28.8.22

Recensione: "Occhiali Neri"

 

Argento, ad oltre 80 anni, ci riprova ancora.
Bisogna essere onesti, Occhiali Neri è meglio dei suoi ultimi disastrosi film, ovvero quelli di tutta la sua filmografia degli ultimi 20 anni.
Meglio de Giallo, Il Cartaio, La Terza Madre e Dracula, vero, ma semplicemente perchè, a differenza di questi, non rischia nulla e rimane in un piatto assoluto che non è bello, non è interessante, non è divertente, non è nulla ahimè.
A questo punto rivoglio i suoi scult trash.
Una sceneggiatura inesistente, senza un'idea. Una storia che vorrebbe quasi essere umana e carica di sentimento ma che non emoziona un solo secondo.
La parte gialla completamente inesistente, con un killer subito mostrato, che non ha carisma, che non ha uno scopo.
La Pastorelli non lo so, non riesco nemmeno a giudicarla in un contesto simile.
Ahimè, che noia

Eppure stavolta c'avevo mezzo creduto.
Oddio, è vero che ogni 30 pareri che ricevevo su Occhiali Neri ce n'erano 20 che lo definivano "terribile", 5 "bruttino" e 5 che, in qualche modo, lo salvavano (e tra questi 5 capitavano pure alcuni che arrivavano al "bello").
Però, ecco, percepivo un mood diverso, come se Argento in qualche modo fosse tornato (quasi) ai fasti di un tempo(issimo) e che solo per colpa di questi suoi disastrosi ultimi 20 anni magari si giudicava male anche il suo ultimo lavoro.
Ecco, ora che l'ho visto posso dirlo.
No, nessun ritorno, manco minimo, all'Argento che fu.
E sì, Occhiali Neri è brutto.

Il problema - e qui giuro che non sono ironico - è che non è così brutto.
Non è un Cartaio, non è una Terza Madre, non è un Dracula.
Perchè quelli erano cult così brutti che, almeno per me, era divertentissimo vedelli, specie in compagnia.


No, qui siamo nei terreni della noia completa, di una sceneggiatura che è vicina al nulla cosmico (mentre nei 3 film scritti qua sopra c'erano almeno scritture coraggiose, disastrose ma originali) per un film che per una buona metà viaggia sui terreni della sufficienza (ma a che pro -  per un regista così grande - tornare ad 80 anni a fare un film che, se proprio vogliamo esse boni, pò esse sufficiente? Se la risposta è "l'amore per il cinema" allora va benissimo, onore Dario) dicevo, per quasi un'ora viaggia sulla sufficienza per poi, nell'ultima mezz'ora, trasformarsi in un autentico naufragio, senza un'idea, senza mezza cosa credibile, senza nemmeno un timido e magari disastroso colpo di scena per farcelo ricordare.

Occhiali neri è un film scritto troppo male. O meglio, un film che non ha un solo personaggio, una sola scena, un solo dialogo, un solo snodo narrativo che riesca ad emergere dalla normalità e dal millemila volte già visto.
Eppure il prologo con l'eclisse, bruttino ma evocativo, lasciava presagire una possibile tematica interessante - l'eclisse appunto - che invece scompare completamente dalla trama e da ogni possibile lettura (a parte l'analogia scontata di eclisse-cecità).
Ed entriamo in un film visto duemila volte in cui c'è un solo scopo, cercare di costruire qualche scena per usare Stivaletti.
E, come sempre nel cinema di Argento, c'è l'ossessione per il collo.
La prima vittima viene sgozzata, un'altra viene strangolata, un altro viene azzannato al collo dal cane, n'altra ancora, in una scena al limite del trash, veramente sconcertante e questa sì degna degli ultimi 20 anni argentiani, dicevo un'altra (non dico nemmeno chi) viene tipo strozzata da un serpentone-anguilla in una laguna che arriva nel film così, a caso, come arrivasse da un altro film.
Sempre il collo, sempre.
E, diciamocelo, a me ste ossessioni che ha un regista, sia formali che di trama, piacciono abbastanza. Vedere le sue soggettive (ne avremo una anche del cane, non nuova in Argento), sentire le sue colonne sonore (anche in questo film le solite piacevolissime argentiane), ritrovare Stivaletti e i suoi colli squarciati, ecco, non mi disturba.
Argento ha un suo marchio e delle sue fisse, nessuno vuole togliergliele.
Il problema è che se oltre questi "autorimandi" non c'è altro di interessante allora sarà sempre meglio riguardarsi, foss'anche per la 200ima volta, i suoi capolavori passati.

Ma che poi con lui uno si aspetta spesso il colpo di scena o comunque una trama interessante che, anche se con sopra un film brutto, ti tiene lì appeso.
Qui, niente.
L'assassino che ci viene rivelato subito.
Quel furgone bianco mostrato 37 volte, tanto che ad un certo punto sembrava de esse in Brivido de King.
I 20 minuti finali che uno se dice "ok, ma non pò esse solo questo dai, ce deve esse un'idea o un capovolgimento, che so, tipo scoprì che il cinesino in realtà era in combutta con l'assassino per vendicasse della morte dei genitori" e invece arrivi al finale che davvero è tutto lì, davvero non c'è un'idea, davvero oltre quello che abbiamo visto non c'è nulla.
E dispiace, dispiace tanto, sia perchè vedè un film brutto di un grandissimo è sempre triste sia perchè, a quel punto, ce se vorrebbe divertì con qualcosa de veramente indimenticabile, qualcosa di più trash e originale.
Che poi qualche scena che funziona c'è, non dico a livello narrativo ma visivo.
I due inseguimenti con l'auto ad esempio, o la Pastorelli che fugge col bimbo tra i vicoli de Roma, oppure l'incidente iniziale, o la prima mezz'ora dove un pochino l'atmosfera di "paura del killer" c'è.


