13.1.21

Recensione: "Piercing"

 

Sfiorato ma non visto alla Notte Horror del TFF 2018, ho recuperato Piercing per puro caso, "inseguendo" altri film da protagonista di uno dei miei nuovi attori preferiti, l'Abbott di Possessor.
Oltre ad aver avuto conferma della grandezza di Abbott (in un ruolo quasi identico a quello di Possessor) mi sono ritrovato davanti un piccolo film (un'ora e un quarto) ma interessantissimo.
Un uomo progetta di uccidere una prostituta.
La fa venire in una stanza d'albergo.
Le cose prenderanno una piega completamente inaspettata.
Sempre in bilico tra una possibile deriva ironica e una molto pesante, Piercing è un film "da camera" (in tutti i sensi) che affronta finezze psicologiche davvero molto interessanti.
Da vedere assolutamente

Sfiorai "Piercing" al Torino Film Festival del 2018.
Faceva parte della Notte Horror, una serie di 4 film di genere che parte la sera e arriva quasi a mattina.
Decidemmo di andar via prima di Piercing (era l'ultimo film) e posso dire con certezza che anche se ci fossero stati Synecdoche New York e Old Boy con registi presenti la scelta di andar via sarebbe comunque stata migliore, in quello che è uno dei giorni più belli di questi ultimi anni.
In ogni caso se fossi rimasto avrei probabilmente considerato Piercing il film più bello dei 4 proposti perchè il primo, Mandy, aveva una prima parte straordinaria ma non amai la deriva trash che prendeva poi, il secondo, Ghostland, era un buonissimo film horror ma del quale riscontrai parecchi difetti (non me ricordo adesso quali) mentre il terzo, L'occhio che uccide (sì, quello storico) dormii per più di metà (oh, era tardissimo eh, non è un'accusa al film, tranquilli cinefili).
Piercing rispetto a Mandy e Ghostland è sicuramente più piccolino, in tutto, nel budget, nel cast, nella ambizioni, nella durata. Però, ecco, in questo suo esser piccolo è sicuramente un film che mi ha convinto di più, al quale faccio fatica a trovare tanti difetti.
In realtà ci sono arrivato per caso, non per completare quella nottata mai completata al cinema, ma perchè mi sono "innamorato" di Christopher Abbott in Possessor e un amico mi ha segnalato quest'altro film dove era protagonista.
Non solo confermo l'innamoramento ma dico ufficialmente che se un giorno dovessi reincarnarmi voglio diventare gli occhi di Christopher Abbott.
Tra l'altro è molto particolare quanto il suo ruolo in Piercing somigli da morire a quello in Possessor. Ancora una volta un uomo in grandissima difficoltà, ancora una volta un uomo in qualche modo "posseduto", ancora una volta un killer che commette o deve commettere omicidi a causa di qualcosa più forte di lui che lo comanda.



Se in Possessor quel qualcosa era un'altra persona entrata dentro di lui, qui le cose sono diverse, i demoni del protagonista sembrano più personali. Ma, come in Possessor potevamo vedere la figura di Tasya come metaforica (di una parte nascosta di sè), così in Piercing a quella parte nascosta di sè possiamo abbinare presenze reali (tipo la madre) che hanno portato il protagonista ad avere una psiche completamente devastata, e una ricerca del male che non gli appartiene ma è solo reificazione di dolori troppo grandi.
Avrete capito che anche stavolta ci troviamo davanti ad un thriller psicologico (intendiamoci, siamo una spanna e mezzo sotto Possessor per me) anche se l'atmosfera dei due film è molto diversa.
Se in Possessor lo spettatore entrava in un mood di profondissimo disagio (anche dovuto al particolare uso della regia) qua siamo in un'atmosfera molto più reale e più volte flirtante con l'ironia, anche se questa rimane sempre latente e non esplode mai (uno dei meriti del film è proprio non farti mai capire che deriva prenderà, se leggera o pesantissima).

