27.2.18

Recensione: "Il Filo Nascosto" (Phantom Thread)

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Phantom Thread è cinema talmente grande da andare al di là dei giudizi.
Paul Thomas Anderson è regista talmente grande da andare al di là dei giudizi.
Una storia di ossessioni, perfezioni, dipendenze, forze e debolezze, gote rosse e coraggio, silenzi e rumori, apparire ed essere, avvicinamento alla morte per respirare vita.
Forse un cinema filo troppo perfetto e cerebrale.
 Forse.
Di sicuro qualcosa più grande di noi.

 Immaginate di essere all'università.
In una facoltà che amate molto però, è importante.
C'è un professore straordinario, oggettivamente il migliore.
Lo andate ad ascoltare, seguite le sue lezioni.
E sì, potete confermarlo, questo professore è il migliore di tutti. Eppure per quanto restate affascinati dalle cose che dice, da come le dice, per quanto ne percepite la grandezza, ecco, in qualche modo sentite anche che ci sono professori magari meno bravi di lui ma che ti danno qualcosa in più.
Che ti lasciano qualcosa in più, magari anche l'emozione delle loro lezioni.
Ecco, ora immaginate che quella facoltà sia il cinema, che quel professore migliore di tutti sia Paul Thomas Anderson e che gli altri professori siano i vostri registi preferiti.
Se volete rileggete tutto in quest'ottica.
Io penso questo di Anderson.
Penso che anche quando i suoi film non ci entrano nel cuore, anche quando restiamo interdetti, succubi e in soggezione delle sue opere, anche quando percepiamo chiaramente la sua grandezza ma non riusciamo a farla nostra, ecco, dobbiamo -e sapete che io in questo mondo di "dovere" non parlo mai- ripeto, dobbiamo riconoscere che questo è un maestro di cinema, se non il più grande di tutti uno che comunque sta lassù nell'Olimpo e bere e donare ambrosia.
Ora, ricordo che quando vidi The Master e Vizio di forma pensai questo: "Giusè, sti film sono più grandi di te, non li hai amati fino in fondo perchè c'è troppo cinema dentro".
Ricordo che come un bambino dicevo agli altri "Ascoltate, per me sono 7.5 ma in realtà sono 9, il problema sono io".
Ecco, ieri vedo Phantom Thread e stavo quasi per pensare la stessa cosa, sto film è enorme, troppo più grande di me, sto regista è enorme, troppo più grande di me, cavolo che bellezza, cavolo che bellezza, cavolo che bellezza, me tra due mesi mi resterà qualcosa dentro?
La risposta è "non lo so".

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Non lo so se Il Filo Nascosto mi resterà nel cuore, forse no, che a me nel cuore restano solo le cose che quel cuore me lo sconquassano, non tanto queste così cerebrali, così dannatamente perfette ma cerebrali, così schifosamente perfette ma cerebrali.
Eppure Anderson è lo stesso di Magnolia, quello sì un film che è carne della mia carne, uno che ogni inquadratura, ogni dialogo, ogni personaggio è un'emozione.
Ma del resto questo è un regista che può far tutto, dai film corali (Magnolia, Boogie Nights) alle commedie surreali (lo splendido Ubriaco d'amore), dai film più classici (i due con Day-Lewis) ai suoi penultimi film, quelli di cui parlavo sopra, così "strani", così inafferrabili, come The Master e Vizio di forma.