Però in mezzo a tutto questo ci sono scivoloni terribili.
Come la Polizia che trova i filmati del furgone del killer, e uno fa "controllerei la targa" e l'altro "sì, vero, controllala, non si sa mai".
O Asia Argento che a una cieca glie dice "ecco, questo è il tuo bastone bianco"
O la stessa Asia che ha una t-shirt con scritto il suo ruolo nel film.
O la colf che per due volte fa finta di pulire in attesa dello sviluppo della scena.
O la terribile sequenza dei poliziotti-assistenti sociali (non ho capito che sono di preciso, ma colpa mia, ero davvero super disinteressato a quel punto), con quello maschio che sembra sotto l'effetto de cocaina, non sta fermo, agitato, salta i muri, corre di qua e di là, e poi muore come un coglione non spostandosi davanti a un furgone che arriva da 50 metri di distanza, e poi lei che boh, more per uno sportello che gli aprono addosso, e poi i due corpi che nell'inquadratura dopo sono messi in maniera completamente diversa.
La scena delle anguille non riesco manco a commentalla.
Ma a dimostrazione che Argento resta e resterà sempre uno dei più grandi in alcuni aspetti peculiari ma non certo uno capace de raccontà emozioni (fuori dalla paura) ed empatie, c'è la scena della Pastorelli e del bambino cinese, quella dove glie dice che è morta la mamma, che pò diventà la scena più cringe del 2022.
Ma poi il cane finale, cane che l'assassino aveva già addestrato e che, senza motivo (i cani non fanno questo, mai, solo quei pochissimi addestrati ad uccidere), assale e massacra lo stesso assassino (istruttore).
Mamma mia.
E la Pastorelli che, ricordiamo, NON vede la scena essendo cieca (e il cinese non le dice niente) ma capisce che sono salvi.
E il finale all'aereoporto...
E gli ultimi 20 secondi, un altro tentativo di raccontare un'emozione, che invece si rivelano dei 20 secondi finali imbarazzanti, che il film finisce e te dici "no, non pò finì così".
Boh, io c'avrei provato anche a salvallo, volevo a tutti i costi fallo, ma così non ce se riesce.
Però una cosa me la ricorderò sempre.
E' un rebus.
Sono della Pastorelli.
Sono due.
E no, non sono gli occhi

5

14.8.22

Recensione: "Nope"

 

Terzo film di Peele e terza conferma di trovarsi davanti un grandissimo autore, uno di quelli per cui la definizione di genio non è così arrischiata.
Se Get Out era un film praticamente perfetto ma che (oltre alla tematica razziale) non cercava chissà quanti sottotesti, se Us era invece un film già ambiziosissimo, se possibile, con Nope, il regista americano è andato ancora più su, creando un'opera dagli infiniti sottotesti ma che sa mantenere una sua spiccata spettacolarità, da vera e propria fantascienza blockbuster.
Film davvero unico, al tempo stesso atto d'amore verso il "primo" cinema ma anche grido d'accusa contro i nostri tempi, quelli ricerca del successo, della fama e dei soldi facili, quelli dell'uso strumentale delle tragedie, quelli del voler rendere tutto spettacolo.
Anche andando contro leggi di natura che, se infrante, si dimostrano devastanti per l'essere umano.
Uno dei film dell'anno.

  Come al solito mi ritrovo a scrivere a giorni dalla visione.
Eppure stavolta l'aver aspettato era, per certi versi, una cosa voluta.
Appena finito Nope, infatti, avevo la sensazione che avrei percepito la portata del film solo dandomi un pò di tempo per pensarci.
E così è stato.
Non so dire quale sia dei magnifici 3 film d'esordio di Peele il mio favorito.
Forse quello "più perfetto" resta Get Out anche se, bisogna dirlo, è di gran lunga il meno ambizioso dei tre (e si sa che ambizione e perfezione sono due cose quasi impossibili da portare avanti insieme).
Us era invece un gigantesco film metafora (soprattutto politico) che mirava tanto in alto e, anche nella struttura stessa, era molto più difficile da "tenere su" insieme alla perfezione.
Nope è un film che, come il cielo di cui parla, va ancora più su, probabilmente così in alto che noi, da quaggiù, oltre le poche cose che percepiamo poco possiamo dire.

Ed è difficilissimo trovare un lato dove prenderlo, uno dei tanti.
Credo che quello più evidente, e forse anche quello più emozionante, sia l'immenso amore per il cinema che questo film ha dentro.
Quando Em va negli Studios per candidarsi racconta di un serie di fotografie in movimento che, a detta sua, sono il primo esempio di cinema nella storia.
In quelle foto c'è un fantino nero a cavallo, due galoppate, niente di più.
Questa scena, in quel momento poco significativa, a fine film diventerà invece probabilmente l'anima dell'intero film.
Ovvero un film che omaggia il cinema nelle sue vesti più povere, autentiche, sincere.
Nel prologo, se non mi sbaglio, vediamo questo fotogramma del fantino nero in fondo ad uno strano tunnel, tunnel che, scopriremo poi, è la "pancia" del mostro.
Quasi un immagine simbolo di tutto quello che il film mostrerà, ovvero un percorso avvincente, spettacolare, simbolico che alla fine vuole raggiungere quel fotogramma, quella sincerità, l'essenziale.
Non è un caso che i nostri protagonisti si ritroveranno a voler filmare l'Ufo (AKA la creatura) dapprima con un armamentario tecnologico e digitale da far invidia alla Nasa, poi, non riuscendoci, con una macchina da presa meccanica con pellicola (e ci sarebbero anche riusciti) per poi, però, avere l'unica immagine reale del mostro attraverso una singola, semplice, foto, peraltro realizzata tramite un'attrazione di un luna park (e la cittadina parco dei divertimenti ritorna dopo Us)
Una foto che viene poi dal fondo di un pozzo, da un luogo oscuro e nascosto che nessuno usa più.


