13.3.26

Il meglio dell'Invisibile, edizione 2025 - 11 film bellissimi non ancora distribuiti in Italia


Terminato il sondaggione sul Miglior Film distribuito in Italia nel 2025 ecco che arriviamo IN ESTREMO RITARDO all'ormai classico appuntamento sull'altra faccia della Luna, ovvero il post in cui dei valorosi e competentissimi amici vi presentano il meglio che potete trovare sul non distribuito, sul non ancora legalmente visibile in Italia.
11 bellissimi film, raccontati da 3 voci diverse.
Ovviamente si spera che tutti questi film possano trovare una distribuzione.
In caso contrario dovrete cercarli in altri modi.


RICCARDO SIMONCINI

YES di Nadav Lapid


Il ritorno di Nadav Lapid è ancora una volta un film schizofrenico e disperato, cinema ossessivo in cui le grandi domande sono quelle della sua vita, del suo essere artista, israeliano, immerso in un contesto personale, familiare e geopolitico ben chiaro e definito, ma fuori posto dal punto di vista esistenziale. In Ahed's Knee il protagonista era un regista in trasferta in una città desertica dell'Arava per presentare un suo film “politico” al costo però di rinunciare ad ogni qualsivoglia critica allo stato di Israele. Qui invece sono una coppia di artisti, un musicista e una ballerina, Y. e Yasmine, mattatori sfegatati delle feste più esclusive e mondane d’Israele, tra sesso, droga e party privati da cui con i binocoli spiare le bombe dall’altro lato della costa, ogni volta però ignorandole. Così, all’ombra degli attacchi del 7 ottobre, a Y. arriva una proposta milionaria: scrivere un nuovo inno per lo Stato d’Israele, per la guerra, per il massacro, su commissione. Sì, No. Nessun'altra opzione, se non il proprio futuro, il proprio posizionamento umano più che politico.
Lapid continua il suo spietato racconto idiosincratico, di un (alter) ego frammentato e scomposto, pedinato da una macchina da presa sempre nervosa, disorientata, travolta dal frastuono assordante e dissonante di chiunque abbia una cittadinanza ma non si senta cittadino di niente, se non del proprio incolmabile senso di colpa, il senso etico e responsabile strappato nella carne e nel cuore. Lapid racconta di un rumore bianco quasi acufenico, sporcato dal sangue della guerra, il volume che si alza oltre i limiti di sopportazione per cancellare ogni altro tipo di suono, ogni altra immagine indelebile dimenticata. Cinema attuale, splendidamente confusionario, fuori beat.


DAVIDE BIANCHERA

ALLEN SUNSHINE di Harley Chamandy


ALLEN SUNSHINE è l’opera prima del regista Harley Chamandy, vincitrice del premio Werner Herzog 2024.
Il film si distingue per la presenza di atmosfere rarefatte, malinconiche, in cui ogni inquadratura sembra voler catturare l'essenza del silenzio. Il protagonista, un musicista e tecnico del suono specializzato in field recording, dopo la perdita della moglie cantante, sceglie l'isolamento volontario in una rustica casetta in riva a un lago. La sua esistenza, scandita dalla registrazione ossessiva dei suoni della natura, viene lentamente scossa dall’incontro con due ragazzini del luogo, la cui vitalità irrompe nella sua tranquilla routine giornaliera. A completare questo microcosmo di relazioni inaspettate un vicino di casa che, con semplici gesti, come portare frutta e verdure dall'orto, lo trascina in esperienze condivise come preparare semplicemente una torta insieme.
Nel suo percorso di rinascita, il protagonista farà un timido tentativo di aprirsi a nuovi sentimenti, provando ad incontrare un'altra donna, ma sarà grazie ad attività dimenticate come la pesca, il gioco spensierato dei cowboy o le camminate in mezzo alla natura in compagnia del suo cane, che riscoprirà una dimensione perduta. Tornare bambini come forma di guarigione diventerà così il percorso per elaborare il lutto.