26.2.18

Recensione: "Il Rituale" ( The Ritual 2018 ) - Su Netflix - 8 -

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Un altro buon originale Netflix.
In realtà di originale The Ritual ha praticamente niente.
Eppure è un film dove funziona quasi tutto, dalle location (straordinarie) alla tensione, dagli sviluppi narrativi alla costruzione delle sequenze.
Un film che diverrà praticamente due film.
Con un finale finale, però, a mio parere abbastanza debole

Allora, ci sono spoiler tra le due foto ravvicinate e dopo l'ultima.
Prima di quelle due e prima dell'ultima credo si possa leggere


Devo dire che per adesso la mia avventura nei thriller/horror su netflix (che alla fine quasi sempre sto genere c'ho guardato) è abbastanza soddisfacente.
E' anche vero che mi sono tenuto alla larga dal famigerato CATALOGO, indirizzandomi  sulle novità e sugli originali.
Una volta che sono andato nel catalogo mi sono imbattuto in quel disastro di Hypersomnia. E credo proprio che il livello medio sia quello...
Per il resto benino dai.
E di certo non si può parlar male, anzi, direi piuttosto bene di questo The Ritual, prima regia "intera" dell'omo degli spezzatini, quel Bruckner che per ora aveva girato solo episodi, uno su The Signal (bel film, non quello recente sulla base spaziale, un altro), poi su V/H/S (mi pare che il suo fosse discreto) e poi su Southbound dove il suo, di episodio, era veramente il più bello, quello della chiamata al 911.
Finalmente Bruckner ha fatto il salto.
E l'ha fatto bene.
Intendiamoci, The Ritual di nuovo nel panorama horror non porta nulla, anzi, probabilmente batte volutamente uno dei sentieri più...battuti, quello del bosco, della stregoneria, dei mostri.
(mi sono accorto ora che scrivendo "batte un sentiero" ho fatto una battutona, la prima metà del film è tutta sul cercare un sentiero da battere).

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SPOILER
Se devo dare dei punti di riferimento direi che questo film è un perfetto mix tra Blair Witch Project (ma non è un found footage, stia tranquillo chi non ama la tecnica), Sauna, Black Death e... Predator.
Del primo riprende il tema del bosco e della stregoneria, del secondo la metafora del senso di colpa e della comunità che vive là dentro, del terzo la stessa comunità e il fatto di come questa idolatri qualcosa e del quarto, beh, ovvio, il mostro padrone della foresta e anche il metodo di uccisione
FINE SPOILER
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Anche se di nuovo non viene messo praticamente nulla però, che dire, funziona praticamente tutto.
Funziona l'ottimo prologo con quella rapina nel market finita in tragedia.
Funziona l'idea di questo gruppo di amici che per commemorare il quinto decide di fare il viaggio che venne proposto quella notte.

23.2.18

Recensione: "It comes at night"

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La Promessa 1/15

Credo che questa recensione sia totalmente inattendibile.
Perchè, per caso, ho visto le medie di "It comes at night", non arrivano a 6.
E io invece mi sono ritrovato davanti un dramma horror straordinario, umano, colto, girato da dio, fotografato anche meglio, un film in cui si vede un autore che ama profondamente la sua opera e i suoi personaggi.
E io amo lui.
E amo gli occhi di Travis, il ragazzo buono che per soggezione lascia la conversazione con la bella ragazza, il ragazzo buono che non riesce a superare la morte del nonno e del cane, il ragazzo buono che ride della felicità altrui.

Lo dico, sarò ancora meno obbiettivo del solito.
Ma lo sapete, me ne frego di quello che si dice in giro.
Io credo fermamente che Trey Edward Shults sia, con solo due film, uno dei miei 5 giovani registi preferiti.
Le ragioni sono tante, e magari cercherò di approfondirle.
Il fatto è che sto ragazzo di 30 anni ha tutto quello che io cerco in un autore.
Ha mano, ha occhio, ha stile, ha la penna che gli permette di scrivere grandiosi dialoghi, ha "cultura", ha una capacità di creare e gestire atmosfere unica.
Ma, soprattutto, ha tanto cuore, ha un'anima bellissima, ha un attaccamento verso i personaggi che scrive e il loro destino che fa spavento.
E se con Krisha -film personalissimo, praticamente la storia della sua famiglia- era magari anche facile trasmettere queste sensazioni (esplose poi in quella magnifica dedica finale) questo splendido It comes at night (che pare non arrivare alla sufficienza come media quasi ovunque) è la conferma assoluta di un autore che sento mio "fratello", uno che ogni inquadratura che fa, ogni personaggio che scrive, ogni dialogo che costruisce mi crea empatia.