Questo passaggio dalle mille telecamerine e device a quella singola foto originata dal fondo di un pozzo è, credo, la metafora più bella di un film che questo vuole raccontare, un ritorno alle origini, a quello che eravamo, allo scoprire che tornare all'essenza del cinema e del suo ruolo primigenio può e deve avere ancora un senso.
In questa cornice ho trovato bellissima anche la scena in cui il regista Holst va a morire pur di raggiungere l'inquadratura perfetta, la scena perfetta.
Non solo quindi riprendere la creatura vista dal di fuori ma anche dal di dentro.
Essere uccisi dal cinema per amore del cinema.
Non è un caso che prenda questa decisione dopo aver detto che "La luce è magica", frase iconica nel mondo del cinema usata quando - la cosa può durare davvero anche soli pochi minuti - si capisce che solo e soltanto in quel momento c'è la luce perfetta per girare una scena.
Luce solare, qualcosa di primordiale, non creata dall'uomo, una luce che arriva non preventivata.
Quella scena di "suicidio" credo sia la summa di tutto il discorso intrapreso da Nope riguardo questo aspetto, l'amore per il cinema e il "morire" per esso per regalare al pubblico qualcosa di indimenticabile e autentico.
Mentre gli altri 3 protagonisti, in realtà, pur essendo personaggi amabilissimi e assolutamente positivi, sono un pò la nuova generazione, quella della ricerca del successo, della fama, dei soldi, da raggiungere attraverso l'immagine (in questo caso le immagini del mostro).
E, come spesso accade, questo lo si fa usando tragedie, drammi, qualsiasi cosa possa sconvolgere il pubblico.
Vedere quella famiglia che per 3-4 giorni consecutivi accetta di poter morire (senza andare via da quel luogo e senza dire a nessuno quello che sta accadendo) pur di catturare un'immagine dell'Ufo è un pò simbolo di miliardi di cose che accadono oggi, da chi continua a riprendere col telefonino mentre assiste a delle tragedie (non ultimo il pestaggio a morte di Macerata) ai ragazzini che vanno in cima a grandi edifici e saltano da uno all'altro.
Si rischia la propria vita o si filma il rischio di vita altrui perchè tutto questo, più che "documento" (come magari era per il regista, non a caso filmato a casa mentre guarda degli assurdi documentari in super 8 di animali) è uno spettacolo che possiamo far vedere agli altri e, magari, anche farci parecchi soldi (nel film spessissimo si fa riferimento ad Oprah, il personaggio simbolo del successo ormai raggiunto).
Chissà se in questo senso quel mostro possa essere anche metafora di come questa "corsa all'oro del successo" (il riferimento alla Gold Rush non l'ho fatto casualmente, vedere il film) alla fine porti solo alla distruzione. 
Se quel gigantesco spettacolo che tutti anelano alla fine non solo non porti a nulla, ma gli si rivolti contro.

10.8.22

Recensione: "Intrusion" e "Dos" - Su Netflix

 

Due thriller visti su Netflix in questi giorni.
Entrambi mediamente interessanti, entrambi mediamente riusciti.
Il primo, Intrusion, racconta di una coppia che vive in una casa magnifica.
Iniziano a subire furti e intrusioni.
Tutto questo perchè, forse, quella casa nasconde un segreto...
Il film regge, c'è Logan Marshall-Green e già per questo vale la pena.
Sicuramente consigliabile anche se con evidenti difetti.

Il secondo, Dos, ha un soggetto assurdo.
Due persone si risvegliano attaccate tra loro, letteralmente cucite insieme.
Non si conoscono, non sanno perchè sono lì e non sanno chi c'è dietro.
Thriller da camera che per una buona ora regge e interessa.
Poi nel finale, quando prova a diventare "importante" e profondo, crolla quasi del tutto.

PRESENTI SPOILER

Che bello ritrovare il grande Logan Marshall-Green del meraviglioso The Invitation...
A dir la verità ci eravamo già incrociati una seconda volta nell'ottimo Upgrade (davvero consigliato).
Sbarbato, con occhialini da nerd, sempre mezzo clone di Tom Hardy, sempre tanta roba da vedere.
Ma ancora più piacevole è stato ritrovare la bellissima Freida Pinto, l'attrice indiana che 14 anni fa entrò nella case (e nel cuore di tutti) con The Millionaire.
Per quanto mi riguarda, da lì in poi, mai più vista.