FRANCO CAPPUCCIO

PIN DE FARTIE di Alejo Moguillansky


Pin de fartie non è tanto un adattamento quanto un anagramma di Fin de partie, o Finale di partita, di Samuel Beckett. Alejo Moguillansky - membro della stravagante e cross-genere troupe argentina di El Pampero Cine - espande l’atto unico teatrale in narrative multiple impilate una dentro l’altra e organizzate intorno a tre coppie contrappunto, ognuna delle quali si approccia ad una separazione di strade. Un padre cieco e dispotico (Santiago Gobernori) esaspera la sua figlia-serva (Cleo Moguillansky) in un bucolico cantone svizzero; due attori (Laura Paredes e Marcos Ferrante) coltivano un desiderio latente l’uno per l’altra mentre provano Fin de partie a Buenos Aires; una pianista invecchiata e cieca (Margarita Fernández) e suo figlio (lo stesso Moguillansky) scoprono le incredibili similitudini tra loro e i personaggi nell’opera di Beckett. Sarebbe tutto troppo stucchevole se non fosse per i giochi da rottura della quarta parete di Moguillansky, che rivelano i props, gli artisti foley, e la presenza di due narratori onniscienti. Ogni ripetizione porta le coppie più vicine alla loro inevitabile separazione, che viene costantemente rinviata dall’impulso romantico e senza speranza di Moguillansky di tenere duro - seppur solo un atto ancora.


RICCARDO SIMONCINI

FUCKTOYS di Annapurna Sriram


L’America d’oggi è una cartolina sfavillante di surrealtà, un paesaggio rotto e memabile, in cui le maledizioni sono diagnosticate da venali e seducenti cartomanti queer. Così a Trashtown (geografia di nome e di fatto) AP, in compagnia della sua vecchia e ribelle fiamma gemella Danni, cerca di invertire la dannazione che la perseguita, tra improbabili e stravaganti incontri di ogni tipo e sostanza: uomini malati di sesso, donuts zuccherosi e granite versate su pelosi tappeti rosati.
Strizzando l’occhio all’estetica camp di John Waters e tanto cinema indie americano da sempre amatissimo qui sul blog (da Todd Solondz a Greener Grass), Fucktoys sperimenta in 16mm con forme e linguaggi, la creatività kitsch e consumistica che lascia prendere polvere e fango al classico sogno americano ormai ammuffito. La regista e attrice Annapurna Sriram, qui all’opera prima ma anche nelle vesti di indimenticabile protagonista, dà vita a un dissacrante viaggio pop allucinato, sghembo e strambo, in cui l’unico erotismo rimasto (come nel mondo reale) è il vile denaro, il trauma ipertestuale di una generazione nata durante la catastrofe capitalistica di qualcosa, più che dal presagio del suo collasso. Cinema indipendente allo stato puro.


FRANCO CAPPUCCIO

O RISO E A FACA di Pedro Pinho


L’epopea di tre ore e mezza di Pedro Pinho è un mondo aperto attraverso cui lo spettatore è incoraggiato a vagare liberamente. L’ingegnere civile portoghese Sérgio (Sérgio Coragem) arriva in Guinea-Bissau per condurre uno studio d’impatto ambientale per una strada pianificata, continuando il lavoro di un predecessore italiano che ha abbandonato il progetto sotto circostanze misteriose. Un incosciente naif che lascia una carcassa di animale investito in un frigo comune, Sérgio genera un imbarazzante attrito comico ovunque va: nei nightclub di Bissau; nei villaggi che eseguono rituali tradizionali per autocompiaciuti operatori umanitari in t-shirt abbinate; in una centrale energetica nel deserto e nel bordello dove i suoi appaltatori europei si sfogano. La caustica tesi di O Riso e a Faca, sul lascito della violenza coloniale che persiste nell’agenda di sviluppo, emerge dalle scene di lavoro, di festa, e di sesso esplicito che Pinho, un ex documentarista, mette in scena con una realtà molto densa.