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Credo di avere un'affinità elettiva con Shults, quindi, semmai, interrompete la lettura qua e non convincetevi a buttare un'ora e mezza della vostra vita.
It comes at night comincia da dove Krisha finiva, ovvero da un fantastico primo piano.
La macchina da presa piano piano se ne discosta fino a mostrarci infine l'ambiente.
E' il primo piano di un vecchio molto malato, infettato da qualcosa.
Chi gli parla gli vuole molto bene. 

"Non lo combattere, abbandonati"

I primi 20 minuti del film sono un trattato di regia, una perfezione di movimenti di macchina, fotografia, atmosfera, volti e luoghi.
Il suddetto prologo, il fuoco, il riflesso dello stesso nella maschera antigas, la lentissima carrellata avanti per arrivare alla porta rossa, il primo incubo/flash back di Travis, tutto magnifico.

19.2.18

Recensione: "Hypersomnia" Su Netflix - 7 -

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Ah, che bello.
Cioè, sarebbe da dire che brutto.
Ma che bello aver visto finalmente un film brutto, ecco, questo volevo dire.
Uno di quei film brutti senza appelli.
Uno di quelli che stai lì a volerli salvare (proprio te che salvi tutto poi) ma niente, non ce la fai, li tieni sospesi nel dirupo, gli dici "ce la faremo, ti riporto su, credi in me", ma loro prendono un coltellino svizzero e ti tagliano i polsi per lasciarli andar via.
E cadono giù. 
E te stai lì coi polsi insanguinati e ti dici "cazzo, sì, crepa, è giusto, ma perchè volevo salvarti?"
Hypersomnia è un film con poco senso, mix quasi spudorato di altri titoli, un pò Mulholland Drive (realtà e sogno, il doppio, il metacinema), un pò The Seasoning House (l'ambientazione, IDENTICA, e lo sfruttamento delle ragazze, IDENTICO), un pò Starry Eyes (l'ossessione del voler diventare attrice tirando fuori la propria parte nera, i provini) un pò Most beautiful island (il sotterraneo, le attrici usate come cavie sessuali, 2,3 scene identiche).
Prende da ovunque il nostro horroretto argentino. 
Ma prende ovunque malissimo. 
Come se ci trovassimo davanti ad una raccolta differenziata a prendessimo un pò d'umido, un pò de carta e un pò de plastica.
Sì, ma sempre rifiuti sono.

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Dice che L'Hypersmonia del titolo (ipersonnia) è quell'addormentarsi improvviso diurno, da svegli.
Ecco, credo che il nostro buon regista abbia proprio girato il film in ipersonnia, dormendo da sveglio di giorno.
E' la storia di una bellissima ragazza (sempre praticamene ignuda per tutto il film, fisico stupendo, sedere incredibile) che accetta la parte in un film. Ma il regista è uno che la vuole fare andare "oltre" (Starry Eyes, lo ripeto). E in questo andare oltre sta ragazza precipita in questo "dormì in piedi" che la porta in un'altra dimensione, altra dimensione in cui c'è una identica a lei ma che in realtà non è lei.

17.2.18

Recensione: "The Shape of Water"

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The Shape of Water è un film con troppi elementi lontani da me per farmelo amare del tutto.
Anche se avrei voluto farlo in tutti i modi.
Resta comunque un gran film, una favola che racconta di esseri viventi a cui manca qualcosa per sentirsi tutt'uno col mondo che vivono.
Non resta allora che stare insieme, amarsi, superando ogni clichè, ogni tabù.