Un uomo progetta di uccidere una prostituta. Lo progetta in modo talmente perfetto da avere un quadernino d'appunti e da simulare - nella stanza d'albergo dove la ucciderà - l'omicidio, passaggio per passaggio (scena molto bella e anche interessante perchè mi sono sempre chiesto se i serial killer facciano queste simulazioni).
La prostituta, una giovane ragazza problematica ed esperta di sadomaso, arriverà.
Per l'uomo le cose non andranno per niente come si aspettava...

Nicolas Pesce è un regista giovanissimo di cui si dice sia molto bella anche l'opera prima, The Eyes of my mother. Di sicuro questa seconda assomiglia tantissimo ad una prima, per la durata del film, per la stringatezza del soggetto, per la sobrietà.
Piercing è il classico breve film che sembra palestra di un futuro regista, un punto di partenza.
Pesce (di chiare origini italiane) conosce sicuramente il nostro cinema di genere degli anni 70, e lo omaggia più volte, sia nelle inquadrature da slasher sia, in maniera emblematica, mettendo dentro ad una scena l'indimenticabile colonna sonora di Profondo Rosso.
Il film, però, non è altro che un sottile gioco psicologico a due, e non solo quello tra i due protagonisti ma anche quello tra lo stesso film e lo spettatore.
Per tutta la durata, infatti, non si riesce a capire dove il film andrà a parare, cosa pensa realmente un personaggio e cosa pensa l'altro, chi domina chi, chi ha veramente intenzione di uccidere, chi ha più "bisogno" di tutto quello che sta accadendo.
Ci tengo a consigliare un piccolo ma bellissimo film italiano, In a Lonely Place, che per certi versi ricorda molto queste dinamiche.
Ho amato moltissimo questa sensazione.
Sensazione che porta a considerazioni però molto delicate, ovvero cosa sta alla base del sadomasochismo, dell'autolesionismo, del punirsi o dell'amare essere puniti.
Di lei sapremo poco mentre di lui, in quella parte "allucinata" che ad un certo punto prende il film, capiremo che c'è dietro un'infanzia terribile, un rapporto con la madre tragico e un omicidio.
Ecco così che Abbott diventa prigioniero di quei ricordi e, come in Possessor, sente delle voci che lo costringono a far cose (quella del suo figlio appena nato, quella della reception e, secondo me, anche quella della moglie nella telefonata fuori dall'ospedale, telefonata secondo me immaginata).



Non so se la cosa è voluta ma Piercing racconta molto bene quello che avviene quasi sempre nella testa dei serial killer, ovvero questa spersonalizzazione e questa necessità di uccidere per sublimare profondissimi dolori del passato, a volte per ricalcarli, come una mimesi, altre volte per osteggiarli (ad esempio immaginando di uccidere la madre che nel passato tanto si odiava).
Questo accade a Reed e Abbott è bravissimo a farcelo capire.
Solo che quando si troverà davanti una ragazza che il dolore sembra amarlo, anche quello estremo e quasi mortale, Reed si troverà spaesato, quasi a non poter più vedere come vittima una che vittima vuole essere già di suo.
Ne nascerà un rapporto molto particolare, che per tutto il film ci sembrerà mutare, dal dolce, all'odio, all'affetto alla volontà di uccidere, in un continuo mutare di stati d'animo e d'azione.
Incredibile come ancora una volta Abbott riesca a farci empatizzare così tanto col suo personaggio, personaggio che ci sembra profondamente buono anche quando pensa di fare o fa cose terribili (davvero, sembra lo stesso identico personaggio di Possessor).
Anche la Wasikowska è bravissima e perfetta, per volto, ad interpretare quel ruolo.
Ne nasce un film strano, capace di mutare più volte, con piccoli colpi di scena e girato davvero molto bene.
E quella battuta finale che lui farà è la perfetta chiusura per farci venire ancora più dubbi, per farci pensare che forse tutto quello che abbiamo visto è sempre stato soltanto un gioco, un terribile gioco.
Questo, se possibile, rende ancora più tragico il film, pensando a due solitudini così forti, a due persone così traumatizzate, che solo nella ricerca del dolore e della punizione riescono a trovare soddisfazione e, anche se inconcepibile, una malata, ma pura, sensazione di felicità