Intrusion è un thriller più che discreto, uno di quelli che se un amico appassionato vi chiede cosa vedere su Netflix potete segnalarglielo senza problemi.
Come punto di forza ha il riuscire a trasformarsi (all'inizio sembra un film che parla d'altro) e il cercare di costruire una sceneggiatura non banale, come punto debole ha invece semmai quello, una volta trasformatosi, di svelare troppo presto le sue carte.
Un architetto vive in una casa pazzesca (da fuori sembrano addirittura tre grandi case unite tra loro, mi chiedo che senso abbia che ci vivano due persone...) con la sua bellissima moglie.
Cominciano a subire dei furti in casa.
Un giorno beccano gli intrusi, in piena notte.
Ci sarà del sangue e si inizierà a capire che dietro quell'agguato c'è una storia molto torbida.
Punti di forza del film sono l'ambientazione a Corrales, con queste mega ville in mezzo al deserto (anche l'ospedale, dalle finestra, sembra avere il deserto intorno), l'idea stessa della mega-casa moderna e pulita che può nascondere luoghi dove avvengono cose terribili, il personaggio di lui che per una buona metà film - anche se poi la storia andrà altrove - ci sembra ricalcare quello di Mortensen in A history of violence (che passato ha quell'uomo? è davvero così mite? come ha fatto ad uccidere tre persone in uno scontro a fuoco?), l'atmosfera tesa ma fintamente serena tra lui e lei e la voglia (almeno per metà pellicola) di capire dove si andrà a parare.
Ho trovato davvero ben rappresentato un fatto che appare minore e "invisibile" ma che poi, andando al contenuto del film, manifesta invece delle scelte ben precise.
Mi riferisco a come loro due dormano di schiena, distanti come siano parimenti distanti anche ai pasti. Sembrano scene "normali", di vita quotidiana e magari solo casuali nel film mentre invece, alla luce di tutto, offrono gran parte degli elementi per poterlo leggere.
E leggendolo questa è la storia di una coppia che non si ama, non si tocca (non vedremo mai una scena di sesso e nemmeno di attrazione reciproca) e che fa insieme solo piccole cose di "facciata".
Lei, in realtà, non si rende conto di questo mentre lui, ovviamente, fa tutto scientemente.
Purtroppo un classico, uno dei due - magari ancora innamorato - non si rende conto del distacco dell'altro.


E' anche vero che viene messa in mezzo la storia del tumore, storia che serve sia a giustificare la "testa altrove" e la miopia di lei, sia quel concetto di finta protezione di lui.
Ecco, lui nasconde l'orrore di quello che è e di quello che fa esasperando questa recita della protezione alla moglie.
Non a caso nel finale, come ultime parole, lui dice "E ora chi ti proteggerà?", frase ad effetto ma secondo me completamente sbagliata e assolutamente dissonante con quello che, in realtà, è veramente lui, ovvero un uomo-mostro che ha bisogno di nascondere sotto abbaglianti falsità (che siano la bellissima casa o i suoi comportamenti) il suo lato oscuro. Ecco, nessuno crede che stesse veramente proteggendola.
Tornando al tumore - come scritto sopra inserito in maniera strumentale - devo dire che il film, a livello di contenuto, traballa parecchio e sembra non scritto benissimo.
Funziona più nel suo svolgimento evidente e manifesto, da puro thriller.
Non si capisce nemmeno bene cosa faccia lui con quella ragazzina (ripensando alle scene a letto di schiena con la moglie il motivo potrebbe essere prettamente sessuale ma prove certe non ne ho viste).
Curioso come in questo aspetto (la ragazza legata in cantina) Intrusion ricordi uno stupendo film italiano di quest'anno di cui non dirò il titolo per paura di giganteschi spoiler (mentre se uno ha letto fino a qua di Intrusion gli spoiler, riguardo Intrusion stesso, se li è cercati...).
Nel finale alcuni movimenti/scelte fanno storcere un pò il naso  il finale finale, quello "post-tutto" era del tutto evitabile) ma, insomma, è un thriller piacevole che si guarda volentieri.

6.5/7




Ecco, chi mi conosce sa che amo i soggetti assurdi, quelli dei quali se uno ti racconta anche solo una riga del film te fai subito "Lo voglio vedere!".
Dos fa parte di questa categoria.
Un uomo e una donna si svegliano (in una camera che non conoscono) e scoprono una cosa terribile, ovvero di essere letteralmente attaccati l'uno all'altro, proprio cuciti insieme per l'addome.
Le cose da fare sono o liberarsi (impossibile) o capire perchè è successa questa cosa.
Ovvio che dietro ci sia un'altra persona.
Ma chi?

Peccato, un buonissimo thriller da camera che nell'ultimo quarto d'ora si autosabota e quasi distrugge tutto quello di buono che aveva dentro.
Siamo a metà tra un Saw (due persone che si ritrovano prigioniere in un luogo non conosciuto, vittime di un "gioco" altrui) e Il Gioco di Gerald (essere chiusi in una stanza e dover usare l'intelligenza e il recupero dei propri ricordi per salvarsi).
Il film regge, i dialoghi sono discreti, i movimenti della "coppia" plausibili, così come i loro comportamenti (la diffidenza iniziale, i tentativi che provano a fare per uscire, le supposizioni sul perchè si trovino là etc...).
Non è che ci sia particolare tensione (almeno emotiva, è presente invece una certa tensione "fisica" per come sono conciati) però il film è interessante e la voglia di capire chi c'è dietro e perchè abbia fatto quello che ha fatto è grande.