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Lo dico sin da subito, non è scattato il colpo di fulmine.
In realtà l'avevo largamente previsto.
Il fatto è che The Shape of Water presenta tanti, troppi elementi lontani da me.
Per prima cosa non sono un amante viscerale del cinema fantastico. Anche se nella mia vita ho incontrato più di un film di questo genere capace di rapirmi.
E uno è proprio di Guillermone, ovviamente Il Labirinto del Fauno.
Secondo, l'immaginario di TSOW, questo mondo di acqua (onnipresente, in mille forme diverse) e esseri anfibi, è ancora più lontano dal mio gusto. E non ci posso far niente.
Anche nella sua parte più "omaggio" al cinema (in un film che questo è, un continuo omaggio al cinema) ho avuto la "sfortuna" che tale omaggio fosse quasi interamente dedicato al musical, genere con cui non riesco mai a legare. Ad esempio la potenzialmente splendida scena in cui lei riesce a parlare a lui, a dirgli finalmente quello che prova, ecco, rimane per me una scena solo potenzialmente immensa, rovinata dall'espediente musical.
Ma, e lo ripeto ancora, questi sono problemi di "me e Shape of Water", non di Shape of Water.

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Quarta cosa la struttura.
The Shape of Water è una favola e, in quanto tale, ha alcuni meccanismi rassicuranti delle favole.
Attenzione, nei fatti in questo film ci sono anche molti elementi veramente "duri" (penso alle torture), ci sono conflitti, ci sono tematiche e risoluzioni che di rassicurante hanno ben poco.

16.2.18

Primo Radunetto (o Raduno di Mezzo) de Il Buio in Sala, 23-24-25 Marzo

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Non volevo farlo.
Credevo che il senso del raduno fosse solo con cadenza annuale.
Ma quando alcuni mi hanno detto che avrebbero preferito vedersi due volte all'anno e quando altri hanno detto che a Settembre non ci sarebbero stati (o non ci possono mai essere, mi riferisco a chi non è venuto mai) ho iniziato a vacillare.
Poi la goccia è stata una ragazza che ha detto che sarebbe venuta dalla Spagna e allora a quel punto son passato quasi dal senso di colpa di fare un altro raduno a quello di NON farlo.
Ho buttato giù l'idea a ho visto che tanti "fedelissimi" sarebbero tornati, specie il fantastico gruppo dei campani (che, essendo così lontani, quasi mi scocciava chiederglielo).
E poi si è aggiunto un ragazzo che torna da Berlino, poi forse una coppia dalla Puglia e, insomma, ho capito che forse a sto punto ho fatto bene.
Credo che sarà in ogni caso un raduno formato piccolo, un paio di matrioske in meno dell'originale (impossibile i 50 soliti, ma 30 forse sì).
E niente, ormai la formula sarà sempre quella, ovvero.

- Raduno ufficiale il sabato, dal pomeriggio a tarda notte

- Ci vedremo con tanti anche tutto il venerdì sera e la domenica fino a primo pomeriggio

- Raduno al Circolo Supernova di Vernazzano

- Alloggi all'Agriturismo Borgo Elenetta a Paciano e all'Hotel Signa a Perugia. Cifre che vanno dai 16 euro ai massimo 25

- Al raduno, al solito, proveremo ad organizzare anche un quiz, un film insieme e, ovviamente, la mega mangiata

Per tutte le altre informazioni chiedete pure

Tacci vostra

14.2.18

I Corti de Il Buio in Sala - 18 - "Nexus" di Michele Pastrello


Proprio nel giorno degli innamorati un "amico" regista, Michele Pastrello, fa uscire il suo ultimo lavoro, lavoro che avevo avuto il privilegio di vedere in anteprima.
E, che dire, m'ha steso.
In questi 5 minuti c'è tutto quello che si può chiedere al cinema corto, c'è il significato, c'è la storia, c'è l'estetica (pazzesca) c'è la propria vita (il protagonista è veramente il padre di Michele)
Grazie Michè

