma ben presto quell’ironia lascia spazio all’orrore, all’angoscia, ad uno strano senso di claustrofobia, che richiama spesso quelle inquadrature statiche e fisse di tanto cinema documentaristico di Ulrich Seidl.
La musica elettronica di Dan Deacon (che non a caso appartiene al cosiddetto stile “Future shock”), nelle sua accezione più distorta e artificiale, riprende direttamente lo squittio assordante emesso dai topi. Quello stesso suono che in ‘1984’ di George Orwell diventava presagio di un imminente forma di tortura.



Se nella savana si può scappare (o almeno provarci), a Baltimora sembra non ci sia scampo. Non c’è per i topi, non c’è per gli uomini. Siamo tutti nello stesso ambiente (anche se non ci incontriamo). Abbiamo tutti una gabbia (più o meno grande) in cui siamo confinati: che sia intesa come fisica (un luogo stretto in cui vivere) o esistenziale (collettiva, morale, culturale). Ed è un gabbia che, pur mutando forma e colore negli anni, c’è sempre stata. Costantemente.

È un luogo chiuso che ci opprime, che ci obbliga a vivere ammassati, vicini, senza possibilità di fuggire o di sottrarci alla nostra natura.

Così si sviluppa il secondo grande nucleo narrativo del film: nel passaggio da un semplice rapporto tra soggetti (uomo-topo) ad una relazione viscerale con l’ambiente in cui si vive. Un ambiente unico e stretto. Un ambiente in cui forse non c’è abbastanza spazio per tutti. E quindi quello spazio bisogna ricrearlo.

Ci muoviamo lungo le vie di Baltimora, nei quartieri, nelle case. Con l’illusione di libertà.
Passiamo continuamente tra presente e passato, tra fotografie di repertorio ed esplorazioni interattive della città attraverso Google Maps. E in questa incessante variabilità di mezzi e contenuti, dal primitivo al tecnologico, non troviamo mondi diversi. Non ci sentiamo mai fuori luogo. Perché la mappa della città è sempre la stessa. Perfettamente sovrapponibile. E così con essa gli animali che la abitano.

Nel recente ed acclamato ‘Parasite’ di Bong Joon-ho il discorso spaziale diventava chiave non solo per costruire l’ambiente scenografico, ma soprattutto per assegnare ruoli (sociali e morali) in cui sentirsi al sicuro. Così i diversi membri delle famiglie Kim e Park si incontravano e si relazionavano tra loro cambiando continuamente ruolo e localizzazione, da un piano all’altro, da una maschera ad un’altra.

‘Rat Film’ invece ragiona su una visione più ampia, dove il luogo a cui si fa riferimento non è più semplicemente individuale e personale, ma collettivo, dove sembra che non possa trovare spazio neanche la libertà del singolo. Se in Parasite tutti si spostavano continuamente da un luogo ad all’altro (e la sua genialità risiedeva proprio in questo sapiente ed inaspettato scambio di ruoli), qui invece sembra che tutto sia statico. Che i movimenti (seppur presenti) siano illusori. E che l’ambiente, seppur analogamente oppressivo, sia uno ed unico. Inalterato ed immutabile.
Come se ognuno non potesse che continuare a seguire il ruolo esistenziale che ricopre abitualmente.

Siamo tutti parassiti. Ma non degli altri. Dell’ambiente in cui viviamo.

Quei luoghi di convivenza si trasformano in spazi di co-sopravvivenza.

E questo discorso viene chiaramente amplificato se pensiamo che a Baltimora è presente una grandissima comunità afroamericana.

Anche se non vediamo mai direttamente episodi razzisti, percepiamo, con tutto il suo carico emotivo, l’isolamento e la segregazione di chi a Baltimora ci vive.
Sono vittime che lottano con altre vittime. Esseri viventi che uccidono altri esseri viventi.
Per un piccolo spazio, per una piccola apparente libertà.