A volte ci sono delle inquadrature secondo me "sbagliate" (ovvero dove il loro dover essere cuciti di pancia sembra essersi andato a benedire) ma è tutto abbastanza perdonabile.
Avrei evitato (almeno come lunghezza) la scena della pipì, sia smorza-tensione che, francamente, poco credibile (sto vivendo un orrore inumano, sono legato ad un'altra persona e c'è sicuramente un mostro che ha fatto questo, che mi frega di far pipì?).
Stesso discorso sulla scena della lasagna, con q
uei due che sono lì praticamente da un tempo reale (meno di un'ora) è ingiustificabile il bisogno atavico di mangiare o dare di corpo vista la situazione.
Però la visione procede in maniera molto piacevole, la parte (piccola) da body horror funziona (specie il tentativo col vetro) e quell'atmosfera da escape room è sempre stimolante (quei quadri, quella foto, tutti i piccoli indizi che dovrebbero aiutarli a capire).


Fa abbastanza specie il loro approccio e successivo atto sessuale, anche se me l'aspettavo ed ero sicuro sarebbe combaciato con la svolta del film.
Svolta che, però, porta ad un disastro dietro l'altro.
Prima quel "Mario" camuffato, un personaggio che sembra una macchietta.
Poi il suo non morire mai (3 volte).
La sua assoluta assenza di carisma.
Il discorso esistenziale sul Numero 2 che viene voglia di spegnere la tv.
E poi, ahimè, lo svelamento di tutto.
L'aver ritrovato quei suoi due figli perduti.
E, siccome erano siamesi, siamesi devono tornà.
Con la motivazione "in due siete più forti e vivrete qua".
E lei che invece di cercare soluzioni in casa  -casa dove tra l'altro avrebbe avuto - credo - cibo per sopravvivere mesi (altrimenti non ha senso il progetto del padre di vivere lì tutti insieme) -  lei dicevo che invece che cercare salvezza in casa (medicazioni, caldo, cibo, eventuali altri telefoni o telefonini per chiedere aiuto) va a morire di ipotermia nella neve, senza alcun senso e senza alcuna possibilità di salvezza.
Tutto questo per creare l'immagine finale dello yin e dello yang.
No, Dos fino a che fa il suo lavoro da thriller misterioso e "fisico" è davvero godibile, quando invece svela le carte e prova ad essere profondo (la storia dei figli persi e della madre morta) ed esistenziale (i pipponi sul numero 2) crolla miseramente.
Resta una pellicola da vedere per gli appassionati.
E le immagini finali di veri siamesi sono sempre quel weird che ci piace

6/6.5


7.8.22

Nono (9) Raduno de Il Buio in Sala, ovvero quello de "Ormai va a finì che 10 li famo davero" e quello dedicato al babbo - Perugia e Toscana, 9 - 11 Settembre




Ero sicuro che quest'anno non avrei fatto il raduno.
Appena saputo della malattia del babbo e quindi dei ristretti tempi che avrebbe avuto ancora qui su questa terra ero certo che o ci avrebbe lasciato poco prima di settembre o poco dopo.
Era impossibile anche solo pensare al raduno in questo scenario.
Poi, però, di punto in bianco la situazione è peggiorata talmente tanto che se ne è andato prestissimo (anche se quei 10 giorni finali mi sono sembrati due anni).
Mi sono quindi ritrovato con due mesi di tempo davanti per superate la cosa e, anche nel caso del raduno, organizzarmi.
E ho pensato che l'unica soluzione a queste tragedia è vivere (andrò anche a Lisbona tornando appena il giorno prima...), quindi lo facciamo.
Saremo pochi penso, ma sarà sempre bello.
Il format è sempre lo stesso, lo troverete qua sotto.
Cambiano i posti visitati, i film visti, i registi trovati, ma per il resto resta la solita formula super vincente.
Quest'anno il Supernova ha una nuova gestione ma mi hanno assicurato carta bianca nel poter fare quello che vogliamo, lo prenderemo tipo in "gestione" (senza che cambino i prezzi!).
Ecco il programma!

 QUANDO


Il raduno si svolgerà da Venerdì 9 a Domenica 11 settembre.
In realtà le due serate ufficiali sono quelle del 9 e del 10, poi tutto il resto (cosa fare domenica e i pranzi di ogni giorno) si decidono al momento

DOVE

Il raduno si svolgerà tra Perugia (mattine, pranzi e altro), il posto che sceglieremo di visitare sabato (Cortona?) e Vernazzano di Tuoro dove si svolgeranno le due serate di venerdì e sabato (al locale Supernova, ora Rebel).


COSA


VENERDI'

Pranzo tutti insieme in luogo da decidere, ma probabilmente a Perugia

la serata

Solita cena a bassissimo costo e visione di un film, possibilmente con regista presente


SABATO

Gita a visitare qualcuno dei bellissimi borghi tra Umbria e Toscana (Todi? Cortona? Gubbio? vedremo) pranzo lì e nel pomeriggio si torna a Perugia

la serata:

 dalle 20 in poi: Megacena a volontà come tutti gli anni 

21.14 circa: Megaquiz a squadre sul cinema

In nottata sicuramente vedremo un altro film

DOMENICA

Pranzo tutti insieme con i reduci rimasti, probabilmente all'Attaccabrighe che ha spopolato anno scorso

DOVE ALLOGGIARE

Tre possibilità

AGRITURISMO BORGO ELENETTA A PACIANO

Suggestivo, con piscina. Consiglio questa sistemazione a chi è munito di automobile o a chi comunque ha un "appoggio"

HOTEL SIGNA A PERUGIA (centro)

Consiglio questo alloggio a chi ama restare a Perugia durante il giorno senza doversi spostare per pranzo o altro

HOTEL BELVEDERE A PASSIGNANO

Vicinissima al luogo del raduno.
Ha prezzi bassissimi e quindi non sarà una reggia ma è comodissimo per chi vuole già essere nei paraggi del Supernova.
Con piscina.

per disponibilità e prezzi contattatemi ma in nessun caso (tranne per le singole) mi sembra si superi mai i 25 euro a persona a notte, con punte anche sotto i 20


per qualsiasi domanda sono qua

4.8.22

Recensione: "The Deer King - Il Re dei Cervi" - AnimE e Core, la grande passione per l'animazione giapponese - 15 - di Enrico C.