Il vecchio si sveglia.
Un riflesso incondizionato dell'aprire gli occhi lo fa guardare alla sua sinistra come, probabilmente, ha fatto per gran parte della sua vita.
Ma a sinistra non c'è nessuno.
La mano carezza il lembo del vuoto.
Il vecchio si alza e compie i gesti di tutti i giorni, quei gesti che un tempo, però, non erano ammantati dalla solitudine.
Il ricordo è così forte che si ragiona ancora per due.
Due i caffè, due le fedi.
Un origami pare essere la madeleine più potente, più delle altre.
Si annusano i vestiti che un tempo qualcun altro indossava, li si abbracciano, si danza da soli.
Poi avviene qualcosa nel cielo, quasi una magia forse.
E l'uomo vaga per le stanze della sua casa.
E gli origami, quel simbolo di lei, svaniscono ogni volta che va per prenderli.
Si potrebbe pensare a qualcosa di terribile, all'inafferrabilità dei ricordi, allo svanire ultimo, si potrebbe pensare alla metafora di un qualcosa che ormai non c'è più, per sempre.
E invece no, è invece quegli origami che svaniscono sono una specie di caccia al tesoro, sono un farlo muovere, sono un farlo uscire, anche rendendosi conto che tutto quello che stava immaginando in realtà non era, che tutto è vecchio, andato e abbandonato.
Ma fuori c'è lei. 
Le mani si toccano.
E' quel legame, quel Nexus del titolo, quel legame che va sempre oltre tutto e tutti, oltre il reale e la ragione, oltre il tempo e la carne.
Lo chiamiamo ancora amore.
Ed è fragile.
Ed è leggero.
E gli diamo ogni volta forme diverse.
Come un origami



13.2.18

Recensione: "Dawson City - Il tempo tra i ghiacci" BuioDoc - 37 -

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Un documentario impressionante.
La storia di Dawson City, una cittadina del remoto Canada creata dai primi cercatori d'oro.
Ma soprattutto la storia delle pellicole che, in uno scavo, sono state rinvenute del 1975, 60 anni dopo.
Pellicole in nitrato, quasi delle bombe, che il freddo e il caso hanno portato ancora in vita a noi.
Un atto d'amore verso il cinema.
Una storia che era impossibile non raccontare

Un atto d'amore.
O.k, vero, io so un pò fissato co gli atti d'amore ma non c'è altro modo per definire questo documentario.
Dawson City è un atto d'amore verso il cinema come se ne sono visti pochi in questi anni.
Dawson City è il racconto di una storia incredibile, una storia che si affianca alla Storia, a quella grande e grossa che studiamo nei libri.
Ma per fare documentari così non è sufficiente avere tra le mani una grande storia, no.
Perchè quello che ha fatto Bill Morrison è un lavoro quasi sovrumano, di struggente perfezione, se la perfezione, questa cosa così fredda e antipatica, può anche essere struggente.
Un lavoro di montaggio impressionante, centinaia e centinaia di film uniti insieme, a volte pochi secondi per uno. E un montaggio che non si accontenta del significante, di tutto il materiale usato, no, ma riesce anche a dare senso, significato, attraverso un continuo uso dell'analogia o del pertinente. 

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Un racconto lungo due ore fatto di immagini senza sosta. Non c'è un solo minuto in cui quello che vediamo non sia legato a quello che ci stanno raccontando. Più che un'operazione di cinema tout court m'è sembrato un qualcosa che solo quella a grandissima arte della stop motion somiglia, un qualcosa che va a passo uno, step by step, un mettere 100 cose e giorni e giorni di lavoro nello stesso tempo che nel cinema normale si dedica ad un banale dialogo.