E il nostro movimento nello spazio diventa simile a quello possibile in un videogioco. Dove crediamo, inconsciamente, di essere liberi. Di non avere regole. Di essere noi a decidere la storia.

Quando in realtà qualcuno prima di noi ha programmato tutto, vincolando, con precisione, le nostre scelte. E portando ogni giocatore a ripetere le stesse identiche e prevedibili azioni.


Ma a volte i calcoli non sono così precisi. E una falla di sistema può venire alla luce.

Quelle regole vengono infrante. Lo spazio si può ampliare. I muri ed i confini possono distruggersi. Le azioni possibili diventano potenzialmente infinite.
E così quando lo schema presente da secoli si interrompe, scoppia l’apocalisse.
Ma è un attimo che si ristabilisca un nuovo ordine. Che si ritorni alle regole. A quelle più semplici. Più primitive. Quelle presenti fin dalla creazione.
La legge di preda e predatore.
Di chi mangia e di chi viene mangiato. Di chi vive e di chi muore.
La savana è ritornata nel quartiere.

8 commenti:

  1. <3
    grazie
    il mio formato preferito è il documentario
    il mio animale preferito è il topo
    il mio blog preferito è questo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te <3

      Direi che allora lo devi vedere per forza sto film (se non l'hai già visto ahah)!
      Chi lo sa che magari tra tutti sti preferiti pure il film diventa il preferito ;)

      -Riccardo

      Elimina
  2. I topi in fondo non sono gli animali geneticamente più vicini a noi? Se non sbaglio è proprio per questo che vengono usati come cavie.
    La nostra "ricompensa" per loro è accettare che ci rappresentino, anche se non lo diciamo ad alta voce, in opere che mi sono venute in mente leggendo questo bellissimo pezzo. Remi che prepara la Ratatouille. Il topolino sotto sfratto di Gore Verbinski, molto più furbo e ostinato degli umani (anche lì c'è un mitico deratizzatore, il grande Christopher Walken). I ratti e gli ebrei secondo Hans Landa. I topi di Intervista col Vampiro, mangiati per non raccontarsi di aver bisogno di sangue umano, quelli che preannunciano un succhiasangue molto più famoso, Dracula, o spolpano l'antiquario Kazanian, nell'Inferno argentiano.
    I ratti del Nimh, che assieme all'intelligenza ereditano anche la cupidigia degli umani, o quelli che emigrano come Fievel e famiglia, perché "non ci sono gatti in America". Se parliamo di animazione poi non può mancare la Disney, che con due cerchi piccoli su uno grande ci fa già capire di chi si parla; anche se io preferisco Bianca e Bernie, molto più simpatici e coraggiosi, o gli unici amici di Cenerentola.
    E potremmo andare avanti ore per finire questa carrellata. Concludo che è incredibile come tu abbia discusso di eugenetica e topi, quando ho appena finito di vedere un grandissimo anime che parla praticamente tutto il tempo della prima, e in cui uno dei personaggi più affascinanti sperimenta sui topi.
    Ma di questo magari, ne parleremo ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Enrico! Che piacere trovarti qua nei commenti. E che meraviglioso commento soprattutto.

      Hai citato esempi bellissimi, che sprigionano amore e conoscenza del cinema da ogni angolo (o tana di topo per rimanere in tema ;))
      E, come dici, il rapporto con questi roditori forse è così stretto proprio perché anche geneticamente non siamo poi tanto diversi (e nel film questo concetto viene più volte ripetuto).
      È un po' una relazione di amore-odio. E, per fortuna, il cinema nel metterli in luce (come fai giustamente notare tu) sceglie probabilmente la strada dell'amore.
      Paradossalmente nella nostra vita quotidiana tendiamo più a demonizzarli come portatori di malattia, quando spesso quegli stessi topi sono impiegati in laboratorio proprio per curarle le malattie.
      E così la finzione filmica (o in questo casa la realtà documentaristica) tende a restituire loro la dignità apparentemente perduta. Almeno quella...