 

E dopo la prima puntata della nuova rubrica di Nicola ecco che torna invece Enrico, arrivato invece addirittura al suo quindicesimo appuntamento.
Avrei dovuto mettere questa recensione 40 giorni fa, in occasione dei 3 giorni/evento in cui il film è stato nelle sale.
Ovviamente - non sarei io - non ce l'ho fatta.
Ma pace, sarà sempre bello leggere di quest'opera e sicuramente, chi interessato, saprà come e dove vederla.
Vi lascio alle parole di Enrico di presentazione e poi alla recensione
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Per un evento di tre giorni è sbarcata al cinema l’epopea fantasy dal Giappone: The Deer King, cortesia della solita Anime Factory che quest’anno, dopo Belle, ha praticamente spodestato la Dynit come distributore italiano di fiducia. Se stanno portando il meglio dell’animazione nipponica sul grande schermo però, va detto che questa non è una delle loro migliori cartucce. Un bel filmone di terre magiche, natura e malattie, uomini e guerra, spettacolare, coraggioso. Ma troppo confuso, troppo spiegato, senza quella scintilla che lo elevi davvero o personaggi memorabili. Peccato, le premesse per uno dei migliori prodotti dell’anno c’erano davvero tutte.

Senza spoiler


RECENSIONE

Ammetto che forse avevo aspettative troppo alte. The Deer King non è uno dei tanti film animati del 2021, giunti da noi dopo il canonico annetto (per inciso: se va bene). Una scorsa ai nomi, e ci si rende conto, per citare The Wolf of Wall Steet, che “stiamo parlando di balene, ragazzi”. Anche evitando trailer e similia, mi arrivava che persino la campagna pubblicitaria italiana batteva molto sull’esordio “dell’animatore dello Studio Ghibli e Your Name”, sul “film dell’assistente regista alla Città Incantata”. Ora posso dire che si vede, e tanto, sia nel bene che nel male.
Prima la storia però. The Deer King fa parte del filone dei film fantastici, attenzione quindi a sciogliere il soggetto dal contesto. Per soggetto s’intende l’ossatura di un film, in questo caso un uomo tormentato dal passato che trova l’occasione di rifarsi una vita come padre di una piccola orfanella, fino a quando non ne viene separato, a causa delle mire politiche di potenti entità, ma anche di alcune forze mistiche. Il contesto invece è quella classica cosa, essenziale ed indubbiamente affascinante, che però nei fantasy fatti male sostituisce la storia, di solito banalissima, cioè la costruzione di un mondo altro, con tutte le sue regole, i suoi costumi, lingue, regimi, classi sociali. In una parola, il worldbuilding. Ora, credo che qui la base di partenza sia stata un libro, forse addirittura una saga, perché il worldbuilding è parecchio complesso. Non darò in merito informazioni che non possiedo, non so nemmeno se la fonte sia occidentale od orientale, adattata fedelmente o meno; so solo che il peso di questo contesto si sente tutto, su un soggettino, guardiamoci in faccia, abbastanza striminzito e già sentito come quello più sopra.




Per carità eh, sulla resa visiva di questo mondo mi tolgo assolutamente il cappello. Palese che i due registi vengano da un lungo rodaggio nelle file dello Studio Ghibli, il design, l’atmosfera, i temi trattati guardano tutti in quella direzione, persino le musiche urlano Joe Hisaishi da ogni pentagramma. Miyaji Masayuki è stato d’altronde collaboratore alla regia di Miyazaki, ma il pezzo grosso è Masashi Ando, ovvero uno dei più grandi animatori di sempre che nessuno conosce. Seriamente, basta guardare il suo curriculum, da Your Name a Napping Princess, dai “fuggiaschi del Ghibli” dello Studio Ponoc a Satoshi Kon, passando per la collaborazione con Production I.G. (rinnovata con questo esordio alla regia) quando Mamoru Oshii fece Ghost in the Shell 2, dite un successo giapponese degli ultimi trent’anni e lui ci ha lavorato. Soprattutto, dai primi anni ’90, faceva parte dello staff Ghibli, impegnato allora nello sforzo per Principessa Mononoke, e proprio questo sembra essere il modello supremo qui. Un mondo feudale dai tratti fantasy, violento, sanguinario, riproposto molto bene nei primi minuti di The Deer King, in cui praticamente non c’è un vero dialogo, solo grugniti, frustate, una lotta animalesca per la sopravvivenza. Poi ci sono i lupi, i destrieri-cervi del protagonista che ricordano il fedele Yakkul di Ashitaka, quel fiume viola che accompagna la malattia dei lupi, impossibile da non paragonare alla lebbra nera che fa impazzire le creature del bosco, la Natura divinizzata e personificata (là dal Dio della Foresta, qui dal Re dei Lupi). E poi ci sono le battaglie per il potere degli umani, dove il film brilla non poco. Il fatto d’essere un fantasy non annacqua affatto la crudezza di questo mondo, anzi trovano spazio pure momenti abbastanza horror (la bambina “posseduta”, l’attacco dei lupi alla miniera, l’agguato sui trampoli stile Mad Max Fury Road), discorsi affatto infantili sulla convivenza politica di popoli diversi, sprazzi d’azione “sporchi”, per nulla imbellettati da coreografie raffinate, come la scaramuccia tra l’Inseguitrice e Van. Si ha l’impressione, poi, di ammirare quelle stesse dinamiche recentemente viste in Dune: anche lì, nonostante la patina fantascientifica, ci si trova chiaramente in una sorta di Medioevo, un’epoca buia (cosa che il nostro Medioevo non era affatto, ma sto divagando) dove non a caso abbiamo delle figure religiose, queste specie di beghine chiamate le Bene Gesserit, che impongono il loro volere politico. In The Deer King è la stessa cosa in salsa fantasy, visto che troviamo le voci ingombranti dei sacerdoti, spesso e volentieri a fare da contraltare a quelle degli studiosi. Il personaggio più interessante della prima parte è infatti il cerusico di corte, un uomo delicato e idealista, che riflette se vogliamo il pensiero dello spettatore, sbigottito e affascinato dal mistero del mittal, la piaga dei lupi neri.