RICCARDO SIMONCINI

ABOUT A HERO di Piotr Winiewicz


In un’epoca iperscientista sempre più timorosa del fallimento del suo centro gravitazionale, Piotr Winiewicz si avvicina alla contemporaneità, con lo sguardo divertito e curioso dell’osservatore. Cosa ci unisce all’intelligenza artificiale? In che modo possiamo raccontarla seguendo per una volta il suo linguaggio, le sue regole, il suo mondo, invece di quello iper-logico e umano che da sempre avvolge le nostre teorie? About a hero parte da una semplicissima provocazione che compare anche in esergo al film: le dichiarazioni di Werner Herzog riguardo al fatto che «nessun computer sarà in grado di creare un film bello quanto i miei per almeno altri 4.500 anni». E così Winiewicz costruisce un deepfake di Herzog, lo trasforma in voce metallica e senza dinamica, lascia che un’intelligenza artificiale addestrata appositamente sulla sua filmografia (dal nome paradigmatico Kaspar) rediga una sua sceneggiatura mimetica, un'indagine sulla morte misteriosa di un operaio di una grossa azienda tecnologica. In un viaggio tagliente e surreale, ironico ma anche vagamente orrorifico, in cui - come ci viene intimato dallo stesso fake-Herzog - «è normale non capire nulla», About a hero ragiona per glitch e interferenze sull’errore algoritmico che ci congiunge a ciò che abbiamo costruito, la possibilità di sentirci ancora fallibili ma reali, quando nel quotidiano siamo invece abituati a concepire macchine umanizzate e, all’opposto, dall’altro lato, esseri umani che dovrebbero produrre e performare più perfettamente di una macchina. Sbagliando si può ancora creare arte.


FRANCO CAPPUCCIO

BOUCHRA di Orian Barki, Meriem Bennani


A un certo punto durante Bouchra, la nostra protagonista del titolo incontra un classico dilemma lesbico: “Non sapevo se stava flirtando o se stavo soltanto immaginandomelo”. Non aiuta il fatto che Bouchra, un’artista che vive a New York ma originaria del Marocco, sta vistando la sua città natale di Casablanca. I desideri e le complessità della vita diaspora si aggiungono alla sua confusione, cosi come il fatto che lei si trovi ad un crocevia sia con il suo lavoro che con una famiglia incapace di avere a che fare col suo essere queer. Diretto dalle artiste e filmmaker Meriem Bennani e Orian Barki (della serie web virale 2 Lizards), questo film animato è una arguta e tenera meraviglia di film, parzialmente basata sulla propria vita di Bennani. I personaggi sono rappresentati da animali antropomorfi (la nostra eroina è un coyote agile e stiloso), eppure Bouchra si percepisce come incredibilmente viscerale, presentando una riconoscibile e umorale New York e una vibrante Casablanca dai colori del gioiello con la CGI, e includendo conversazioni avvenute dal vero (comprese le telefonate tra Bennani e sua madre). Il risultato è un’intima meditazione sui confini porosi tra vita e arte.


RICCARDO SIMONCINI

BRAND NEW LANDSCAPE di Danzuga Yuiga


In una Tokyo brulicante di passi e assenze, Ren consegna orchidee ornamentali a domicilio, le impacchetta nel bagagliaio con cura e dedizione. Da quando sua madre è morta suicida, Ren ha perso ogni contatto con il padre, famoso architetto della modernità, autore di imponenti palazzi per gli altri anche a costo di sacrificare le fondamenta emotive della sua casa familiare. In mezzo a tutto quel cemento che riempie di blocchi e vetrate ogni residuo di umanità, sono i ricordi che tengono in vita Ren, l’accavallarsi di tutte le vite che non sono state, lasciate là ad arrugginire sempre in attesa che qualcuno le riprenda come all'ufficio oggetti smarriti. La famiglia di Ren è esattamente questo: un’idea, un ricordo, uno spettro remoto che si aggira come comparsa nei cantieri verticali del futuro, nelle stanze sigillate del passato, una cartolina sbiadita appartenuta per lui a secoli prima, per il calendario a una manciata di anni appena trascorsi. Danzuga Yuiga, giovanissimo regista giapponese classe 1998 (il più giovane della storia della Quinzaine des cinéastes di Cannes, dove il film è stato presentato in anteprima mondiale), racconta di una generazione invecchiata nella precocità del proprio corpo, di mani ancora lisce e glabre, le gambe veloci e scattanti, ma con gli occhi tristi, non entusiasti. Lo spleen di Baudelaire, lo spaesamento moderno ma composto in un quadro contemplativo di struggente malinconia: un bivio del (nel) tempo, in cui cercare e fidarsi ancora dei propri fantasmi.