10.2.18

Recensione "La Scoperta" (The Discovery) - Su Netflix - 6 -

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Un grande soggetto iniziale.
Uno scienziato riesce a dimostrare l'esistenza dell'Aldilà.
Da quel momento nel mondo in tantissimi decidono di suicidarsi.
Ma lo scienziato vuole fare di più, ovvero mostrarcelo pure questo mondo successivo.
The Discovery è un filmone mancato che, per parecchi problemi (un attore principale debolissimo, l'uso di troppi registri e il non sapere creare un'atmosfera adatta a un'idea del genere) non riesce a mantenere le promesse dell'avvio.
Eppure credo sia una visione interessante.
Anche solo per scoprire veramente in cosa consista quest'Aldilà.
E, a mio parere, la soluzione trovata è molto bella.

spoiler dopo seconda foto, giganteschi, rovina film, dopo terza


Dai, per una volta faccio una recensione veramente breve (credo, vediamo mentre scrivo quello che succese) dato che son passati già 3 giorni dalla visione del film, che già mi sta scomparendo dalla testa e che oggi non c'ho tanta voglia e c'ho giusto sto buchetto di tempo.
Allora, La Scoperta è un altro originale Netflix che ha

1 una grande idea alla base (se del tutto originale non so)
2 uno svolgimento sul quale c'è molto da recriminare
3 una bella e anche emozionante parte finale che allo stesso tempo un pò sorprende e un pò sembra tutto già visto

Roberto Redford è un grandissimo scienziato che scopre, da qui il titolo, una cosa incredibile, forse la più grande cosa, insieme agli alieni, che l'uomo potrebbe mai scoprire, ovvero l'esistenza sicura e scientificamente provata dell' Aldilà.
Le nostre coscienze in qualche modo si staccano dal corpo e "vanno avanti", in un nuovo piano di esistenza -così lo chiama Redford-.

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Capite che questa scoperta cambia quasi completamente la vita degli esseri umani.
In tantissimi, infatti, cominciano a suicidarsi, anche se, e qui una delle pecche del film, andava meglio specificato che i suicidi erano persone che con la vita vera, quella dove puoi prendere calci negli stinchi i mangiare pane frattau, ecco, con la vita vera stanno malissimo.
E invece, sin dal bel prologo, ad ammazzarsi sono anche giovani che tanto disperati non paiono (ma, insomma, di solito la disperazione è più nei giovani che nei meno giovani).
Quello che voglio dire è che una scoperta del genere non dovrebbe tanto portare ad un suicidio (se non in condizioni veramente disperate) ma, ANZI, dovrebbe portare a vivere la vita ancora con più forza, ancora con più coraggio, ancora con più speranza, tanto sai che se poi va male comunque non finisce qua.

7.2.18

Recensione: "Radius"

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Radius si candida ad essere uno dei possibili thriller dell'anno.
Niente per cui gridare al miracolo, intendiamoci, ma questo è un film impossibile da non consigliare.
Liam si risveglia dopo un incidente.
Scopre che qualsiasi essere vivente gli arrivi a 20 metri muore, all'istante.
Rose no, Rose non muore.
E allora i due, che nell'incidente hanno perso la memoria, devono lentamente scoprire chi erano, perchè stavano insieme, cosa è successo loro.
Un film che ti tiene incollato tra mille diverse ipotesi.
Da vedere

presenti spoiler dopo seconda foto, spoiler GIGANTESCHI dopo terza foto


Potremmo avere un abbastanza serio candidato a possibile thriller sci-fi dell'anno.
Che poi "thriller sci-fi" lo dico perchè so sicuro che almeno la locandina la vedete, e pensate che in Radius la fantascienza qualcosa c'entri.
in realtà non lo sai fino all'ultimo, e forse nemmeno all'ultimo.
Però, ecco, esordire con "uno dei migliori thriller dell'anno", così, tout court, senza aggiungere un sottogenere, sarebbe stato troppo rischioso, sai i pomodori che me tiravate sottocasa.
Anzi, già che ci sono volevo dirvi che se li tirate mirate alla finestra aperta, magari riesco a usarli per qualche sugo.
Radius, in realtà, è uno di quei film che si riesce a consigliare senza troppi patemi, uno di quelli che in videoteca avrei fatto vedere a tutti.
Perchè è abbastanza originale, perchè è ben scritto, perchè è ben recitato, perchè ha una costruzione narrativa che ti tiene sempre lì incollato, perchè ha dei protagonisti sfaccettati e perchè, c'è poco da fare, ha un'idea sotto che intriga.