Purtroppo mano a mano che il film va avanti molte occasioni vengono sprecate. Dal secondo atto in poi è come se si perdesse il controllo dell’adattamento: la fonte libraria, certamente più corposa e dettagliata, ma gestita gradevolmente all’inizio, straborda nei monologhi interiori del medico, sempre più ripetitivi e pesanti, mentre il personaggio viene ridotto ad un compagno di viaggio senza una chiara utilità nelle meccaniche del gruppo. Molti altri invece, come il Re dei ribelli e il suo machiavellico Ministro, la donna ranger, il figlio dell’Imperatore, rimangono interessanti sulla carta ma tragicamente sottosviluppati, fino ad arrivare al disastro assoluto di sceneggiatura del capo villaggio del Cavallo Rosso: un jolly di conclamata importanza tra le fazioni belligeranti, che si fa mezzo film senza fare NIENTE, scompare per tutto il secondo atto, ricompare al terzo quando ormai te lo sei dimenticato, e dieci minuti dopo che le sue motivazioni sono state un minimo affrontate esce a gamba tesa dalla storia. Veramente complimenti.
L’unico miglioramento apportato riguarda la bambina adottata da Van. Francamente insopportabile, quando viene rapita dai lupi, è a dir poco un sollievo togliersela di torno per buona parte del finale. Lo so, può suonare duro, ma questo prova ancora una volta quanto sia difficile scrivere dei bambini che non risultino leziosi e antipatici, e quella di The Deer King tristemente cade in pieno nella trappola. Aggiungo, ad onor del vero, che il film si riscatta con una relazione padre e figlia niente male, costruita con poche pennellate. Vedasi il bellissimo montaggio musicale al villaggio degli allevatori, forse la parte migliore di tutte, dove vediamo la coppia ambientarsi: tanti risultati con poco sforzo. Però seriamente, se andate su Prime oggi stesso potete vedere The Head Hunter, un film poverissimo, col cui budget probabilmente quelli di Production I.G. non ci avrebbero animato nemmeno un cervo; eppure, che riesce a costruire un fantasy coerente ed eccitante, nonché una credibile relazione padre-figlia. E lo fa con letteralmente due attori e qualche oggetto di scena, senza mostrare praticamente nulla. Quindi scusate, ma mi sento un po’ scorretto a complimentarmi per il minimo sindacale, visto tutti i mezzi e le virtuose maestranze del disegno riunite.




E qui ci si rende conto che The Deer King non è un brutto film di per sé, ma impallidisce di fronte alle sue palesi ispirazioni. Dicevamo prima delle radici di Ando come animatore per Miyazaki. A mio parere, la genialità del celebrato maestro non sta tanto nella bellezza del tratto, e nemmeno nelle storie, tanto appassionanti quanto ripetitive (ci si potrebbe fare un libro intero sulla “arte del riciclo” di Hayao Miyazaki). No, anche la sceneggiatura migliore non potrebbe funzionare senza buoni personaggi. Pensiamo al fantasy feudale ravvivato da San, la Principessa Spettro, da Ashitaka, Eboshi, ma anche la più piccola comparsa che sparirà la scena dopo, quanto sono coloriti, empatici, valorizzati l’uno dagli altri. Il confronto purtroppo è schiacciante, e lo sarà specie quando Mononoke farà un gradito ritorno al cinema, il 14 luglio (segnatevi la data ed evitate possibilmente la versione doppiata in cannarsese). So che è un paragone ingiusto, ma l’ambizione di confrontarsi con certi modelli d’altronde non può che portare a dei paragoni. Non voglio fare il passatista, quando Ayumu Watanabe ha sfidato 2001: Odissea nello Spazio con I Figli del Mare sono stato pronto a parlare di capolavoro - tra l’altro anche lui mi ha deluso quest’anno, con La fortuna di Nikuko, confermando purtroppo come il 2022 sia un pallido anno per il cinema rispetto al 2021, e persino dal Giappone arriva poco di entusiasmante – ma se i rischi non pagano giustamente bisogna essere onesti a riguardo.Spero di non suonare più duro di quello che vorrei, The Deer King è a suo modo un esperimento con i suoi buoni risultati, specie in campo visivo, immaginifico, metaforico. So che Masashi Ando può fare grandi cose. L’ho letto nella passione, che trasuda dai colori di quelle montagne, di quei lupi feroci, di quei popoli del regno della fantasia, sopra ogni segno di matita. La prossima volta però, una sistemata alla sceneggiatura, eh?