FRANCO CAPPUCCIO

ESCAPE di Masao Adachi


Non è l’unica uscita nel 2025 che tratta di rivoluzionari che invecchiano, ma Escape arriva a noi da un regista particolarmente adeguato a parlare del soggetto: Masao Adachi, oggi 86enne, lasciò il periodo d’oro della Nouvelle Vague giapponese nel 1971 per co-dirigere un documentario con l’Armata Rossa Giapponese in Libano, poi si è dedicato alla liberazione palestinese fin quando non fu estradato in Giappone nel 2000. Il suo ultimo lavoro è un biopic dell’anarchico Satoshi Kirishima, che ha evitato la cattura per quasi 50 anni dopo aver partecipato in una serie di attacchi bomba contro delle corporazioni giapponesi nella metà degli anni -70 - fin quando, sorprendentemente, ha rivelato la sua vera identità sul letto di morte nel 2024. Adachi ha caratterizzato la vita solitaria in fuga di Kirishima come “una forma di lotta”, che il film presenta in dettaglio calmo e quotidiano. Le memorie dei compagni che Kirishima ha perso sfumano nel suo presente, accumulando mezzo secolo di reenactment e apparizioni. Per quanto dolorosi, questi ricordi gli impongono di mantenere la lotta viva - e la devozione alla loro causa, suggerisce Adachi, è una maratona, non uno sprint.


RICCARDO SIMONCINI

BLACK OX di Tsuta Tetsuichiro


Dieci icone del bue, dieci tappe zen per riscoprire non solo il valore del tempo, della Storia a cavallo della Restaurazione Meiji, ma l’idea stessa di spiritualità che l’ha accompagnata in maniera sinestetica. Nel Giappone del XIX secolo un uomo entra in sintonia con un maestoso bue nero. Mentre la modernità fa capolino al di là della montagna, diversi quadretti quotidiani, episodici e immersivi, accadono su uno schermo monocromatico di rara potenza visiva e sonora, a lasciarsi contemplare tra tutti gli infinitesimali dettagli che lo formano: cercare il bue, domarlo, ripulirlo con dedizione dopo un’estenuante giornata di lavoro. Le stagioni si susseguono, la nebbia e la cenere, il buio che crolla oltre la notte, il gelo che l’avvolge insieme alla luna, l’accecante e battente neve che suggella spazi di bianco fino a diventare luce pura, schermata lattea da cui ripartire per una nuova era. Quella natura metamorfica resiste: strato dopo strato nella profondità della terra, anche al di là dei suoi commoventi protagonisti, riuscirà a fondare nuova vita. Il cinema come testimonianza poetica e percettiva di chi è sopravvissuto alla fine del proprio mondo.


FRANCO CAPPUCCIO

LAST NIGHT I CONQUERED THE CITY OF THEBES di Gabriel Azorín


In una grande annata per il cinema spagnolo, il debutto al lungometraggio di finzione per Gabriel Azorin, Last Night I Conquered the City of Thebes, è l’outsider inaspettato. Fatta eccezione per una lunga sequenza d’apertura contenente una meravigliosa ripresa col drone, il film si ambienta esclusivamente in una sorgente termale in Galizia nell’epoca dell’Impero Romano, dove un gruppo di giovani uomini che sembra siano tornati dalle prime linee della guerra, spendono la notte. Cosa succede appena i ragazzi si immergono nelle acque rigeneranti e sia delicato che portatore di riflessioni. I corpi galleggiano insieme, le menti si inzuppano in piscine di tempo, gli occhi si adeguano all’oscurità, e nuove dimensioni si aprono. Evocando - ed espandendone oltre - le strategie contemporanee di registi come Eduardo Williams, Apichatpong Weerasethakul e Amber Serra, il tour de force di Azorin è un viaggio allucinando attraverso stelle e rovine e battaglie storiche e guerre virtuali, esplorando il tempo cinematico come un sogno sia fugace che permanente, simultaneamente lineare e circolare

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