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Liam si risveglia da un incidente, un incipit che ricorda tantissimo The Scientist dei Coldplay (e, attenzione, ora che ci penso tutto Radius potrebbe esser visto con un The Scientist gigante, come un andare piano piano all'indietro per scoprire cosa fosse successo).
Come in The Scientist attraversa un bosco (il suo furgoncino è distrutto) e si ritrova su una strada.
Passa una macchina, Liam fa per fermarla.
La macchina sbanda e finisce nel fosso.

5.2.18

Recensione: "Mister Universo" - BuioDoc - 36 -

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La storia di un domatore di leoni, di una contorsionista bella e triste e di una ricerca.
Tairo ha perso il suo amuleto, il ferro che gli piegò 15 anni prima Arthur Robin, il primo Mister Universo nero della storia.
Comincia così un viaggio che è ricerca, ricerca di sè stesso e di un uomo fortissimo.
Mister Universo racconta di un mondo decadente o forse già decaduto, un mondo malinconico e nostalgico.
Documentario che non ha la pretesa di nascondere i propri artifici narrativi, un piccolo gioiellino, un anacronismo, un film fatto col cuore


Tairo è un giovanissimo domatore di leoni, appena ventenne.
Tairo è dolce ma incazzoso, gentile ma peperino.
E ti ritrovi a chiederti com'è possibile che un giovane di vent'anni intraprenda una professione in un mondo che non sembra esister più, superato dal tempo e dai gusti, quello del circo.
Ricordo che un tempo, quand'ero bambino, l'arrivo del tendone del circo al paese era il vero e proprio evento dell'anno. Un'astronave multicolore atterrava da noi e dentro ci trovavi tutte cose che, da buona astronave, a noi sembravan aliene.
Animali mai visti, numeri mai visti, zucchero filato, l'emozione e il sottilmente onnipresente piccolo terrore del buio.
Questo mondo esiste ancora ma in realtà non esiste più.
Sì, c'è quello glamour che va in tv, ci sono i circhi mediatici ma il circo, quello vero, quello di cacca e fango, ormai non attira quasi più nessuno.
I tempi sono cambiati, i nostri figli sono cambiati, tanti divertimenti ormai ce l'abbiamo dentro casa, nei nostri pc, nei nostri tablet, nelle nostre console.
E, non da ultimo, la crescita esponenziale che ha avuto questi anni la sensibilizzazione verso il mondo animale ha dato il colpo di grazia a quest'arte, che di arte con tutti i crismi si tratta.
In realtà, e poi non ne parlo più, se è vero quanto sia deplorevole aver sovvertito ogni legge naturale, aver avuto la mania di grandezza di portare la giungla dentro un tendone, ecco, è anche vero che vedere Tairo accarezzare le sue tigri o, a sua volta, essere "accarezzato" da loro, ti fa pensare che in mezzo a tutto questo coatto e innaturale predominio umano ci sono cose magiche, come l'amicizia e l'affetto che si possono instaurare tra due razze di esseri viventi apparentemente così diverse ed incompatibili.

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Mister Universo, questo piccolo gioiellino quasi tutto italiano, mi ha ricordato quel capolavoro dell'animazione moderna che è L'Illusionista di Chomet.
Nel cartone francese si raccontava la malinconica storia di un mago che non riusciva più a stupire nessuno, morto vivente in un mondo in cui i conigli che escon dai cappelli ti provocano al massimo qualche sbadiglio.