7.5


4 commenti:

  1. Visto stamattina ed ovviamente apprezzato. Davvero un gioiello nascosto, riesce a mantenere un'ottima tensione ed ha il merito, sottolineato anche da te, di confondere lo spettatore in un continuo alternarsi di ruoli e dinamiche psicologiche. Anche secondo me ---spoiler---- l'ultima telefonata con la moglie era frutto della sua immaginazione. Particolare e personalmente molto bello il viso dell'attrice, ricorda vagamente l'attrice di Nancy. Ora sotto con In a Lonely Place ;))

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    1. ovviamente concordo con tutto

      La Wasikowska è eccezionale qui, me la sono ritrovata "grande", credo di averla vista solo nei suoi film da bambina o adolescente

      In a lonely place è di un amico, lo fece vedere in anteprima ad un raduno de il buio in sala. Ma poi ha fatto meritatamente successo ed è uscito non so in quanti paesi

      e, ti dirò, secondo me ha anche più classe di Piercing sia in regia che nella finezza psicologica

      e due attori sconosciuti al grande pubblico ma, specie lui, davvero eccezionale

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  2. I primi fotogrammi. Quei palazzi quasi sovrapposti, con quelle finestre illuminate, quei colori pastello, tutto dentro al colore/calore della notte. Mi sono bastati tre secondi per capire che mi sarebbe piaciuto. E poi quel punteruolo rompighiaccio. L' "arma" che uccise Fritz il gatto. E quel "voglio capire le sue parole di terrore". Insomma, primi minuti folgoranti.
    Prima di Possessor, non sapevo chi fosse Cristopher Abbott, e dopo Piercing devo concordare con te sulla potenza dei suoi occhi, del suo sguardo. Per la Wasikowska ho sempre avuto un debole, una bellezza quasi preraffaellita, che mischia candore e imperfezione al punto giusto (splendida in Stoker e The Double, per esempio). Per questo ruolo ci voleva proprio una come lei, anche secondo me. E poi il dolore come modo di sublimare le emozioni, come mezzo per assegnare un significato agli eventi e alle relazioni. Come lei che si perfora il capezzolo perché "così avrò un tuo ricordo"; o quell'insetto mostruoso che, nella scena allucinata, sorge dalle fogne e si arrampica sul viso di lui, fino a entrargli dentro (una plausibile metafora di quel "male" che lo ha segnato durante l'infanzia, a causa della madre, ormai radicato in lui).
    Splendida la scena di preparazione, in cui lui simula ciò che vorrà fare. E splendida la telefonata alla moglie, che anche io credo non sia mai avvenuta - oppure sì, ma non in quei termini (perché lui ha bisogno di "giustificare" e dare un senso al pensiero omicida che lo tormenta, e l'appoggio della moglie - colei che agli occhi del mondo gli dà un senso - è per lui fondamentale. Ha bisogno di sentirselo dire da lei che è necessario che lui uccida, stando sempre molto attento, "perché se ti ammali anche la bambina si ammala").
    Un film sulla ricerca del dolore, reiterato e voluto, inflitto e autoinflitto, in quanto interfaccia con la vita. Un film da 8 con un finale da 7, quindi condivido il tuo voto. Ma dopo quel folgorante incipit, dopo quella scena di simulazione nella stanza d'albergo, mi aspettavo un capolavoro. Non lo è stato. Ma è stato molto bello. Mi resteranno i colori, gli occhi di Abbott, le scritte gialle dei titoli di coda, quei palazzi e quelle finestre, il senso del dolore come "possibilità", la follia di essere se stessi.
    :)

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    1. per favore commenta tutti i film che ho recensito, te pago

      e poi fo un libro con i tuoi commenti

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