      Personalmente sono molto legato ai topi presenti nel cinema di animazione: sarà che il modo di rappresentarli così cartoonesco mi ha sempre affascinato moltissimo!

      Incredibile poi la coincidenza dell'anime che dici in cui eugenetica e topi si interconnetono insieme. Un po' come queste nostre visioni ;)
      Aspetto allora di sapere la tua su questo anime che citi, anche solo per capire in che modo una forma filmica apparentemente diversa dal documentario possa declinare una stessa tematica!

      Grazie ancora di tutto :)

      -Riccardo

      Elimina
  3. È un piacere mio, la recensione merita moltissimo e volevo supportarla col mio piccolo commento.
    Spero di non aver esagerato con l'enumerazione, ma anche ricordare quanto è variegato il cinema mi sembra un atto d'amore verso di lui e i nostri amici topi ;)
    Il paragone tra come li vediamo in società e come li usiamo è molto interessante, sono come una medicina, che può essere rimedio o veleno a seconda dei casi. Questi esserini si meritano in pieno di starci accanto nell'arte (o addirittura sostituirci), poi nella sola animazione i casi si sprecano. E adesso ci aggiungiamo pure la realtà documentaristica ;)
    Anche senza aver visto Rat Film posso intuire la differenza con l'anime visto da me, su cui sarei felicissimo di confrontarmi. Se vorrai, non dovrai aspettare a lungo (wink wink)
    Grazie a te

    -Enrico

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie ancora, Enrico! Sei stato davvero gentilissimo :)
      Non hai esagerato con l'enumerazione, anzi non è mai troppo quando si tratta di amore verso il cinema (e quando bisogna giustamente resistuire dignità a figure spesso poco o mal considerate).

      Allora attendo con grande curiosità la tua recensione!

      A presto

      -Riccardo

      Elimina
  4. Eccomi, dunque.
    Documentario interessante, dove la metafora si svela quasi subito.
    E interessanti (e non scontati) sono gli accostamenti che hai fatto con Parasite.
    Baltimora è famosa (e famigerata) per essere città poco sicura e con ampia fetta di popolazione afro.
    Io ci sono stato nel 2015 (quando si poteva viaggiare, sob!) e non mi diede l'idea di essere una città pericolosa. Certo, quando viaggi ti limiti a visitare i quartieri centrali (probabilmente verdi, seguendo la classificazione descritta nel documentario) e di sicuro non ti avventuri nei quartieri periferici o nei ghetti con topi e case fatiscenti.
    Al TFF non l'avevo visto. Quell'anno, se non ricordo male, ero tutto preso dalla retro sul distopico.
    Ciao,
    Vincenzo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Vincenzo!
      Grazie per il commento.
      In effetti deve essere sempre strano e particolare vedere delle città in cui si è stati sotto profili cinematografici inediti ed inaspettati.
      Baltimora, come dici, al di là del documentario, ha purtroppo quella nomea per quanto riguarda la sicurezza.
      La cosa assurda è che l'estate scorsa (mi pare) lo stesso Donald Trump si è riferito agli abitanti di Baltimora (o ad un rappresentante politico della città, ora non ricordo di preciso) proprio parlando di ratti.
      Sembra davvero, purtroppo, che questo legame/metafora tra topi e umani in quella città sia destinato a non estinguersi, anche in questo caso con un'accezione totalmente negativa.

      Beh, conoscendo il TFF, sicuramente sarà stata una retrospettiva degna di nota. Chissà se ora con la nuova direzione si riuscirà a mantenere lo stesso livello qualitativo. Speriamo...

      A presto,
      Riccardo

      Elimina

due cose

1 puoi dire quello che vuoi, anche offendere

2 metti la spunta qui sotto su "inviami notifiche", almeno non stai a controllare ogni volta se ci sono state risposte

3 ciao