2.8.22

Recensione: "X : A sexy horror story"

 

L'ultimo film di Ti West è un horror - ancora una volta dopo lo straordinario The House of the Devil - che omaggia il cinema slasher degli anni 80.
X convince, è un buonissimo prodotto, eppure per tutta la durata del film ho sperato che potesse essere o diventare qualcosa di ancora più bello e profondo (sia a livello narrativo che tematico).
La Goth è splendida e finalmente ha un ruolo da protagonista.
Sangue, sesso, un pizzico d'ironia, un'ottima atmosfera.
Anche una certa dose di coraggio nell'affrontare e nel mostrare la vecchiaia in questo modo.
Di certo non il suo miglior film ma vale assolutamente il viaggio in sala

presenti spoiler

Ti West mi piace.
Il nostro primo incontro fu così così,
Vidi The Inkeepers, horror super apprezzato da pubblico e critica.
Mi piacque poco.
Poi però venne The Sacrament, uno dei migliori mockumentary di questo decennio.
E poi (anche se in realtà questo titolo è antecedente agli altri due) quel mezzo capolavoro che è The House of the devil.
In mezzo un discreto cortometraggio in V/H/S.
Sommando tutti e 4 i pezzi (non ho visto altro di suo) il totale non è poco, anzi.
Insomma, mi piace.
E' inevitabile però accostare questo "X" a "The House of the devil".
Inevitabile perchè entrambi sono grandissimi omaggi all'horror di un tempo, perchè simili per trama e suggestioni, per la componente slasher et cetera et cetera.
E c'è poco da fare, pur essendo un dignitosissimo horror X nel confronto esce con le ossa rotte.


Non starò qui a vedere affinità e differenze, i due film sono due cose comunque diverse e io, per giunta, ricordo poco dell'altro.
Ma basterebbe il tipo di operazione - che è la medesima - per far pendere la bilancia da un lato.
X è un grande omaggio agli slasher degli anni 80 (e 70). Un incrocio tra Non aprite quella porta (basterebbe la casa), Venerdì 13 (il laghetto e gli omicidi) e tanti altri titoli meno famosi.
The House of the devil era qualcosa di più. Non era solo un omaggio agli anni 80, era un "fottuto" film degli anni 80 ma girato nel 2010. Non c'era una minima inquadratura, un movimento di macchina, una suggestione, un volto che non sembrasse arrivato a noi da 30 anni prima. Tutto con una grana fotografica straordinariamente identica a quel periodo. Una cosa mostruosa.
X no.
X sin dalla prima inquadratura (la falsa soggettiva da dentro la cascina) e con la medesima fotografia sporca ci dice sin da subito che West sta compiendo la stessa operazione. Ma c'è poco da fare, il "trucco" si vede, non c'è mai quella sensazione di straniamento metacinematograficamente anacronistico.
Poco male, è divertente e bello lo stesso.
Di X voglio segnalare come difetto quello che, probabilmente, è un pregio.
Per tutto il film ho avuto la sensazione di "qualcosa in più", che quello che vedevamo non fosse solamente quello che vedevamo.
Il continuo montaggio alternato tra le vicende dei "giovani" e quelle della vecchia, quella sensazione che ad interpretare la stessa anziana ci fosse qualcuna più giovane (a me dopo 10 minuti era sembrata la Goth, poi piano piano ho cambiato idea e poi una volta arrivato a casa ho visto che avevo ragione all'inizio), quelle continue allusioni che fa Pearl (la vecchia appunto) a Maxime (la Goth) sull'essere "uguali", niente, tutto questo mi aveva portato alla certezza che non ci fosse nulla di reale o lineare, e che il film quindi vivesse o di un paradosso temporale per cui uno stesso personaggio stesse vivendo insieme due fasi della propria vita oppure che ci trovassimo davanti a un sogno, una visione  (che i giovani si immaginassero i vecchi o viceversa). 
Alla mia tesi contribuiva anche il fatto che Pearl, per una buon'ora, fosse stata vista solo dalla Goth.
E che mi ritrovo invece alla fine? che non c'era NIENTE, che tutto quello che stavamo vedendo era soltanto quello che era.
Secco, lineare, senza strane costruzioni, basico.


Perchè ho parlato di difetto che, in realtà, è forse un pregio? Perchè alla fine gli horror anni 80, specie gli slasher, erano così, dritti come una spada, essenziali, lineari.
Mi resta però l'amaro in bocca perchè c'era spazio per grandi colpi di scena.
Odio il fatto che il film in questo mi abbia fregato (specie nel montaggio, che è forse la parte più interessante e importante del film).
Già, il montaggio. Tutto il film si basa sull'alternanza tra giovani e vecchi, con almeno 2-3 scene di alternato bellissime. Ma il montaggio è protagonista anche in senso lato. Non è un caso che alla stazione di servizio quando il giovane regista riprende il negrotto che fa benzina la biondona gli dica "ma non giriamo in modo cronologico?".
Ecco, West si diverte - omaggiando il cinema - a giocare col montaggio.
Non è un caso che anche il film nel film (quello porno) sia girato tutto senza consequenzialità.